Salute Mentale.

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Parlare di salute mentale è sempre più complesso di quanto possa sembrare.

In Italia (perché sì, siamo molto indietro nel riconoscimento della cura di questo diritto fondamentale), quando sei una giovane professionista, scardinare e farsi strada tra la sovrapposizione degli strati difensivi che le persone alzano, quando si prova a dire “psicologia”, diventa opera da fare invidia alle note fatiche di Ercole.

Ho a lungo pensato su come apportare il mio contributo all’odierna Giornata Mondiale della Salute Mentale; volevo parlarvi prima di Marco* il quarantenne ossessivo che non esce più di casa, poi di Giovanni il venticinquenne ansioso che riesce solo a buttarsi per terra e piangere quando diventa preda dello sconforto, poi di Matilde 16 anni e due tentativi di suicidio alle spalle; c’era poi la possibilità di parlarvi di Omar o Nadia e degli abusi subiti, Lucio 50 in depressione maggiore, della bipolarità di Lucrezia o di tutti quei bambini che, in un post pandemia non ancora completamente post, hanno paura della pioggia, delle macchine o delle persone a tal punto che -durante una partita di pallone- si isolano per entrare in una dimensione parallela in cui diviene quasi impossibile entrare.

Ho poi riflettuto su diverse questioni.

Come ogni “Giornata Mondiale”, l’augurio è sempre quello che non ve ne siano più, negli anni a seguire e in effetti, il lavoro che portiamo avanti su questo blog, mira proprio a fare ciò: sensibilizzare, offrire un contributo senza che vi sia qualcosa in cambio, se non una reciprocità in termini di benessere psicologico sociale.

Ho riflettuto a lungo poi, su un’altra importante questione.

Nel mio incipit ho menzionato due informazioni fondamentali: la paura della parola psicologia e il mio sesso biologico**.

Ho letto qualche giorno fa, di una persona che diceva che “con mezzo mondo in terapia, dovremmo stare tutti benissimo e invece le condizioni della nostra società attuale la dicono lunga sull’inutilità della psicologia che – tra l’altro- nemmeno è una scienza!”

Il termine persona è stato volutamente usato da chi scrive: persona vuol dire, etimologicamente, maschera. Senza scendere in futili dettagli, con la maschera dell’anonimato siamo capaci di dire ciò che meglio crediamo ma la dolcezza, la cura per l’altro e la realtà, diranno sempre altre cose.

Mi dispiace sempre quando leggo cose del genere, o quando le ascolto, perché in questo modo falliamo miseramente come società poiché ancora una volta, si disconosce l’esistenza del disagio psichico e si offende non la mia categoria (o il caro Freud), ma chi, di sofferenza psichica si ammala (e ci muore pure).

Un recente esempio è il suicidio di un ragazzino***.

Per natura non so giocare a carte, la trovo un’attività di una noia mortale, essendo completamente incapace di bluffare..

Mezzo mondo in terapia o analisi, ovviamente, non c’è.

Chi fa questo lavoro sa, inoltre, che le difese dei pazienti sono così alte (anche di quelli che sembrano più predisposti alla cura), che spesso o abbandonano il setting oppure, erano “messi talmente male” (mi si passi questo osceno uso della lingua italiana), che quando terminano il percorso sono guariti al meglio delle loro possibilità.

Ritornare ad uscire di casa quando hai sofferto per anni di agorafobia o fobia sociale; smettere di tagliarsi con oggetti di fortuna; dormire serenamente senza incubi che creano immagini indicibili nella propria mente; ridere di gusto, dopo anni di depressione; mangiare un gelato dopo anni di restrizione alimentare o perdere 3 kg in un mese cominciando a scalfire la propria coperta di grasso, sono traguardi incredibili e sensazionali che consentono, all’umano che di noi psy si fida (e che a noi si affida), di tornare a vivere e non più solo a sopravvivere come invece spesso fa, chi si ostina a barricarsi dietro le proprie personalissime difese.

La psicologia non è magia.

La psicologia non è religione.

Lo psicologo non è un consulente dall’amichevole presenza.

Il post pandemia è un problema serio che riguarda noi esperti di salute mentale (psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisi, psichiatri, e via dicendo).

Siamo quelli più colpiti dal contraccolpo del disagio psicologico, avendo scelto di lavorare per la comunità.

Certamente con il covid stiamo sentendo parlare di più di bonus psicologico, psicologo di base, terapia, ma siamo ancora tra i fanalini di coda, in Italia, rispetto ad altre realtà europee dove il consulto con lo psicologo fa parte delle normali procedure che riguardano la presa in carico globale della salute del paziente.

Secondo una indagine IPSOS, per la prima volta la salute mentale supera il cancro e diventa il secondo problema di salute percepito a livello internazionale, subito dopo il Covid-19; il 55% degli italiani ha dichiarato di aver pensato almeno una volta alla propria salute mentale (il dato segna un aumento di 4 punti rispetto al 2021); Il 41% degli italiani sostiene che il sistema sanitario si concentri maggiormente sulla salute fisica, anche se soltanto per il 6% quest’ultima ha un’importanza superiore rispetto alla salute mentale.

Un dato facilmente riscontrabile nei nostri studi, concerne l’età media del cliente che chiede il nostro aiuto; sempre l’Ipsos evidenzia come a pensare al proprio benessere mentale siano maggiormente gli under 35 (65%) rispetto agli over 50 (48%).

Altro dato facilmente riscontrabile “in studio”, è l’estrazione sociale del richiedente:  i problemi di salute mentale sono avvertiti maggiormente dai più giovani, dalle donne e dalle famiglie a basso reddito.

La salute mentale è un diritto.

Chiedi aiuto, evita il fai da te, e -soprattutto- che sia un esperto certificato ad occuparsi della tua salute mentale.

Farò sempre il tifo per chi con coraggio, varca la porta dei nostri studi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutti i dati sensibili sono coperti dal segreto professionale; ogni informazione è stata, pertanto, opportunamente camuffata.

**Cito spesso la questione legata all’essere una dottoressa, donna, in un contesto sociale dove, che si voglia crederlo o meno, la donna professionista è ancora tenuta al di sotto del professionista uomo. Chi scrive non si dilunga in dettagli ma evidenzia ancora il forte bias culturale ancora presente.

***Alessandro, 13 anni, si è suicidato lanciandosi dal quarto piano di casa sua, dopo sei mesi in cui è stato vittima di bullismo e cyberbullismo. Nessuno si era accorto di niente; nemmeno di un tema che Alessandro aveva scritto su un quaderno. La preside della scuola ancora insiste con il “non voler sentire parlare di bullismo”.

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