Perché la percezione di ciò che è giusto, è importante per il lavoratore: la giustizia organizzativa.

Salvo ulteriori specificazioni, fonte immagine “Google”.

La giustizia organizzativa e da essa tutti gli studi e le teorie che ne sono scaturite, concerne la percezione da parte dei lavoratori, dell’equità sul posto di lavoro. Questo vuol dire che per un lavoratore, non è importante soltanto il rapporto basato sullo scambio lavoro/compenso (quindi lavoro/stipendio), ma egli ha bisogno di percepire che è moralmente trattato correttamente. Il lavoro pertanto non è fatto soltanto dalle spinte interne (i bisogni), oppure da meccanismi cognitivi che consentono di valutare le connessioni tra aspettative, attività e risultati.

Secondo tale approccio, dobbiamo invece considerare :

  1. il concetto di giustizia distributiva inteso come credenza circa il fatto che i ricavi (lo stipendio), sia corrispondente alle attese e soprattutto che esso non comporti condizioni di non equità tra i dipendenti.
  2. la nozione di giustizia procedurale, che concerne la credenza sull’adeguatezza circa i modi di distribuzione delle risorse.

A tal proposito, un lavoratore potrebbe incominciare a chiedersi se comportandosi in un certo modo, riceverà un trattamento imparziale. Quanto appena detto, è fondamentale nell’ambito del mondo del lavoro, perché quando si percepisce che le modalità di procedere e decidere sulla distribuzione dei ricavi sono adeguate e corrette, è più probabile che si sviluppino comportamenti motivati rispetto ad un dato obiettivo. Accade pertanto che un lavoratore si sentirà fortemente motivato rispetto ad un compito e ai suoi ricavi se percepisce che il suo impegno è stato compreso e se sente che questo impegno riceve le giuste attenzioni. Se invece ci si rende conto che i criteri adottati non sono trasparenti o le valutazioni sono distorte, il lavoratore adotterà strategie di riduzione dell’impegno (es. assenteismo).

Vi sono due tipi di fattori che hanno un ruolo sulla percezione della giustizia organizzativa; uno concerne i meccanismi adottati per la gestione dei rapporti interpersonali,l’altro è invece legato ai modi con cui si cerca di far comprendere ai diversi dipendenti i processi decisionali che portano a diversi tipi di scelta organizzativa (assumendo una prospettiva etica nella gestione delle vicende organizzative).

Si indica inoltre con il termine “giustizia interazionale”, la qualità degli scambi tra i diversi attori organizzativi. Ciò che bisogna comprendere è che non si tratta qui di dover allacciare particolari (e forzate) relazioni umane, ma semplicemente di garantire condizioni di rispetto delle regole e fare in modo di dar vita a scambi e dialoghi sociali basati su principi condivisi.

La teoria dell’equità e della giustizia richiamano aspetti importanti delle relazioni tra persone e organizzazione, tanto da andare ad influenzare per esempio le strategie di risposta personale nei contesti di lavoro, l’adattamento del singolo lavoratore al determinato contesto, la capacità di controllare il proprio impegno.

Ciò pertanto che emerge da queste teorie è che non dobbiamo dimenticare che anche (e soprattutto) sul posto di lavoro(quindi l’azienda, la scuola, e tutte le più svariate realtà organizzative), funzionano come un sistema in cui ogni parte è interdipendente dall’altra. Se funziona bene un singolo segmento -es un dipendente- funzionerà bene l’intero sistema – es il reparto intero. E’ sempre buona norma quindi, fermarsi a riflettere un momento per capire se si sta agendo (e reagendo) nel modo più giusto possibile.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

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Trovare la motivazione: il modello delle competenze di successo.

Il modello delle competenze è caratterizzato per essere orientato sul lavoratore e in particolare – come vedremo- sulle sue motivazioni.  Una piccola preliminare annotazione, ci chiede di chiarire cosa siano le competenze. In ambito aziendale, ciò che porta alla definizione delle competenze (ovvero ciò che le risorse, quindi ad esempio gli impiegati, devono possedere per realizzare gli obiettivi prefissati dall’azienda), è la fase in cui si analizzano gli obiettivi, i valori, le modalità operative, definiti nell’ambito della strategia aziendale. Tale modello nasce intorno agli anni 70, dagli studi dello psicologo David McClelland. Ciò che questo modello tenderà ad evidenziare, è che la competenza sia una caratteristica intrinseca  della persona riguardante aspetti motivazionali, capacità, tratti personali e l’immagine di sé. 

Le componenti della competenza di successo si acquisiscono con l’esperienza e si organizzano in maniera gerarchica . Spencer e Spencer usano a tal proposito, una interessante metafora: quella dell’icebearg.  La metafora  ci aiuta a comprendere come le diverse componenti si vadano a distribuire, fino a compattarsi e diventare componenti di successo. Le skills (le capacità cognitive e comportamentali finalizzate alla performance), come la punta dell’icebearg, si trovano sulla superficie (in quanto sono osservabili e più facili da arricchire o modificare sia in relazione alla situazione, che alla maturazione professionale), mentre le motivazioni, l’immagine di sé e i tratti personali sono più profondi (e pertanto più stabili e meno influenzabili).

Immagine e-book Franco Angeli

Ciò che emerge da questa descrizione, è quindi il forte legame esistente tra “mondo personale” e lavorativo, ovvero il fatto che quando una persona si sposta nel “mondo del lavoro” decidendo magari di aderire a valori dell’azienda, non lo farà dimenticando i propri ma cercando (per quanto possibile) di far aderire le due posizioni alla medesima visione.

Un lavoratore che non senta troppa discrepanza tra le motivazioni, l’immagine di sé e i tratti personali, è sicuramente maggiormente efficiente e meno incline ad incorrere in forme cliniche o sub-cliniche di stress lavorativo. https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/12/10/sono-esausto-quando-lavorare-diventa-una-forma-di-disagio-a-tutti-gli-effetti/

Dott.ssa Giusy Di Maio

Sono esausto! Quando lavorare diventa una forma di disagio a tutti gli effetti.

 

Lavorare è un termine che fin dalla sua etimologia latina “labor” (fatica), mostra il carattere di sofferenza, dolore, insito nell’azione stessa. Strizzando l’occhio anche al resto d’Europa, la situazione non cambia : per i francesi “travaillè” indica dolore, per i tedeschi “Arbeit” comporta “servitù”.

Com’è pertanto possibile che l’attività che dovrebbe rendere l’uomo artefice della propria esistenza , consentendogli non soltanto di provvedere al proprio (e familiare) sostentamento, ma anche la sua piena espressione, possa essere fonte di sofferenza e dolore?

Attualmente il mondo del lavoro continua a subire profondi cambiamenti, appare dunque difficile darne una descrizione dovendo muoversi tra contratti sempre più inesistenti, orari di lavoro sempre più lunghi e mal pagati, qualifiche prima richieste (obbligando il personale a ricorrere magari a corsi a pagamento), per poi sentirsi dire in un secondo momento, che “le troppe qualifiche” non servono per il posto da occupare. In questo mondo così vacillante e incerto , anche coloro che magari un posto “fisso” lo hanno, possono incorrere in difficoltà.

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Burnout – esempio di stress cronico.

Il burnout indica un disagio professionale esito di uno stress cronico, identificato dapprima nell’ambito delle occupazioni sociali e sanitarie, fino ad estendere le proprie radici nelle diverse professioni di aiuto e in quelle in cui è fortemente richiesto lavorare rapportandosi con le persone. .

Il burnout  è caratterizzato da tre componenti:

  • depersonalizzazione: aumenta la distanza psicologica  tra l’operatore (colui che presta il servizio con il proprio lavoro) e l’utente (colui che ha bisogno dell’assistenza) che viene percepito negativamente
  • esaurimento emotivo: dovuto a eccessivo coinvolgimento emozionale che comporta una sorta di effetto boomerang, per cui l’operatore tenderà a provare sempre meno empatia
  • il senso di ridotta autorealizzazione: ci si sente incapaci di poter realizzare sia nel lavoro, che nel rapporto con gli altri, le proprie capacità e aspettative

burnout

Il lavoratore è ancora presente sul lavoro, nel senso che continuerà ad andare quotidianamente a lavorare, ma mostra crisi d’identità, non riconoscendosi nè come persona, nè come lavoratore. La persona tenderà pertanto a mettere in atto risposte difensive come rigidità, indifferenza, apatia, oppure atteggiamenti quali comportamento aggressivo , tono della voce alto, improvvise crisi di rabbia. 

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Il burnout è in definitiva, un disagio da non sottovalutare. Bisogna sempre essere molto accorti e sensibili quando, nel mondo del lavoro, scorgiamo o avvertiamo segnali di disagio.  Non sottovalutiamo un collega (o noi stessi), se incominciamo a provare disagio quando semplicemente pensiamo di dover andare a lavoro . E’ molto importante intervenire tempestivamente al fine di contenere una possibile escalation del fenomeno.

 

Dott.ssa Giusy Di Maio