Psicologia del Web

Il mondo e il tempo in cui viviamo pare siano in una fase di movimento e cambiamento convulso e disordinato. A trent’anni dalla nascita del word wide web e quindi dalla diffusione di internet, possiamo arrivare probabilmente a comprendere adesso la portata che tale cambiamento tecnologico ha portato nel nostro quotidiano. È oramai abbastanza evidente che tali cambiamenti hanno condizionato e direzionato diversi aspetti della nostra vita.

Potremmo dire che oggi, quasi tutti, in un modo o nell’altro, viviamo una vita nel real nel “reale” e una social nel “virtuale” e che spesso queste si intersecano e si influenzano, a volte generando confusione. Il web e tutti gli “ambienti” e gli strumenti di fruizione che lo caratterizzano, tendono in un modo o nell’altro e nel bene e nel male a “simulare la realtà” e ad “amplificare” tutto ciò che viene esperito.

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In questa nuova sezione del nostro blog proverò a soffermarmi, ad analizzare (per quanto sia possibile e forse in maniera non esaustiva) quelle che sono state le derive positive e negative, che tale impatto tecnologico ha impresso nelle nostre modalità psicologiche legate alla comunicazione, alle relazioni, ai comportamenti e alle emozioni.

Comincerò col parlare di uno dei fenomeni più allarmanti che rappresenta, probabilmente, una delle derive più negative e allarmanti del mondo internet: il cyber bullismo.

Vi invito però a dare un’occhiata anche ai link qui sotto. Sono argomenti trattati precedentemente e che hanno a che fare anch’essi con fenomeni legati al web e alle nuove psicopatologie.

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/10/01/non-voglio-uscire-non-posso-uscire-ritiro-sociale-e-adolescenza/

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/08/16/asmr-autonomous-sensory-meridian-response/

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2019/02/01/autolesionismo-self-injury-il-dolore-celato/

TUTTI MI GIUDICANO: quando il giudizio degli altri ci influenza al punto tale da dirci “chi siamo”.

Sentirsi appellare come persone intelligenti, simpatiche e brillanti, comporta che inevitabilmente anche noi cominciamo a pensare le medesime cose. Nell’ambito della psicologia questo fenomeno è stato a lungo studiato, fino a rintracciare il suo effetto anche nel campo scolastico. Ciò che gli psicologi sociali hanno notato, è che ad esempio quando gli studenti si sentono minacciati da stereotipi negativi sulla loro capacità scolastica (ad esempio le studentesse a cui viene continuamente ripetuto di non essere brave in matematica o nelle materie scientifiche), questi potrebbero disidentificarsi con tali campi di studio e invece di lottare contro i pregiudizi, finire per dirigere la loro attenzione altrove.

Salvo specificazioni, fonte immagine “Google”.

Nella descrizione del sé riflesso, il sociologo Charles Cooley, ha proposto il concetto di rispecchiamento indicando con ciò che il modo con cui le persone pensano di essere percepite dagli altri, viene usato come una sorta di specchio per percepire se stessi (pertanto se dicono di me che sono simpatico, lo sarò per forza!). Il sociologo George Herbert Mead ha approfondito questa nozione evidenziando invece come non sia tanto importante come gli altri ci vedono, quanto come immaginiamo ci vedano (non è tanto importante che gli altri dicano che io sono simpatico, quanto che io penso che gli altri pensino che io sia simpatico).

Questi studi hanno poi approfondito un ulteriore concetto che è invece legato all’immagine sproporzionata del sé (autoenfatizzazione), che si ritrova maggiormente nelle culture occidentali. Shinobu Kitayama (1996) ha rilevato che i Giapponesi che visitano il Nord America, sono colpiti dalle parole di encomio scambiate tra amici. Quando infatti Kitayama e colleghi hanno chiesto alle persone americane, a quando risalissero gli ultimi complimenti ricevuti, la risposta era un giorno. In Giappone invece, dove i rapporti sociali tendono ad attribuire minor merito ai singoli, la risposta era di quattro giorni.

Per le persone appartenenti alla cultura occidentale, prevale l’individualismo (viene pertanto data priorità ai propri obiettivi a scapito di quelli del gruppo e la propria identità è definita maggiormente in termini di attributi personali piuttosto che di identificazioni di gruppo). Per le culture orientali invece, la definizione di “chi sono” passa maggiormente attraverso il proprio gruppo sociale di appartenenza; diviene pertanto importante ciò che la mia casta, famiglia o gruppo religioso di appartenenza dice di me.

Gli studi sulle differenze culturali, sono un potente antidoto contro il pregiudizio che spesso dilaga. Non possiamo pensare di applicare il nostro modo di pensare e agire (cultura occidentale) a tutte le culture esistenti, proprio perchè non si tratta di un modello univoco e infallibile. Quello che per un italiano può sembrare ovvio e banale, non necessariamente lo sarà per un indiano. Ciò che però bisogna rimarcare è che questa “differenza” non è insita nella persona stessa (diventa inutile scagliarsi contro il singolo) quanto in una intera cultura di provenienza.

Anche in questo caso conoscere (senza giudicare) le differenze, può aiutarci ad apprezzare maggiormente le diverse specificità.

Dott.ssa Giusy Di Maio

SONO SOTTO I RIFLETTORI: ILLUSIONE O REALTA’?

Chi ci sta intorno è realmente attento ad ogni nostro cambiamento (fisico o emotivo), oppure si tratta solo di un’illusione?

Spesso quando ci troviamo in una situazione (nuova o consolidata che sia), siamo portati a percepirci come sotto la luce di un riflettore. Siamo in sostanza convinti che ad esempio il modo in cui siamo vestiti, come stiamo parlando, come ci stiamo muovendo, sia continuamente osservato e giudicato “dall’altro”.

Immagine fonte “Google”

Si tratta del fenomeno definito “effetto spotlight” (effetto riflettore), ampiamente studiato nell’ambito della psicologia sociale. Nell’anno 2000 Gilovic, Medev e Savitsky, decisero di condurre un esperimento nelle aule universitarie, per controllare se effettivamente le persone notassero dei cambiamenti o dei movimenti nel loro interlocutore. Ad un gruppo di studenti fu chiesto di indossare una giacca bizzarra e stravagante, prima di entrare in aula. Il 50% di questi studenti (prima di entrare in aula) dichiarò di essere convinto che i loro colleghi, avrebbero notato la maglietta stravagante; in realtà solo il 23% dei compagni notò la giacca. Nel 2010 Timothy Lawson condusse un esperimento analogo. Lo studioso chiese a degli studenti che partecipavano ad un gruppo di studio, di lasciare un attimo il gruppo, cambiarsi la maglietta ed indossarne una con la scritta American Eagle . Quasi il 40% degli studenti era convinto che gli altri avrebbero notato il cambiamento, mentre solo il 10% fu in grado di ricordare la scritta sulla maglietta. Molti studenti del gruppo, non si accorsero nemmeno che la maglia era stata cambiata.

Da ulteriori studi è emerso che ciò che vale per pettinature, capelli, vale anche per le emozioni: ansia, irritazione, paura.. molte meno persone di quante ci si aspetta, notano le nostre emozioni. Spesso infatti soffriamo di un’illusione di trasparenza, ovvero se ad esempio siamo felici e ne siamo consapevoli, siamo portati a pensare che anche gli altri percepiscano dal nostro volto che siamo felici. Analogamente si tende a sopravvalutare l’entità di gaffe o lapsus sociali. Se ad esempio facciamo scattare l’allarme in biblioteca, ci sentiamo mortificati in quanto pensiamo di aver fatto una brutta figura; le ricerche tuttavia mostrano che ciò per cui ci si preoccupa a dismisura viene a stento notato dagli altri, o subito dimenticato.

In definitiva non dobbiamo essere troppo preoccupati e sentirci frenati o “bloccati”, quando ci troviamo in una situazione sociale che ci espone al possibile giudizio altrui.

La luce di un riflettore può sempre essere spenta da un interruttore.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Trovare la motivazione: il modello delle competenze di successo.

Il modello delle competenze è caratterizzato per essere orientato sul lavoratore e in particolare – come vedremo- sulle sue motivazioni.  Una piccola preliminare annotazione, ci chiede di chiarire cosa siano le competenze. In ambito aziendale, ciò che porta alla definizione delle competenze (ovvero ciò che le risorse, quindi ad esempio gli impiegati, devono possedere per realizzare gli obiettivi prefissati dall’azienda), è la fase in cui si analizzano gli obiettivi, i valori, le modalità operative, definiti nell’ambito della strategia aziendale. Tale modello nasce intorno agli anni 70, dagli studi dello psicologo David McClelland. Ciò che questo modello tenderà ad evidenziare, è che la competenza sia una caratteristica intrinseca  della persona riguardante aspetti motivazionali, capacità, tratti personali e l’immagine di sé. 

Le componenti della competenza di successo si acquisiscono con l’esperienza e si organizzano in maniera gerarchica . Spencer e Spencer usano a tal proposito, una interessante metafora: quella dell’icebearg.  La metafora  ci aiuta a comprendere come le diverse componenti si vadano a distribuire, fino a compattarsi e diventare componenti di successo. Le skills (le capacità cognitive e comportamentali finalizzate alla performance), come la punta dell’icebearg, si trovano sulla superficie (in quanto sono osservabili e più facili da arricchire o modificare sia in relazione alla situazione, che alla maturazione professionale), mentre le motivazioni, l’immagine di sé e i tratti personali sono più profondi (e pertanto più stabili e meno influenzabili).

Immagine e-book Franco Angeli

Ciò che emerge da questa descrizione, è quindi il forte legame esistente tra “mondo personale” e lavorativo, ovvero il fatto che quando una persona si sposta nel “mondo del lavoro” decidendo magari di aderire a valori dell’azienda, non lo farà dimenticando i propri ma cercando (per quanto possibile) di far aderire le due posizioni alla medesima visione.

Un lavoratore che non senta troppa discrepanza tra le motivazioni, l’immagine di sé e i tratti personali, è sicuramente maggiormente efficiente e meno incline ad incorrere in forme cliniche o sub-cliniche di stress lavorativo. https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/12/10/sono-esausto-quando-lavorare-diventa-una-forma-di-disagio-a-tutti-gli-effetti/

Dott.ssa Giusy Di Maio

Non Voglio Uscire.. Non Posso Uscire! Ritiro Sociale e Adolescenza.

Il Ritiro Sociale è una delle forme di disagio più diffuse nel mondo contemporaneo. In particolare riguarda giovani e giovanissimi. Un problema abbastanza serio che spesso si può confondere con il carattere inibito, solitario e timido delle persone che ne soffrono. In qualche modo questo “atteggiamento passivo” verso il mondo viene solitamente giustificato da familiari e conoscenti perché coerente con il modo di fare e relazionarsi che la persona ha sempre avuto. Spesso ci si rivolge ad un professionista per farsi aiutare, quando il comportamento ha già iniziato a cronicizzarsi.
Questo disagio è legato molto da vicino con quello che già da diversi anni riguarda il mondo orientale con il fenomeno degli “Hikikomori” (in giapponese il significato letterale è “stare in disparte”).
Si stima infatti che in Giappone, dove il fenomeno è più radicato, ci siano più di mezzo milione di casi. Ma a quanto pare il fenomeno è in forte sviluppo anche nei paesi occidentali. In Italia ad esempio sono stimati circa 100 mila casi (dati riportati dal sito dell’associazione Hikikomori Italia).

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Le cause del ritiro sociale nei ragazzi sono difficili da schematizzare. Si possono piuttosto riscontrare degli elementi ricorrenti che caratterizzano il vissuto del ragazzo che tende ad isolarsi. Un vissuto di bullismo a scuola, il peso asfissiante della realizzazione sociale, evitamento delle responsabilità che riguardano la crescita, difficoltà nelle relazioni emotive familiari, sostegno emotivo dei genitori carente, carattere introverso e sensibile.
Negli adolescenti il Ritiro Sociale può essere ad esempio un modo concreto, veloce e sicuro per “evitare” in modo definitivo il “giudizio degli altri”, in particolare dei coetanei. Il “come gli altri mi vedono e ciò che dicono di me” può infondere nel ragazzo un senso di inadeguatezza e inutilità pesante come un macigno e difficile da scansare.

“Molti adolescenti soffrono di paure relative alla sfera sociale, quali il timore di essere rifiutati, ignorati, disapprovati, di perdere il controllo delle proprie azioni, di essere criticati di mostrarsi o di parlare in pubblico” .

(Anna Oliverio Ferraris, “Psicologia della Paura”, 2013 )

 

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Per evitare il rischio di rimanere “schiacciati” il ragazzo rifugge all’oggetto fobico principale, gli altri ragazzi, e attua la forma di evitamento più sicura, restare nella sua stanza. Oggigiorno poi, i giovani hanno tutto il necessario nella propria stanza per poter viaggiare, scoprire e conoscere luoghi e persone (computer, tablet, smartphone…) e per avere da “osservatori privilegiati” un contatto con il mondo esterno attraverso la finestra del virtuale.
È utile però sottolineare che generalmente la dipendenza da internet e quella da videogiochi (in particolare online) è solo la conseguenza dell’isolamento sociale e non la causa. Ciò significa che le due problematiche possono coesistere, ma non sempre. Perché, può capitare, che chi cerca l’isolamento sociale nel reale lo vuole e lo ricerca anche nel virtuale. Inoltre, chi attua questo tipo di comportamento, in modo ridondante, affronta tutte le possibilità di socializzazione boicottando se stesso e facendo in modo di perpetuare la propria solitudine.

“Mi sono creato un piccolo mondo in questa piccola stanza.. un mondo mio…ho tutto quello che mi serve…Non posso aprire la porta perché se no mi viene in mente di uscire…ma io non voglio uscire”. (Tratto dal brano “Nun voglio Ascì” – Aldolà Chivalà)

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