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L’infanzia del passivo-aggressivo.

L’approfondimento di oggi ci porta alla scoperta di quella delicatissima fase del ciclo di vita che è l’infanzia. E’ possibile riscontrare delle caratteristiche comuni nell’infanzia di quei bambini che da adulti potrebbero sviluppare un disturbo passivo-aggressivo? Seguendo l’opera di Luigi Cancrini, andiamo alla scoperta delle infanzie infelici (L. Cancrini, 2012).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Educazione sessuale.

Gravidanze Indesiderate e Infezioni Sessualmente Trasmesse.

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Gli adolescenti fanno sesso, accettare che giovani e giovanissimi hanno rapporti sessuali, apre alla questione -spesso- per gli adulti più spinosa, della contraccezione per la prevenzione di gravidanze indesiderate e delle infezioni sessualmente trasmesse.

Per comprendere la questione della contraccezione è utile riportare il modello concettuale five-step process proposto da Byrne (1983) secondo cui l’uso efficace dei contraccettivi sarebbe un comportamento complesso che comprende diverse fasi:

  1. acquisire, elaborare e conservare nella memoria informazioni precise circa il concepimento e le modalità per prevenirlo;
  2. essere consapevoli che avere rapporti sessuali è una possibilità reale;
  3. riuscire ad avere la disponibilità del contraccettivo adeguato;
  4. essere capace di comunicare col partner sia a proposito dell’opportunità che della modalità contraccettiva;
  5. saper utilizzare correttamente il contraccettivo scelto.

Ciascuna di queste fasi prevede l’integrazione di processi cognitivi e affettivi che fanno riferimento sia al contesto socio culturale che al senso di sicurezza.

Gli studi e l’esperienza clinica ci confermano che, accanto ad una buona conoscenza dei rischi insiti nell’attività sessuale, si riscontra spesso una forte resistenza nell’attuare comportamenti sessuali sicuri. In particolare, la sottostima del rischio nei giovani per quanto riguarda la possibilità di contrarre Infezioni o restare incinta, è espressione del sentimento di onnipotenza degli adolescenti, della loro tendenza ad associare la malattia e la gravidanza indesiderata a persone “devianti” e socialmente distanti da sé :

“solo le prostitute o quelli facili, prendono malattie facendo sesso/ No Dottorè.. io mica sono scemo/a, sto sempre attento/a!”

ma anche del loro bisogno di ridurre o addirittura di negare l’ansia associata a questa sfera, così già tanto complessa da gestire.

L’acquisizione della maturità e competenza psicosessuale comporta la capacità di pensare e comprendere il legame esistente tra attività sessuale, procreazione e salute fisica che passa anche attraverso la capacità di “pianificare” quest’ultima. Tuttavia molti adolescenti cominciano ad avere rapporti sessuali prima di aver sviluppato tali competenze e spesso le motivazioni apportate per giustificare le resistenze all’uso dei contraccettivi appartengono proprio alle ansie tipiche di questa delicata fase di vita. Si tratta di timori che vanno assolutamente considerati e contenuti poiché, per la maggior parte dei casi, inerenti l’immagine corporea e la socialità.

Alcuni giovani sono infastiditi dall’idea che la contraccezione possa togliere la spontaneità al rapporto, con particolare riferimento ai metodi quali il profilattico e il diaframma. Le ragazze, nello specifico, temono che la pillola possa interferire con i processi naturali del corpo e portare a spiacevoli controindicazioni fisiche (queste due preoccupazioni appena citate, sembrano travalicare il susseguirsi degli anni presentandosi sempre, nonostante il tempo che passa, come le preoccupazioni maggiormente presentate all’interno dei contesti scolastici).

Altri hanno difficoltà ad accettare la programmazione del rapporto sessuale, soprattutto in concomitanza con le prime esperienze sessuali, dove l’alto contenuto emotivo rende difficile la contemporanea attenzione alla contraccezione.

Per alcuni diventa anche un problema di ordine interpersonale: molti adolescenti sono riluttanti a far conoscere al partner la propria disponibilità al rapporto sessuale: “se porto con me un preservativo, il ragazzo o la ragazza, pensa che io sia uno o una facile! Non posso permettere che questo accada! Io non sono una poco di buono/ io non sono un pervertito!”

predisponendo in anticipo un’adeguata protezione contraccettiva. Resistenze più profonde hanno a che fare, a volte, con una forte ambivalenza nei confronti della gravidanza: infatti alcune adolescenti sono spesso spinte verso la maternità per un inconscio desiderio di confermare la propria femminilità dimostrando che il loro corpo funziona ed è fertile.

L’illusione di invulnerabilità può venire incoraggiata dal fatto che, pur adottando comportamenti a rischio, i giovani non riscontrano immediate conseguenze negative e per questa ragione sono portati a negare la natura rischiosa del loro comportamento.

Diventa centrale, dunque, promuovere una capacità di negoziazione relazionale che si traduce nell’abilità di esprimere e far rispettare con coerenza le proprie scelte e preferenze sessuali, ponendo le basi per un rapporto che si articola su un piano di rispetto reciproco e di accettazione delle diverse scelte di vita.

L’Italia è ancora una volta fanalino di coda; se in alcuni paesi Europei l’educazione sessuale è materia curricolare, in tanti altri paesi è normale che vi sia un team di esperti (psicoterapeuta e ginecologo), pronti a contenere dubbi e incertezze dei bambini e adolescenti (è possibile fare progetti di educazione sessuale a partire dalla scuola primaria).

Contrariamente a quanto la maggior parte dei benpensanti immagini, inserire l’educazione sessuale a scuola non vuol dire spingere i nostri bambini o adolescenti verso comportamenti a rischio o verso ipotetiche perversioni; la validità (studi alla mano) di questi progetti è proprio l’inverso di quello che insegnanti e genitori ci portano, nella maggior parte dei casi, come problema: parlare di sesso non invoglia necessariamente a fare più sesso.

Parlare di sessualità (la sessuologia è molto lontana da quanto il pensiero comune, complice le piattaforme social, ha portato a pensare), apre ad un maggior dialogo con se stesso e l’altro. I ragazzi comprendono come sono “fatti e funzionano”, citando una ragazza che finalmente comprese l’ovulazione; li aiuta a comprendere cosa sia “una relazione sana e non abusante”, citando un ragazzo. I bambini possono comprendere che “M/F” sono due letterine che non identificano necessariamente ciò che senti di essere.

E così via.

La società non è un organismo statico e i nostri ragazzi non vanno più abbandonati ma vanno ascoltati, contenuti, educati e protetti.

La conoscenza protegge: come il preservativo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Piccoli delinquenti: fenomeni delinquenziali in adolescenza. Psicopatologia.

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Il titolo “piccoli delinquenti” è stato usato, da chi scrive non con l’intento (del tutto lontano dal proprio agire) di etichettare, quanto per evidenziare una componente spesso sottovalutata -che va invece considerata- quando ci approcciamo al lavoro con l’adolescente deviante.

L’approfondimento odierno mira ad evidenziare il legame (possibile), esistente tra disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio. Come detto in un precedente approfondimento, non vi è una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati ma un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e traumi subiti.

Oggi presenterò all’attenzione del lettore l’opera di Bowlby, il cui contributo si è reso fondamentale non solo per lo studio e la comprensione della teoria dell’attaccamento, ma anche per la comprensione dei fenomeni delinquenziali negli adolescenti.

L’autore evidenziava come il legame di attaccamento del bambino alla madre fosse un’esperienza primaria non solo per via della gratificazione dei bisogni fisici e psicologici apportata dalla madre al bimbo, ma anche perché costituiva una funzione biologica di protezione (Bowlby, 1979). Era in virtù di questo legame che i bambini reagivano alla perdita del referente materno – a seguito dell’instaurarsi di un attaccamento affettivo – manifestando un vero e proprio lutto.

Per quanto concerne, invece, il disagio giovanile e la devianza sociale le idee di Bowlby hanno cominciato a costruirsi nel suo studio intitolato Forty-four juvenile thieves (1944), nel quale si prefiggeva di studiare e valutare le possibili connessioni fra la delinquenza e quello che definì “il carattere anaffettivo”.

In tale contesto egli osservava che ben il 40% dei soggetti delinquenti presentava un vissuto di lunghe separazioni – sei mesi o più – dalle madri naturali o adottive nei primi cinque anni di vita, a fronte del solo 5% di incidenza a delinquere nei soggetti (del gruppo di riferimento) che non avevano vissuto quella esperienza. Partendo da questa osservazione Bowlby (1944) individuava due principali fattori di potenziale valenza eziologica:

  1. Il primo era la separazione stessa: “In tal modo il fattore essenziale che tutte queste
    separazioni hanno in comune è che, durante il primo sviluppo delle sue relazioni
    d’oggetto, il bambino viene improvvisamente spostato e sistemato con estranei.
    Egli viene strappato via dalle persone e dai luoghi che gli sono familiari e che ama
    e messo con persone ed in ambienti che sono sconosciuti ed allarmanti.”*
  2. Il secondo fattore era la “inibizione ad amare causata dalla rabbia e da fantasie
    che erano l’effetto della rabbia”**
    . La rabbia, spesso associata a distruttività,
    rappresentava l’agito del bambino all’assenza dei genitori.
    Come già osservato
    dalla Klein prima e da Bion poi, il genitore è una presenza rassicurante in grado di
    mediare fra le pulsioni negative e la realtà, ma se egli è assente, o peggio è egli
    stesso aggressivo e violento, nel bambino continuano ad albergare fantasie di odio e vendetta che possono successivamente esplodere nel comportamento delinquenziale:
    “La determinazione a tutti i costi di non rischiare ancora una volta
    la delusione e la rabbia e gli struggimenti conseguenti, che può derivare dal voler
    tanto qualcuno e non essere capace di averlo […] una politica di autoprotezione
    contro i colpi e le frecce delle proprie emozioni turbolente”.***

Bowlby trovò conferma alle proprie intuizioni, rafforzandole, nel corso della sua esperienza alla Child Guidance Clinic, presso la quale ebbe modo di effettuare vari studi retrospettivi partendo dalle esperienze vissute da bambini e adolescenti lì ricoverati. Successivamente arricchì il suo pensiero attraverso i risultati di numerose osservazioni condotte su bambini separati dai loro genitori. Egli sosteneva che i bambini -soprattutto se istituzionalizzati a partire da una età inferiore ai sette anni – privati della cura e dell’affetto materno potevano presentare una seria compromissione del loro sviluppo fisico, intellettuale, emozionale e sociale. Osservava poi come i minori con un’età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni reagissero al distacco dalla madre con una protesta, cui seguiva la disperazione che, infine, sfociava nell’apatia.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Bowlby, J (1944) Forty-four juvenile thieves: their characters and home-life. Int J Psychoanal 25:19-53, 107-128
**Ibidem ***Ibidem

La storia di un Narcisista: Disturbo Narcisistico di Personalità.

Attraverso la storia di un paziente (tutti i dati sensibili saranno opportunamente camuffati al fine di proteggere il cliente, secondo quanto espresso dagli articoli in merito al segreto professionale e alla tutela del cliente, ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi) scopriamo insieme che cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità.

Quali sono i tratti principali del disturbo narcisistico di personalità?

Come si comporta un narcisista o una narcisista nella sua relazione?

E’ possibile procedere con un supporto psicologico o con una psicoterapia?

Ma soprattutto il narcisista si rende conto della sua condizione clinica?

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

La Disforia di Genere.

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Criteri diagnostici:

La Disforia di Genere (DG) in età evolutiva rappresenta una tematica di crescente interesse che elicita controversie e dibattiti sia in ambito clinico che sociale; si tratta, infatti, di una tematica che vede una commistione di problematiche legate alla censura morale, a presunte questioni etiche o culturali.

Con l’espressione Disforia di Genere si vuole sia sottolineare la componente emotiva dolorosa e angosciante legata al genere di nascita che ridurre la portata patologizzante della diagnosi (De Cuypere et al. 2010; Knudson et al. 2010; Zucker et al. 2013).

Di seguito i criteri diagnostici secondo il DSM 5 (APA, 2013):

Disforia di Genere nei Bambini

A. Marcata incongruenza tra genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno sei dei seguenti criteri (di cui uno deve essere A1):

1. un forte desiderio di appartenere al genere opposto o insistenza sul fatto di appartenervi;

2. una forte preferenza per l’abbigliamento del genere opposto e resistenza ad indossare quello del genere assegnato;

3. una forte preferenza per i ruoli tipicamente assegnati al genere opposto nei giochi del “far finta” o di fantasia;

4. una forte preferenza per giocattoli, giochi o attività tipicamente assegnati al genere opposto;

5. una forte preferenza per compagni di gioco del genere opposto;

6. un forte rifiuto per giocattoli, giochi o attività tipici del genere assegnato;

7. una forte avversione per la propria anatomia sessuale;

8. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere esperito.

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Disforia di Genere negli Adolescenti e negli Adulti

A. Una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno due dei seguenti criteri:

1. una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (o, nei giovani adolescenti, le caratteristiche sessuali secondarie attese);

2. un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa di una marcata incongruenza con il genere esperito/espresso (o, nei giovani adolescenti, un desiderio di impedire lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie attese);

3. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere opposto;

4. un forte desiderio di appartenere al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

5. un forte desiderio di essere trattato come appartenente al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

6. una forte convinzione di avere i sentimenti e le reazioni tipici del genere opposto (o di un genere alternativo diverso dal genere assegnato).

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Specificare se:

Post-transizione: L’individuo è passato a vivere a tempo pieno il genere desiderato (con o senza riconoscimento legale del cambiamento di genere) o si è sottoposto (oppure si sta preparando a sottoporsi) ad almeno una procedura medica cross-sex o a un regime di trattamento con ormoni cross-sex o un intervento chirurgico di riassegnazione del genere che conferma il genere desiderato (ad esempio, penectomina, vaginoplastica in un individuo nato maschio; mastectomia o falloplastica in un individuo nato femmina).

La presenza di interessi tipici del sesso opposto è un fenomeno che si manifesta sia nel corso del normale sviluppo (Sandberg et al., 1993; Linday, 1994) sia quando i normali processi evolutivi vengono perturbati. Non di rado accade che interessi o comportamenti tipici del sesso opposto, rappresentano solo una breve fase di transizione (soprattutto nel bambino intorno ai due anni.) In altri casi indicano una “flessibilità di genere” e, in altri casi ancora, rappresentano un segnale di sofferenza intensa e possono dare l’avvio a serie difficoltà emotive che porteranno a disturbi duraturi (Coates e Cook, 2001).

La diagnosi si basa sul grado in cui si manifestano i comportamenti e i desideri cross-gender e sul ruolo che essi hanno nel funzionamento adattivo del bambino. In tal senso, la DG è distinta dall’anticonformismo rispetto ai comportamenti stereotipati del ruolo sessuale. Singoli comportamenti dell’altro sesso non si manifestano mai isolati nella DG e non sono mai passeggeri. Una volta stabilizzati, i sintomi evolvono di pari passo con lo sviluppo del bambino. Tale condizione può persistere o meno anche in età adolescenziale e adulta. Lo sviluppo dell’identità di genere è molto plastico e malleabile nei bambini mentre in adolescenza il senso di sé relativo al genere si consolida, irrigidendosi, e negli studi di follow-up effettuati su adulti con diagnosi di DG in adolescenza si riscontra infatti un alto tasso di persistenza del disturbo (Zucker, 2005).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Disturbo schizoide di personalità: infanzia. PODCAST.

Il disturbo schizoide di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di distacco e disinteresse generale nelle relazioni sociali e da una gamma limitata di emozioni nei rapporti interpersonali.
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta del disturbo schizoide di personalità, con particolare attenzione all’infanzia di quei bambini che potrebbero sviluppare un disturbo schizoide di personalità.
Mettiti comodo, buon viaggio e buon ascolto

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il sintomo psicosomatico.

Nausea ricorrente, mal di pancia che sembra non avere una spiegazione..

Prurito..

Che cos’è il sintomo psicosomatico? Cos’è la #psicosomatica?

Il nostro approfondimento di oggi, ci porta alla scoperta della psicosomatica. Come si potrebbe interpretare il sintomo psicosomatico? Quale il suo possibile significato?

Buona visione.

(Grazie).

Dott.ssa Giusy Di Maio

“It doesn’t even matter…”

“Cosa dovrei fare di quel che sono e di quel che mi accade? Continuo a dirmi che Hey non importa! Segui un po’ quello che succede, vedi un po’ come va eppure -alla fine- torno sempre allo stesso punto: crollo! Sa Dottoressa, a 35 anni mi sembra di stare seduto davanti la tv come nelle case di riposo, ha presente il nonno dei Simpson? Esatto.. Non so dove cominci la fine dello spettacolo e dove inizi la vita vera oppure non so, l’inverso..

Certe volte mi stupisco dei miei stessi pensieri tanto da non riuscire più a capire se siano miei oppure no. Ultimamente non so nemmeno se mi interessi sapere la realtà delle cose; 2 anni di pandemia sono stati troppo, per me.

Una convivenza appena iniziata e finita ancor prima di potersi chiamare tale “vivere con”… poi scopri che quella era solo una sconosciuta e quindi con chi vivevi? Sempre e solo con te stesso. Un lavoro osceno fuori regione, al freddo degli affetti e del clima e ti trovi a rimpiangere lo stronzo che sei stato che è voluto andare via solo per fare il figo e dire -Io sono qui, e voi? Guardate come sono realizzato!- Ho scoperto però che lo sfigato ero io che sono soltanto scappato perché di certi bias culturali mica ci si libera facilmente.

Allora?

Cosa importa/Non importa..

Ci ho provato e sono caduto ma non ero pronto ad una caduta che fosse uno schianto in totale assenza di terreno, in effetti è di questo che si tratta: mi sento in costante caduta libera.

Me lo offre un paracadute di emergenza?

Ma devo tirarla io la leva di attivazione?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Ogni informazione personale è stata pertanto opportunamente camuffata.