Non Voglio Uscire.. Non Posso Uscire! Ritiro Sociale e Adolescenza.

Il Ritiro Sociale è una delle forme di disagio più diffuse nel mondo contemporaneo. In particolare riguarda giovani e giovanissimi. Un problema abbastanza serio che spesso si può confondere con il carattere inibito, solitario e timido delle persone che ne soffrono. In qualche modo questo “atteggiamento passivo” verso il mondo viene solitamente giustificato da familiari e conoscenti perché coerente con il modo di fare e relazionarsi che la persona ha sempre avuto. Spesso ci si rivolge ad un professionista per farsi aiutare, quando il comportamento ha già iniziato a cronicizzarsi.
Questo disagio è legato molto da vicino con quello che già da diversi anni riguarda il mondo orientale con il fenomeno degli “Hikikomori” (in giapponese il significato letterale è “stare in disparte”).
Si stima infatti che in Giappone, dove il fenomeno è più radicato, ci siano più di mezzo milione di casi. Ma a quanto pare il fenomeno è in forte sviluppo anche nei paesi occidentali. In Italia ad esempio sono stimati circa 100 mila casi (dati riportati dal sito dell’associazione Hikikomori Italia).

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Le cause del ritiro sociale nei ragazzi sono difficili da schematizzare. Si possono piuttosto riscontrare degli elementi ricorrenti che caratterizzano il vissuto del ragazzo che tende ad isolarsi. Un vissuto di bullismo a scuola, il peso asfissiante della realizzazione sociale, evitamento delle responsabilità che riguardano la crescita, difficoltà nelle relazioni emotive familiari, sostegno emotivo dei genitori carente, carattere introverso e sensibile.
Negli adolescenti il Ritiro Sociale può essere ad esempio un modo concreto, veloce e sicuro per “evitare” in modo definitivo il “giudizio degli altri”, in particolare dei coetanei. Il “come gli altri mi vedono e ciò che dicono di me” può infondere nel ragazzo un senso di inadeguatezza e inutilità pesante come un macigno e difficile da scansare.

“Molti adolescenti soffrono di paure relative alla sfera sociale, quali il timore di essere rifiutati, ignorati, disapprovati, di perdere il controllo delle proprie azioni, di essere criticati di mostrarsi o di parlare in pubblico” .

(Anna Oliverio Ferraris, “Psicologia della Paura”, 2013 )

 

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Per evitare il rischio di rimanere “schiacciati” il ragazzo rifugge all’oggetto fobico principale, gli altri ragazzi, e attua la forma di evitamento più sicura, restare nella sua stanza. Oggigiorno poi, i giovani hanno tutto il necessario nella propria stanza per poter viaggiare, scoprire e conoscere luoghi e persone (computer, tablet, smartphone…) e per avere da “osservatori privilegiati” un contatto con il mondo esterno attraverso la finestra del virtuale.
È utile però sottolineare che generalmente la dipendenza da internet e quella da videogiochi (in particolare online) è solo la conseguenza dell’isolamento sociale e non la causa. Ciò significa che le due problematiche possono coesistere, ma non sempre. Perché, può capitare, che chi cerca l’isolamento sociale nel reale lo vuole e lo ricerca anche nel virtuale. Inoltre, chi attua questo tipo di comportamento, in modo ridondante, affronta tutte le possibilità di socializzazione boicottando se stesso e facendo in modo di perpetuare la propria solitudine.

“Mi sono creato un piccolo mondo in questa piccola stanza.. un mondo mio…ho tutto quello che mi serve…Non posso aprire la porta perché se no mi viene in mente di uscire…ma io non voglio uscire”. (Tratto dal brano “Nun voglio Ascì” – Aldolà Chivalà)

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Ricaricare le vitamine: il Vitamin Model di Warr.

Con l’ingresso ufficiale nella stagione autunnale, possiamo considerarci (salvo alcuni fortunati) tutti ritornati agli impegni quotidiani, primo fra tutti: il lavoro. Il ritorno a ritmi frenetici e pressanti, così come il doversi destreggiare tra le continue richieste familiari, lavorative e individuali, comporta il dover attuare il più precocemente possibile, strategie che aiutino a limitare o gestire l’inevitabile stress correlato prima che questo cresca a tal punto, da rendere difficile gestire anche la più semplice delle attività quotidiane.

 

 

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“L’urlo” Edvard Munch. Fonte immagine Google.

Dallo stress lavorativo al benessere psicologico.

Attualmente si intende con stress-lavoro-correlato, una risposta psicofisica che occorre quando le richieste del lavoro superano le risorse o capacità del lavoratore di farvi fronte”. Gli elementi considerati sono:

1)le richieste del lavoro (stressors)

2)la risposta psicofisica (strain o outcome)

3)le caratteristiche della persona (che attenuano o rafforzano la relazione tra stressors e strain)

A tal proposito, la persona che si trova a dover fronteggiare un periodo di stress molto forte, può manifestare una vastità di malesseri che interessano tre domini differenti. Si possono pertanto manifestare:

  1. Reazioni psicologiche (irritabilità, tensione, disturbi del sonno)
  2. Reazioni fisiche (disturbi gastrointestinali, spiccato aumento o perdita di peso, allergie)
  3. Reazioni comportamentali (uso di alcool, tabacco o droghe, disturbi nella sfera sessuale).

Peter B. Warr (1987), ci ha fornito un modello in cui sostiene che il benessere psicologico sia da definire innanzitutto in termini affettivi, ovvero sulla base del tipo di emozioni esperite.

La metafora delle vitamine.

Il benessere psicologico è descritto sulla base di due dimensioni:

  • La piacevolezza dell’esperienza
  • I livelli di attivazione mentale (arousal)

Dall’incrocio di queste due dimensioni, si generano quattro stati affettivi: ansia, depressione, comfort ed entusiasmo, i quali a loro volta si differenziano in stati affettivi ancor più specifici. Warr specifica poi che per comprendere ulteriormente il benessere psicologico, sia necessario specificare la sfera di vita interessata. Secondo l’autore il primo livello è la vita in generale (free context, indipendente dal contesto) che comprende dei livelli ancor più specifici come la sfera lavorativa, la sfera familiare, quella del tempo libero e del sé. Ognuna di queste sfere può essere caratterizzata da un grado di benessere del tutto particolare. Secondo Warr il benessere sperimentato dipende sia dalle caratteristiche dell’ambiente che della persona. Per quanto concerne l’ambiente (specie quello lavorativo), Warr individua dodici fattori che concorrono a determinare il grado di benessere: 1)opportunità di controllo personale; 2)opportunità per l’utilizzo delle competenze possedute; 3)obiettivi generati esternamente; 4)varietà; 5)chiarezza ambientale; 6)contatto con gli altri; 7)disponibilità di denaro; 8)sicurezza fisica; 9)posizione sociale ben riconosciuta; 10)supporto dei superiori; 11)opportunità di sviluppo di carriera; 12)equità. L’influenza di questi fattori non è sempre uguale, ed è qui che Warr utilizza la metafora delle vitamine.

Le dodici vitamine.

I fattori in precedenza citati sono paragonati dall’autore alle vitamine e agli effetti che queste provocano nel nostro organismo.

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relazione tra dimensioni lavorative psicosociali e benessere: il modello di Peter Warr, 1987. Fonte Google.

I fattori dal 7 al 12, sono paragonati alle vitamine C ed E (constant effect) in quanto un sovradosaggio non causa problemi all’organismo; i fattori dall’1 al 6 sono paragonati alle vitamine A e D (additional decrement) il cui sovradosaggio può invece causare danni all’organismo.

Pertanto, com’è facilmente intuibile, l’ideale consiste nell’avere un equilibrio tra “le vitamine”, ma in che modo? Innanzitutto creando una buona rete di supporto sia all’interno dell’organizzazione lavorativa, che in quella familiare. Una buona rete consente infatti:

  • una migliore suddivisione dei compiti (il che comporta che tutti si sentano parte di un sistema più ampio, tenuto insieme proprio dal singolo apporto specifico. Il beneficio che il soggetto prova è nel non sentirsi un semplice anello di una catena di cui non si conoscono né l’inizio né la fine, ma viceversa, una parte attiva)
  • una migliore gestione dello stress (quindi un miglior adattamento psicofisico del soggetto)
  • la possibilità di fare squadra, intessendo solide relazioni con i propri colleghi.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il suono del silenzio.

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818. (Immagine Google).

 

In un’epoca in cui sembra che l’unico modo per far valere il proprio pensiero o la propria opinione, sia urlare; in un momento storico in cui sembra che l’unico mezzo per dire “io ci sono”, sia prevaricare sull’altro utilizzando toni sempre più accesi, desidero condividere con voi un aneddoto accaduto durante una lezione universitaria.

Un giorno di un Maggio caldo e afoso, durante una lezione di Teorie e tecniche del colloquio clinico, la docente (già piuttosto abile a mantenere alto l’interesse durante le lezioni), col suo caratteristico tono calmo e lento, rese la lezione ancor più interessante ponendo un quesito dalla risposta tutt’altro che scontata.

“Immaginate che arrivi da voi un paziente, e che questo paziente, nonostante sia venuto di sua spontanea volontà: non parli” . Che fareste?

Fu così che alla quiete e a quella sensazione quasi di ovattato, si sostituì un brusio sempre più forte, che giunse al culmine con gli interventi dei colleghi. Alcuni sostenevano l’importanza di insistere sul perché il paziente di turno non parlasse, giungendo persino a sostenere di dover somministrare dei test per valutare il livello della sua “comprensione verbale”; altre risposte molto gettonate furono “demenza, psicosi, disturbo dello spettro autistico…”. La vastità delle risposte possibili, fu interrotta dall’intervento della professoressa che – con tutta la pacatezza possibile – rispose “non dovete fare nulla”, dovete “imparare ed essere capaci di tollerare la confusione dell’altro”.

Imparare il (e dal) silenzio: il silenzio del suono.

“(…) Forse preferisce restare in silenzio qui con me. Il terapeuta trasmette così non solo l’accettazione del silenzio, ma anche un messaggio che il paziente non è solo durante il silenzio”. Glen Gabbard

Ciò che stava succedendo nell’aula precedentemente citata, era dare per scontato che le persone siano tutte uguali, e che un silenzio non ne differisce da un altro, in quanto semplicemente silenzio. Quanto appena detto, è per forza di cose non corretto; non esistono (infatti)  “le persone”, ma tutto un complesso di vissuti, eventi e substrati psichici che fanno sì che ogni persona sia unica e diversa. Ciò comporta che ciascuno elabori (ad esempio) un evento, sulla base di una complessa rete di processi psichici (per lo più inconsci) che restituiranno di quell’evento una traccia mnestica interpretata dallo specifico soggetto a cui è capitata[1]. “Un periodo di silenzio può essere il contributo più positivo che il paziente può offrire”[2], il terapeuta infatti potrà cogliere questa occasione per spostare la propria attenzione dal contenuto delle comunicazioni e associazioni del paziente (compreso ciò che non viene detto), per dare importanza ai comportamenti del paziente, a come questo entra o esce dalla stanza, alla gestualità o la postura, dettagli che consentono di portare alla luce le fantasie inconsce del paziente.[3]

Un silenzio non è mai completamente “silenzioso”.

Per quanto silenzioso, triste o scontroso, l’essere umano non è mai completamente silenzioso. Una persona parla, dice e racconta… può riempirci di parole quando ha paura di sentirsi vuota o può “sembrare vuota” quando invece si sente talmente piena da non sapere da dove iniziare. Parole confuse, frammentarie o non dette, “ci parlano” analogamente a discorsi veloci, rapidi e snelli.

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Non resta che strizzare ancora l’occhio alla musica, per concludere circa l’importanza del silenzio.

Il compositore d’avanguardia John Cage, ha composto un brano per orchestra “4 minuti e 33 secondi”, proponendo agli ascoltatori 4 minuti di silenzio .  Di seguito un frammento su quanto scrive Cage, a proposito della difficoltà nel comprendere il suo brano, “(…) poiché non erano capaci di ascoltare (…) Si sentiva il vento sibilare fuori dalla finestra, la pioggia tamburellare sul tetto, e il mormorio delle persone sorprese”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

John Cage

 

 

[1] Ciò aiuta a comprendere perché ad esempio persone testimoni di un medesimo evento, ne diano spesso un racconto differente.

[2] Cfr., “Sviluppo affettivo e ambiente, Donald W. Winnicott, Armando Editore, 2000.

[3] Cfr.,Diomira Petrelli, Fantasia inconscia, l’organizzazione mentale precoce secondo Susan Isaacs, Prima edizione, Marzo 2007, Il pensiero scientifico editore.

 

IL MIGRANTE SFUGGENTE.

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Il tema della migrazione si presenta oggi come fortemente attuale e connotato da profonde sfumature. Si tratta di un fenomeno che appartiene all’uomo dai primordi della sua esistenza, da quando – in sostanza- l’uomo primitivo ha incominciato circa 120 mila anni fa, a compiere delle incursioni dal continente Africano.[1] Il cambiamento che determinò una sorta di “arresto” del transito migratorio fu il passaggio, attraverso il periodo che prende il nome di Mesolitico (età della pietra di mezzo), dal Paleolitico (età della pietra antica) al Neolitico (età della pietra nuova).

Perché il richiamo alla storia?

Citare fonti storiche, può aiutarci a comprendere il motivo per cui l’essere umano ha attuato degli spostamenti “fisici”, evidenziando come questi, siano stati principalmente effettuati per migliorare la propria condizione (il periodo, infatti, del Neolitico attesterà il passaggio dell’uomo dalla condizione di nomade a sedentario, poiché egli poteva adesso contare sulla coltivazione dei campi e sull’allevamento del bestiame), si trattava pertanto d’innovazioni che avevano aumentato notevolmente la qualità della vita dell’uomo.

La difficoltà nel parlare di migrazione.

Per quanto, come precedentemente detto, il fenomeno migratorio sia profondamente attuale, è ancora piuttosto difficile affrontare il tema, soprattutto perché questo è attualmente oggetto di “incontri/scontri” tra fazioni politiche, le quali spesso dimenticano che essendo tutti discendenti dell’homo sapiens, siamo marchiati “ab origine”, come migranti.

 

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La Danza”, Matisse.

Il fenomeno sfuggente.

J.P. Raison, riferisce alla migrazione come un fenomeno sfuggente: “.. è strutturalmente sfuggente, in quanto zona di passaggi, di trasformazioni, di cambiamenti dagli esiti incerti” . Pertanto, la difficoltà nel comprendere il fenomeno migratorio, risiede nel suo essere in completo divenire, nell’essere qualcosa difficile da contenere; un qualcosa che ancora non è e che sarà, o che è già stato e non è più. L’accezione “seconda generazione”, nella sua sterilità, indica come “la qualità dell’essere immigrato, permanga attraverso le generazioni, e venga mantenuta attraverso la discendenza, anche quando si tratta a tutti gli effetti di bambini nati nel paese di accoglienza”[1]. Risulta quindi paradossale che –specie in alcune fazioni politiche-, venga fortemente fatto leva sul concetto di integrazione, mantenendo al contempo una distanza “dal fenomeno”, utilizzando un semplicistico etichettamento. Renè Kaës ritiene che: “è così che veniamo al mondo, attraverso il corpo e attraverso il gruppo, e il mondo è corpo e gruppo”[2]; ma cosa diventa e come si modifica, nell’ambito del fenomeno migratorio, il corpo e il gruppo di appartenenza?

Il ruolo del corpo nella migrazione e nelle seconde generazioni.

La pelle che riveste il corpo, funge sia da protezione che da filtro; filtro il cui compito è mantenere un equilibrio omeostatico tra l’ambiente esterno e interno. La pelle diviene pertanto luogo in cui trasferire e far emergere quella frattura (difficilmente riconosciuta) intrapsichica, costituita da quel buco nell’origine, spesso colmato con la mimesi[3]. Al “cosa sono io?”, “chi sono io?”, a quel significante enigmatico costituito da un colore della pelle diverso, si sostituiscono ad esempio, trattamenti come lo sbiancamento della pelle, attuati probabilmente per porre fine a quella eco, che difficilmente trova risposta in un “questo sei tu”. La madre quindi non può guardare il proprio bambino restituendogli quell’immagine che dovrebbe identificarlo, questo perché tale immagine dovrebbe essere simbolicamente intessuta. Finché la madre resta nel proprio sistema culturale può, infatti, svolgere la propria funzione di portaparola (Cfr., V. De Micco, Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori, p, 37); funzione resa invece complessa allorché la stessa madre si sente lontana e straniera a se stessa, quando ella si sente spogliata del proprio sistema simbolico, e sente di “non poter affiliare il proprio stesso bambino al suo lignaggio ovvero sia alla catena delle proprie appartenenze simboliche, di assegnarlo al posto di proprio discendente” [1] . Ne deriva quindi che il mondo perde la propria “ovvietà”, diventando oscuro e sconosciuto; un mondo dove anche la più semplice delle azioni quotidiane, risulta enigmatica e dove il “colore della pelle rende questi bambini contemporaneamente più nudi e più opachi degli altri, insieme sovraesposti e invisibili”[2]. Per il bambino è difatti “impensabile che il suo genitore, supporto nella sua prima infanzia dei suoi ideali, dei suoi investimenti, delle sue proiezioni, sia alle prese con dei conflitti intrapsichici[3],conflitti che se non adeguatamente supportati, creeranno una “falla transgenerazionale”, che terminerà nel non riconoscimento da parte dei genitori dei propri figli, che diventeranno estranei ai loro occhi, figli “né di questo, né dell’altro paese”.

Il trauma culturale.

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Bambini migranti

E’ interessante notare come connesso al fenomeno della migrazione, vi sia il concetto di “trauma culturale” dove “la possibilità di costruire una memoria individuale del transito migratorio, passa attraverso la necessità di trovare strumenti di rappresentabilità culturale e psichica del proprio trauma migratorio”(Cfr., V. De Micco, Dal trauma alla memoria Il ‘gruppo interno ’ tra origine e appartenenza in bambini migranti), questo vuol dire che se non avviene una personale elaborazione del proprio trauma, non è possibile costruire una memoria dell’evento stesso, memoria che potrà essere trasmessa alle future generazioni (ad esempio con l’ausilio del racconto); memoria che potrà fungere da ponte tra ciò che si è stato, si è, e si potrebbe essere.[1] Se –come Derrida sosteneva-, lo “straniero si trova già dentro,”[2] la questione dell’incontro (che spesso si tramuta in scontro) con l’altro (un altro bisognoso di cure), riporta l’individuo a dover fare i conti con la propria inquietante estraneità[3]. Come un infans che innanzi allo specchio ha bisogno della parola fornita dal sostegno umano, per dare senso all’immagine che la superficie riflettente gli rimanda (immagine che si scontra con una frammentazione interna), così innanzi a quello straniero che “percorre nella sua migrazione strade che lo trasformano in una maschera la cui apparizione lascia intravedere la familiarità di una faccia che ritorna”[4],le popolazione autoctone, di fronte a “quell’inquietante”, al riflesso restituito da “quegli occhi”, si trovano spiazzati e spaesati, incapaci probabilmente di poter accettare che almeno una volta, siamo stati tutti stranieri[5]. Dal canto loro, in quell’incertezza “del chi sono io”, di cui quasi quotidianamente fanno “conoscenza” le seconde generazioni, incertezza che fa sentire in bilico, costantemente come sotto l’influsso di una vertigine, non resta che fare come il protagonista di “un’idea”, che innanzi a un dubbio risponde con un “(..) resta lì, di nuovo assorto, opacamente, in quella sua singolare attesa”.[6]

Dott.ssa Giusy Di Maio

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“La riproduzione vietata”, Magritte.

[1] A proposito della memoria, può essere interessante far ricorso al cinema, citando il film “Ogni cosa è illuminata”, 2005, Liev Schreiber, trasposizione cinematografica dell’omonimo libro autobiografico di Jonathan Safran Foer. Si tratta di un film ricco di particolari e suggestioni che narra la storia di Jonathan, giovane ebreo statunitense, che decide di compiere un viaggio a ritroso sulla scia della propria storia familiare, partendo dagli Stati Uniti, per giungere in Ucraina. Il protagonista si trova a vivere, rivivere e agire, la storia e il trauma familiare (tema centrale sarà la Shoah); come un archeologo, scavando alla ricerca delle proprie origini, Jonathan elabora il lutto accendendo una luce su un passato tenuto per troppo tempo al buio.

[2] Galiani R. (2009), La faccia dell’estraneo, il volto dello straniero. In Psicoterapia Psicoanalitica, p. 18

[3] Ibidem

[4] Ibidem, p,21

[5] Si pensi alla nascita, in cui (per quanto memoria cosciente non ve ne sia), abbiamo tutti affrontato un viaggio che ci ha portati in terra sconosciuta.

[6]Luigi Pirandello, “Un’idea”, Novelle per un anno, a cura di Mario Costanzo, Premessa di Giovanni Macchia, I Meridiani vol. III, Arnoldo Mondadori editore, Milano1990.

[1] Cfr., V. De Micco, Dal Trauma alla Memoria. Il ‘gruppo interno ’ tra origine e appartenenza in bambini migranti, in “Funzione gamma. Tecniche di ricerca e psicologia di gruppo”, rivista telematica scientifica dell’Università “La Sapienza” Roma, numero monografico su “Gruppo e migrazioni”, marzo

2011, http://www.funzionegamma.edu

[2] Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 42, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

[3] Micheline Enriquez, “Delirio in eredità”, p. 115, in Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it. Borla, Roma, 1995

[1] Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 32, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

 

 

[2] Kaës R., Faimberg H., Enriquez M., Baranes J.J. (1993), “Introduzione: Il soggetto dell’eredità” p. 20, in Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it. Borla, Roma, 1995

[3] Ritengo a tal proposito interessante, richiamare a quanto accaduto con una sentenza della Cassazione (15/05/2017). E’ bene precisare che l’intento non è esprimere un giudizio, quanto piuttosto riflettere su un dato. La Cassazione si è espressa (in merito ad un caso che, per ragioni di spazio, non citerò) sostenendo che “i migranti devono conformarsi a nostri valori, poiché non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori porti alla violazione di quelli della società ospitante”. Sarebbe interessante riflettere sull’accezione “attaccamento ai propri valori, e società ospitante”. http://www.repubblica.it

[1] Cfr. “L’uscita dell’uomo dall’Africa iniziò 60 mila anni prima di quando credessimo” ,da www.focus.it/scienze,

 

 

L’Immigrato allo specchio

Viviamo un periodo storico in cui sembra che quasi tutta l’attenzione mediatica politica e sociale, è rivolta alle migrazioni. Addirittura alcuni partiti politici italiani, europei e statunitensi per ottenere consensi, hanno incentrato gran parte delle loro campagne elettorali degli ultimi anni su questa tematica, tendendo sostanzialmente a stigmatizzare lo straniero, l’immigrato e premendo su quella che pare essere una paura “antica”delle persone, la paura del nuovo, del diverso, dello sconosciuto.
Probabilmente conoscere alcune dinamiche psicologiche che caratterizzano l’esperienza migratoria, dal punto di vista del migrante e dal punto di vista di chi “accoglie” gli immigrati, potrebbe aiutarci a essere meno estranei all’estraneo.

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Tendenzialmente, quando il fenomeno migratorio diventa “evidente e ingombrante”, perché invade i nostri luoghi di convivenza sociale, ci sentiamo smarriti e spaesati e ci rintaniamo in una posizione difensiva alzando alte barriere di pregiudizi rafforzati da collanti di moralismi e idee nazionalistiche.

 

“…l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno”. ( “L’Altro” Ryszard Kapuscinski  ).

Siamo portati ad allontanarci, come in una reazione difensiva, dalla possibilità di comprendere le ragioni e le sofferenze che sottendono gran parte delle migrazioni e dell’esperienza migratoria. La paura dello sconosciuto determina chiusure e fughe.

“Notiamo che il concetto di altro è sempre del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo.” … “ In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me ….” (“L’Altro” Ryszard Kapuscinski).
L’esperienza del migrante è complessa e dolorosa, è fatta di distacchi improvvisi, di pericolosi viaggi, di esperienze nuove e tragiche, di fame, sete, sfruttamento, di traumi e violenze. È segnata inoltre da diversi passaggi emotivamente molto dolorosi: la partenza con lo sradicamento dalla terra d’origine, il viaggio, l’arrivo in una terra nuova e il difficile inserimento nel nuovo contesto sociale.

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L’emigrazione inoltre coinvolge diversi aspetti psicologici ed emotivi. La paura della separazione, il senso di abbandono, la solitudine, l’incontro con lo sconosciuto, lo scontro con una nuova lingua. La sensazione di impotenza di fronte la possibilità di non poter comunicare è ciò che inizialmente angoscia di più. Lo stesso Freud durante il suo esilio a Londra provò sulla sua pelle questa esperienza dolorosa e in una sua lettera a Raymond de Saussure scrisse queste parole:
“Avete tralasciato un punto che l’emigrante avverte in modo particolarmente doloroso, è quello per così dire della perdita della lingua con la quale ha vissuto e pensato e che pur con tutti gli sforzi di immedesimazione non potrà mai sostituire con un’altra”. “ Ho realizzato, mediante una comprensione dolorosa, quanto i mezzi linguistici, che avevo facilmente a disposizione, mi mancano nell’Inglese…. “ (Sigmund Freud – lettera scritta in esilio a Londra a Raymond de Saussure).
Ciò che si osserva nelle persone che si apprestano ai primi colloqui è un senso di “solitudine” e di “vuoto comunicativo” ; perché comunicare attraverso la mediazione di un linguaggio non originario determina in parte la perdita del significato e la potenza del peso specifico delle parole e quindi della descrizione di aspetti emotivi e sensazioni del proprio vissuto. La sensazione di non essere compreso può tramutarsi facilmente, in una persona spaventata e sola, nella sensazione che l’altro non voglia comprendere e quindi può generare angosce, paranoie, tristezza e quindi il ritorno di pensieri legati ai propri vissuti di abbandono.

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Tutto ciò inevitabilmente può rispecchiarsi nell’altro che accoglie. Se lo straniero è portatore di sofferenze, traumi dolorosi, povertà, può generare in chi lo accoglie sensazioni di impotenza e fragilità che cozzano con la possibilità di incuriosirsi e comprendere la sofferenza dell’altro.
È più facile e veloce erigere muri e chiudere e proteggere i nostri confini piuttosto che lasciarsi andare alla curiosità e quindi aprirsi all’accoglienza, all’aiuto e all’integrazione.

Dott. Gennaro Rinaldi

ASMR :”Autonomous sensory meridian response” .

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Immagine Youtube

 

“Whispering, Soft speaking, Tapping, Eating sound”, ovvero “sussurri, parole dette a bassa voce, picchiettii con le unghie su una superficie e rumori da masticazione del cibo”; si tratta di rumori noti come trigger, ma di cosa si tratta?

Cos’è l’ASMR.

Recentemente nel mondo del web, ha iniziato a proliferare una tipologia di video dal contenuto piuttosto particolare, che se da un lato ha trovato il favore di molti sostenitori, dall’altro crea non poche perplessità. I video in questione riguardano l’ASMR “Autonomous sensory meridian response” (risposta autonoma del meridiano sensoriale), ovvero una sensazione molto piacevole e rilassante, che dovrebbe essere avvertita in seguito alla visione o all’ascolto dei trigger.

Secondo i sostenitori dell’ASMR, si tratta di una sensazione che parte dal cuoio capelluto, per estendersi al collo fino a tutta la schiena: una scossa, un brivido che percorre tutto il corpo. Il profondo stato di rilassamento che le persone sostengono di provare, avviene in seguito alla visione di video o all’ascolto di determinati rumori-suoni, oppure dall’accorpamento di entrambe le attività.

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Immagine Youtube

 

L’ASMR funziona?

A proposito della supposta capacità di indurre uno stato di rilassamento, secondo Tom Stafford, professore dell’Università di Sheffield: “È molto probabile che sia reale, ma attualmente è molto difficile la ricerca”. A causa della carenza di ricerche sul fenomeno, non è possibile affermare se tali video comportino o meno un reale senso di rilassamento generalizzato; inoltre un altro quesito ancora non del tutto risolto, concerne il supposto legame tra ASMR e sesso, in particolare con l’ orgasmo.

Esiste un legame con l’orgasmo?

Il dubbio che l’ASMR sia una nuova pratica legata alla sfera della sessualità, nasce da una duplice constatazione. Innanzitutto l’ASMR induce ciò che prende il nome di brain orgasm (orgasmo del cervello) che tuttavia, a detta di coloro che girano questi video, non ha relazione con l’orgasmo legato all’atto sessuale, ma indica semplicemente quel profondo stato di relax che sussurri, carezze virtuali, picchiettii oppure rumori di forbici, possono indurre.

L’altra constatazione, che apre a innumerevoli quesiti, nasce dopo la visione di un video di roleplay (gioco di ruolo), dove colui o colei che inscena la “situazione”, veste “i panni” di un’estetista, un medico, uno psicologo che sempre utilizzando sussurri, leggeri sbuffi, sorrisi o ammiccamenti vari, si “prende cura” di chi sta visionando la scena. In quest’ambito sono molto gettonati proprio i video che rientrano nella sfera della “cura personale”; tutto in sostanza è pensato per prendersi cura dello spettatore che si sentirà coinvolto e accolto in prima persona.

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Chiara ASMR

 

Il bisogno di attenzioni e il successo dell’ASMR.

L’essere umano è messo al mondo in uno stato che (utilizzando il lessico Freudiano), è di Hilflosigkeit (disaiuto, inermità), una condizione che ne evidenzia da subito, lo stato di impotenza. Tale riferimento attraverserà tutta l’opera Freudiana partendo dal 1895 (Il Progetto di una psicologia), fino al 1925 (Inibizione, Sintomo e Angoscia), dove il termine sarà usato per indicare l’incapacità del bambino (piccolo), a compiere un’azione che sia finalizzata a scaricare quell’eccitamento endogeno (interno), a seguito di una variazione di uno stato omeostatico. Cosa significa quanto detto? se in sostanza un infante ha fame, sete, o sente dolore, non può da sé ovviare a tali bisogni, ma necessita dell’aiuto di qualcuno di esterno (pensiamo ad esempio a chi si prende cura del bambino), che immediatamente pone sollievo a tale “incapacità”, marcando da subito quella dimensione propriamente dell’essere umano caratterizzata dal bisogno di essere amato, che non lo abbandonerà mai.

L’ ASMR[1] appare pertanto come un mezzo immediato e di facile raggiungimento ( basti pensare al fatto che la connessione internet, ormai è presente in ogni abitazione), che consente al soggetto che si trova in uno stato di “inermità”, di poter trovare in maniera semplice e diretta, sollievo alla propria condizione.

Conclusioni.

Tuttavia è bene fare delle opportune considerazioni:

  1. Le ricerche sul tema scarseggiano ancora
  2. L’ASMR non provoca trigger in tutti gli ascoltatori
  3. Anche i più fedeli alla tecnica, sostengono che dopo un vario numero di ascolti, i trigger non vengono più provati, ma si continua ad ascoltare e visionare i video per il puro piacere dato dalla compagnia di colui/colei, che si mostra.

Dott.ssa Giusy Di Maio

[1] È spesso rimarcato che a trovare giovamento da tali contenuti, siano soprattutto soggetti ansiosi, depressi o bambini con “DDAI” (Disturbo da Deficit di attenzione/iperattività).