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Radici familiari della violenza.

L’approfondimento che propongo oggi al lettore è una riflessione piuttosto piccola e centrata.

Il focus della mia proposta concerne l’evidenziare come l’adolescente violento, quello che la “normalità” * tende ad indicare come cattivo ha -in qualche modo- imparato la violenza.

Risulta importante sottolineare che nella fase adolescenziale va fatta una distinzione tra aggressività e violenza e tra violenza come forma di comunicazione e la violenza agita per espellere e disfarsi della capacità elaborativa.

La prima è un agito con caratteristiche protosimboliche (come spesso avviene in questa specifica fase di vita) , la seconda -invece- ha delle caratteristiche di crudeltà e/o di sadismo in cui il piacere (il più delle volte erotizzato), è legato al bisogno di potere sull’altro nonché al bisogno di provocare sofferenza.

A causa della natura fisiologicamente traumatica** dei processi evolutivi, l’adolescente può vivere un “doppio trauma” se entra in collusione con funzionamenti traumatici pregressi che possono aver caratterizzato il funzionamento familiare.

Pertanto l’adolescente tenta di sbarazzarsene, perché impossibilitato nell’elaborazione, attraverso la proiezione di queste parti di Sé ripudiate e repellenti. Questo processo gli permette un temporaneo sollievo, può funzionare come argine di un possibile breakdown ma soprattutto può innescare l’organizzazione di una personalità negativa perché costruita sull’onnipotenza, sulla negazione della dipendenza e sull’illusione di una totale autosufficienza.

Qual è il funzionamento familiare delle famiglie che contribuiscono alla genesi del comportamento violento?

Le caratteristiche principali di queste famiglie sono: l’acting out, la concretizzazione, l’incapacità di concepire il tempo, la difficoltà a contenere le tensioni, a tollerare le frustrazioni, a contenere gli impulsi ma, soprattutto, a pensare e ad accedere ad una capacità simbolica (Nicolò, 2009)

*chi scrive usa il termine con fare quasi provocatorio. Ci si sente spesso normali e giusti nella propria posizione ma basta davvero poco a sovvertire l’ordine costituito del tutto.

**questo è un altro punto che merita la nostra attenzione. Proprio in virtù della “normalità” cui accennavo sopra, dimentichiamo con troppa facilità la natura intrinsecamente traumatica di alcuni processi evolutivi. Non di rado mi capita di ascoltare genitori, insegnanti, adulti in generale che sottolineano come “ai miei tempi… io all’epoca.. io non ero.. io non ho…”. L’adolescenza è una fase delicatissima del ciclo di vita, complessa e traumatica per tanti vissuti simbolici (e una possibile frattura identitaria sottesa), da considerare tutte le volte che ci si approccia a un giovane. Anche gli adulti tutto “Io” hanno molto probabilmente avuto una qualche piccola lacerazione, da qualche parte. Che non lo vogliano ammettere è un’altra cosa.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767