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L’Attenzione

L’attenzione è la capacità di selezionare gli stimoli provenienti dall’ambiente e di mettere in azione tutti quei meccanismi che provvedono a immagazzinare le informazioni nella memoria a breve e a lungo termine. L’attenzione permette di focalizzare alcuni tra i molti stimoli provenienti dall’esterno e selezionarli in base alle caratteristiche dello stimolo, ai bisogni interni, alle aspettative e all’esperienza.

Si potrebbe così distinguere un’attenzione spontanea o involontaria dove la risposta d’orientamento del soggetto è provocata dalla caratteristica dello stimolo e poi un’attenzione volontaria o controllata caratterizzata da un orientamento cosciente e consapevole della persona verso lo stimolo.

Queste due forme di attenzione solitamente si alternano e difficilmente possono coesistere in quanto, ad esempio, l’attenzione volontaria verso un oggetto o uno stimolo inibisce l’orientamento spontaneo verso gli altri stimoli presenti.

Inoltre è possibile affermare che l’attenzione spontanea non implica alcun alcun affaticamento; di contro l’attenzione volontaria richiede uno sforzo la cui intensità può variare in relazione alle motivazione del soggetto nel concentrarsi su quello stimolo.

L’attenzione inoltre può essere stimolata da stimoli esterni che colpiscono la normale percezione del soggetto o interni quali la familiarità, l’interesse personale, la risonanza emotiva e la motivazione.

L’attenzione è necessaria per l’apprendimento, in quanto consente di selezionare degli stimoli interessanti e dirigere il proprio comportamento verso quest’ultimi. L’attenzione spontanea caratterizza molto i primi anni di vita fino ai 6 – 7 anni dopodiché compare l’attenzione volontaria, che in ambito educativo e scolastico, ha bisogno di essere stimolata con incentivi ed accorgimenti specifici.

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L’attenzione è quindi importantissima a livello evolutivo per lo sviluppo di tutta una serie di competenze personali e per lo sviluppo cognitivo.

Ma cosa succede se i meccanismi dell’attenzione difettano? Esistono dei disturbi dell’attenzione e possono essere temporanei come la disattenzione, la distrazione, la distraibilità o strutturali come l’aprossesia.

La disattenzione è molto comune e si potrebbe definire come una riduzione temporanea dell’attenzione dovuta a stanchezza fisica, mentale o a stress.

La distrazione è una interruzione dell’attenzione per l’azione di stimoli esterni ed estranei all’attività in corso che a causa delle loro caratteristiche o della loro intensità distolgono l’attenzione del soggetto dall’attività primaria. Si parla di distrazione anche quando si è in presenza dell’astrazione dei pensieri (essere assorti in un pensiero o nella risoluzione di un problema o in un’attività mentale).

La distraibilità è invece la propensione naturale, caratteristica di una persona a distrarsi. Normale nei bambini, può invece rivelarsi un sintomo di disadattamento se protratta nel tempo.

L’aprosessia è invece una incapacità radicata a mantenere l’attenzione o perché l’ideazione è rarefatta o concentrata su pochi elementi come nella depressione. Questa incapacità è presente anche negli stati maniacali o negli stati mentali che presentano un sovraccarico emotivo. Anche la presenza di idee fisse, come nei disturbi fobici o ossessivi possono influenzare in negativo l’attenzione.

I disturbi di attenzione sono molto comuni nella nostra epoca sia negli adulti sia nei bambini. L’uso eccessivo degli smartphone e dei tablet ha un peso specifico in tal senso. Sotto un video molto divertente dei The Jackal, che affronta il tema dell’attenzione e delle conseguenze relazionali, nell’epoca degli smartphone.

Quando siamo con gli altri posiamo gli smarphone e restiamo concentrati sulla relazione e sulle interazioni reali. Se no di quei momenti nella nostra memoria resterà ben poco.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Vuoi giocare con i colori?

Stroop Test e Effetto Stroop: cos’è?

Nell’ambito della psicologia sperimentale, uno dei fenomeni più studiati concerne l’effetto Stroop; tale effetto prende il nome da J. Ridley Stroop che scoprì il fenomeno nel 1935. A ben vedere l’esperimento era già stato pubblicato nel 1929 da Jaensch per poi essere successivamente ripreso da James McKeen Cattell e Wilhelm Wundt  nel ventunesimo secolo.

L’esperimento si presenta come uno dei cardini della psicologia sperimentale e – come molti altri- anche questo viene sottoposto agli studenti universitari.

L’esperimento avviene nel seguente modo:

al soggetto vengono mostrate delle parole scritte con colori diversi. Il compito consiste nel pronunciare a voce alta il colore dell’inchiostro cui è scritta la parola. Quindi, il colore è l’informazione rilevante per lo svolgimento del compito, mentre il significato della parola (che non deve essere letto) è l’informazione non rilevante

Vuoi giocare un po’ insieme a me? Prendi carta e matita e scrivi su di un foglio le tue risposte: prima di andare avanti, ricorda che ora devi scrivere il colore che leggi nella tabella qui sotto. Non perdere troppo tempo, sii veloce e non “troppo concentrato”. La prima risposta sarà quella giusta..

Fonte Immagine Google.

Hai scritto le tue risposte? Bene.. ora ti chiedo di ripetere l’esperimento e, ancora per una volta, scrivi su di un foglio i nomi dei colori che leggerai nella tabella sottostante

Fonte Immagine Google.

Bene…

Noti qualcosa di strano? hai avuto qualche perplessità?

Ti chiedo di rileggere attentamente – ora- ciò che hai scritto e di rivedere per bene le tabelle.. Non noti niente?

Stroop (1935) notò che i partecipanti sottoposti al compito di denominazione presentavano tempi di risposta più lenti se il colore dell’inchiostro era diverso dal significato della parola scritta, nonostante fossero istruiti affinché non tenessero conto del significato della parola. L’effetto Stroop, dunque, consiste nel produrre una risposta avente latenza più lenta nel caso della condizione incongruente e più veloce nel caso della condizione congruente.

Lo scopo dell’esperimento di Stroop è quello di creare una interferenza cognitiva e semantica: in questo caso ad esempio, la mente tende a leggere meccanicamente il significato della parola (ad esempio legge la parola “rosso” e pensa al colore “rosso”, ma a ben vedere, l’inchiostro usato è verde). Per questo motivo, il test di Stroop rappresenta una consolidata procedura sperimentale per lo studio dell’attenzione selettiva.

L’effetto Stroop può essere spiegato tramite due teorie:

Teoria della velocità dell’elaborazione: l’interferenza si verifica perché le parole sono lette più velocemente rispetto all’individuazione del colore con cui sono state scritte.
Teoria dell’attenzione selettiva: l’interferenza si verifica a causa dei nomi dei colori che richiedono una maggiore attenzione rispetto alla lettura delle parole.

Il paradigma di Stroop è stato largamente utilizzato per studiare le funzioni cerebrali attraverso le tecniche di imaging cerebrale. Il test è stato poi modificato includendo diverse funzioni per studiare l’effetto del bilinguismo oppure per studiare l’effetto dell’interferenza cognitiva sulle emozioni; inoltre, il test, è stato utilizzato per studiare la velocità di elaborazione di uno stimolo, le funzioni esecutive o la memoria di lavoro. Numerosi altri studi condotti, evidenziano come la velocità di elaborazione aumenti con l’età e come il controllo cognitivo diventi via via più efficiente.

Alcune varianti del test sono utilizzate in ambito clinico con soggetti con lesione cerebrale oppure affetti da demenze, deficit di attenzione iperattività o disturbi come la schizofrenia.

L’Elettroencefalogramma e il Neuroimaging funzionale hanno evidenziato durante lo svolgimento di un test di Stroop l’attivazione nel lobo frontale e più specificamente del cingolo anteriore e della corteccia prefrontale dorsolaterale, due strutture responsabili del monitoraggio e della risoluzione dei conflitti. Di conseguenza, i pazienti con lesioni frontali ottengono punteggi inferiori nel test di Stroop rispetto a quelli con lesioni più posteriori.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.


Cocktail Party.

Immagine Personale.

Immaginiamo la situazione in cui siamo in un luogo affollato (un festa, ad esempio) dove la confusione la fa da padrona..

Ascoltiamo musica ad alto volume, brusio generale, rumori di qualsiasi tipo. D’un tratto però.. nel caos generale una parola (ad esempio il nostro nome) ascoltato tra i mille suoni, coglie la nostra attenzione.

Accade, pertanto, che nella confusione generale una sola parola, venga estrapolata.

Cosa accade e com’è possibile ciò?

Si tratta dell’effetto noto come effetto cocktail party , ovvero la capacità del cervello di azzerare il rumore e concentrarsi su una cosa in particolare.

L’effetto cocktail party è stato descritto per la prima volta nei primi anni ’50 da Colin Cherry, uno scienziato inglese. Cherry ha condotto una serie di esperimenti per determinare come le persone ascoltano.

A ben vedere, l’effetto (o meglio, il lavoro che il nostro cervello deve compiere), è ben più complesso di quel che appare.

Il nostro cervello – infatti- deve prima essere in grado di discriminare quel preciso suono (che ha colto la nostra attenzione), dal resto dei suoni. Allo stesso tempo, dobbiamo essere molto concentrati su quel suono anche mentre altra gente chiacchiera e ride attorno a noi, e con la musica ad alto volume.

Lo psicologo Frederic Theunissen dell’università di Berkeley afferma che vi sono aspetti della voce di una persona che si distinguono e che la rendono specifica (mi riferisco ad esempio al tono della voce, all’accento, alla prosodia in generale); queste caratteristiche specifiche rendono una certa persona interessante (più o meno di altre) tanto da avere la nostra attenzione.

Anche il modo che ha chi parla, di mettere insieme le varie parole oppure di comporre una frase, può influenzare la percezione di chi ascolta. Ad esempio, riusciamo a identificare meglio le parole se queste formano una frase sensata, rispetto a una serie di parole a caso.

Il grande lavoro del cervello.

Poiché non vi è alcun modo per escludere totalmente certi suoni dalle nostre orecchie e farne passare altre, tutti i suoni di un ambiente entrano nelle nostre orecchie e vengono tradotti in segnali elettrici nel cervello. Questi segnali si muovono in diverse aree cerebrali prima di raggiungere la corteccia uditiva, la parte del cervello che elabora il suono.

Secondo uno studio della Columbia University, il nostro cervello elabora tutti i suoni che le nostre orecchie percepiscono (i segnali che arrivano alla corteccia uditiva) ma solo quelli su cui ci concentriamo, raggiungono anche altre aree del cervello coinvolte nell’elaborazione del linguaggio e nel controllo dell’attenzione.

Con l’età, questa nostra capacità di focalizzazione sui suoni che ci interessano si indebolisce sempre più. Non si tratta tanto di una perdita di udito, quanto di una diminuzione dell’attenzione. Con l’aumentare dell’età, infatti, l’attenzione selettiva diminuisce comportando anche diminuzione nella capacità di seguire un discorso in una stanza piena di suoni.

E’ tuttavia possibile allenare o (ri) allenare il nostro cervello al fine di poter recuperare tale capacità

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.