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Come il nostro cervello percepisce il corpo: BIID.

Avete mai pensato a come il nostro cervello si rappresenti il corpo? In che modo lo fa?

Un neurochirurgo canadese nato alla fine dell’ottocento, Wilder Penfield, fu il primo a descrivere una possibile rappresentazione del nostro corpo sulla corteccia cerebrale. Questa rappresentazione è poi diventata nota con il nome di Omunculus.

L’omuncolo non è altro che un disegno in cui sono rappresentate le parti del nostro corpo sulla superfice della corteccia motoria e sensitiva con dimensioni più o meno alterate ad identificare la quantità di corteccia cerebrale deputata ad innervare le varie parti del corpo rappresentate.

Nell’immagine sotto riportata, si può notare che le mani, le labbra e la lingua occupano molta più corteccia di quanta ne occupa il busto. In effetti eseguono movimenti più precisi e hanno bisogno di una maggiore innervazione perché sono recettori di una grandissima quantità di stimoli sensoriali. Le mappe corporee sono però in qualche modo differenti ed individuali e anche plasmate dall’ambiente in cui viviamo. Un chirurgo o un musicista, avranno una rappresentazione più ampia e sofisticata delle mani proprio perchè hanno avuto bisogno per anni di aver maggiore abilità con gli arti superiori.

Omunculus – immagine google – Consciously Connected

I sensi che concorrono alla rappresentazione di un’immagine di sé quali sono e in che modo lo fanno? Il senso del soma che riguarda la consapevolezza completa del nostro corpo, che si muove nello spazio è generato dalla presenza di diverse sensazioni che arrivano alla corteccia cerebrale.

Il tatto attraverso i suoi recettori sparsi per tutto il corpo invia le informazioni al cervello e lo informa rispetto a tutto ciò che succede (urti, pressioni leggere, intense e profonde). Il tatto attraverso questo lavoro continuo contribuisce alla consapevolezza del nostro corpo nel mondo.

La termocezione ha a che fare con la percezione di caldo o freddo, ci dà la sensazione dei contorni del nostro corpo. Pensiamo a quando siamo esposti al sole o a quando ci scorre a dosso acqua fredda o calda.

La nocicezione invece ci informa delle sensazioni di dolore, che vengono veicolate al cervello per mezzo di appositi recettori. Il dolore può essere percepito in diversi modi, può essere urticante, profondo, da compressione, da taglio. La sensazione di dolore cronico (reale o immaginario) può contribuire in maniera significativa alla nostra immagine corporea.

L’equilibrio ci dà la possibilità di muoverci nello spazio correttamente e senza cadere. Proviene da alcuni recettori posti nel vestibolo dell’orecchio interno.

La propriocezione, infine, è la percezione esatta delle nostre parti del corpo nell’ambiente e del loro movimento e posizione nello spazio che ci circonda. Senza la propriocezione saremmo costretti, per muovere le gambe e le braccia o per camminare, a seguirli con lo sguardo.

In riferimento al BIID, trattato dalla collega nel post di ieri, un disturbo della schema corporeo che coinvolge anche l’identità della persona va indagato non soltanto guardando ad una possibile alterazione cerebrale. Peter Brugger per quanto concerne i pazienti affetti da BIID ha proposto uno schema che vede l’intersezione tra cervello società e mente. Indicando come vi sia una correlazione tra i correlati neuronali del corpo misurabili nel cervello e le norme culturali condivise sull’aspetto corporeo e la percezione dell’aspetto corporeo. Insomma non c’è secondo Brugger una spiegazione univoca e semplicistica del disturbo in questione, ma il tutto va ricercato in una commistione stretta tra gli aspetti prettamente neurologici, sociali e psicologici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

dott. Gennaro Rinaldi

Dottore, mi amputi il braccio: alla scoperta del BIID.

Fonte Immagine Google.

L’approfondimento di oggi vuole presentare un disturbo piuttosto complesso (nella sua descrizione e comprensione). Il post sarà diviso in due parti al fine di rendere più scorrevole e meno pesante, la lettura.

Che cos’è il BIID?.

Nel 2013 in un’aula dell’ospedale di Zurigo, si stava tenendo un convengo internazionale a cui stavano prendendo parte tutta una serie di persone affette da body integrity identity disorder o BIID.

Alcune di queste persone non avevano un braccio o una gamba; altre erano sedute sulla sedia a rotelle paralizzate dalla vita in giù e altre ancora avevano gli arti così tanto fasciati da renderne praticamente impossibile l’uso.

“Finalmente mi sento bene, oggi, dopo una vita di sofferenze” dice M.B. La signora qualche mese prima aveva compiuto un viaggio in una località sconosciuta per farsi amputare un arto sano; quell’arto che ogni volta che mostrava al neurologo – dal gomito in giù- veniva indicato come estraneo, carne morta appesa al proprio corpo.

M.B percepiva infatti l’estraneità di quella che doveva essere parte e suo stesso corpo. Finalmente un qualche chirurgo aveva assecondato il suo bisogno (desiderio?) di vedersi amputare quella parte morta; l’unica difficoltà era mostrare un minimo di sofferenza davanti a familiari e amici (ai quali era stato detto di essere stata vittima di un incidente stradale), visto che lei era ancora giovane e molto bella.

Questo genere di disturbo un tempo era indicato come apotemnofilia (desiderio di amputazione) o xenomelia (odio per un arto) ed era annoverato tra le patologie psichiatriche. Attualmente gli scienziati hanno iniziato a guardare al disturbo in un’ottica diversa indicandone uno sconvolgimento delle mappe corporee ovvero dell’immagine del proprio corpo così come è rappresentata sulla corteccia cerebrale.

Brugger all’incirca nel 2013, pubblicò sulla rivista Brain, un primo studio con risonanza magnetica che conferma l’esistenza di un’alterazione neurologica della aree cerebrali che ospitano la mappa corporea.

In sostanza il BIID rappresenta solo la punta dell’iceberg di una serie di patologie provocate da una discrepanza tra ciò che l’individuo percepisce come proveniente dal proprio corpo (sensazioni tattili e propriocettive che dalla periferia arrivano al centro, al cervello) e la sua rappresentazione sulla corteccia. Siccome il cervello non ama essere confuso, quando riceve informazioni che non sa come collocare, agisce di conseguenza ovvero, determina una sensazione di estraneità o fa credere all’individuo che il corpo sia diverso da come è nella realtà.

A rendere il tutto più complesso, concorre il fatto che questi pazienti non desiderano semplicemente che un arto sia amputato oppure di essere paralizzati, ma che si percepiscono come handicappati, quando in realtà non lo sono.

Altre forme di BIID comportano che la persona desideri di essere cieca oppure viva alterazioni sensoriali varie il che indica, che non si tratta di un disturbo che implica (soltanto) il non sentire gli organi come propri, ma anche le funzioni.

Ciò che appare evidente è che (secondo le neuroscienze) vi sia una stretta relazione tra la rappresentazione del corpo nel cervello e l’immagine di sè o coscienza della propria identità personale. Mappe corporee disturbate (come quelle dei pazienti con BIID) influenzano la personalità, modificano i comportamenti dell’individuo o rendono impossibile far convivere l’immagine interiore e l’aspetto esteriore.

Una sorta di google maps del nostro corpo che non riconosce più la posizione fino a provocare un mancato orientamento nello spazio – diventato ormai estraneo- dei confini del proprio corpo. Corpo che per sentirti (con) tenuto ha bisogno di essere spezzato e frammentato.

E’ nella distruzione che queste persone trovano costruzione; nella mancanza di un arto o di una funzione, trovano -finalmente- esistenza.

Se non c’è, esisto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.