Archivi tag: colloquio psicologico adolescente

Piccoli delinquenti: fenomeni delinquenziali in adolescenza. Psicopatologia.

Photo by Kindel Media on Pexels.com

Il titolo “piccoli delinquenti” è stato usato, da chi scrive non con l’intento (del tutto lontano dal proprio agire) di etichettare, quanto per evidenziare una componente spesso sottovalutata -che va invece considerata- quando ci approcciamo al lavoro con l’adolescente deviante.

L’approfondimento odierno mira ad evidenziare il legame (possibile), esistente tra disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio. Come detto in un precedente approfondimento, non vi è una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati ma un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e traumi subiti.

Oggi presenterò all’attenzione del lettore l’opera di Bowlby, il cui contributo si è reso fondamentale non solo per lo studio e la comprensione della teoria dell’attaccamento, ma anche per la comprensione dei fenomeni delinquenziali negli adolescenti.

L’autore evidenziava come il legame di attaccamento del bambino alla madre fosse un’esperienza primaria non solo per via della gratificazione dei bisogni fisici e psicologici apportata dalla madre al bimbo, ma anche perché costituiva una funzione biologica di protezione (Bowlby, 1979). Era in virtù di questo legame che i bambini reagivano alla perdita del referente materno – a seguito dell’instaurarsi di un attaccamento affettivo – manifestando un vero e proprio lutto.

Per quanto concerne, invece, il disagio giovanile e la devianza sociale le idee di Bowlby hanno cominciato a costruirsi nel suo studio intitolato Forty-four juvenile thieves (1944), nel quale si prefiggeva di studiare e valutare le possibili connessioni fra la delinquenza e quello che definì “il carattere anaffettivo”.

In tale contesto egli osservava che ben il 40% dei soggetti delinquenti presentava un vissuto di lunghe separazioni – sei mesi o più – dalle madri naturali o adottive nei primi cinque anni di vita, a fronte del solo 5% di incidenza a delinquere nei soggetti (del gruppo di riferimento) che non avevano vissuto quella esperienza. Partendo da questa osservazione Bowlby (1944) individuava due principali fattori di potenziale valenza eziologica:

  1. Il primo era la separazione stessa: “In tal modo il fattore essenziale che tutte queste
    separazioni hanno in comune è che, durante il primo sviluppo delle sue relazioni
    d’oggetto, il bambino viene improvvisamente spostato e sistemato con estranei.
    Egli viene strappato via dalle persone e dai luoghi che gli sono familiari e che ama
    e messo con persone ed in ambienti che sono sconosciuti ed allarmanti.”*
  2. Il secondo fattore era la “inibizione ad amare causata dalla rabbia e da fantasie
    che erano l’effetto della rabbia”**
    . La rabbia, spesso associata a distruttività,
    rappresentava l’agito del bambino all’assenza dei genitori.
    Come già osservato
    dalla Klein prima e da Bion poi, il genitore è una presenza rassicurante in grado di
    mediare fra le pulsioni negative e la realtà, ma se egli è assente, o peggio è egli
    stesso aggressivo e violento, nel bambino continuano ad albergare fantasie di odio e vendetta che possono successivamente esplodere nel comportamento delinquenziale:
    “La determinazione a tutti i costi di non rischiare ancora una volta
    la delusione e la rabbia e gli struggimenti conseguenti, che può derivare dal voler
    tanto qualcuno e non essere capace di averlo […] una politica di autoprotezione
    contro i colpi e le frecce delle proprie emozioni turbolente”.***

Bowlby trovò conferma alle proprie intuizioni, rafforzandole, nel corso della sua esperienza alla Child Guidance Clinic, presso la quale ebbe modo di effettuare vari studi retrospettivi partendo dalle esperienze vissute da bambini e adolescenti lì ricoverati. Successivamente arricchì il suo pensiero attraverso i risultati di numerose osservazioni condotte su bambini separati dai loro genitori. Egli sosteneva che i bambini -soprattutto se istituzionalizzati a partire da una età inferiore ai sette anni – privati della cura e dell’affetto materno potevano presentare una seria compromissione del loro sviluppo fisico, intellettuale, emozionale e sociale. Osservava poi come i minori con un’età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni reagissero al distacco dalla madre con una protesta, cui seguiva la disperazione che, infine, sfociava nell’apatia.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Bowlby, J (1944) Forty-four juvenile thieves: their characters and home-life. Int J Psychoanal 25:19-53, 107-128
**Ibidem ***Ibidem

“Tu sei?”

Il ragazzo ha un appuntamento per le 18:00.

Nel centro dove svolgo la mia attività di volontariato come psicologa, siamo abbastanza attenti agli orari; gli utenti che chiedono supporto psicologico sono sempre quelli in numero maggiore rispetto a quelli che effettuano richieste per altri specialisti, pertanto quando c’è un ritardo, le volontarie che stanno in segreteria, provvedono a chiamare l’interessato/a.

Il ragazzo ha avuto un contrattempo con il datore di lavoro.

Giunge quindi in associazione con una mezz’ora di ritardo.

Accolgo il ragazzo: “buonasera … (buonasera), prego accomodati”

“Ah.. tu sei la mia assistente? Sei l’assistente del dottore?”

“NO. Io sono la Dottoressa”

“AH… Sei la Dottoressa?”

Pochissimi scambi verbali e il giovane trentenne assume un colorito trasparente velato, simile a quello dei vetri non del tutto puliti ma nemmeno completamente sporchi.

Il tempo di guardarsi negli occhi e di cominciare la nostra conversazione che

“Mi hai fatto una domanda bellissima, nessuno me l’aveva fatta prima. Non ci avevo pensato a questa cosa!”

Cinque minuti dopo il tentativo (conscio o inconscio che sia, questo andrà dall’esperto analizzato e considerato), di squalifica, il giovane uomo piange.

Tentare di sedurre* o squalificare il proprio terapeuta, o psicologo, è un’azione che di frequente è agita dal paziente.

E’ fondamentale chiarire precocemente i confini del tipo di relazione che si va a stabilire, creare e agire, nella stanza dei colloqui.

L’isola del tempo senza tempo è spazio per accogliere il vissuto emotivo del paziente e il paziente stesso, fatto certamente di carne e ossa che per noi psy, resta pur sempre carne lacerata da un apparato psichico sofferente che spesso emerge, sotto forma di battutine, ricerca di blando contatto fisico, sorrisini, pianti o tremori vari.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Il termine seduzione, in psicologia ma -soprattutto- in psicoanalisi, assume dei caratteri fondamentali e ben precisi, che non possono essere travisati o essere oggetto di scherno. Il temine sarà successivamente, in altro approfondimento, chiarito.

La raccolta differenziata del corpo 2.0

La ragione del titolo dell’approfondimento odierno, non sarà sfuggita al lettore più fedele.

Nel corso degli anni in cui mi sono abbandonata alla condivisione di questo spazio, con il mio stimato collega, ho spesso portato all’attenzione di chi legge, le tematiche legate al corpo.

Uso e abuso del corpo sono, infatti, frequentemente presenti nelle psicopatologie contemporanee siano esse state esercitate dalla persona in prima persona, che da secondi, che infliggono dolore (fisico o psicologico, poco cambia).

Il caso (che notoriamente non esiste), mi porta ad esporre una ulteriore riflessione. Non tratterò -infatti- oggi una qualche psicopatologia specifica.

L’altro giorno sono stata contattata su WhatsApp da una mia paziente.

La ragazza ha circa 20 anni.

Lì per lì mi sono preoccupata, ovviamente, di contenere il suo disagio, di offrirle una luce di emergenza nel profondo della confusa oscurità.

Rientrata l’emergenza, la mia attenzione si è spostata su un punto: la foto.

Ho visionato la foto profilo della ragazza poiché attratta da qualcosa di stranamente disturbante (termine leggermente improprio ma legato alla percezione di qualcosa di strano).

La ragazza nella foto non è quella con cui parlo nel mio studio, su whatsapp o su skype.

Ma di cosa sto parlando?

Dell’uso atroce dei filtri.

Devo ammettere, lettore, che ho appreso del reale uso e funzione dei filtri, pochissimo tempo fa. Per intenderci…

Per me i filtri erano “seppia, bianco e nero, anticato…”

Di antico forse c’ero solo io che, lontano dalle logiche social, ho (grazie ai miei pazientini) preso visione di cosa siano realmente i filtri cancella connotati.

L’ennesimo inesistente caso, ha voluto che quel giorno, notassi che anche altre 3 pazienti che si presentavano subito sotto, nell’elenco rubrica, avessero foto dai connotati completamente diversi.

La cosa interessante è che queste 4 foto (di 4 ragazze diverse), presentano le stesse caratteristiche: viso leggermente di profilo, sguardo ipnotico semi chiuso con occhio allungato, espressione imbronciata -se non francamente arrabbiata- naso ipersottile all’insù assolutamente non presente in natura, labbra canotto ipergonfie con strane proporzioni; queste labbra mi perplimono molto poiché sono strabordanti e per nulla armoniche. Molte ragazza disegnano l’arco di cupido così tondo e gonfio da farlo esageratamente toccare con la base del naso che fa invidia a Michael Jackson.

Il lettore comprenda: non sto assolutamente deridendo queste ragazze.

Provo a riflettere.

Come dicevo non voglio entrare nella lettura scientifica della cosa.

Voglio portare la mia esperienza.

Conosco il viso di queste ragazze (la loro età va dai 17 ai 23 anni); conosco i segni della loro sofferenza psichica e conosco la bellezza della loro mimica facciale.

Una mimica che è loro, personale, completamente differente per ognuno dei casi specifici.

Conosco la rotondità di alcuni dei loro visi, l’ovale profondamente allungato di altri.

Conosco i loro zigomi scavati dalla carenza di alimentazione, l’acne da scompenso ormonale.

Riconosco nei visi di queste giovani piccole donne, la voglia di resistere senza insistere, alle intemperie della vita.

La capacità di mettersi in gioco, di lamentarsi ogni tanto, ma di darsi -sempre- una possibilità.

Conosco la dolcezza dei loro visi ancora infantili, i kg di make-up con cui cercano di camuffare quel che pensano gli altri non vogliano vedere.

Ed eccoci qui.

Siamo realmente sicuri che questi canoni estetici proposti con un’aggressività crescente, dai nostri social, siano la realtà di cui abbiamo bisogno?

Un corpo segnato, lacerato; un corpo sofferente (lo ripeto, senza entrare in questioni che siano prettamente psicopatologiche), è tuo.

Sminuzzare e smembrare il proprio sé per renderlo aderente ad una moda momentanea, ad un piacere labile di chi vuole consumarti come una bibita rubata al supermercato, è un processo da fermare nel suo stesso nascere.

Esiste pelle e sguardo compatibile, dell’altro, che può essere (ri)conosciuto solo quando avrai accettato che l’unica pelle e l’unico sguardo davvero compatibile, è quello che puoi avere verso te stesso.

Il corpo non è un rifiuto da differenziare, così come non lo è la tua psiche.

#PromozioneDelBenesserePsicologico

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio