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Piccoli delinquenti: fenomeni delinquenziali in adolescenza. Psicopatologia.

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Il titolo “piccoli delinquenti” è stato usato, da chi scrive non con l’intento (del tutto lontano dal proprio agire) di etichettare, quanto per evidenziare una componente spesso sottovalutata -che va invece considerata- quando ci approcciamo al lavoro con l’adolescente deviante.

L’approfondimento odierno mira ad evidenziare il legame (possibile), esistente tra disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio. Come detto in un precedente approfondimento, non vi è una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati ma un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e traumi subiti.

Oggi presenterò all’attenzione del lettore l’opera di Bowlby, il cui contributo si è reso fondamentale non solo per lo studio e la comprensione della teoria dell’attaccamento, ma anche per la comprensione dei fenomeni delinquenziali negli adolescenti.

L’autore evidenziava come il legame di attaccamento del bambino alla madre fosse un’esperienza primaria non solo per via della gratificazione dei bisogni fisici e psicologici apportata dalla madre al bimbo, ma anche perché costituiva una funzione biologica di protezione (Bowlby, 1979). Era in virtù di questo legame che i bambini reagivano alla perdita del referente materno – a seguito dell’instaurarsi di un attaccamento affettivo – manifestando un vero e proprio lutto.

Per quanto concerne, invece, il disagio giovanile e la devianza sociale le idee di Bowlby hanno cominciato a costruirsi nel suo studio intitolato Forty-four juvenile thieves (1944), nel quale si prefiggeva di studiare e valutare le possibili connessioni fra la delinquenza e quello che definì “il carattere anaffettivo”.

In tale contesto egli osservava che ben il 40% dei soggetti delinquenti presentava un vissuto di lunghe separazioni – sei mesi o più – dalle madri naturali o adottive nei primi cinque anni di vita, a fronte del solo 5% di incidenza a delinquere nei soggetti (del gruppo di riferimento) che non avevano vissuto quella esperienza. Partendo da questa osservazione Bowlby (1944) individuava due principali fattori di potenziale valenza eziologica:

  1. Il primo era la separazione stessa: “In tal modo il fattore essenziale che tutte queste
    separazioni hanno in comune è che, durante il primo sviluppo delle sue relazioni
    d’oggetto, il bambino viene improvvisamente spostato e sistemato con estranei.
    Egli viene strappato via dalle persone e dai luoghi che gli sono familiari e che ama
    e messo con persone ed in ambienti che sono sconosciuti ed allarmanti.”*
  2. Il secondo fattore era la “inibizione ad amare causata dalla rabbia e da fantasie
    che erano l’effetto della rabbia”**
    . La rabbia, spesso associata a distruttività,
    rappresentava l’agito del bambino all’assenza dei genitori.
    Come già osservato
    dalla Klein prima e da Bion poi, il genitore è una presenza rassicurante in grado di
    mediare fra le pulsioni negative e la realtà, ma se egli è assente, o peggio è egli
    stesso aggressivo e violento, nel bambino continuano ad albergare fantasie di odio e vendetta che possono successivamente esplodere nel comportamento delinquenziale:
    “La determinazione a tutti i costi di non rischiare ancora una volta
    la delusione e la rabbia e gli struggimenti conseguenti, che può derivare dal voler
    tanto qualcuno e non essere capace di averlo […] una politica di autoprotezione
    contro i colpi e le frecce delle proprie emozioni turbolente”.***

Bowlby trovò conferma alle proprie intuizioni, rafforzandole, nel corso della sua esperienza alla Child Guidance Clinic, presso la quale ebbe modo di effettuare vari studi retrospettivi partendo dalle esperienze vissute da bambini e adolescenti lì ricoverati. Successivamente arricchì il suo pensiero attraverso i risultati di numerose osservazioni condotte su bambini separati dai loro genitori. Egli sosteneva che i bambini -soprattutto se istituzionalizzati a partire da una età inferiore ai sette anni – privati della cura e dell’affetto materno potevano presentare una seria compromissione del loro sviluppo fisico, intellettuale, emozionale e sociale. Osservava poi come i minori con un’età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni reagissero al distacco dalla madre con una protesta, cui seguiva la disperazione che, infine, sfociava nell’apatia.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Bowlby, J (1944) Forty-four juvenile thieves: their characters and home-life. Int J Psychoanal 25:19-53, 107-128
**Ibidem ***Ibidem

“It doesn’t even matter…”

“Cosa dovrei fare di quel che sono e di quel che mi accade? Continuo a dirmi che Hey non importa! Segui un po’ quello che succede, vedi un po’ come va eppure -alla fine- torno sempre allo stesso punto: crollo! Sa Dottoressa, a 35 anni mi sembra di stare seduto davanti la tv come nelle case di riposo, ha presente il nonno dei Simpson? Esatto.. Non so dove cominci la fine dello spettacolo e dove inizi la vita vera oppure non so, l’inverso..

Certe volte mi stupisco dei miei stessi pensieri tanto da non riuscire più a capire se siano miei oppure no. Ultimamente non so nemmeno se mi interessi sapere la realtà delle cose; 2 anni di pandemia sono stati troppo, per me.

Una convivenza appena iniziata e finita ancor prima di potersi chiamare tale “vivere con”… poi scopri che quella era solo una sconosciuta e quindi con chi vivevi? Sempre e solo con te stesso. Un lavoro osceno fuori regione, al freddo degli affetti e del clima e ti trovi a rimpiangere lo stronzo che sei stato che è voluto andare via solo per fare il figo e dire -Io sono qui, e voi? Guardate come sono realizzato!- Ho scoperto però che lo sfigato ero io che sono soltanto scappato perché di certi bias culturali mica ci si libera facilmente.

Allora?

Cosa importa/Non importa..

Ci ho provato e sono caduto ma non ero pronto ad una caduta che fosse uno schianto in totale assenza di terreno, in effetti è di questo che si tratta: mi sento in costante caduta libera.

Me lo offre un paracadute di emergenza?

Ma devo tirarla io la leva di attivazione?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Ogni informazione personale è stata pertanto opportunamente camuffata.

“Il cuore l’ho lasciato ad una stronza”

“Mi chiamo Antonio e ho 34 anni. Mi muovo in maniera convulsa, nello spazio. Mi gratto continuamente la piccola porzione di pelle tra l’orecchio e la tempia; lo faccio così tanto che la pelle è completamente lacerata; spesso escono piccole gocce di sangue e il processo di rimarginazione dell’epidermide non riesce mai a cominciare perché inevitabilmente penso troppo e mi gratto.

Sullo stesso punto che prude insistentemente e brucia, appoggio i miei occhiali perennemente appannati: dovrei comprarne un paio nuovo ma trovarmi davanti a mille mila modelli tra cui scegliere mi crea agitazione così continuo ad indossare gli stessi occhiali da circa 20 anni (beh.. in effetti dovrei anche fare una visita oculistica).

Una volta avevo dei bei capelli ricci ma la stempiatura si è impossessata di me così tanto che la forfora è palese ed evidente a tutti, ormai.. nemmeno ci faccio più caso se le mie spalle sembrano una pista da sci.

Tremo.

Qualcosa mi impedisce di stare fermo, nello spazio, è come se non riuscissi a trovare il mio fottuto posto qui.

In realtà il mio posto è con lei, quella stronza a cui ho lasciato il mio cuore. L’ha portato via con sé e nel mio petto ha lasciato mezza duna del deserto: aridità, secchezza, pozzi vuoti di emozioni che non ricordo nemmeno come siano fatte.

Dolore sì.. Quella è l’unica cosa che qualche volta riesco a sentire.

Certi mi dicono che sono stato io stronzo perché ho diffuso* sue foto intime e video in cui io mi sono camuffato; sinceramente -dottoressa?- A me non me me ne frega un cazzo se lei ora sta male. Penso che le azioni vadano ripagate con la stessa moneta quindi se lei ha messo fine alla nostra relazione ora deve pagare per quel che ha fatto.

La nostra relazione era intensa e piena; i miei problemi erano irrilevanti perché quando c’è l’amore tu stai vicino al tuo partner “nonostante tutto”.**

Sbaglio?

Mi ricordo quando l’ho vista la prima volta, aveva una gonna rossa con dei fiori blu e una maglietta bianca; mi ricordo che aveva una macchia di caffè sulla maglietta perché era stata al bar con un’amica e si era versata il caffè sui vestiti. Pensai che fosse sbadata e molto diversa da me; la sensazione di sporco lasciò -però- spazio al desiderio di capire di più di quella bionda svampita che prendeva il treno indossando degli improponibili tacchi a spillo.

Stronza.. comunque.. lo è sempre stata”

*Revenge Porn, ovvero la pratica di diffusione nella rete di materiale sessualmente esplicito con il fine di prendersi gioco, deridere o vendicarsi dopo la fine di una relazione, talvolta descritta anche come forma di violenza, abuso psicologico e sessuale. La legge sul revenge porn, in Italia, punisce il reato molto severamente. Il reato è, infatti, punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5.000 a 15.000 euro. Il reato non è nel mandare proprie foto o video intime (oppure nel farle con il proprio partner), ma nella condivisione fatta da parte di terzi.

** La fine di una relazione è un evento altamente significativo e doloroso. Si tratta di una situazione in cui l’evitamento del dolore è impossibile e -paradossalmente- la via che più facilmente si cerca di percorrere. La mente tende a svolgere un duplice lavoro; nel primo caso tende ad utilizzare una forma di pensiero ricorsivo volto a ridurre la sofferenza (che, come precedentemente detto, è praticamente impossibile da fare) nel secondo caso, si cerca di evitare di ricordare o coinvolgersi in situazioni legate all’ex-partner. Nel fare ciò, la persona tende a mettere in atto comportamenti altamente disfunzionali come: l’assunzione di cibo e alcol, l’attività fisica o l’uso di sostanze con lo scopo di ridurre le sensazioni fisiche di sofferenza oppure si ricorre alla vendetta (Cfr, supra). Ciò di cui la persona non è consapevole, tuttavia, è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa. I primi mesi sono i più difficili a causa degli inevitabili momenti di scoraggiamento, paura e confusione; tale presa di coscienza e riconoscimento, si situa come la base per l’elaborazione dell’evento: la rinascita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

“Tu sei?”

Il ragazzo ha un appuntamento per le 18:00.

Nel centro dove svolgo la mia attività di volontariato come psicologa, siamo abbastanza attenti agli orari; gli utenti che chiedono supporto psicologico sono sempre quelli in numero maggiore rispetto a quelli che effettuano richieste per altri specialisti, pertanto quando c’è un ritardo, le volontarie che stanno in segreteria, provvedono a chiamare l’interessato/a.

Il ragazzo ha avuto un contrattempo con il datore di lavoro.

Giunge quindi in associazione con una mezz’ora di ritardo.

Accolgo il ragazzo: “buonasera … (buonasera), prego accomodati”

“Ah.. tu sei la mia assistente? Sei l’assistente del dottore?”

“NO. Io sono la Dottoressa”

“AH… Sei la Dottoressa?”

Pochissimi scambi verbali e il giovane trentenne assume un colorito trasparente velato, simile a quello dei vetri non del tutto puliti ma nemmeno completamente sporchi.

Il tempo di guardarsi negli occhi e di cominciare la nostra conversazione che

“Mi hai fatto una domanda bellissima, nessuno me l’aveva fatta prima. Non ci avevo pensato a questa cosa!”

Cinque minuti dopo il tentativo (conscio o inconscio che sia, questo andrà dall’esperto analizzato e considerato), di squalifica, il giovane uomo piange.

Tentare di sedurre* o squalificare il proprio terapeuta, o psicologo, è un’azione che di frequente è agita dal paziente.

E’ fondamentale chiarire precocemente i confini del tipo di relazione che si va a stabilire, creare e agire, nella stanza dei colloqui.

L’isola del tempo senza tempo è spazio per accogliere il vissuto emotivo del paziente e il paziente stesso, fatto certamente di carne e ossa che per noi psy, resta pur sempre carne lacerata da un apparato psichico sofferente che spesso emerge, sotto forma di battutine, ricerca di blando contatto fisico, sorrisini, pianti o tremori vari.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Il termine seduzione, in psicologia ma -soprattutto- in psicoanalisi, assume dei caratteri fondamentali e ben precisi, che non possono essere travisati o essere oggetto di scherno. Il temine sarà successivamente, in altro approfondimento, chiarito.

“Tra un paio di settimane, ci salutiamo”. L’ultima seduta.

Vienna.

Certo la strada che conduce alla fine della relazione terapeutica, con il paziente, vede l’uso di una frase meno fredda di quella dell’incipit, ma il senso è quello.

Proviamo a procedere -per quanto possibile- con ordine.

Quando una persona prende coscienza di avere un disagio psicologico, decide di contattare un esperto del ramo psy (psicologo, psicoterapeuta,psicoanalista).

Si comincia con la presa di coscienza (più o meno consapevole, diciamo così), di questo disagio e si parte con un percorso che (nella mente del paziente) si spera essere il più veloce possibile, e che porti alla scomparsa del disagio psichico (il sintomo, ad esempio, gli attacchi di panico).

Ma cosa si intende quando si dice che una psicoterapia o un supporto psicologico, debbano essere risolutivi?

Il termine “risolutivo” -attenzione- va tarato sulla persona in questione (accade ,infatti, che la risoluzione o la scomparsa del famoso sintomo, non siano quelli per cui la persona ha chiesto il nostro aiuto). Intendo dire, con ciò, che si inizia di solito un percorso con una specifica domanda ma non ci si incista, barricandosi, sul/nel sintomo portato; si scava -invece- intorno a questo procedendo in un movimento temporale che ci colloca in un movimento ondoso che ci porta avanti, indietro, a sostare su un preciso scoglio per un po’ oppure ci fa tenere l’acqua alla gola.. e così via.

Il percorso psicologico non sarà mai lineare; non possiamo prevedere la durata di un dato percorso in maniera certa e lineare: la psiche, l’inconscio, non andranno mai da A a B in maniera diretta ma per giungere dalla prima alla seconda destinazione seguiranno percorsi frantumati, a zig zag, ci saranno salti enormi, vuoti d’aria, stasi accelerazioni o stop improvvisi.

Può accadere che il paziente decida di interrompere d’improvviso la terapia; il terapeuta ha quindi in questo caso il compito di interpretare tale richiesta e di aiutare il paziente stesso a comprendere tale richiesta. Se il paziente insiste il terapeuta pone fine al rapporto terapeutico. Altra condizione fondamentale è evitare di creare dipendenze lunghe, eterne con il proprio paziente.

Può accadere che alcuni terapeuti vivano la difficoltà nel concludere le terapie; questo può avvenire nel caso in cui il terapeuta non abbia completamente risolto alcuni problemi legati al suo vissuto e ricerchi, in questo rapporto in cui si pone come soggetto dominante, delle gratificazioni narcisistiche.

Quando le terapie procedono bene fino a giungere alla fine del loro percorso: cosa succede?

Il paziente giunto da noi per alleviare un determinato sintomo, sta meglio. Il sintomo scompare, si allevia, la persona ha acquisito delle capacità con cui sa fronteggiare un determinato disagio e da quel campanello d’allarme iniziale (ad esempio l’attacco di panico), da sapiente archeologo (come da metafora Freudiana, circa la figura dell’analista), è riuscito, insieme al terapeuta stesso, a scavare intorno e nel suo disagio: il sintomo consente di portare alla luce un realtà sotterranea che era esclusa dalla coscienza.

Il paziente conosce ora le sue risorse: sa di averle.

Cosa accade, ora?

La terapia si conclude positivamente quando paziente e terapeuta scelgono di comune accordo che è arrivato il momento giusto, quello del distacco. Di solito qualche seduta prima si fa il punto della situazione e si prende atto della data “della fine”.

Abbiamo innanzi un momento molto forte e carico di significato. La conclusione della terapia si configura come una separazione non traumatica, investita di senso ed empatia.

Questo momento ha un alto valore simbolico poiché rappresenta un modo per prendere le distanze con la figura di riferimento (assimilata al genitore) acquisendo la propria autonomia e indipendenza. La conclusione della terapia non è una lacerazione improvvisa ma un trampolino di lancio verso la vita.

Durante l’ultima seduta il terapeuta offre la restituzione, una interpretazione conclusiva del/al paziente. Di solito si usa una metafora potente, breve e incisiva; una metafora che usa un linguaggio specifico della coppia terapeutica che si è creata in quel luogo; qualcosa che sia “tarato” sulla persona stessa che solo terapeuta e paziente possono capire e ricondurre a quel percorso che insieme, hanno portato avanti.

E’ un momento bello, commovente.

Forte.

Il terapeuta inoltre non si nega all’altro, ma offre al paziente la possibilità di essere lì, offrendosi come un porto in cui ritornare qualora la tempesta torni alle porte e sia troppo distruttiva.

I risultati, per così dire, si vedranno dopo, nel momento in cui il paziente interiorizza il terapeuta e mette in pratica quelle modalità diverse, più adattive, funzionali ed evolute (che il professionista gli ha trasmesso, durante il percorso condiviso) per prendersi cura di sé.

Non esistono percorsi facili.

Non esistono percorsi impossibili.

Ogni strada è la propria strada e non tutte le strade devono necessariamente partire da A per finire verso B.

…Possiamo anche partire dalla Y…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Io sono la vera vittima! Sempre”: Disturbo delirante.

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Un uomo giunge in consultazione preda dell’agitazione. Si muove in maniera convulsa alternando scatti quasi serpentini ad improvvisa fissità.

Si siede in una posizione scomoda, sempre sul bordo della sedia con i muscoli del bacino contratti. Le gambe sono accavallate ma in una maniera sconnessa; non ho mai visto qualcuno incrociare a “doppia mandata” le gambe, talmente tanto, da sentire ogni volta il cric delle ginocchia. Dita e polpastrelli sono quasi inesistenti tanto sono stati lacerati dai morsi e dalla pelle che l’uomo ha tirato via, insieme a tutte le pratiche portate avanti per eliminare il peccato dal corpo (il comportamento, come sarà sempre più chiaro, non sarà da intendere come compulsione).

L’uomo indossa occhiali dalla montatura molto sottile che, la maggior parte delle volte, sono opacamente appannati.

I capelli perennemente scompigliati e l’abbigliamento largamente fuori moda e tempo. Anche in estate, l’uomo veste con dei pantaloni verdi di velluto a coste.. pesanti e maleodoranti. La camicia sempre stropicciata e uno strano gilet si adagia in maniera scomposta sulle ossee spalle dell’uomo.

Questa strana figura che avevo di fronte, parlava a scatti.. alternando modalità passive a quelle aggressive.

Il focus principale della domanda dell’uomo risiede nel suo sentirsi continuamente vittima di un sistema che (come lui stesso continuerà a ripetere), non permette la piena espressione di un’anima pura; un’anima continuamente attaccata dal peccato. L’uomo racconta di lavorare regolarmente; sta a contatto con i libri che lui, preferisce alle persone. Esce ad esempio per fare la spesa e riesce a pagare le bollette o svolgere mansioni legate alla quotidianità (il suo funzionamento sociale non appare pertanto compromesso eccessivamente), ma vive nella costante convinzione che tutti ce l’abbiamo con lui.

L’idea di fondo, per così dire, è che gli altri (che sono portatori del peccato), hanno come unico scopo quello di rendergli la vita un inferno. Essendo l’uomo stato realmente vittima di bullismo e persecuzioni, nel corso della sua vita, tale delirio si situa tra i deliri non bizzarri (concernono situazioni che possono plausibilmente verificarsi).

Il disturbo delirante (in passato chiamato psicosi paranoide)  è caratterizzato da false credenze fermamente mantenute che persistono per almeno 1 mese, senza altri sintomi di psicosi.

Le allucinazioni (deliri) si distinguono dalle convinzioni erronee in quanto le convinzioni deliranti rimangono invariate di fronte a prove chiare e ragionevoli del contrario; questa distinzione è talvolta difficile da fare quando le convinzioni sono più plausibili (ad esempio nel caso dell’uomo, il fatto che sia stato diverse volte vittima di bullismo o derisione da parte degli altri).

Il disturbo delirante si distingue dalla schizofrenia per la presenza di deliri senza ulteriori sintomi di psicosi  (ad esempio allucinazioni, eloquio e comportamenti disorganizzati, sintomi negativi). I deliri possono essere bizzarri o non bizzarri.

Il disturbo delirante può insorgere nel contesto di un preesistente disturbo paranoide di personalità. In tali soggetti, nella prima età adulta si manifestano una sfiducia e una sospettosità pervasive nei confronti degli altri e delle loro intenzioni, che si protraggono per tutta la vita.

I sintomi iniziali possono comprendere la sensazione di venire sfruttato, una preoccupazione riguardo alla lealtà o all’affidabilità degli amici, una tendenza a leggere significati minacciosi in osservazioni o eventi favorevoli, una rancorosità costante e un’iperreattività a quelli che vengono percepiti come affronti.

Il disturbo delirante ha diversi sottotipi.

Bisogna sottolineare che non necessariamente il comportamento delle persone, ad una prima occhiata, deve sembrare bizzarro e, escluso per le conseguenze dei deliri (ad esempio possono portare all’isolamento sociale), il funzionamento dei pazienti non è marcatamente compromesso (l’uomo ad esempio lavorava regolarmente).

La valutazione clinica del paziente dipende soprattutto dalla raccolta anamnestica che viene fatta; si deve escludere, ad esempio, che i deliri dipendano da altre condizioni associabili al delirio stesso (DOC, epilessia, abuso di sostanze, ecc).

È molto importante una valutazione della potenziale pericolosità, con particolare attenzione al rischio che il paziente possa agire guidato dal suo delirio.

Prognosi del disturbo.

Non necessariamente, nel caso di disturbo delirante, ci sarà un cambiamento della personalità. La maggior parte dei pazienti può continuare, ad esempio, a lavorare purché il lavoro non implichi aspetti legati alle allucinazioni di cui la persona soffre.

E’ necessaria, circa il trattamento, una presa in carico globale del paziente. Va inizialmente valutata l’opzione del ricovero per il paziente (solo se il paziente è realmente pericoloso per se stesso o la società); è necessario instaurare una solida ed efficace relazione terapeuta/paziente e medico/paziente laddove sia necessario un trattamento farmacologico con antipsicotici.

Obiettivo complesso ma assolutamente raggiungibile con una psicoterapia è spostare la principale area di preoccupazione del paziente dal tema delirante a un’area più costruttiva e gratificante.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Non era amore, era una Crocifissione.

“…Poi è successo Dottoressa… mi sono innamorato all’improvviso in maniera così forte e totalizzante che mi è parso di impazzire.

Mi sono innamorato follemente, perdutamente, come un cretino che crede fermamente nelle sue idee.

Mi sono innamorato come ci si innamora cocciutamente, da adolescenti, delle proprie piccole certezze; mi sono fatto àncora prima sua poi mia; mi sono buttato a peso nel buio terrorizzante dello specchio d’acqua che era il suo caos restando così… fermo e solido consentendo lei di poter ondeggiare tra le difficoltà della vita.

Mi sono fatto scoglio senza paura dell’erosione… che lei… è spesso stata salata così tanto da portarmi quasi al disgusto eppure.. come i migliori esaltatori di sapidità mi ha creato dipendenza.

Sono stato così coglione da pensare che l’uomo che aspetta permettendo all’amata di vivere le sue incertezze, le sue noie, e le frustrazioni, sia l’amato docile e presente che tutte cercano.

Chi lo sapeva -Dottoressa- che questo non è amore.

E’ una crocifissione.”

Dott.ssa Giusy Di Maio