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“Il cuore l’ho lasciato ad una stronza”

“Mi chiamo Antonio e ho 34 anni. Mi muovo in maniera convulsa, nello spazio. Mi gratto continuamente la piccola porzione di pelle tra l’orecchio e la tempia; lo faccio così tanto che la pelle è completamente lacerata; spesso escono piccole gocce di sangue e il processo di rimarginazione dell’epidermide non riesce mai a cominciare perché inevitabilmente penso troppo e mi gratto.

Sullo stesso punto che prude insistentemente e brucia, appoggio i miei occhiali perennemente appannati: dovrei comprarne un paio nuovo ma trovarmi davanti a mille mila modelli tra cui scegliere mi crea agitazione così continuo ad indossare gli stessi occhiali da circa 20 anni (beh.. in effetti dovrei anche fare una visita oculistica).

Una volta avevo dei bei capelli ricci ma la stempiatura si è impossessata di me così tanto che la forfora è palese ed evidente a tutti, ormai.. nemmeno ci faccio più caso se le mie spalle sembrano una pista da sci.

Tremo.

Qualcosa mi impedisce di stare fermo, nello spazio, è come se non riuscissi a trovare il mio fottuto posto qui.

In realtà il mio posto è con lei, quella stronza a cui ho lasciato il mio cuore. L’ha portato via con sé e nel mio petto ha lasciato mezza duna del deserto: aridità, secchezza, pozzi vuoti di emozioni che non ricordo nemmeno come siano fatte.

Dolore sì.. Quella è l’unica cosa che qualche volta riesco a sentire.

Certi mi dicono che sono stato io stronzo perché ho diffuso* sue foto intime e video in cui io mi sono camuffato; sinceramente -dottoressa?- A me non me me ne frega un cazzo se lei ora sta male. Penso che le azioni vadano ripagate con la stessa moneta quindi se lei ha messo fine alla nostra relazione ora deve pagare per quel che ha fatto.

La nostra relazione era intensa e piena; i miei problemi erano irrilevanti perché quando c’è l’amore tu stai vicino al tuo partner “nonostante tutto”.**

Sbaglio?

Mi ricordo quando l’ho vista la prima volta, aveva una gonna rossa con dei fiori blu e una maglietta bianca; mi ricordo che aveva una macchia di caffè sulla maglietta perché era stata al bar con un’amica e si era versata il caffè sui vestiti. Pensai che fosse sbadata e molto diversa da me; la sensazione di sporco lasciò -però- spazio al desiderio di capire di più di quella bionda svampita che prendeva il treno indossando degli improponibili tacchi a spillo.

Stronza.. comunque.. lo è sempre stata”

*Revenge Porn, ovvero la pratica di diffusione nella rete di materiale sessualmente esplicito con il fine di prendersi gioco, deridere o vendicarsi dopo la fine di una relazione, talvolta descritta anche come forma di violenza, abuso psicologico e sessuale. La legge sul revenge porn, in Italia, punisce il reato molto severamente. Il reato è, infatti, punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5.000 a 15.000 euro. Il reato non è nel mandare proprie foto o video intime (oppure nel farle con il proprio partner), ma nella condivisione fatta da parte di terzi.

** La fine di una relazione è un evento altamente significativo e doloroso. Si tratta di una situazione in cui l’evitamento del dolore è impossibile e -paradossalmente- la via che più facilmente si cerca di percorrere. La mente tende a svolgere un duplice lavoro; nel primo caso tende ad utilizzare una forma di pensiero ricorsivo volto a ridurre la sofferenza (che, come precedentemente detto, è praticamente impossibile da fare) nel secondo caso, si cerca di evitare di ricordare o coinvolgersi in situazioni legate all’ex-partner. Nel fare ciò, la persona tende a mettere in atto comportamenti altamente disfunzionali come: l’assunzione di cibo e alcol, l’attività fisica o l’uso di sostanze con lo scopo di ridurre le sensazioni fisiche di sofferenza oppure si ricorre alla vendetta (Cfr, supra). Ciò di cui la persona non è consapevole, tuttavia, è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa. I primi mesi sono i più difficili a causa degli inevitabili momenti di scoraggiamento, paura e confusione; tale presa di coscienza e riconoscimento, si situa come la base per l’elaborazione dell’evento: la rinascita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Psicologia di Coppia – l’importanza dell’umorismo nei legami di coppia.

Quanto è importante il senso dell’umorismo in un rapporto?

Il senso dell’umorismo è un segnale di intelligenza e abilità sociale ed è molto importante per la solidità di una relazione di coppia.

Il fatto di poter scherzare con il partner aiuta. ad esempio, a sdrammatizzare momenti complessi…

Buona visione!

Psicologia di Coppia – l’importanza dell’umorismo – ilpensierononlineare – Youtube channel

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Amore Vaffa*****”

Uno studio condotto nel 2011 da Edward Smith della Columbia University (Kross et al., 2011), mostra come la fine di una relazione attivi le stesse aree cerebrali deputate alla percezione del dolore fisico.

Lasciarsi implica una reale sofferenza che si esperisce come vera sensazione dolorosa sia a livello psicologico che fisico.

Sembra che tale sofferenza trovi radici nella questione biologica e più nello specifico, nella questione che fa dell’essere umano un essere deputato alla costruzione di legami sia sociali ma soprattutto amorosi. Ne deriva che quando una relazione cessa, il grado/livello di sofferenza provato è da mettere in relazione con il grado di coinvolgimento che c’è stato nella relazione stessa, la durata della relazione e la consapevolezza rispetto al rapporto ormai terminato (tutte variabili che, tuttavia, non necessariamente vengono avvertite allo stesso modo dai membri dell’ormai ex coppia).

Secondo una ricerca condotta nel 2005 (National Fatherhood Initiative, 2005) le ragioni più comuni che portano una coppia a dirsi “addio”, possono essere raggruppate in alcune categorie:

  • mancanza di impegno nella relazione
  • difficoltà comunicative
  • infedeltà
  • diminuzione di interesse verso il partner
  • situazioni di abuso
  • dipendenze

e così via…

Quando una relazione termina (soprattutto se inaspettatamente), la persona ha una prima reazione definita di shock. Le sensazioni tipiche sono abbattimento, ansia, senso di vuoto, calo della motivazione, ritiro e disinteresse per il mondo circostante oppure depressione vera e propria.

Talvolta a causa del profondo dolore provato, la mente utilizza una strategia di conservazione (meccanismo di difesa) chiamata negazione. La persona sperimenta una sorta di vuoto e di ottundimento emotivo che la distacca dall’evento; ne deriva che la persona si trova ad oscillare tra momenti di profonda sofferenza e momenti in cui agisce “come se” non fosse accaduto nulla.

Tale strategia consente, per così dire, di fare in modo che la persone resti “operativa” nonostante l’enorme sofferenza provata ma il risultato potrebbe, alla lunga, essere quello di incorrere in crisi dissociative o fenomeni di depersonalizzazione.

Ciò di cui la persona non è consapevole -tuttavia- è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma la espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa e tenendo conto che i primi mesi sono sempre i più difficili (imparare a vivere il distacco, la solitudine della nuova condizione, immaginarsi e viversi soli, …) darsi il tempo giusto per vivere i sentimenti di vuoto, paura e confusione al fine di procedere successivamente con l’elaborazione dell’evento luttuoso.

“Dottoressa, cazzo! Cazzo! Cazzo! Perché? me lo sa dire il perché di questa fine? Com’è possibile!! Io.. Io non ci dormo la notte, non vivo più di giorno… Mi sento impazzire… Non riesco a mangiare sento un dolore incredibile dentro sa.. come se qualcuno mi stesse bruciando il petto… Come se avessi una fiamma continuamente accesa qui (si indica il cuore). Lo odio, lo odierò per sempre. Questo non è amore!!!

La posso mettere una canzone? Senza che….”

Lo sa, nella sua isola del tempo la regola delle non regole dice che in questo -suo- spazio non ci sono giudizi che giudicano, emozioni da non provare o parole da non dire. Questo è il suo tempo e il suo spazio e io non le leggo la mente o i sentimenti ma la accolgo e contengo.

” Ma se la chiamo durante la notte, posso farlo?”

(…)

“Allora alla settimana prossima, Dottoressa… e comunque: Amore Vaffanculo!”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Alleanze inconsce.

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Secondo Kaës, per formare una coppia sono necessari un accordo, qualcosa di comune, un aspetto di indifferenziazione, una fantasia di formare un’unica unità e aspetti e oggetti condivisi che non appartengono totalmente né all’uno né all’altro, ma che appartengono -invece- un po’ all’uno e un po’ all’altro.

Per l’autore è pertanto possibile identificare, in un gruppo o in una coppia, degli aspetti singolari e degli aspetti comuni e condivisi, oltre a ciò che non è tale e viene chiamato da Kaës stesso: differente.

Il singolare corrisponde allo spazio psichico individuale che comprende la storia di ciascun individuo, i relativi aspetti inconsci, le sue identificazioni o relazioni d’oggetto. Un parte degli aspetti singolari nasce da ciò che è stato ereditato, da ciò che è stato acquisito e trasformato e da ciò che è rimasto non trasformato.

E’ Freud stesso, in Introduzione al narcisismo, 1914, a sostenere che “L’individuo conduce effettivamente una doppia vita, come fine a se stesso e come anello di una catena in cui è strumento, contro o comunque indipendentemente dal suo volere”.

Il comune è ciò che di psichico unisce i membri di un legame (può essere un desiderio, sogno o alleanze inconsce). Si tratta dell’area che porta alla necessità di abbandonare o perdere alcuni confini individuali, una certa indifferenziazione ma è anche la base psichica che permette all’individuo di emergere nella sua singolarità.

Il condiviso corrisponde alla parte comune ai soggetti del legame.

Il differente è lo scarto tra i soggetti nel momento in cui la loro differenza rivela quello che non può essere comune né condiviso tra loro.

Il concetto di alleanza inconscia è, nelle parole di Kaës “ciò che si trasmette, ciò che non si contiene, ciò che non si ricorda; la colpa, la malattia, la vergogna, il rimosso, gli oggetti perduti. Sono questi gli oggetti che, muniti dei loro legami vengono trasportati, proiettati negli altri” (2010).

La trasmissione transgenerazionale può pertanto essere definita come la trasmissione dell’inconscio, delle sue formazioni e dei processi.

Le alleanze inconsce sono al centro dei processi e modalità di trasmissione psichica transgenerazionale, poiché sono al principio dei passaggi e legami tra gli spazi psichici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Da nord a sud: come il mare.

Immagine Personale.

Da quando la pandemia è diventata realtà sempre più presente, il disagio psicologico si è elicitato con sempre maggior forza. Da un lato abbiamo visto l’aumento di casi di ansia, depressione o fobia sociale ma dall’altro, i nostri giovani si sono “ammalati di relazioni”.

Basta dare uno sguardo alla cronaca per vedere come casi di violenza domestica o violenza agita fuori, nelle piazze, sia una questione sempre più presente.

Per quanto concerne le consultazioni, nella nostra “isola del tempo”, sempre più giovani parlano noi dell’amore, delle relazioni e dell’abbandono.

Qualcosa – i nostri ragazzi- vorranno pur dirci.

Il ragazzo giunge in consultazione perchè assillato da domande di cui nemmeno conosce l’origine; sa di avere qualcosa dentro… qualche quesito ma ne ignora, per ora, l’origine o il senso.

S. è un ragazzo del nord trasferitosi al sud perchè una notissima azienda campana era alla ricerca di una certa figura professionale. Il giovane ha 25 anni e un figlio di 9 anni avuto da quella che è la sua compagna attuale.

S. racconta di essere molto felice nella nuova città, si è integrato bene e quasi pensa di non esser mai vissuto altrove: “mi sento bene qui; la gente sorride, ti chiede come stai. C’è il sole e passeggiare guardando il mare prima di andare a lavoro mi rimette in pace con il mondo. Non oso immaginarmi, allo stato attuale, altrove.”

Dove nascono allora queste domande che S. dice di avere nella mente?

Il ragazzo si è trasferito poco prima dello scoppio della pandemia a laurea triennale conseguita; racconta degli sforzi immensi fatti per studiare e fare qualche lavoretto per mantenere la sua piccola famiglia. La compagna appena saputo di aspettare un figlio ha smesso di frequentare la scuola e ha come “spento ogni possibilità anche solo di sognare, Dottoressa”.

Il ragazzo inizialmente aveva ipotizzato di non portare avanti la gravidanza, ma la famiglia della ragazza li ha obbligati (facendo leva sul peccato che avrebbero compiuto), a tenere il bambino. S. successivamente è stato felice della scelta perchè si è sentito subito padre, ma la compagna “non è mai diventata madre”.

Il ragazzo quando è sceso giù, lo ha fatto da solo perché la famiglia di origine della compagna era piena di pregiudizi (che per questioni personali, chi scrive, evita di riportare).

S. si è integrato in una realtà altra che sente però vera e se nella sua vita ha sempre e solo avuto questa donna al suo fianco, comincia a vacillare ogni piccola certezza in precedenza avuta.

“Mi sento un padre e un uomo che ha bisogno di conoscere, scoprire e sapere, perché un giorno voglio che mio figlio sappia a chi chiedere e sappia che le risposte che riceve non sono fredde ma frutto di un vissuto da me sentito”.

La compagna è giunta in consultazione su insistenza, senza voglia e sfidando pesantemente la professionista (la proiezione è stato il meccanismo di difesa più utilizzato -durante il colloquio- insieme alla negazione). Il problema è che se mentre con gli altri, la ragazza è riuscita attraverso i suoi meccanismi difensivi ad ottenere un controllo fino a manipolarli, qui in consultazione la questione si fa differente.

Messi l’uno di fronte all’altro, i due giovani hanno come avuto la sensazione di essere per la prima volta soli con la possibilità di guardarsi e parlarsi. I ragazzi – di fatto- dal momento in cui hanno avuto il bambino non hanno mai comunicato come una vera famiglia; lei vittima dei suoi genitori quasi carnefice verso il compagno che per il bene del bambino non ha mai detto “no”.

Il problema è che ora S, ha ben chiari quali siano i suoi desideri e i suoi bisogni. Vuole che il bambino possa avere la possibilità di vedere ben oltre il quartiere della grande città del nord che però “ingloba e tiene dentro certi confini schematici. Voglio che mio figlio conosca la bellezza dell’incertezza e della plasticità.. Voglio che impari a sognare pure se le cose vanno male. Io sono sempre stato schematico, ho sempre fatto quel che mi veniva chiesto. Vorrei essere più come il mare che vedo: rilassato ma deciso; fiero pieno e accogliente. Voglio che la donna che è al mio fianco non ci sia per dovere ma per certezza: la certezza di essersi scelti”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Quando c’era una coppia.

C’è una coppia che si è amata per tanti anni. Hanno vissuto la paura, la vergogna e la speranza di poter vivere la loro relazione omosessuale, alla luce del sole.

C’è stato il dolore per le botte subite.

C’è stata la notte buia dell’incontro proibito; il dolce che subentra subito dopo l’acre del limone che brucia sulle ferite più o meno autoinferte; il sangue poi, che ha saputo attestare il coraggio del portare avanti il proprio progetto di vita, il proprio sogno che non terminava con il risveglio, la mattina.

Il pensarsi: primo passo per amarsi e aversi.

C’era una coppia.

I due ragazzi non riescono più a comunicare, si vedono ma non si riconoscono. D’improvviso si svegliano la mattina con non più il volto dell’amato, di fianco, ma un corpo intero che diventa estraneo.

Un corpo che genera inquietante estraneità riporta una domanda tra i due: noi, chi siamo?

C’è un punto molto sottile che si situa nel pensiero e nelle difficoltà di coppia.

Ogni coppia vive le sue difficoltà e i suoi dubbi, ma questi dubbi ad un certo momento trovano il passaggio sbarrato e si fermano, tramutandosi in ritrovata dolcezza.

Quando il dubbio si fa tarlo, la questione diviene più complessa.

Le coppie sono sistemi in movimento che si modificano parallelamente a noi; il movimento è un po’ come quello di una ameba (che qui non è sinonimo di privo di scheletro, forma e sostanza), ma di capacità di inviare pseudopodi esploratori che consentono il movimento.

L’altro dovrebbe offrire noi (e viceversa) un punto di attracco per il nostro sentire e il nostro essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il tradimento nella coppia.

Quando si subisce un tradimento, può risultare molto difficile reagire: la rottura dell’equilibrio vissuto sino a quel momento risulta destabilizzante e annichilente. Essere traditi dalla persona che amiamo implica la perdita dei nostri punti di riferimento, e il dolore e l’umiliazione che proviamo mettono a nudo la nostra anima rendendola vulnerabile e fragile come mai prima era stata.

Aldo Carotenuto

I sentimenti che prova una coppia sottoposta ad un tradimento coniugale possono essere paragonati a periodi di totale sconvolgimento dell’omeostasi dei coniugi. Tutto viene sconvolto, tutto è rimesso in discussione. In coppie di età avanzata la sensazione che si prova è ancora più terrorizzante, in quanto i coniugi, già svincolati dai figli, vivono l’evento come decisamente destabilizzante perché hanno difficoltà a vedere la possibilità di rifarsi una vita. Prendere in considerazione di ricominciare daccapo, in un’età così incerta, può spaventare molto.

Una crisi coniugale ha terreno fertile quando ci sono delle condizioni stagnanti che restano irrisolte per molto tempo, nella falsa indifferenza generale o con l’illusione che “nascondendo sotto il tappeto” i problemi tendono a scomparire.

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Una crisi coniugale avviene quando ci sono:

  • Anni di conflitti aperti e mai risolti;
  • Evitamento dei conflitti che porta a segreti: si fa finta di niente;
  • Anni di rapporti insoddisfacenti e/o assenti ed assenza dell’intimità;
  • Insoddisfazione nella relazione e incapacità di soddisfare l’altro nei vari ambiti della vita coniugale;
  • Ostinazione nella conservazione del mito della famiglia ideale: i coniugi tendono a non far vedere le loro problematiche all’esterno, in modo che il matrimonio appaia buono anche se non lo è affatto;
  • Sfida alla struttura coniugale-familiare: un ribaltamento dei ruoli assunti in precedenza nella coppia (chi lavora di più, chi resta a casa, chi lavora di meno, chi porta avanti la famiglia) a causa di un evento particolare, può creare una crisi molto profonda (ad esempio la moglie comincia a lavorare e guadagnare più del marito).

L’esperienza del tradimento e del lutto può svolgere una funzione trasformativa, se riusciamo a elaborarne il vissuto.

Aldo Carotenuto

Un tradimento in una coppia è un evento sistemico nel ciclo vitale della famiglia e una terapia sistemica è consigliabile in questi casi. Infatti la crisi extra coniugale coinvolge pesantemente i due partner e con loro anche il sistema intergenerazionale che li circonda, con bugie e sotterfugi. Il tradimento in maniera implicita modifica le relazioni e il modo di interagire all’interno di una famiglia/coppia.

La crisi, opportunamente affrontata in terapia, può però divenire possibilità di sviluppo in positivo per la coppia, oppure può segnare una definitiva rottura secondo le aspettative iniziali.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi