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DCA: Disturbi del comportamento alimentare. #ilpensierononlineare #Youtube #saluteMentale

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) indicano quella specifica classe di disturbi che comporta una eccessiva preoccupazione per il proprio peso corporeo, per le sue forme, e sono caratterizzati da una alterata relazione con il cibo. Con l’approfondimento di oggi, voglio condividere con voi una riflessione che muoverà intorno a tali disturbi. Presenterò la classe dei disturbi così come presentati nel DSM 5 (Manuale Diagnostico e Statistico Dei Disturbi Mentali); proveremo a riflettere sulle possibili ipotesi eziologiche e sul ruolo simbolico assunto dal cibo stesso. Perché alcune persone sovvertono il legame con un qualcosa che di per sé, ha valenza funzionale, trasformandola -invece- in qualcosa di disfunzionale?

I disturbi del comportamento alimentare sono molto di più del semplice “voglio essere come lei!”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Smetto quando voglio”: Gambling.

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Con il termine gambling si indica il gioco d’azzardo patologico (GAP) ovvero quel disturbo del comportamento caratterizzato dalla continua perdita del controllo in situazioni di gioco.

Si tratta di un comportamento persistente, ricorrente e non adattivo che giunge ad inficiare e a compromettere qualsiasi sfera di vita di colui che ne è coinvolto (familiare, lavorativa e personale).

Il disturbo colpisce indistintamente uomini, donne, persone benestanti o meno e sfortunatamente l’età media di coloro che si avvicinano alla dipendenza da gioco patologica, si sta pericolosamente abbassando.

Il gioco si può esprimere su due poli, sano e patologico, sui quali si sviluppano i diversi gradi di coinvolgimento; all’interno di tale continuum andiamo a trovare i diversi gradi di compromissione dello stato di salute mentale.

I principali stadi che caratterizzano il gioco d’azzardo sono:

  • Gioco  sociale, nel quale il giocatore non raggiunge livelli di gioco preoccupante e mantiene inalterata la sua sanità mentale.
  • Gioco problematico, quando il giocatore procura a se e agli altri problemi di diverso tipo a causa della frequenza di gioco e delle somme di denaro impegnate, senza ancora raggiungere i criteri diagnostici patologici.
  • Gioco patologico, quando il giocatore soddisfa i criteri diagnostici di Gap.

Il DSM-5 attribuisce al GAP lo status di dipendenza, in quanto il giocatore patologico sviluppa: aumento della frequenza delle puntate e della quantità di denaro speso per ottenere l’eccitazione desiderata; la presenza di sintomi tipici di astinenza quali irritabilità, ansia, insonnia, sudorazione, tremori e un intenso desiderio come equivalente al “craving” sperimentato dai tossicodipendenti.

La dipendenza da gioco d’azzardo è una malattia sociale a tutti gli effetti; malattia sociale a cui la pandemia e una (non) posizione dello stato, in merito, ha solo fornito terreno fertile per il crescente aumento della dipendenza stessa.


Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di alea: esso si sostanzia nello scommettere denaro o altri beni di valore su un evento ad esito incerto, in cui il caso, in grado variabile determina tale esito (Leone, 2009; Filippi e Breveglieri, 2010).

Ne deriva che le capacità, ad esempio, del giocatore siano ininfluenti poiché alla fine si tratta di vincere sul caso. Molti dei racconti offerti da giocatori, contengono una descrizione del momento del gioco come di un “semplice passatempo, non pericoloso su cui si ha il controllo e su cui si può smettere quando si vuole”.

Smetto quando voglio ma se non mi faccio aiutare non smetterò mai del tutto.

La mente del dipendente è qualcosa che merita la nostra profonda attenzione perché è molto facile attuare una sostituzione sintomatica e arrivare a sviluppare o un altro sintomo (magari un sintomo psicosomatico) oppure si arriva a trasferire la propria dipendenza in altro campo (ad esempio dipendenza affettiva).

La comorbilità con questo disturbo (GAP) è con i Disturbi dell’umore (depressione); disturbi d’ansia; disturbo borderline o disturbo antisociale di personalità.

Inoltre così come per la tricotillomania, anche la dipendenza da gioco d’azzardo può essere considerata una variante del Disturbo ossessivo compulsivo sulla base della natura compulsiva dell’azione associata all’incapacità di smettere (la differenza tra i due disturbi risiede nel fatto che se nel DOC, la compulsione serve per ridurre una emozione negativa, nel GAP la compulsione produce emozioni positive che diventano di difficile rinuncia, per il soggetto).

L’esordio della dipendenza da gioco d’azzardo generalmente risale all’adolescenza o alla prima età adulta ma può manifestarsi anche durante la mezza età o in tarda età adulta.

Molte persone affette da Gioco d’Azzardo Patologico possono essere altamente competitive, energiche, irrequiete e facili ad annoiarsi. Inoltre sembrano essere eccessivamente preoccupate dell’approvazione altrui e sorprendentemente generose.

Non improvvisiamoci e chiediamo aiuto il prima possibile.

Per il trattamento si ricorre ad una psicoterapia e solo se necessario, in alcuni casi, a farmaci SSRI stabilizzatori del tono dell’umore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Vanessa.

Photo by Mike Chai on Pexels.com

La storia che decido di condividere con voi, oggi, appartiene a uno di quei colloqui osservati prima della pandemia. La mia precisazione ha un intento specifico che capirete leggendo la storia di Vanessa. La mia professione, il lavoro con l’umano, usa (per così dire) la talking cure, la cura parlata, ma si basa anche sulla comunicazione non verbale, sull’analogico.

Osserviamo la persona che abbiamo innanzi, le nostre fantasie come clinici (così come anche nel futuro paziente) partono, come Carla Candelori ricorda già dal primissimo contatto telefonico, un contatto con cui inizieranno nella nostra e altrui mente tutta una serie di fantasie che si concretizzeranno (o meno) con il momento dell’incontro sulla porta.

Il covid per noi psy ha significato ridefinire la professione (il mio discorso non è nè di lamentela, né di negazionista né di fautrice della dittatura sanitaria), sto descrivendo il (nuovo) mondo lavorativo della mia categoria. Inizialmente alcuni pazienti (bambini) sono scappati dallo studio vedendoci bardati come palombari (camice, guanti, mascherina, visiera); alcuni colleghi che hanno possibilità hanno messo (a loro spese) separé di plexiglass, così da poter (nel rispetto delle norme igienico-sanitarie) vedere le espressioni del viso del paziente.

Credo che contestualizzare, sapere “dove siamo e cosa stiamo facendo”, sia un punto di partenza sempre doveroso quando ci approcciamo a qualcosa, altrimenti rischiamo di dare inutili giudizi che alimentano polemiche e odio inutile.

La storia di Vanessa.

Un giorno prendo una telefonata in cui una signora piuttosto anoressica nell’eloquio, dice di avere una figlia problematica, disastrosa e ingestibile. La signora riferisce di voler portare la ragazza di 17 anni in studio perchè non ne può più “o si fa aiutare o la sbatto fuori casa!”.

Preso appuntamento nel giorno .. all’ora .. Bussano alla porta.

Ci troviamo davanti una sorta di samurai, si tratta di Vanessa, una ragazza completamente coperta. La ragazza che varca la porta è vistosamente sottopeso, vestita completamente di nero lascia a stento intravedere gli occhi. Vanessa indossa un cappello nero di lana abbassato fin sopra alla nuca, una sciarpa nera che le copre tutto il volto quasi fosse un passamontagna; ha un pantalone nero in tessuto sintetico esageratamente largo, una maglia che le funge da vestito, nera ed enorme; scarpette da ginnastica nere e guanti da cui fuoriescono solo delle sottilissime dita corrose .

Vanessa si siede e ci guarda in maniera fissa, quasi insistente, mentre (a dispetto della bardatura che porta addosso), assume un’espressione quasi di sfida.

La ragazza comincia col dire che è venuta in studio solo perchè la madre (una grande rompipalle) , ha insistito ma che lei odia uscire e farsi vedere, motivo per cui dobbiamo anche muoverci e fare presto!

Vanessa ha un tono della voce così esile che le viene chiesto, se possibile, di provare ad alzare un po’ il tono

(essendo così coperta, di Vanessa non riusciamo a ben comprendere la mimica del volto. Noto le sopracciglia talvolta fisse – quando si tratta di argomenti di cui si sente sicura, come il suo abbigliamento- talvolta corrucciate o spaesate, quando si parla di corpo).

Vanessa si copre completamente da quando aveva 14 anni, dopo il menarca infatti ha cominciato a mangiare sempre meno chiedendosi come fare per arrestare questo improvviso sviluppo del suo corpo, uno sviluppo non richiesto e in cui non si riconosce. Vanessa non ama il suo viso (la giovane sosterrà che anche quando si lava il viso, la mattina, non si guarda allo specchio. Vanessa ha infatti fatto togliere le lampadine della luce dal bagno e dalla camera da letto, e ha oscurato gli specchi).

La ragazza non capisce tutta questa importanza data ai volti e in maniera confusa e al contempo di una linearità disarmante, mostra come il corpo sia un oggetto inutile.

Nei diversi colloqui portati avanti Vanessa sosterrà, inoltre, che ha capito che gli altri hanno più cura di te quando sei triste e quando appari fragile e insicuro “quando le persone vedono che soffri, si preoccupano di te; a nessuno piace la donna sicura perchè dopo deve fare i conti con il carattere e la sicurezza.. Poi c’è il sesso… Invece quando sei piccolo e insicuro tutti si preoccupano, ti chiedono come stai, ti accarezzano, ti manipolano.. come si fa con i bambini piccoli, i bambini piccoli.. loro sì che sono fortunati!”.

Vanessa un giorno entra in studio dicendo di chiudere tutte le finestre e di sbarrare la porta “Dottoressa mi stanno seguendo, sono qui.. lo so, lo so, lo so!” dice urlando con fare sempre più forte; un altro giorno mentre parla dice di sentire odore di putrefazione e il suo eloquio è sempre più disorganizzato e confuso. Vanessa vive nella sua stanza circondata da libri (è in effetti una ragazza molto intelligente e preparata) ma presenta anche abulia e improvvisa alogia (povertà di linguaggio e eloquio).

Con grande fatica, visto anche lo scarso interesse dell’ambiente familiare, riusciamo a sapere che Vanessa è figlia di una stimata professoressa e di un medico piuttosto noto sul territorio. La madre ha avuto una profonda depressione post-partum (curata solo con i farmaci). In seguito a questa depressione la madre di Vanessa non ha mai allacciato una sana relazione con la figlia accusata, in realtà, di essere stata la causa del suo malessere. Vanessa sembra essere cresciuta in un ambiente affettivo deprivante, senza il calore genitoriale; senza un caregiver capace di contenere le paure della ragazza lasciandola invece sola a dover fare i conti con il mondo terrorizzante e terrorifico, preda dell’angoscia del corpo in frantumi. Vanessa ha vissuto la paura di essere fagocitata; la paura di un seno che invece di essere alternativamente buono e cattivo è rimasto solo cattivo, diventando vittima dell’angoscia di persecuzione.

Vanessa presenta i tre sintomi positivi della schizofrenia oltre ad alcuni negativi, sembrerebbe pertanto che la ragazza stia vivendo un esordio schizofrenico; in realtà il lavoro sarà molto lungo e complesso orientato inoltre alla diagnosi differenziale del continuum disturbo schizoide- schizotipico- schizofrenia.

Il supporto e la psicoterapia saranno orientati a far prendere gradatamente Vanessa, coscienza del suo (non evanescente) corpo; un corpo che lei sente come essere quello di una bambina piccola e bisognosa di cure. Durante la terapia Vanessa tornerà in contatto con le parti piccole di sé, con quella Vanessa che piangeva disperatamente durante la notte perchè aveva paura e che non ha mai ricevuto però, aiuto.

I movimenti regressivi della ragazza saranno talvolta così forti da avere la sensazione di avere di fronte per davvero un neonato.

Il supporto e il lavoro è stato lungo, difficile, stancante; un pensiero continuo.. una fatica (chi poteva immaginare che dopo un anno e mezzo, lavorare con le mascherine senza vedere il volto delle persone, sarebbe diventata la normalità).

Recentemente ho incontrato, per caso, Vanessa (che ha poi cominciato anche la cura farmacologica).

“Dottoressa lo sa… Ho trovato il mio volto, tra le maschere”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Disturbo dissociativo dell’Identità ( Disturbo di personalità multipla).

Fonte Immagine Google.

“F., 28 anni, pieno di lividi per le percosse subite, barcollante e disorientato, viene fermato mentre vagava senza uno scopo vicino ad un centro commerciale. Condotto presso l’ospedale della zona, viene ascoltato dai medici che cercano di comprendere il motivo dei suoi numerosi lividi.

F., comincia a parlare con una voce da bambino piccolo; è un bambino spaventato, angosciato e confuso che si alterna a F., con voce matura e adulta che racconta, invece, una storia piena di maltrattamenti familiari, paura continua, sevizie e della morte dei suoi genitori che lo usavano come corriere per la droga. Racconta inoltre di aver assistito all’omicidio di 2 uomini.

Condotto presso un centro specializzato, comincia ad essere seguito. Viene raccontato delle improvvise smorfie che F. compie mentre parla e della valanga di oscenità che riesce a dire; qualcuno accosta la scena a quelle del film l’esorcista.

F., chiede di essere chiamato con altro nome durante queste nuove “emissioni”, nello specifico come M., (questo evento per lo psicologo che seguiva F, era il primo indizio che F fosse affetto da personalità multipla).

Nelle seguenti settimane da F, si passava a G, poi a L, poi a C; alcune delle personalità chiedevano come stesse l’altra e si alternavano nelle risposte di secondo in secondo quasi senza sosta.

Le personalità totali contate arrivarono a 27.

Dal punto di vista dell’età F, passò dall’essere un feto all’essere un vecchio ultracentenario. In un’ora passò attraverso 9 personalità.

Il disturbo dissociativo dell’identità è drammatico e altamente invalidante. Colui o colei che soffre del disturbo dissociativo dell’identità o disturbo di personalità multipla, sviluppa due o più personalità diverse che spesso vengono indicate come personalità secondarie o personalità alternative. Ciascuna di queste personalità presenta ricordi, comportamenti o emozioni specifici, inoltre ciascuna delle personalità secondarie, alternandosi giunge ad occupare il posto centrale fino a dominare il funzionamento della persona stessa.

Solitamente si ha una personalità primaria o ospite, che si manifesta maggiormente rispetto ad un’altra.

Il passaggio da una personalità secondaria all’altra è chiamato slittamento, è in genere improvviso e può rivelarsi radicale (APA,2000). Lo slittamento è scatenato da un evento stressante, ma i clinici stessi possono indurlo tramite la suggestione ipnotica (APA, 2000).

I primi casi di disturbo dissociativo dell’identità attestati risalgono ad almeno 3 secoli fa. La maggior parte dei casi è diagnosticata nei primi anni dell’adolescenza o nella prima età adulta ma maggiormente i sintomi iniziano nell’infanzia dopo episodi di abuso (spesso sessuale) forse anche prima dei cinque anni. Le donne vengono colpite dal disturbo in maniera triple, rispetto agli uomini (APA, 2000).

Il modo in cui le personalità secondarie si alternano o rapportano tra loro, è vario di caso in caso. In genere vi sono tre tipi di relazioni.

Nelle relazioni di amnesia reciproca le personalità non sono coscienti l’una dell’altra (Ellenberger, 1970), mentre nei modelli di consapevolezza reciproca, ognuna di esse è cosciente dell’altra (Alcune voci-personalità possono parlare in armonia tra loro oppure litigare al contempo).

In una relazione di amnesia a senso unico( che è il modello della relazione più comune), alcune personalità secondarie sono consapevoli delle altre, ma la consapevolezza non è reciproca in quanto le personalità coscienti “co – consce” sono osservatrici silenziose, consapevoli delle azioni e pensieri delle altre subpersonalità.

Talvolta mentre è presente un’altra personalità secondaria, la personalità co-conscia si rende nota attraverso mezzi indiretti che possono essere allucinazioni sonore o la scrittura automatica (nello specifico voci che danno ordini oppure scrivere parole su cui non si ha il minimo controllo).

Trattare questo disturbo è complesso; un percorso ad ostacoli senza sosta dove man mano che si prosegue verso la tappa, l’ostacolo anziché allontanarsi si avvicina sempre più fino a rendere impossibile il salto o l’evitamento . La personalità diviene un ostacolo sempre più alto che continua a crescere e raddoppiarsi in altezza o in larghezza fino ad espandersi.

F, è attualmente seguito; muove ancora senza sosta tra le sue svariate personalità nell’attesa di tendere la mano a quell’F che si è perso molto tempo fa, chissà quando, chissà dove…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Disturbi Somatoformi.

Immagine Personale.

“E’ giovedì e Giovanna ha due esami: alle 11:00 filosofia morale (un esame orale che dicono essere abbastanza veloce) e alle 13,30 storia contemporanea.

Giovanna non dorme regolarmente da 4 settimane; sono gli ultimi due esami prima della discussione della tesi, non ha pagato le tasse e se non passa gli esami oltre a dover rinviare la laurea, dovrà pagare anche la mora (non ha nemmeno detto di questo piccolo dettaglio ai genitori).

Giovanna si sveglia anche se ha la sensazione che “la notte non ci sia stata”; ha crampi dolorosissimi allo stomaco e sente dolori ovunque, nel corpo. Non presta molta attenzione alla cosa, sa infatti che prima degli esami “sente cose strane”.

Dai dolori allo stomaco e al corpo, si passa però alle vertigini. Giovanna vede la stanza intorno a sè, girare, e percepisce come la sensazione di ondeggiare sul mare. Corre in bagno e crede di dover vomitare, ma non ci riesce; stramazza al suolo colma di sudore, ha freddo.. poi caldo. Il cuore esplode e le orecchie sibilano all’infinito.

Giovanna chiama la mamma e finisce in ospedale”.

Come abbiamo avuto modo di vedere, insieme, i fattori psicologici hanno una grande influenza sulla percezione o sviluppo di alcune malattie fisiche. Il medico che visita Giovanna, ha diverse opzioni davanti; la ragazza potrebbe simulare il malessere per paura degli esami, potrebbe immaginare di essere malata o potrebbe reagire in maniera sproporzionata alla percezione dei suoi sintomi. Potrebbe banalmente avere un principio di influenza.

Quello che sappiamo, tuttavia, è che alcuni disturbi o disagi psicologici possono indurre delle conseguenze fisiche e fisiologiche notevoli (pensiamo a quanto l’anomalia nel funzionamento dei neurotrasmettitori possa intervenire nel disturbo d’ansia generalizzato).

Secondo il DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), vi sono tutta una serie di disturbi psicologici per i quali i sintomi fisici costituiscono i primi segni della patologia.

  1. disturbo fittizio: il paziente produce intenzionalmente o simula i sintomi fisici
  2. disturbo di conversione: caratterizzato da sintomi fisici non spiegabili dal punto di vista medico che incidono sul funzionamento motorio e sensoriale
  3. disturbo con sintomi somatici: in cui il paziente si sente eccessivamente preoccupato e afflitto da sintomi fisici
  4. disturbo da ansia di malattia: i soggetti ansiosi per il proprio stato di salute si preoccupano di essere gravemente malati in assenza di qualsiasi sintomo fisico

Quando un problema fisico non ha una causa fisica evidente, i medici avanzano l’ipotesi che si tratti di un disturbo somatoforme, ovvero una malattia fisica che ha però cause psicosociali.

I sintomi fisici non sono prodotti in modo intenzionale motivo per cui i malati attribuiscono i loro sintomi a una malattia reale e medica; questi disturbi possono a loro volta essere distinti in: disturbi somatoformi di tipo isterico (vi è un cambiamento reale nel funzionamento fisico) e disturbi somatoformi ipocondriaci (persone che si preoccupano ingiustificatamente e sono convinte che qualcosa nel loro corpo, non funzioni).

Un approfondimento: La sindrome di Munchhausen per procura.

“Jennifer ha 9 anni, è stata ricoverata 200 volte e ha subito 40 interventi medici. Le hanno asportato la cistifellea, l’appendice e parte dell’intestino; le hanno inserito sonde nel torace, nello stomaco e nell’intestino”.

Questo disturbo viene causato dalla persona che si prende cura del bambino e che fa ricorso a varie tecniche per produrre dei sintomi nel bambino. Possono essere utilizzati (in maniera intenzionale) farmaci, può essere sabotata una cura reale di cui il bambino ha bisogno, si contamina la sonda della nutrizione, si riempie il bambino di attenzioni o lo si avvelena lentamente.

I sintomi di cui questi bambini soffrono comunemente sono: crisi epilettiche, emorragie, asma, coma, diarrea cronica, infezioni o intossicazioni. Tra il 6% e 30% di questi bambini, muore, mentre l’8% sopravvive ma con danni permanenti.

La sindrome è difficile da diagnosticare ma molto diffusa. Di solito è la madre attenta e scrupolosa, affettuosa e ammirabile persona che si prende cura del proprio figlio malato, a provocare la malattia del bambino/a. Si tratta di una donna che dona tutta se stessa alla causa de figlio, magari facendo appelli o raccolte fondi per la strana malattia del figlio. La madre è emotivamente instabile, bisognosa di attirare l’attenzione su di sè. Si tratta spesso di persone che hanno conoscenze nel campo medico.

Dal punto di vista giuridico questa sindrome può essere considerata una forma pianificata di maltrattamento del bambino, motivo per cui il bambino viene poi allontanato dalla famiglia d’origine.

Numerosi sono gli studi che si stanno portando avanti per comprendere meglio la sindrome di Munchhausen e il ruolo dei fattori psicosociali esistenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.