SONO SOTTO I RIFLETTORI: ILLUSIONE O REALTA’?

Chi ci sta intorno è realmente attento ad ogni nostro cambiamento (fisico o emotivo), oppure si tratta solo di un’illusione?

Spesso quando ci troviamo in una situazione (nuova o consolidata che sia), siamo portati a percepirci come sotto la luce di un riflettore. Siamo in sostanza convinti che ad esempio il modo in cui siamo vestiti, come stiamo parlando, come ci stiamo muovendo, sia continuamente osservato e giudicato “dall’altro”.

Immagine fonte “Google”

Si tratta del fenomeno definito “effetto spotlight” (effetto riflettore), ampiamente studiato nell’ambito della psicologia sociale. Nell’anno 2000 Gilovic, Medev e Savitsky, decisero di condurre un esperimento nelle aule universitarie, per controllare se effettivamente le persone notassero dei cambiamenti o dei movimenti nel loro interlocutore. Ad un gruppo di studenti fu chiesto di indossare una giacca bizzarra e stravagante, prima di entrare in aula. Il 50% di questi studenti (prima di entrare in aula) dichiarò di essere convinto che i loro colleghi, avrebbero notato la maglietta stravagante; in realtà solo il 23% dei compagni notò la giacca. Nel 2010 Timothy Lawson condusse un esperimento analogo. Lo studioso chiese a degli studenti che partecipavano ad un gruppo di studio, di lasciare un attimo il gruppo, cambiarsi la maglietta ed indossarne una con la scritta American Eagle . Quasi il 40% degli studenti era convinto che gli altri avrebbero notato il cambiamento, mentre solo il 10% fu in grado di ricordare la scritta sulla maglietta. Molti studenti del gruppo, non si accorsero nemmeno che la maglia era stata cambiata.

Da ulteriori studi è emerso che ciò che vale per pettinature, capelli, vale anche per le emozioni: ansia, irritazione, paura.. molte meno persone di quante ci si aspetta, notano le nostre emozioni. Spesso infatti soffriamo di un’illusione di trasparenza, ovvero se ad esempio siamo felici e ne siamo consapevoli, siamo portati a pensare che anche gli altri percepiscano dal nostro volto che siamo felici. Analogamente si tende a sopravvalutare l’entità di gaffe o lapsus sociali. Se ad esempio facciamo scattare l’allarme in biblioteca, ci sentiamo mortificati in quanto pensiamo di aver fatto una brutta figura; le ricerche tuttavia mostrano che ciò per cui ci si preoccupa a dismisura viene a stento notato dagli altri, o subito dimenticato.

In definitiva non dobbiamo essere troppo preoccupati e sentirci frenati o “bloccati”, quando ci troviamo in una situazione sociale che ci espone al possibile giudizio altrui.

La luce di un riflettore può sempre essere spenta da un interruttore.

Dott.ssa Giusy Di Maio

“Mamma ho mal di pancia, non posso andare a scuola!”.

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Tutto sembra ormai pronto: ci siamo svegliati e alzati dal letto, abbiamo fatto colazione, ci siamo lavati, vestiti e siamo lì sull’uscio della porta pronti per accompagnare i nostri bambini a scuola… ma qualcosa non va.

“mamma ho mal di pancia, forse è meglio se non vado a scuola”.

 

Semplici capricci o qualcosa in più.

Spesso accade che i bambini manifestino mal di pancia, vomito, mal di testa, malesseri che si presentano quando il bambino sa di dover andare a scuola, o in alcuni casi in macchina poco prima di scendere. Ciò che risulta difficile da comprendere, è se il bambino stia solo facendo dei capricci, oppure se i suoi sintomi sono la spia di un disagio più profondo.

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Fobia scolare.

Per fobia scolare s’intende un disturbo in cui il soggetto sperimenta ansia e paura di andare o restare a scuola. Tale ansia compromette in modo significativo la frequenza scolastica stessa, tanto che questi bambini arrivano a manifestare forti sintomi psicosomatici che si risolvono non appena il bambino torna a casa, in un ambiente protetto. Il bambino/ragazzino che ci troviamo di fronte, appare agitato/ansioso o viceversa introverso; lamenta forti mal di pancia o mal di testa; spesso vomita. Si stima che circa il 5-28% della popolazione in età scolare soffra di questo disagio che può subire un incremento nelle fasi di passaggio da un ciclo scolastico all’altro (Kearney 2002).

 

Genitori in bilico.

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Immagine Google.

Nessun genitore ama vedere il proprio bambino in difficoltà, pertanto la prima e intuibile cosa che viene fatta quando un bambino dice di star male e non poter andare a scuola, è farlo restare a casa. Fatto ciò, è importante cercare di non aggredire (creando inutili allarmismi), né sminuire il comportamento del bambino. Chiediamoci invece se è successo qualcosa di rilevante nell’ultimo periodo (un lutto, una malattia di un caro, un cambio di abitudini); andiamo a scuola per verificare se anche l’ambiente scolastico è rimasto immutato. In definitiva: creiamo una rete di supporto per il bambino, un ponte di dialogo tra scuola e famiglia che sia supportato dall’aiuto di un esperto. Bisogna infatti offrire al bambino la possibilità di essere contenuto e supportato nel proprio disagio, invece che frainteso.

 

Le aspettative.

Non creiamoci attese troppo frettolose, non possiamo pensare di passare “dalla fuga” al restare in classe per tutte le cinque ore. Inizialmente anche solo un’ora mentre magari il genitore aspetta in corridoio, può rivelarsi un successo. Diamo tempo al bambino di comprendere le proprie emozioni e aiutiamolo e renderci partecipi di quello che prova.

Dott.ssa Giusy Di Maio