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Obiettivi

“L’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare”

Paolo Coelho

La nostra vita spesso ha un carattere frenetico e nella frenesia del quotidiano, sommersi dalle innumerevoli richieste della società, e delle nostre famiglie ci affanniamo per raggiungere obiettivi, spesso lontani e apparentemente irraggiungibili.

Ma una volta raggiunti scopriamo che la felicità, la soddisfazione e la gioia attesa, per il raggiungimento dell’obiettivo, è fugace e insoddisfacente.

Quando focalizziamo tutte le nostre aspettative e le nostre risorse solo ed esclusivamente sul successo, siamo destinati quasi certamente a fallire.

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Bisogna confrontarsi sempre con i propri limiti e con le proprie reali aspettative (quelle nostre personali), non con quelle che ci vengono imposte direttamente o indirettamente dagli altri.

L’importante è riconoscere le proprie priorità e le proprie reali esigenze, per poi percorrere la strada più congeniale verso i nostri obiettivi, quelli che più desideriamo.

Il tempo, la fatica, il piacere della conquista, il brivido dell’imprevisto e la rassicurante risoluzione dei nodi, darà valore e soddisfazione agli obiettivi e ai successi raggiunti.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ottimismo irrealistico vs. Pessimismo difensivo.

Fonte immagine “Google”.

Alla scoperta di due approcci alla vita che muovono lungo un continuum che li vede agli antipodi. L’uno “ottimismo irrealistico” che fa sentire come Polyanna immersi in un mondo roseo, l’altro il “pessimismo difensivo” che prova a salvarci dalle possibili insidie dell’ottimismo irrealistico.

“Le visioni del futuro sono così rosee che farebbero arrossire Polyanna”

Shelley E. Taylor, Positive Illusions, 1989.

L’ottimismo predispone l’essere umano a un approccio positivo alla vita. E’ ottimista colui che tende a considerare solo i lati migliori della realtà in cui è calato; colui che sa valutare e/o attendersi solo sviluppi favorevoli circa il corso degli eventi che gli si pongono innanzi.

Tuttavia molti di noi possiedono ciò che il ricercatore Neil Weinstein definisce un “ottimismo irrealistico nei confronti degli eventi futuri della vita”. E’ interessante a tal proposito, citare i dati di una survey condotta tra il 2006 e il 2008 in cui molte persone dichiararono di aspettarsi un miglioramento della propria vita (di qualsiasi aspetto) nei prossimi 5 anni, maggiore di quanto fosse successo nei 5 anni appena trascorsi (Daron, 2010). Il miglioramento che i soggetti intervistati sembravano aspettarsi, è particolarmente interessante visto che la survey è stata condotta nel pieno del periodo della recessione economica che ha colpito il mondo.

Come provare a leggere o interpretare questi dati?

Linda Perloff (1987) sostenne che l’ottimismo illusorio potesse aumentare la nostra vulnerabilità in quanto potenzialmente deleterio: ma in che modo? l’ottimista a tutti i costi, tende infatti a sottostimare la possibile negatività di un evento o la possibilità che qualcosa possa andare storto con l’inevitabile risultato che non vengano prese delle precauzioni di fronte a quello che potrebbe essere invece un potenziale pericolo.

In un sondaggio condotto tra la Scozia e gli Stati Uniti, i ventenni hanno valutato di avere molte meno probabilità dei loro compagni di essere infettati dal virus dell’AIDS (Abrams,1991; Pryor e Reeder, 1993). Allo stesso modo i giocatori d’azzardo ottimisti, tendono a persistere ostinatamente (più dei pessimisti) nel loro gioco anche dopo che hanno accumulato perdite su perdite (Gibson e Sanbonmatsu,2004).

Gli studiosi sono ancora impegnati nello studio dell’ottimismo in quanto consapevoli del fatto che essere ottimisti comporti miglioramenti nella gestione della vita (promozione del senso di autoefficacia; promozione della salute fisica; promozione nel benessere dell’individuo). Tuttavia è molto più probabile che la “virtù stia nel mezzo”.

Julie Norem (2000) definisce il pessimismo difensivo come “un valore adattivo legato all’anticipazione di problemi e al controllo dell’ansia da parte della persona motivata a compiere azioni efficaci”, in sostanza il pessimismo difensivo piò salvarci dalle insidie dell’ottimismo irrealistico.

Da studi condotti (Robins e Beer, 2001), è emerso che gli studenti che iniziano il proprio percorso universitario considerando “troppo” la propria preparazione/capacità accademica, tendono poi ad avere (durante il percorso di studi), gravi danni alla propria autostima poichè incapaci di fronteggiare lo stress dovuto a qualche piccolo – spesso inevitabile- fallimento. Ciò che invece sembrerebbe fare il pessimismo difensivo, è anticipare i possibili problemi/ostacoli, puntando a fare leva su una risoluzione efficace.

Se prima di un esame, colloquio di lavoro o qualsiasi evento di vita (anche una convivenza), mi prendo del tempo per meditare e vagliare le possibili conseguenze della mia azione/strategia, applicando anche quel pizzico di pessimismo difensivo “questa cosa potrebbe andare male se..”, molto probabilmente aumenterò la possibilità che di converso quella data cosa finisca bene, in quanto sarò più pronto ad attuare delle strategie maggiormente adattive anche in caso di errore o fallimento.

In un tempo sempre più veloce dove l’essere umano sembra perdere ogni giorno sempre più il legame con il proprio desiderio, abbandonarsi alla riflessione sembra oggi più che mai, uno dei modi per recuperare e riuscire laddove fino a poco prima si falliva.

“Finisce bene ciò che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non ci riesco: Self Serving Bias e errori al servizio del sé.

E’ opinione abbastanza diffusa, pensare che la maggior parte delle persone gode di scarsa autostima. Lo psicologo umanista  Carl Rogers nel 1958 ,osservò come anche chi in apparenza tendeva a mostrarsi sicuro e privo di complessi, in qualche modo fingeva e tendeva a disprezzarsi.

L’argomento però appare piuttosto complesso in quanto, da altri studi sull’autostima , emergeva invece che anche i soggetti con basso profilo, davano risposte che tutto sommato rientravano nella media.

La domanda quindi che sorge spontanea diventa allora: “la bassa autostima è solo una finzione?”

Self serving bias – immagine google

Per comprendere meglio l’argomento, dobbiamo far capo ad un altro concetto fornitoci dalla psicologia sociale, quello del self serving bias, ovvero della: ” tendenza a percepire se stessi in modo eccessivamente positivo e a favore del sé”.

Studi in proposito hanno evidenziato come le persone tendano a guardare diversamente gli eventi al quale dovranno poi dare una spiegazione. In presenza di un successo, il merito è tutto attribuito a se stessi; in presenza di un fallimento, questo è attribuito a fattori esterni come la sfortuna. E’ un pò il tipo di ragionamento che tutti abbiamo fatto almeno una volta a scuola : “se all’interrogazione siamo andati bene, è tutto merito della nostra preparazione conquistata con ore e ore di studio, se invece va male, è il professore ad averci preso di mira oppure ad averci chiesto quell’unica cosa che non avevamo studiato”.

Questo fenomeno è appunto incentrato sugli stili attributivi per cui si ha la tendenza ad attribuire a se stessi i successi e a negare responsabilità in merito agli insuccessi; si tratta di uno degli errori o bias più potenti.

Recenti studi hanno evidenziato come le attribuzioni a favore del sè, attivino aree del cervello connesse con la ricompensa e il piacere, ma uno dei dati più interessanti è quello che mostra come le attribuzioni a favore del sé siano connesse anche con le liti coniugali. Accade infatti che durante i litigi tra coppie (specie durante quelli che terminano con un divorzio), i partner tendano ad incolparsi a vicenda (spostano cioè la colpa/attenzione all’esterno). Attribuire i propri insuccessi a qualcosa di esterno è infatti meno deprimente che considerarsi immeritevoli (nel caso appena citato, responsabili per la fine di un matrimonio).

immagine google

Un modo per prevenire tali “errori”, consiste nell’eseguire un giusto training guidato da un esperto psicologo – psicoterapeuta. Un recente filone di indagine consiste nella riduzione/eliminazione dei bias con un processo detto “debiasing”. Si tratta in sostanza, di aiutare la persona a cambiare la propria prospettiva (in maniera guidata e controllata), utilizzando ad esempio degli incentivi.

Dott.ssa Giusy Di Maio