Preadolescenza. L’importanza di “appartenere” per “separarsi”.

Genitori e figli: la preadolescenza e i nuovi compiti di sviluppo per i genitori e la famiglia. Appartenere per separarsi; paura del cambiamento e il fascino delle scoperte.

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C’è un periodo compreso tra l’infanzia e l’adolescenza in cui si manifestano dei comportamenti e dei cambiamenti nei propri figli che spesso colgono di sorpresa i genitori e sono la causa di fraintendimenti e litigi che poco hanno a che vedere con il periodo del “ciclo di vita familiare” precedente, che tutto sommato era abbastanza tranquillo.

In genere i genitori, in questo periodo hanno difficoltà a prevedere i comportamenti dei propri figli, “non li riescono più a controllare” e temono che il figlio possa allontanarsi da loro irrimediabilmente e con conseguenze drammatiche. Almeno questa pare sia la percezione di buona parte dei genitori, rispetto a ciò che sta avvenendo. Quella della preadolescenza è il preludio ad una fase critica, caratterizzata da forti contraddizioni.

Potremmo far rientrare questo periodo ad un’età che va dagli 11-12 ai 13-14 anni, ovviamente è una stima pressoché  indicativa, perché può sicuramente variare da ragazzo a ragazzo.

Quella preadolescenziale è l’età delle prime prove pratiche di emancipazione dai genitori. Un primo step verso quello che è l’obiettivo principale degli adolescenti e quindi dei giovani adulti: la totale indipendenza.

Ribelle

È un processo fisiologico di crescita, per i ragazzini, ancora in parte bambini, che si accompagna a  diverse trasformazioni personali su più livelli: cognitivo, emotivo, ormonale, anatomico, sentimentale, sessuale e sociale.

In genere il ragazzo o la ragazza ondeggiano tra una ricerca di sostegno e interesse ad una ricerca di totale a autonomia e libertà dai genitori.

Quindi da un lato continuano a contare sul supporto dei propri genitori, dall’altro guardano desiderosi alla propria libertà.

Ma un ragazzino di 12 anni, a differenza di quanto si possa pensare, comprende bene che il processo di crescita e di autonomia personale è un processo graduale e si aspetta anche di non essere accontentato sempre e di dover lottare per le proprie graduali libertà.

Compiti di Sviluppo dei genitori

Come possono allora i genitori far fronte a questi cambiamenti continui e alle nuove esigenze del figlio?

Innanzitutto bisogna accettare che i figli stanno crescendo e accogliere i cambiamenti che li caratterizzano. Come genitori bisognerebbe cominciare a rinegoziare le relazioni genitori- figli (rinegoziare, quindi le relazioni che caratterizzavano la fase precedente) al fine di consentire l’individuazione da parte dei ragazzi; aumentare la flessibilità dei confini familiari; fornire una guida sicura e modelli di identificazione stabili e abbastanza coerenti.

Concordare con loro le regole di comportamento e affrontare insieme le varie questioni e difficoltà quotidiane può essere un buon punto di partenza per i genitori.

 L’importante è garantire nei ragazzi una autonomia progressiva, coerente con le esigenze personali, il contesto ambientale abitativo e le relazioni sociali di riferimento.

Appartenere per separarsi.

Con la pubertà inevitabilmente aumenta anche il bisogno maggiore di privacy. Nel limite del possibile bisogna favorire la possibilità di avere spazi propri, personali.

Il corpo e l’aspetto esteriore sono fondamentali per la propria identità, offrire ai ragazzi la gestione dell’abbigliamento, del trucco, del cibo, del look, può farli sentire più sicuri di se stessi. L’aiuto dei coetanei può agevolare lo svincolo dai genitori e quindi favorire la propria sensazione di autoefficacia e autonomia, bisognerebbe quindi assecondare le loro relazioni amicali e sentimentali esclusive.  

L’importanza del gruppo dei pari.

Inoltre è importante fornire a quest’età una prima educazione sessuale e sentimentale.

Bisogna poi non preoccuparsi troppo delle bugie che vengono dette a quest’età, in genere sono fisiologiche e servono a proteggere la propria vita intima. Sono dei piccoli segreti che aiutano a crescere e che non devono essere confusi con la non sincerità. I segreti vanno rispettati.

Concludendo è importante, per accompagnare i ragazzi di quest’età alla propria autonomia, favorirli negli spostamenti autonomi in città, nella gestione responsabile del denaro, del tempo libero e di quello dedicato allo studio e nella partecipazione ad alcune decisioni familiari.

Infine ragionare insieme sulle proprie aspirazioni e sulle proprie attitudini li aiuterà a sviluppare la propria curiosità verso il mondo e quindi a pensarsi e a proiettarsi nel futuro accedendo ad un esordio di progettualità che muterà più volte fino ad accomodarsi nella prima età adulta in un unico binario.

Dott. Gennaro Rinaldi

“Mamma ho mal di pancia, non posso andare a scuola!”.

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Tutto sembra ormai pronto: ci siamo svegliati e alzati dal letto, abbiamo fatto colazione, ci siamo lavati, vestiti e siamo lì sull’uscio della porta pronti per accompagnare i nostri bambini a scuola… ma qualcosa non va.

“mamma ho mal di pancia, forse è meglio se non vado a scuola”.

 

Semplici capricci o qualcosa in più.

Spesso accade che i bambini manifestino mal di pancia, vomito, mal di testa, malesseri che si presentano quando il bambino sa di dover andare a scuola, o in alcuni casi in macchina poco prima di scendere. Ciò che risulta difficile da comprendere, è se il bambino stia solo facendo dei capricci, oppure se i suoi sintomi sono la spia di un disagio più profondo.

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Immagine Google.

 

 

Fobia scolare.

Per fobia scolare s’intende un disturbo in cui il soggetto sperimenta ansia e paura di andare o restare a scuola. Tale ansia compromette in modo significativo la frequenza scolastica stessa, tanto che questi bambini arrivano a manifestare forti sintomi psicosomatici che si risolvono non appena il bambino torna a casa, in un ambiente protetto. Il bambino/ragazzino che ci troviamo di fronte, appare agitato/ansioso o viceversa introverso; lamenta forti mal di pancia o mal di testa; spesso vomita. Si stima che circa il 5-28% della popolazione in età scolare soffra di questo disagio che può subire un incremento nelle fasi di passaggio da un ciclo scolastico all’altro (Kearney 2002).

 

Genitori in bilico.

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Immagine Google.

Nessun genitore ama vedere il proprio bambino in difficoltà, pertanto la prima e intuibile cosa che viene fatta quando un bambino dice di star male e non poter andare a scuola, è farlo restare a casa. Fatto ciò, è importante cercare di non aggredire (creando inutili allarmismi), né sminuire il comportamento del bambino. Chiediamoci invece se è successo qualcosa di rilevante nell’ultimo periodo (un lutto, una malattia di un caro, un cambio di abitudini); andiamo a scuola per verificare se anche l’ambiente scolastico è rimasto immutato. In definitiva: creiamo una rete di supporto per il bambino, un ponte di dialogo tra scuola e famiglia che sia supportato dall’aiuto di un esperto. Bisogna infatti offrire al bambino la possibilità di essere contenuto e supportato nel proprio disagio, invece che frainteso.

 

Le aspettative.

Non creiamoci attese troppo frettolose, non possiamo pensare di passare “dalla fuga” al restare in classe per tutte le cinque ore. Inizialmente anche solo un’ora mentre magari il genitore aspetta in corridoio, può rivelarsi un successo. Diamo tempo al bambino di comprendere le proprie emozioni e aiutiamolo e renderci partecipi di quello che prova.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Metafore in musica.

Genitori e figli tra passato presente e futuro; le difficoltà del processo di separazione/individuazione in una canzone.

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Comunemente si è portati a pensare che l’essere genitori combaci con la nascita del proprio figlio, momento che a ben vedere segna invece solo l’esperienza di relazionarsi per la prima volta con un bambino reale bisognoso di cure. Questa genitorialità esteriorizzata (che si attiva nella realtà), trova invece terreno fertile in una genitorialità interna che comprende tutta quella dimensione intrapsichica che (in relazione a quello che sarà poi il ruolo materno o paterno), si è andata costruendo gradatamente attraverso un processo di elaborazione delle relazioni affettive primarie. In sostanza dobbiamo immaginare l’individuo, come esposto fin dall’infanzia a tutta una serie di variabili socioculturali, ambientali e soprattutto familiari, che influenzeranno sempre di più, ciò che sarà il suo futuro modello di genitorialità. Come sostiene la psicoanalista Hermine Hug-Hellmuth, il difficile compito dei genitori risiede proprio nel loro doversi destreggiare tra l’espressione di autorevolezza e affetto; due poli costantemente rimescolati e mai staticamente separati.

Che cos’è il processo di separazione/individuazione.

Il processo di separazione comporta –per l’appunto, – la separazione dagli oggetti genitoriali primari, per affrontare la messa a punto della propria identità. Che cosa significa quanto detto? Torniamo per un attimo indietro nel tempo, e cerchiamo di ricordare il difficile momento in cui da adolescenti, ci scontravamo continuamente con “l’autorità di turno” (un insegnante, un nonno, e soprattutto un genitore); quando vedevamo il nostro corpo modificarsi senza che noi potessimo impedirlo (pensiamo per un attimo alla crescita del seno nelle ragazzine o alla barba per i ragazzini), a tutte quelle pulsioni sessuali di difficile comprensione. Bene… è in questo momento che l’adolescente inizia a “separarsi” (o quanto meno prova a farlo, come attestano ad esempio, tutti quei rifiuti nel dover rispettare le regole) per procedere verso il processo di individuazione, “caratterizzato da un’accresciuta vulnerabilità dell’organizzazione della personalità e dall’urgenza di modificazioni della struttura psichica, in relazione con il processo di crescita” (Peter Blos, 1979)[1].

La metafora della chiave.

Sulla funzione catartica dell’arte, e sull’importanza di molti movimenti artistici nell’essere stati precursori di forti scossoni culturali, non mi dilungherò al momento… quello che a breve farò, sarà invece partire da un brano musicale “una chiave”(Caparezza, 2017), per meglio comprendere il difficile processo di separazione/individuazione degli adolescenti.

Caparezza cammina solo in una zona desertica, sembra spaesato e non sa bene, dove andare.CC

D’un tratto si trova innanzi qualcosa di misterioso e allettante, una serratura di una porta inesistente, si fida e seppur spaesato decide di entrare. Caparezza continua a camminare, boschi… mari… sempre nuove serrature gli si pongono innanzi. Nuove serrature, “nuovo ignoto”, nuove opportunità (forse). Tutto il percorso è accompagnato dalle note che rispondono al testo di “no…non è vero che non sei capace… che non c’è una chiave..” Tutto culmina nell’ultimo frame, dove si vede un Caparezza adulto (possiamo immaginare in questo, un padre) in compagnia di un Caparezza bambino (figlio). Durante una sorta di dialogo che genitore e figlio compiono, Caparezza decide di prendere in braccio il figlio per aiutarlo a disegnare una grossa serratura su di un muro bianco, che sarà successivamente aperta dal padre, il quale prima di andare via, ricorderà sempre al figlio che “no, non è vero che non sei capace”.

CAP

Si tratta di un’immagine, un messaggio intenso tutt’altro che semplice; un testo che può aiutarci a comprendere le difficoltà, le continue serrature che i giovani vogliono aprire ma che spesso temono… serrature talvolta trovate chiuse perché la chiave è stata smarrita…

Un video che ricorda ai genitori l’importanza di aiutare i propri figli nel “disegno della serratura” da cui poi….lentamente… usciranno… (non senza portare dietro una chiave… non si sa mai… per le emergenze).

Una chiave

Dott.ssa Giusy Di Maio

 

[1] Carla Candelori, “Il primo colloquio. La consultazione clinica di esplorazione con bambini, adolescenti e adulti”, 2013, Edizione Il Mulino, cit., p.146.