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La Disforia di Genere.

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Criteri diagnostici:

La Disforia di Genere (DG) in età evolutiva rappresenta una tematica di crescente interesse che elicita controversie e dibattiti sia in ambito clinico che sociale; si tratta, infatti, di una tematica che vede una commistione di problematiche legate alla censura morale, a presunte questioni etiche o culturali.

Con l’espressione Disforia di Genere si vuole sia sottolineare la componente emotiva dolorosa e angosciante legata al genere di nascita che ridurre la portata patologizzante della diagnosi (De Cuypere et al. 2010; Knudson et al. 2010; Zucker et al. 2013).

Di seguito i criteri diagnostici secondo il DSM 5 (APA, 2013):

Disforia di Genere nei Bambini

A. Marcata incongruenza tra genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno sei dei seguenti criteri (di cui uno deve essere A1):

1. un forte desiderio di appartenere al genere opposto o insistenza sul fatto di appartenervi;

2. una forte preferenza per l’abbigliamento del genere opposto e resistenza ad indossare quello del genere assegnato;

3. una forte preferenza per i ruoli tipicamente assegnati al genere opposto nei giochi del “far finta” o di fantasia;

4. una forte preferenza per giocattoli, giochi o attività tipicamente assegnati al genere opposto;

5. una forte preferenza per compagni di gioco del genere opposto;

6. un forte rifiuto per giocattoli, giochi o attività tipici del genere assegnato;

7. una forte avversione per la propria anatomia sessuale;

8. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere esperito.

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Disforia di Genere negli Adolescenti e negli Adulti

A. Una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno due dei seguenti criteri:

1. una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (o, nei giovani adolescenti, le caratteristiche sessuali secondarie attese);

2. un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa di una marcata incongruenza con il genere esperito/espresso (o, nei giovani adolescenti, un desiderio di impedire lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie attese);

3. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere opposto;

4. un forte desiderio di appartenere al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

5. un forte desiderio di essere trattato come appartenente al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

6. una forte convinzione di avere i sentimenti e le reazioni tipici del genere opposto (o di un genere alternativo diverso dal genere assegnato).

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Specificare se:

Post-transizione: L’individuo è passato a vivere a tempo pieno il genere desiderato (con o senza riconoscimento legale del cambiamento di genere) o si è sottoposto (oppure si sta preparando a sottoporsi) ad almeno una procedura medica cross-sex o a un regime di trattamento con ormoni cross-sex o un intervento chirurgico di riassegnazione del genere che conferma il genere desiderato (ad esempio, penectomina, vaginoplastica in un individuo nato maschio; mastectomia o falloplastica in un individuo nato femmina).

La presenza di interessi tipici del sesso opposto è un fenomeno che si manifesta sia nel corso del normale sviluppo (Sandberg et al., 1993; Linday, 1994) sia quando i normali processi evolutivi vengono perturbati. Non di rado accade che interessi o comportamenti tipici del sesso opposto, rappresentano solo una breve fase di transizione (soprattutto nel bambino intorno ai due anni.) In altri casi indicano una “flessibilità di genere” e, in altri casi ancora, rappresentano un segnale di sofferenza intensa e possono dare l’avvio a serie difficoltà emotive che porteranno a disturbi duraturi (Coates e Cook, 2001).

La diagnosi si basa sul grado in cui si manifestano i comportamenti e i desideri cross-gender e sul ruolo che essi hanno nel funzionamento adattivo del bambino. In tal senso, la DG è distinta dall’anticonformismo rispetto ai comportamenti stereotipati del ruolo sessuale. Singoli comportamenti dell’altro sesso non si manifestano mai isolati nella DG e non sono mai passeggeri. Una volta stabilizzati, i sintomi evolvono di pari passo con lo sviluppo del bambino. Tale condizione può persistere o meno anche in età adolescenziale e adulta. Lo sviluppo dell’identità di genere è molto plastico e malleabile nei bambini mentre in adolescenza il senso di sé relativo al genere si consolida, irrigidendosi, e negli studi di follow-up effettuati su adulti con diagnosi di DG in adolescenza si riscontra infatti un alto tasso di persistenza del disturbo (Zucker, 2005).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Disturbo schizoide di personalità: infanzia. PODCAST.

Il disturbo schizoide di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di distacco e disinteresse generale nelle relazioni sociali e da una gamma limitata di emozioni nei rapporti interpersonali.
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta del disturbo schizoide di personalità, con particolare attenzione all’infanzia di quei bambini che potrebbero sviluppare un disturbo schizoide di personalità.
Mettiti comodo, buon viaggio e buon ascolto

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Respira.

Mi piacciono da sempre le isole.

Mi piacciono, tra le tante cose, per la loro indiscussa capacità di saper accogliere.

L’uomo d’isola porta impastato dentro di sé l’essere molo, pezzo di congiunzione tra la terra e il mare essendo egli stesso movimento perpetuo, costantemente aperto all’orizzonte.

I popoli di mare accolgono, facendo pochissime parole e molti fatti, nei limiti di quel che l’aria di sale, concede loro.

Granello dopo granello.

Mano a mano.

Prendere posizione su ciò in cui si crede -fortemente- è fondamentale poiché “fondante” dell’essere umano..

Certi esseri -però- possono non essere “umani”.

(Anche questo è un dato di fatto).

Respira.

Ciascuno, con la propria verità, si rende libero.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

5 CONSIGLI per gestire lo stress di fine giornata – Benessere Psicologico

Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero

Antoine de Saint-Exupery

5 regole e consigli molto utili a gestire lo stress e i pensieri negativi che appesantiscono la fine delle nostre giornate.

Un modo per approcciarci al meglio al sonno e al meritato riposo e per prepararci al meglio alla giornata successiva.

Prendiamoci cura di noi stessi quotidianamente a partire dalla nostra Psiche.

Buona visione!

@ilpensierononlineare

5 CONSIGLI per gestire lo stress di fine giornata – Benessere Psicologico – @ilpensierononlineare

Guarda anche il video: https://www.youtube.com/watch?v=fm_As… “5 regole per iniziare al meglio la giornata – Benessere Psicologico”

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Pensando.

“Anche più dell’affinità delle loro anime, li univa l’abisso che li divideva dal resto del mondo”.
Boris Pasternak

Dedicar(si) del tempo per pensare, ricordare, immaginare: creare.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il sintomo psicosomatico.

Nausea ricorrente, mal di pancia che sembra non avere una spiegazione..

Prurito..

Che cos’è il sintomo psicosomatico? Cos’è la #psicosomatica?

Il nostro approfondimento di oggi, ci porta alla scoperta della psicosomatica. Come si potrebbe interpretare il sintomo psicosomatico? Quale il suo possibile significato?

Buona visione.

(Grazie).

Dott.ssa Giusy Di Maio

“Carichi residuali”

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.”

Primo Levi

Il Ministro dell’Interno Italiano del nuovissimo governo ha utilizzato un termine poco umano “carico residuale“, per definire gli Esseri Umani presenti sulle navi delle Ong che in questi giorni attendevano di sbarcare nei porti italiani per essere messi definitivamente in salvo, in un luogo sicuro e accogliente. Ha poi fatto riferimento ad uno “sbarco selettivo” per definire la sua “strategia”.

Le parole hanno un peso specifico e definiscono spesso l’interlocutore e le sue intenzioni. In questo caso si è cercato di deumanizzare il migrante, rendere l’umano oggetto, per slegarlo dall’aspetto emotivo che lo lega a quella vicenda tragica.

“..deumanizzare serve a pensare l’altro come un essere umano incompleto, un animale, un oggetto. Questo “pensare” l’altro in questo modo, permette di giustificare quelle azioni inaccettabili, che in un contesto normale verrebbero sicuramente condannate.”

La morte dell’umano – ilpensierononlineare (clicca sul link per approfondire)

Ma cos’è che può determinare questo tipo di ragionamenti e comportamenti?

Il razzismo e con esso il pregiudizio, l’intolleranza..

La Psicologia Sociale negli ultimi decenni si è trovata dinnanzi ad un fenomeno particolare: l’evoluzione del concetto di razzismo.

Gli psicologi sociali hanno infatti individuato nuove forme di razzismo “moderne”. Il comune denominatore tra queste nuove forme di razzismo è che sono meno evidenti, indirette e più sottili, insomma, difficili da riconoscere.

Nel particolare sono state individuate 6 forme di razzismo moderno:

1 – Il razzismo simbolico ad esempio indica tutte quelle forme di razzismo esperite da persone che provano ad occultare le idee razziste agli occhi degli altri, giustificandolo con l’intercalare: “non sono razzista ma..”. In genere queste persone rivendicano e lamentano qualcosa nei confronti dello straniero o di una minoranza;

2 – Il razzismo ambivalente amplificato descrive quella forma di razzismo che vede la coesistenza, nella stessa persona, di un sentimento prima negativo e poi positivo e viceversa, in base al contesto di riferimento. Ad esempio, mostrarsi estremamente aggressivo e razzista durante una competizione sportiva contro la tifoseria avversaria di un’altra città e poi frequentare, con diletto e piacere per le proprie vacanze, proprio i luoghi da dove provenivano i tifosi avversari;

3 – Il razzismo avversivo consiste essenzialmente nel nascondere il razzismo a se stessi. In questo caso è come se il razzismo si palesasse in forma inconscia. Ossia la persona ostenterà i propri sentimenti negativi solo se possono essere attribuiti ad un altro fattore. Ad esempio, in un contesto lavorativo, per giustificare una mancata assunzione di una persona (straniera), il datore di lavoro, giustifica il suo retro pensiero razzista con il fatto che non sia abbastanza competente per il lavoro;

4 – Il razzismo regressivo si palesa quando ci sono particolari condizioni di stress, difficoltà, crisi.. sia a livello personale che sociale. In questo caso queste condizioni portano le persone ad avere atteggiamenti fortemente discriminatori. Ad esempio, il periodo storico attuale (fine pandemia, crisi economica, crisi energetica, guerra) è terreno fertile per l’aumento di un’aggressività latente e la nascita e l’amplificazione di idee discriminatorie tra la popolazione;

5 – Il razzismo sottile invece è una esagerazione di quelle che sono le differenze tra il proprio gruppo di appartenenza e la minoranza etnica discriminata. Questa forma di razzismo si perpetua anche con l’esasperata difesa dei valori tradizionali del proprio Paese a discapito delle minoranze e degli stranieri e anche con l’attribuzione delle emozioni positive solo al proprio gruppo di appartenenza;

6 – Il razzismo mascherato infine è riscontrato in quelle persone che, nei sondaggi, ad esempio, negano l’esistenza del razzismo nel proprio Paese.

Purtroppo pare che le basi sociali e psicologiche del razzismo siano profondamente radicate nel modo di pensare della maggior parte dei popoli. Anche perché il razzismo è un fenomeno molto più antico del razzismo moderno di cui vi ho parlato.

I meccanismi di categorizzazione sociale, gli stereotipi, i pregiudizi sono funzionamenti “antichi”, appresi culturalmente che sono serviti nelle diverse fasi della storia dell’uomo, per sopravvivere ad un mondo ritenuto ostile e potenzialmente pericoloso.

La “solidarietà endogruppo” e “l’odio esogruppo” sono comportamenti tipici degli “animali sociali”, esistono infatti anche fenomeni simili in natura. Sono quindi comportamenti “primitivi” e legati a quell’istinto di conservazione che ci portiamo dalla nostra preistoria e caratterizza gruppi “conservatori”, poco abituati alla diversità e generalmente non troppo aperti allo scambio.

Infatti i popoli e i luoghi crocevia di scambi commerciali e culturali intensi e millenari sono in genere quelli più tolleranti alla diversità.

Non è facile “combattere” il razzismo e quei processi mentali ad esso connessi, ma secondo la ricerca scientifica applicata al sociale, una via d’uscita c’è.

Attraverso l’educazione alla conoscenza delle diversità e alla riflessione consapevole è possibile incoraggiare le persone a ri-pensare e ri-categorizzare il proprio gruppo d’appartenenza come parte di un sistema più ampio. Ripensarsi non più come cittadini del proprio Paese, ma cittadini del Mondo. Esseri umani unici nelle loro diversità e simili nelle loro differenze.

La conoscenza è quindi l’unico antidoto ai razzismi.

Terroni Uniti – Gente do Sud – (Canzone contro il razzismo)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Sessuologia: lo sviluppo psicosessuale – conosciamo la terminologia di base.

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Quando riferiamo a temi legati alla sfera della sessualità, dobbiamo tener sempre d’occhio un punto fondamentale della questione ovvero che lo sviluppo sessuale e affettivo (che accompagna tutto lo sviluppo dell’individuo stesso), comprende una complessa interazione tra corpo, mente e contesti culturali. Partendo da questa considerazione, va tenuto pertanto in mente che la lettura del fenomeno deve essere multidimensionale e libera dalla considerazione del corpo come un elemento oggettivo, statico guidato da leggi immutabili nello spazio e nel tempo.

Costrutti dell’identità sessuale.

Il termine identità deriva dal latino identitas (trad. “identico”, “uguale”) e sta ad indicare l’immagine mentale che un soggetto costruisce di sé. Ogni individuo sviluppa diverse tipologie di identità (es. identità etnica, religiosa, lavorativa, etc) nel corso della sua vita (Kroger, 2007). Nel 1968 Erik Erikson, nel suo libro “Gioventù e Crisi d’Identità”, introduce il concetto di identità come componente fondamentale della persona e frutto della complessa integrazione di fattori biologici, psicologici e sociali.

L’identità legata alla sessualità, assume un ruolo fondamentale per l’individuo e risulta dall’incontro di 4 componenti:

  1. Sesso biologico
  2. Identità di genere
  3. Orientamento sessuale
  4. Ruolo di genere

Il sesso biologico descrive la dimensione oggettiva del proprio essere sessuati e si riferisce alle caratteristiche biologiche che descrivono gli esseri umani come uomini o donne. Tale dimensione è determinata da 5 fattori (cromosomi sessuali XX o XY; presenza di gonadi maschili o femminili; componente ormonale; strutture riproduttive accessorie interne; organi sessuali interni). Negli organismi pluricellulari, la riproduzione sessuata necessita -al momento della fecondazione- dell’unione di due cellule germinali specializzate dette gameti (l’uovo femminile e lo spermatozoo maschile). Questa determinazione del sesso genotipico stabilisce il punto di partenza per tutti i futuri cambiamenti, benché inizialmente i due sessi siano indistinguibili. Da questa iniziale fase di indifferenziazione o di pre-differenziazione, a partire dalla settima settimana gli embrioni evolveranno naturalmente verso la femminilità o la mascolinità, ma in quest’ultimo caso solo qualora si verifichino alcune condizioni che deviano dal programma di base che prevede in primis uno sviluppo in senso femminile (proto-femminilità – Crèpault, 1998).

L’identità di genere rappresenta, invece, la percezione unitaria e persistente di stessi come appartenenti al genere maschile o femminile. La capacità di conformarsi a queste caratteristiche, attribuite a partire dagli elementi biologici, rende gli individui “mascolini o femminili” ( il termine, coniato da Money e Ehrhardt, 1972, si riferisce al vissuto di appartenenza ad un genere o all’altro). Tale appartenenza può esprimersi quindi con vissuti e comportamenti corrispondenti o non corrispondenti al sesso biologico. Il soggetto può vivere la non corrispondenza in modo ambiguo, ambivalente o lineare al punto da non riconoscersi appartenente al proprio sesso biologico e desiderare di appartenere all’altro sesso e/o riconoscersi identificandosi in tal modo con il proprio sesso biologico. Dall’antica “certezza” secondo cui si riteneva che l’umanità fosse divisa in due sole categorie specifiche, maschile e femminile, si è giunti oggi a concettualizzare un’idea di identità di genere fluida che sia quindi formata da individui con infinite variabili soggettive che hanno diritto di vivere scelte e decisioni personalmente (Nagoshi, Brzuzy & Terrell, 2012).

L’orientamento sessuale è definito come l’attrazione fisica ed affettiva provata nei confronti di un’altra persona che può essere di sesso diverso, dello stesso sesso o entrambi. Numerosi studi hanno evidenziato la molteplicità degli aspetti che vanno a costituire l’orientamento sessuale. In una prospettiva multidimensionale, tale costrutto è costituito da una molteplicità di componenti: l’identificazione di sé, il comportamento, le fantasie, il coinvolgimento affettivo, l’attuale stato relazionale. Se fino a poco tempo fa si considerava, dal punto di vista scientifico, che l’orientamento sessuale fosse un tratto stabile precocemente determinato e altamente resistente al cambiamento, ora si parla di fluidità sessuale (Diamond, 2008) o plasticità erotica (Baumeister, 2004). L’orientamento sessuale risulta, in tal modo, flessibile e in costante evoluzione; gli individui in tal modo possono esperire transizioni di orientamento sessuale durante la propria vita, riferibili alle proprie esperienze sessuali ed emotive, alle proprie interazioni sociali e all’influenza del contesto culturale (Dèttore, Lambiase, 2011).

Il ruolo di genere riflette l’avvenuta identificazione nel maschile e nel femminile e si riferisce all’interpretazione corporea, relazionale e sociale della percezione sessuata del proprio genere di appartenenza. A tal proposito risultano fondamentali i riferimenti culturali e sociali (un contesto tutto femminile o tutto maschile, è ben diverso da un contesto misto). Tale ruolo è in gran parte frutto di consuetudini sociali apprese, cui l’individuo si conforma o meno, per segnalare agli altri la propria maggiore o minore aderenza al modo in cui un determinato sesso dovrebbe essere “interpretato”, in base alle regole culturali di appartenenza (Simonelli, Tripodi, 2012). Il ruolo di genere è una rielaborazione personale di condizionamenti esterni, che deriva dal particolare modo in cui si è venuta a costruire l’identità di genere (Dèttore, Lambiase, 2011).

Possiamo quindi immaginare e pensare al sesso biologico come al punto di partenza necessario per giungere alla costruzione dell’identità di genere, che avrà come sua espressione relazionale il ruolo di genere già dall’infanzia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio