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Il bambino sincero: ADHD (?)

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La madre di un bambino di 6 anni giunge in consultazione su invio della scuola.

“Dottoressa le maestre non ce la fanno più con mio figlio! Mi chiamano di continuo (persino la preside), dicono che è svogliato, disattento; dicono che sta in un mondo tutto suo, che non presta attenzione e che gioca, si alza all’improvviso; dicono che non segue”

La donna è piuttosto giovane; appare spaesata e molto dispiaciuta per quanto sta accadendo:

“La scuola mi ha detto di portare mio figlio dalla neuropsichiatra perché non sapendo come gestirlo nella convinzione che sia iperattivo, vogliono la cartuscella per procedere con tutto l’iter e finire col mettere il sostegno a (..). Io però ho preferito venire prima da lei per capirci un po’ qualcosa. Sono ignorante Dottorè e non mi vergono a dirlo. Che posso fare per mio figlio?”

Il disturbo da Deficit dell’attenzione ed Iperattività (ADHD) colpisce circa il 3-5% dei bambini in età scolare con prevalenza nel sesso maschile. Si tratta di un disturbo che fa parte dei disturbi del neuro-sviluppo Cfr., Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5, 2014) e si configura come un gruppo di disturbi ad esordio infantile, caratterizzato da una compromissione funzionale a livello personale, familiare, sociale, scolastico o lavorativo. l’ADHD non è visibile “nel corpo”, non ha in sostanza sintomi fisici evidenti ma si evidenzia in problematiche comportamentali presenti anche in bambini con un QI superiore alla media.

La diagnosi di ADHD è complessa perché inferibile dall’osservazione di sintomi (riferendo al DSMV serve che siano presente 6 o più dei sintomi descritti per almeno 6 mesi in minino 2 contesti di vita; tali sintomi devono essere presenti prima dei 7 anni e devono compromettere il rendimento scolastico e/o sociale) nonché dalla somministrazione di alcuni test.

Un esempio di test utilizzati possono essere:

Wisconsin Card Sorting Test è uno strumento per osservare il problem solving e la flessibilità cognitiva, nonché la capacità di astrazione, complicata per le persone con ADHD. Si presenta come una prova di classificazione di carte con regole che cambiano.

Oppure:

Il Conners’ Continous Performance Test ha lo scopo di conoscere il livello di attenzione, vigilanza e impulsività del bambino. Tramite una prova di “velocità”, dove la persona deve trovare rapidamente sequenze prestabilite di lettere, il medico avrà modo di osservare e di arrivare ad alcune conclusioni. Solitamente il test è rivolto ad una fascia d’età tra i 6 e i 13 anni.

Il solo parlare di test, numeri e QI ha abbassato la mia attenzione… figuriamoci quando i bambini si trovano innanzi un medico con un camice che in una fredda stanza gli sottopone prove rigide e standardizzate…

Il giorno che conosco (..) mi trovo innanzi uno scugnizzo (anticipatario a scuola) ben curato e vispo. Il bambino è curioso per quanto concerne l’ambiente circostante; prova a colpirmi in qualche modo, ad attirare la mia attenzione.

“Che facciamo allora? Daaaaiiiii giochiamo?? Sì!!!! Guardami! Ma lo sai che a casa tengo 10 macchinine, no 100! Ti posso raccontare i miei millemila segreti!?”

Il bambino di certo è energico (e menomale, vista l’età!), è coordinato nei movimenti e responsivo. Manipola l’ambiente circostante, lo “usa”, impara a conoscerlo e vede se resiste al suo passaggio (Maria Montessori vi ricorda qualcosa?) l’ambiente è il suo mondo ed è lì per essere conosciuto,

(…) non è un bambino passivo; un bambino tablet. E’ un bambino: curioso e attore attivo del suo mondo.

Giochiamo, segue le storie e ne crea di sensazionali. E’ ordinato quando usa le costruzioni. Inventa storie di guerre immaginarie tra animali e umani (gli umani perdono sempre); mi rimprovera se non seguo il suo ordine ad esempio nella costruzione delle città.

Mi abbraccia.

Non vedo in lui quel bambino impazzito che le maestre si ostinano a voler farmi vedere. Certo con lui ci vuole energia, ma il suo problema non è la scuola (sottolineo comunque che per quanto le lettere gli diano problemi, la matematica è il suo forte!!).

Faccio colloqui con la famiglia, osservo, mi sintonizzo e provo a capire.

Il disagio del bambino è tutto nella sua storia familiare e non nelle lettere e nell’italiano.

Lutti, separazione e un padre sconosciuto.

Lui agisce l’ansia della madre; le sue paure l’ambivalenza nei suoi confronti: “non so se lo volevo”. Il bambino si riempie come una spugna grondante dei dispiaceri della madre, della sua depressione e innanzi alla stasi di lei, lui risponde con l’azione.

Con una diagnosi nosografica (fatta sulla descrizione di segni e sintomi) incorrendo nel labelling, rischiamo di etichettare il bambino nella diagnosi stessa:

Lui è così, è iperattivo e basta. Non si concentra, non capisce, mettiamogli il sostegno (così maestre e preside sono felici) e nel frattempo di lui ci dimentichiamo e lo facciamo crescere come quel bimbo impazzito che per forza, gli altri, vogliono vedere.

Sono trascorsi 4 mesi; mesi in cui sono stati condotti colloqui e supporto psicologico individuali (al bambino, alla madre, alla diade madre bambino e incontri familiari). L’intervento è condotto ad ampio raggio è banalmente emerso in seguito a una mia domanda, che il bambino tutte le sere beve Coca-Cola prima di andare a letto (prima delle 2 di mattina il bambino non va a dormire…).

La strada è lunga ma i risultati sono costanti.

La madre di (..) non ha mai portato il figlio dalla neuropsichiatra per sua scelta(le avevo detto di fare la visita, se voleva, ma lei ha preferito il supporto psicologico).

Il bambino ora è molto più calmo; manipola sempre il mondo con estremo interesse, ha cominciato a fare sport e vede regolarmente gli amici. Non ha molta voglia di andare a scuola, ama i numeri e disegnare (ricordo che ha cominciato un anno prima la scuola). Ama giocare e ama le storie; ascolta e appare più sereno. La madre è a sua volta molto più collaborativa e serena; comincia lei stessa a capire alcuni punti della sua storia familiare.

Il bambino che ho di fronte è uno scugnizzo che non ti lascia indifferente. Crescerà in pochissimo tempo, quando meno ce lo aspetteremo. Ogni volta che lo vedo è sempre più alto e più attento alle cose, sempre meno bambino…

Spero vivamente che non perda -mai- il desiderio di creare e inventare storie; di immaginare strane battaglie in cui nessuno muore mai (le persone ritornano sempre), in cui gli animali e la natura vincono sempre e in cui quando meno te lo aspetti, ti arriva un abbraccio enorme.

Sincero.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.


E tu, sei pazzo?

Immagine Personale.

Nel 1973 lo psicologo David Rosenhan condusse un esperimento per verificare la validità della diagnosi psichiatrica. Il suo studio fu pubblicato sulla rivista Science “On being sane in insane places” (“Sull’essere sani in luoghi matti“) , presentandosi come una delle maggiori critiche in merito alla diagnosi psichiatrica.

La situazione sperimentale ideata da Rosenhan prevedeva l’invio presso strutture psichiatriche, di persone sane (incluso sé stesso); in sostanza queste persone sane (pseudopazienti) dovevano solo fingere alcuni sintomi normalmente associati alla malattia mentale o pazzia.

Gli otto pseudopazienti costituivano un gruppo eterogeneo, per professione, età e sesso e utilizzarono degli pseudonimi per evitare di rimanere bollati a vita con diagnosi psichiatriche. Anche gli ospedali furono scelti in modo da rappresentare, come tipologia e distribuzione geografica, uno specchio realistico della situazione nazionale americana.

Lo pseudopaziente si presentava all’accettazione dell’ospedale dichiarando di sentire voci e che tali voci gli indicavano parole come “vuoto, cavo, inconsistente”. Questa era la bugia raccontata (le voci) mentre per il resto (ad esempio la descrizione della famiglia o dei rapporti familiari, corrispondeva alla realtà).

Una volta ammesso nel reparto psichiatrico, lo pseudopaziente cessava di simulare ogni sintomo di anormalità e iniziava a comportarsi in reparto così come si comportava “normalmente”, parlando ad esempio, con gli altri pazienti o con i membri dello staff. Anche gli infermieri sostenevano che questi nuovi pazienti fossero molto collaborativi e lontani dal mostrare segni di squilibrio.

Tuttavia gli pseudopazienti non furono mai identificati come tali; ammessi con una diagnosi di schizofrenia, con una sola eccezione (ricoverato come maniaco depressivo), furono tutti dimessi con una diagnosi di schizofrenia “in via di remissione”.

Ciò che la psichiatria stava facendo era in sostanza non riconoscere l’esse “sano” dello pseudopaziente ma -basandosi su un etichettamento secondo cui “se lamenti.. allora hai”- indicare quella persona come portatrice di una psicopatologia al massimo in via di remissione.

Tutti i pazienti si attennero alle istruzioni date dai medici, seguendo anche la terapia farmacologica (in realtà nei 19 giorni di ricovero, riuscirono a non ingerire i farmaci ma a nasconderli).

Nonostante dopo i giorni di ricovero ( e durante il ricovero stesso) questi pazienti non mostrarono segni della malattia, nessuno capì che questi soggetti erano in realtà sani e furono etichettatti e dimessi come schizofrenici.

Lo staff di un noto istituto psichiatrico, avendo ricevuto notizia di questo esperimento, sfidò Rosenhan a inviare i suoi pseudopazienti, certi che non avrebbero commesso errori così grossolani. Il personale di questo istituto fu dunque avvisato: in un certo momento, nel corso dei tre mesi successivi, uno o più pseudopazienti si sarebbero presentati in accettazione.

Al personale fu richiesto di classificare ogni paziente secondo la probabilità che si trattasse di uno pseudopaziente. Su 193 pazienti arrivati in questi tre mesi, l’istituto identificò ben quarantuno pseudopazienti, mentre altri ventitré furono considerati “sospetti” da almeno uno psichiatra.

In realtà, Rosenhan non aveva inviato nessuno!

L’esperimento ha aperto a diversi dibattiti in particolare quelli centrati sul sostenere o meno se la psichiatria sia un scienza e se la diagnosi psichiatrica sia realmente “scientifica” o se, in sostanza, non sia piuttosto un artefatto derivato dal labelling dato dal massiccio uso dei manuali.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.