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Mi sento impotente.

Ti è mai capitato di sentirti impotente, quasi come se ci fosse una sorta di paralisi della volontà tale da impedire di portare avanti qualsiasi scelta? Oppure ti sei mai sentito così impotente da non riuscire nemmeno a sentire le emozioni?
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta dell’impotenza appresa.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’impotenza Appresa

L’Impotenza Appresa è lo stato della mente che ha a che fare con l’incapacità di reagire davanti ad uno stimolo “psicologicamente doloroso e spiacevole”.

Incapacità che sta anche nell’impossibilità di evitarlo e di reagire per cambiare le cose.

L’impotenza appresa è una condizione psicologica che caratterizza anche psicopatologie, tra le quali la depressione.

Buona Visione!

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Mi sento impotente.

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Avete mai riflettuto sulle possibilità (e suoi benefici) dati dalla capacità di poter controllare il nostro ambiente o il nostro spazio? (sia esso mentale o fisico).

Ricerche condotte su animali mostrano che i cani tenuti in gabbia (cui viene insegnato che non hanno possibilità di sottrarsi alle scosse elettriche), diventano sempre più passivi fino a rinunciare alla possibilità di sfuggire a tali scosse; i cani inoltre rinunciano alla possibilità di sfuggire ad una punizione, anche in condizioni diverse da quella appena citata (voglio sottolineare che prendo le distanze da qualsiasi tipo di esperimento che veda come soggetto/oggetto un animale).

I cani – invece- che apprendono il controllo personale, riuscendo a evitare le prime scosse, si adattano con maggiore facilità a nuove situazioni.

Martin Seligman notò alcune somiglianze di impotenza appresa nelle persone depresse; le persone depresse o oppresse, diventano passive perché credono continuamente che i loro sforzi siano inutili “tanto me lo merito”; cani ridotti all’impotenza e esseri umani depressi soffrono entrambi di paralisi della volontà, di rassegnazione passiva e apatia.

Le persone – tuttavia- possono ottenere enormi benefici, allenando i muscoli dell’autocontrollo, così come evidenziato dagli studi di Megan Oaten e Ken Cheng (2006) presso la Macquarie University di Sidney.

Gli studenti impegnati nell’esercizio dell’autocontrollo mediante esercizio quotidiano, ad esempio attuando uno studio regolare e una gestione del proprio tempo (tempo scelto e tarato sulla base delle proprie esigenze/necessità), mostrano più autocontrollo anche in situazioni sperimentali altamente stressanti.

Ellen Langer e Judith Rodin (1976) hanno messo alla prova l’importanza dell’autocontrollo trattando i pazienti di una casa di riposo.

Con un gruppo, le assistenti degli anziani evidenziavano l’importanza della loro responsabilità, somministravano i farmaci ai pazienti svolgendo un ruolo talmente attivo da rendere altamente passivo e “deresponsabilizzato”, quello degli anziani. Tre settimane dopo, la maggior parte di questi pazienti venne giudicata da loro stessi, dagli infermieri e dai familiari come maggiormente debilitata.

L’altro gruppo di anziani fu invece lasciato libero di poter scegliere: scegliere cosa mangiare a colazione, quando andare al cinema, l’orario in cui andare a letto o come rifarsi il letto. Inoltre questi pazienti prendevano quotidianamente piccole decisioni e svolgevano piccolo compiti non particolarmente gravosi. Nelle tre settimane seguenti il 93% dei soggetti mostrò un incremento nel senso di felicità, nell’attivazione generale e nella prontezza di riflessi (fisici e psichici).

Studi mostrano inoltre che:

. I detenuti a cui viene offerto un minimo di controllo del proprio ambiente (spostare le sedie, accendere la televisione, accendere le luci) sperimentano meno stress, meno problemi di salute e attuano meno atti vandalici (Ruback et al, 1986)

. I residenti istituzionalizzati a cui viene concesso un minimo di libertà di scelta (cosa mangiare offrendo più alternative, quando andare al cinema, e così via), vivono più a lungo e mostrano maggiori emozioni positive (Timko e Moos, 1989).

. I senza dimora che percepiscono il proprio scarso potere decisionale in merito a quando mangiare, dove dormire, sperimentando un controllo nullo sulla propria privacy, mostrano maggior atteggiamento passivo di fronte alla possibilità di trovare un alloggio o un posto di lavoro (Burn, 1992).

. In tutti i paesi studiati, le persone che percepiscono se stesse come dotate di potere decisionale, sperimentano maggiore soddisfazione nella vita.

L’impotenza, l’insoddisfazione e la paura, una volta sperimentate vanno contraccambiate attuando delle piccole risposte (che via via cresceranno, in difficoltà), con cui (analogamente al bambino che prima è sempre in braccio, poi gattona, poi lentamente barcollando e cadendo diviene autonomo, camminando), ci si abituata – di nuovo- ad essere autonomi e padroni del proprio tempo e del proprio spazio.

La paura o il senso di insoddisfazione non possono essere completamente abbandonati perché congeniti (in un certo senso) nell’essere umano; sono forze che spingono – invece- a trovare sempre nuove strategie e nuovi modi per modellarsi alla realtà che è in continuo mutamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.