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Da Jim Morrison ai SerD: ombra di morte/ombra di vita.

Fonte Immagine Google.

Con la sigla SerT si indicano i Servizi per le Tossicodipendenza e con SerD i Servizi per le Dipendenza patologiche. Si tratta di servizi pubblici del Sistema Sanitario Nazionale Italiano (SSN), dedicati alla prevenzione, cura e riabilitazione delle persone dedite all’abuso e/o dipendenza di sostanze psicoattive – droghe- oppure che soffrono di comportamenti compulsivi come il gioco d’azzardo.

La questione delle droghe mi ha riportato alla mente la breve e veloce (quasi come la scarica di adrenalina cui i dipendenti vanno in contro), vita di Jim Morrison.

Jim Morrison nasce a Melbourne, non lontano da Cape Canaveral (costa atlantica della Florida) e muore a 27 anni, a Parigi. Una vita breve, come dicevamo, ma altamente produttiva; una vita – come vedremo- alla ricerca del superamento del limite estremo.

Se oggi le patologie del limite sono all’ordine del giorno, all’epoca (complice il boom di uso delle droghe), la scoperta e il successivo varco del limite stesso era un fare quotidiano per cui farsi.

Nonostante la massiva presenza di autobiografie, la morte del cantante è ancora avvolta da un certo alone di mistero (quasi a voler simbolicamente rimarcare la presenza costante, nella vita del giovane, dell’ombra droga) poichè il corpo del nostro Jim, non fu sottoposto ad autopsia alcuna.

La vita di Jim appare pertanto fino alla fine accompagnata da questo alone che veglia (probabilmente nel peggiore dei modi), su di lui; un alone però, che lo ha accompagnato nella stessa creazione artistica.

La musica – infatti- è fatta anche degli acidi che hanno contribuito alla cultura psichedelica; il termine cultura non è casuale.

Già durante gli anni universitari (dove frequentava la scuola del cinema), Jim conosce prima l’alcool poi le droghe e il tutto avviene in un contesto culturale che parte da Le Porte della percezione, un libro di Aldous Huxley il cui titolo riprende il verso del poeta William Blake “Se le porte della percezione venissero ripulite ogni cosa apparirebbe all’uomo così com’è: infinita”.

E’ poi il periodo della letteratura beat; il momento di Kerouac, della chitarra e dello zaino in spalla, unico compagno di viaggio nella lunga strada da percorrere per ritrovare anche solo una piccola percentuale di se stessi.

Ci troviamo tra gli anni sessanta e settanta e i giovani sentono il bisogno di varcare anche un altro limite; sentono – questi giovani- il bisogno di rompere con la società perbene, dicono NO alle guerre e piangono per la perdita dell’amato presidente Kennedy.

La droga quindi non si presenta come “il male”, ma anzi.. Il professore di Harvard Timothy Leary, sostiene che le droghe psichedeliche possono aprire le porte verso la libertà promuovendo una nuova filosofia dell’uomo.

Jim Morrison scriveva “Perché bevo? Perché così posso scrivere poesie”.

La droga diventava quindi collante, ombra sulle ombre che teneva e conteneva il disagio di giovani che sentivano che un nuovo rinascimento era possibile. La droga creava l’illusione di una democrazia – finalmente- possibile. La droga diventava la sostanza madre capace di contenere paure, desideri e bisogni dei figli dei fiori.

Morrison in When the music’s over, scrive: “Quando la musica finisce spegni le luci. La musica è la tua speciale amica. Danza dunque sul fuoco come ti dice di fare. La musica è la tua unica amica fino alla morte.”

In Hyacinth house “Sono depresso da così tanto tempo che mi sembra di stare bene. Ho bisogno di qualcuno che non abbia bisogno di me”.

Le citazioni paiono quasi ottenere un effetto ottundimento, come a richiamare la funzione della sostanza psicoattiva “Il dolore è l’elemento che può ancora risvegliarci. La gente tenta di nascondere la propria sofferenza. Ma è un errore grave. Il dolore è qualcosa da portarsi dentro”.

La morte viva sembra vivere costantemente al fianco di Morrison; persino il suo primo ricordo di fanciullo richiama alla morte “Mentre attraversavo il deserto in auto, insieme ai miei genitori, incontrammo indiani sparsi per la strada, sanguinanti e moribondi. L’anima di uno di questi indiani mi ha riconosciuto e mi è saltato nella testa (..).. è balzato dentro la mia anima”.

La morte stessa del cantante resta ancora oggi avvolta nel mistero (incidente; errato calcolo della dose; suicidio?..) il che richiama al fatto che più del 30% degli incidenti stradali del mondo giovanile sono in realtà suicidi mascherati alla cui base vi è un uso notevole di droghe.

Sigmund Freud, lo sappiamo, parlava di “istinto di morte”…

Jim Morrison è un ossimoro vivente. Ha inseguito la morte in vita riuscendo ad assicurarsi la vita, in morte.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il colore della strada.

E per restare in linea con il post di oggi.. Condivido una canzone che mi ricorda un bizzarro e bellissimo weekend condiviso con coloratissimi amici.

Al ritorno da quei due giorni densi di qualsivoglia colore ed emozione, il nero è diventato (non per mio volere), il colore dominante..

In quel momento ho capito ancora di più che gli attimi non si rimpiangono, ma si vivono.. momento dopo momento.

La felicità è un percorso.

Sei pronto a percorrere la tua strada?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Tutto Andare”.

” Non credo che le rive di un fiume soffrano per lasciarlo andare.

Frida Kahlo

Talvolta serve solo un pizzico di pazienza…

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Franco Battiato.

Il fiore di mandorlo.. crocevia di popoli, storie e leggende..

Ciò da cui si estrae una bevanda energetica bianca, rinfrescante, con qualche piccolo denso sedimento.. C’è poi l’olio.. emolliente, lenitivo, elasticizzante e curativo…

Un profumo caratteristico non troppo invadente ma penetrante e facilmente riconoscibile: un profumo che resta nella mente, nel cuore e nelle immagini che evoca.

La giornata di quel concerto, era iniziata con le prove cui avevo assistito..

Ricordo del cazziatone fatto al pianista (un giovanissimo pianista) .. ricordo il mare, il profumo inconfondibile del sale che senti lentamente attaccarsi addosso durante la giornata, compatibilmente con il sole che rende la pelle leggermente ambrata..

Poi la sera, la luna enorme.. le stelle e te con le immancabili cuffie, le gambe accavallate e il silenzio..

Una voce sottile e penetrante, intensa, emolliente, rinfrescante, lenitiva e curativa..

Una voce crocevia.. di popoli, di storie, di mare e di sale..

Una voce che sa di lava.. e di radici.. quelle che hai conservato fino alla fine e che (ti) hanno permesso una sperimentazione costante, un viaggio incredibile nella vita da libero pensatore.. lontano dai quadrati

E quindi te ne vai, Franco..

Buona Sperimentazione!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Valore.

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Il “punto di valore” – punctum additionis, punto di addizione in uso nel XIV- consiste in un punto che, messo a destra di una figura (nota o pausa), ne indica un aumento proporzionale di valore. Esso può essere semplice “.”, doppio “..”, o triplo “…” portando ad un aumento:

  1. nel primo caso di metà del valore della figura di partenza
  2. il secondo punto “..” aumenta la metà del valore aumentato dal primo
  3. il terzo “…” la metà del valore aumentato dal secondo

Il punto di valore mostra un “punto” molto importante dei rapporti umani. Avvicinare e avvicinarsi alle persone crea una circolarità in cui la relazione, il proprio mondo interno e “chi io sono” aumenta, si raddoppia, triplica.. e così via.

Siamo tanti puntini bisognosi di avvicinarci e sostenerci; puntini dotati ognuno del proprio valore; esistenze calate nella grafia che è il nostro corpo, suoni in accordo o in disaccordo ma pur sempre piccole note sparse nell’attesa di trovare il punto giusto da tenere al proprio fianco.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Suono come: Patetica.

Mi sento strana.. Ho un peso al centro dello stomaco, un pugno poi di colpo un buco.. Un vuoto.. Non so bene come dire..

Tira tutto.. ventre, pancia, stomaco e schiena..

Sudo

Tic.. tac.. tic.. tac..

Questo orologio è sempre stato così fottutamente rumoroso? Ho i brividi ma non fa freddo, non capisco. Mi sento nervosa, la fronte è bagnata e qualcosa mi sta esplodendo dentro. Tic..tac.. bum..bum.. Il cuore sta impazzendo va da solo eppure nonostante sia così rumoroso ho la sensazione che non stia battendo.. è come se dentro fossi vuota.

Tac..tic.. tic.. tac..

Le lancette sembrano girare in maniera vorticosa, giro anche io.. sto provando a prendere aria ma se provo a tirare con i miei polmoni questi non rispondono.. Sento che non si gonfiano.. so che è una cosa impossibile ma non si gonfiano!

La stanza gira con me.. sento ogni singola goccia del mio sudore gelido solcarmi il viso: parte della fronte gira intorno al mio occhio – sembra quasi prendersi gioco di me- mentre accarezza dolcemente il mio viso sempre più pallido.

Il sudore freddo a tratti brucia, sento la fiamma di ogni singolo fallimento lasciare traccia sul mio evanescente corpo. Mi sento uno scafandro senza peso specifico sto solo abitando un corpo che si prende gioco di me: il mio misero contenitore mi fissa dalla sedia e mi deride.

“Quanto sei patetica!”.. Dice – sghignazzando- in maniera sadica e compiaciuta. Il mio corpo ha pena di me, mi sta tradendo.. mi abbandona lentamente.. e io ho freddo.

Il letto di costrizione dell’ospedale mi tiene immobile, hanno paura che possa farmi del male.. ma: come posso far del male a un corpo vuoto e freddo.. a un corpo che mi ospita soltanto.. proprio lui che da lontano mi deride e mi dice

“Patetica!”

Sono le 5 ormai non so di quale giorno.. non so di quale mese nè di che anno.

Non so da quanto e da quando sono legata qui nel letto di questo ospedale. La bava ai lati della mia bocca ormai è secca; gli occhi bruciano non riesco ad aprirli, le labbra hanno crepe come le rare pietre ai lati delle dune del deserto e lui è ancora lì..

Il corpo che non abito mi guarda ancora e ride..

Ride di questa patetica donna legata allo spettro di se stessa.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.