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Respira.

Mi piacciono da sempre le isole.

Mi piacciono, tra le tante cose, per la loro indiscussa capacità di saper accogliere.

L’uomo d’isola porta impastato dentro di sé l’essere molo, pezzo di congiunzione tra la terra e il mare essendo egli stesso movimento perpetuo, costantemente aperto all’orizzonte.

I popoli di mare accolgono, facendo pochissime parole e molti fatti, nei limiti di quel che l’aria di sale, concede loro.

Granello dopo granello.

Mano a mano.

Prendere posizione su ciò in cui si crede -fortemente- è fondamentale poiché “fondante” dell’essere umano..

Certi esseri -però- possono non essere “umani”.

(Anche questo è un dato di fatto).

Respira.

Ciascuno, con la propria verità, si rende libero.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

“It doesn’t even matter…”

“Cosa dovrei fare di quel che sono e di quel che mi accade? Continuo a dirmi che Hey non importa! Segui un po’ quello che succede, vedi un po’ come va eppure -alla fine- torno sempre allo stesso punto: crollo! Sa Dottoressa, a 35 anni mi sembra di stare seduto davanti la tv come nelle case di riposo, ha presente il nonno dei Simpson? Esatto.. Non so dove cominci la fine dello spettacolo e dove inizi la vita vera oppure non so, l’inverso..

Certe volte mi stupisco dei miei stessi pensieri tanto da non riuscire più a capire se siano miei oppure no. Ultimamente non so nemmeno se mi interessi sapere la realtà delle cose; 2 anni di pandemia sono stati troppo, per me.

Una convivenza appena iniziata e finita ancor prima di potersi chiamare tale “vivere con”… poi scopri che quella era solo una sconosciuta e quindi con chi vivevi? Sempre e solo con te stesso. Un lavoro osceno fuori regione, al freddo degli affetti e del clima e ti trovi a rimpiangere lo stronzo che sei stato che è voluto andare via solo per fare il figo e dire -Io sono qui, e voi? Guardate come sono realizzato!- Ho scoperto però che lo sfigato ero io che sono soltanto scappato perché di certi bias culturali mica ci si libera facilmente.

Allora?

Cosa importa/Non importa..

Ci ho provato e sono caduto ma non ero pronto ad una caduta che fosse uno schianto in totale assenza di terreno, in effetti è di questo che si tratta: mi sento in costante caduta libera.

Me lo offre un paracadute di emergenza?

Ma devo tirarla io la leva di attivazione?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Ogni informazione personale è stata pertanto opportunamente camuffata.

Chi sale?

“Non dubitare mai che un piccolo gruppo di cittadini coscienziosi ed impegnati possa cambiare il mondo. In verità è l’unica cosa che è sempre accaduta.”

Margaret Mead

Ci sono momenti e situazioni dove il contributo responsabilmente pensato del singolo è decisivo ai fini dell’esito. Non esistono alibi.

Scegliere di non agire e dare il proprio contributo, non è una “non scelta”, è scegliere di non agire il proprio diritto a poter esprimere il proprio parere.

Gatto ANTIFA

Daniele Silvestri – Caparezza – La guerra del sale

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Officina 99.

30 anni sempre da una sola parte.

Nel corso dei secoli -Napoli- ha imparato a raccontare se stessa avvalendosi in special modo del teatro e della musica. L’uso dei suoni o della parola (che in quanto produzione sonora è essa stessa già musica), è da ricercare nel bisogno di affermazione e descrizione di cui la città ha bisogno; bisogno che si situa come quel legame indissolubile tra la città e l’arte.

La sopraccitata considerazione che è bene dirlo, può apparire al limite di un ragionamento euristico che vede Napoli come un ” teatro a cielo aperto”, trova invece terreno fertile nell’attività di ricerca che ho perseguito al fine di rintracciare le origini del rap nel contesto napoletano.

“Tu m’haje prummiso quatto muccature, io so venuto me li voj dare1questo frammento, tratto dal ” Canto delle lavandaie del Vomero” è stato collocato da Roberto De Simone2intorno al XII – XIII secolo. Questo canto permette di comprendere il ruolo che la musica ha ben presto avuto nel contesto sociale napoletano: inizialmente la funzione del canto fu di “supporto” in quanto le lavandaie cantando, riuscivano a sopportare il duro lavoro nei campi; successivamente il brano servì per urlare con forza il proprio disprezzo contro il dominatore straniero accusato della mancata distribuzione delle terre promesse3. Tuttavia secondo altre ipotesi, la connotazione di protesta del canto era presente fin dall’origine; pertanto sembra che il canto sia stato indirizzato a Federico II di Svevia (1194- 1250). Alla luce di quanto detto, e ai fini del lavoro che in questa sede propongo, posso sostenere che un primo motivo che permetterà in anni più recenti a fenomeni quali il Rap di svilupparsi nel contesto napoletano, risieda proprio in quel legame presente tra musica e protesta fin dall’ XI secolo.

Concedendoci un ampio stacco in senso diacronico (non per mio volere, ma per non esulare troppo dal tema preso in esame), giungiamo agli anni novanta del novecento i quali rappresentano un momento fondamentale per la musica e la cultura napoletana. Il 9 ottobre del 1991 nascerà il gruppo 99 Posse che darà il là ad un’ondata rap a Napoli (e a ben vedere anche in Italia) che di lì in poi, ancora non accenna a placarsi. Il gruppo ebbe il merito e il coraggio di voler rimarcare l’importanza delle proprie origini in particolare facendo largo uso del dialetto (lingua madre), e ponendo l’attenzione su temi di grande attualità. Si sentiva così raccontare dell’emigrazione di giovani che in cerca di lavoro, si spostavano dal sud verso le città del nord4; venivano raccontati episodi di razzismo che spesso gli emigrati subivano; si denunciava l’assenza dello Stato sul territorio o gli insulti e i frequenti arresti di tutti quelli che avevano “pelle o accento diverso”. Altro tema che spesso ricorreva nelle canzoni dei 99 Posse, era l’aumento incalzante dei suicidi tra i giovani che lottavano contro ” il sistema che tutto ciò ha determinato” (99 Posse, 1991).

Nel 1993 uscirà il singolo “Curre Curre Guagliò”5inno di una intera generazione che per la prima volta trovava, nel testo di una canzone, la descrizione vivida e non edulcorata della realtà così come veniva vissuta6. La denuncia che partiva da frasi come:

“forse nu licenziamento in tronco d’ ‘o padrone

forse na risata ‘nfaccia ‘e nu carabbiniere

non so bene non so dire come nasca quel calore

certamente so che brucia so che arde so che freme”7

attireranno tra i tanti, l’attenzione del regista Gabriele Salvatores che nel 1993, girerà il film Sud di cui curre curre guagliò sarà la colonna sonora (tema centrale del film è la disoccupazione nonché la collusione dei politici di una cittadina della Sicilia).

Alla luce di quanto appena detto, è possibile richiamare ad un interrogativo posto all’inizio del lavoro, ovvero: ” sono le parole a farsi portatrici di un messaggio, o assumono significato perché sono gli altri a dotarle di senso?”. Per rispondere alla domanda, credo sia opportuno richiamare ancora una volta alla struttura metrico- ritmica del rap.

Le canzoni (in questo caso i brani delle Posse) riescono a raccontare gli eventi contando sulla fluidità della narrazione, unita alla ritmica ridondante del rap. Ne deriva che “l’ascoltatore sospeso” possa in un certo qual modo lasciarsi andare e trovandosi in balìa di un gioco (ritmico) in cui il regolare susseguirsi delle parole lo riporta indietro, ritrovarsi o regredire al momento in cui la madre intonava le rassicuranti filastrocche.

Restano tuttavia da chiarire ancora alcuni punti, primo fra tutti le dinamiche relazionali esistenti tra rapper e fan.

1” Tu mi hai promesso quattro pezzi di terra, me li vuoi dare”. Muccature : “termine di derivazione spagnola; indica il fazzoletto e per estensione, andrà ad indicare l’appezzamento di terra”.

2Da http://www.wikipedia.org.

3Secondo una iniziale ricostruzione di Roberto De Simone, il canto era indirizzato ai dominatori aragonesi (1442-1503).

4“… Napolì città dimenticata sfruttata e abbandonata/ da tutti disprezzata ma a Agnelli c’è piaciuto ‘o lavoro ‘e l’emigrato (…) e a Torino Milano napulitano terrone e ignorante magnate ‘o sapone lavate cu l’idrante”. Da “Napolì”, 1993, 99 Posse.

5L’album dall’omonimo titolo, verrà inserito dalla rivista Rolling Stone Italia nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre (alla posizione 49). Il testo della canzone (a cui verranno apportate delle censure) sarà invece inserito in un’antologia della letteratura italiana per scuole superiori (Bruno Mondadori Editore, 2013). Da http://www.wikipedia.org.

6E’ d’uopo un chiarimento al fine di rendere al lettore meglio comprensibile quanto detto. La situazione politica italiana degli anni 90, era alquanto caotica e caratterizzata da crisi e scandali. La fine dell’Unione Sovietica portò alla crisi dei partiti (primo fra tutti il Partito Comunista Italiano); il rinnovamento poi la trasformazione della Democrazia Cristiana in Partito Popolare Italiano; Tangentopoli (sistema di tangenti su cui era fondato il funzionamento dei partiti); la persistenza della questione meridionale; l’apertura di una questione settentrionale. Tale clima di malcontento generale, fornirà ai 99 Posse terreno fertile per le proprie canzoni. Cfr., Aurelio Lepre, Claudia Petraccone, La Storia dalla metà del Novecento a oggi, Prima edizione marzo 2009, Terza edizione 2014, Zanichelli editore.

799 Posse, Curre curre guagliò, 1993

Da: “Parole sospese e giochi ritmici: analisi delle dinamiche relazionali e comunicative alla base del fenomeno musicale Rap”, Cap.1, Paragrafo 1.3. “Dal canto delle lavandaie del Vomero a curre curre gualiò: quando Napoli protesta”, pp. 16-19, G.S. Di Maio, 2015.

Auguri, cattivi guagliuni…

Dott.ssa Giusy Di Maio

Ghetto Music.

“La musica si presenta pertanto come connotata da un forte carattere simbolico, in cui è l’espressività ad essere centrale; questa espressività si presenta tuttavia diversa dal segno linguistico, in quanto questo viene in un certo senso esaurito dalla sua funzione referenziale mentre la musica, non essendo subito leggibile (non avendo quindi un significato immediato) assume il ruolo di simbolo dotato di forte contenuto espressivo. I brani rap, avendo una metrica cadenzata e regolare permettono all’individuo di leggere e rileggere il testo in quando il flow (il flusso di parole) lascia spazio alla libera interpretazione agevolata dal forte legame con il corpo (il tempo 4/4 su cui battono le canzoni rap, è un tempo regolare al punto che, diviene molto intuitivo comprendere dove cadono gli accenti; questo consente all’individuo di lasciarsi trasportare fisicamente dal ritmo).

Da: “Parole sospese e giochi ritmici: analisi delle dinamiche relazionali e comunicative alla base del fenomeno musicale Rap”, p.24 Cap. 2.1 “Che cos’è la massa”, 2015, G. S. Di Maio.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

“Vorrei volare”.

“Benvenuti in Italia, dove non c’è spazio per la poesia e chi vuole vivere di cultura, sta spesso in mezzo alla strada. E’ sempre la stessa storia, ognuno punta solo alla gloria personale; mentre l’azienda taglia il personale con una scusa banale si avvale dello stato attuale ma alla fine, il dirigente cena con il caviale”

….

“I falsi invalidi, lo sfruttamento dell’africano -li affamano- quei figli di puttana, li trattano come capi di bestiame, sono infami queste situazioni disumane. Quello è un terrorista quello è un musulmano prima di sparare cazzate dovresti leggere il Corano.

Non restare chiuso in una campana”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Sguardo.

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Un modo di guardare il mondo esterno, ponte tra il me e il non me.

Nel mondo esterno ci sono gli altri esterni che possono -sotto il tocco del mio sguardo- diventare altri interni.

La natura, gli animali, case, edifici, cibo…

Lo sguardo è l’intimità più assoluta (non a caso è il mezzo non verbale, utilizzato per la maggiore in psicologia).

Con l’intimità dello sguardo guardo il mondo da un luogo interno e silenzioso che si situa come calco per quello che sarà il luogo dell’esperienza avvenuta: ora c’è quello che ho visto; quello su cui ho (oppure posso), riflettere.

Lo sguardo ha un suo radicamento nel Sé, un sé che può inviare pseudopodi consentendo alla persona di guardare il “fuori”, come il “dentro”.

Quando uno sguardo incontra quello dell’altro con cui riesce a fare esperienza dell’intimità, avviene un rispecchiamento.

Sperimento ed incontro la tua intimità, che diviene la mia situandosi come terreno di congiunzione per la nostra intimità. Questa nostra intimità mi consente di fare la più autentica esperienza: quella del vero sé.

Certi sguardi sono casa e riparo.

Certi sguardi sono conforto e bellezza.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio