Archivi tag: psicologa Napoli

Gruppo minoritario: il razzismo in classe.

Il razzismo è sempre una cosa stupida.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Mi sento impotente.

Ti è mai capitato di sentirti impotente, quasi come se ci fosse una sorta di paralisi della volontà tale da impedire di portare avanti qualsiasi scelta? Oppure ti sei mai sentito così impotente da non riuscire nemmeno a sentire le emozioni?
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta dell’impotenza appresa.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’infanzia del passivo-aggressivo.

L’approfondimento di oggi ci porta alla scoperta di quella delicatissima fase del ciclo di vita che è l’infanzia. E’ possibile riscontrare delle caratteristiche comuni nell’infanzia di quei bambini che da adulti potrebbero sviluppare un disturbo passivo-aggressivo? Seguendo l’opera di Luigi Cancrini, andiamo alla scoperta delle infanzie infelici (L. Cancrini, 2012).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Educazione sessuale.

Gravidanze Indesiderate e Infezioni Sessualmente Trasmesse.

Photo by Anna Shvets on Pexels.com

Gli adolescenti fanno sesso, accettare che giovani e giovanissimi hanno rapporti sessuali, apre alla questione -spesso- per gli adulti più spinosa, della contraccezione per la prevenzione di gravidanze indesiderate e delle infezioni sessualmente trasmesse.

Per comprendere la questione della contraccezione è utile riportare il modello concettuale five-step process proposto da Byrne (1983) secondo cui l’uso efficace dei contraccettivi sarebbe un comportamento complesso che comprende diverse fasi:

  1. acquisire, elaborare e conservare nella memoria informazioni precise circa il concepimento e le modalità per prevenirlo;
  2. essere consapevoli che avere rapporti sessuali è una possibilità reale;
  3. riuscire ad avere la disponibilità del contraccettivo adeguato;
  4. essere capace di comunicare col partner sia a proposito dell’opportunità che della modalità contraccettiva;
  5. saper utilizzare correttamente il contraccettivo scelto.

Ciascuna di queste fasi prevede l’integrazione di processi cognitivi e affettivi che fanno riferimento sia al contesto socio culturale che al senso di sicurezza.

Gli studi e l’esperienza clinica ci confermano che, accanto ad una buona conoscenza dei rischi insiti nell’attività sessuale, si riscontra spesso una forte resistenza nell’attuare comportamenti sessuali sicuri. In particolare, la sottostima del rischio nei giovani per quanto riguarda la possibilità di contrarre Infezioni o restare incinta, è espressione del sentimento di onnipotenza degli adolescenti, della loro tendenza ad associare la malattia e la gravidanza indesiderata a persone “devianti” e socialmente distanti da sé :

“solo le prostitute o quelli facili, prendono malattie facendo sesso/ No Dottorè.. io mica sono scemo/a, sto sempre attento/a!”

ma anche del loro bisogno di ridurre o addirittura di negare l’ansia associata a questa sfera, così già tanto complessa da gestire.

L’acquisizione della maturità e competenza psicosessuale comporta la capacità di pensare e comprendere il legame esistente tra attività sessuale, procreazione e salute fisica che passa anche attraverso la capacità di “pianificare” quest’ultima. Tuttavia molti adolescenti cominciano ad avere rapporti sessuali prima di aver sviluppato tali competenze e spesso le motivazioni apportate per giustificare le resistenze all’uso dei contraccettivi appartengono proprio alle ansie tipiche di questa delicata fase di vita. Si tratta di timori che vanno assolutamente considerati e contenuti poiché, per la maggior parte dei casi, inerenti l’immagine corporea e la socialità.

Alcuni giovani sono infastiditi dall’idea che la contraccezione possa togliere la spontaneità al rapporto, con particolare riferimento ai metodi quali il profilattico e il diaframma. Le ragazze, nello specifico, temono che la pillola possa interferire con i processi naturali del corpo e portare a spiacevoli controindicazioni fisiche (queste due preoccupazioni appena citate, sembrano travalicare il susseguirsi degli anni presentandosi sempre, nonostante il tempo che passa, come le preoccupazioni maggiormente presentate all’interno dei contesti scolastici).

Altri hanno difficoltà ad accettare la programmazione del rapporto sessuale, soprattutto in concomitanza con le prime esperienze sessuali, dove l’alto contenuto emotivo rende difficile la contemporanea attenzione alla contraccezione.

Per alcuni diventa anche un problema di ordine interpersonale: molti adolescenti sono riluttanti a far conoscere al partner la propria disponibilità al rapporto sessuale: “se porto con me un preservativo, il ragazzo o la ragazza, pensa che io sia uno o una facile! Non posso permettere che questo accada! Io non sono una poco di buono/ io non sono un pervertito!”

predisponendo in anticipo un’adeguata protezione contraccettiva. Resistenze più profonde hanno a che fare, a volte, con una forte ambivalenza nei confronti della gravidanza: infatti alcune adolescenti sono spesso spinte verso la maternità per un inconscio desiderio di confermare la propria femminilità dimostrando che il loro corpo funziona ed è fertile.

L’illusione di invulnerabilità può venire incoraggiata dal fatto che, pur adottando comportamenti a rischio, i giovani non riscontrano immediate conseguenze negative e per questa ragione sono portati a negare la natura rischiosa del loro comportamento.

Diventa centrale, dunque, promuovere una capacità di negoziazione relazionale che si traduce nell’abilità di esprimere e far rispettare con coerenza le proprie scelte e preferenze sessuali, ponendo le basi per un rapporto che si articola su un piano di rispetto reciproco e di accettazione delle diverse scelte di vita.

L’Italia è ancora una volta fanalino di coda; se in alcuni paesi Europei l’educazione sessuale è materia curricolare, in tanti altri paesi è normale che vi sia un team di esperti (psicoterapeuta e ginecologo), pronti a contenere dubbi e incertezze dei bambini e adolescenti (è possibile fare progetti di educazione sessuale a partire dalla scuola primaria).

Contrariamente a quanto la maggior parte dei benpensanti immagini, inserire l’educazione sessuale a scuola non vuol dire spingere i nostri bambini o adolescenti verso comportamenti a rischio o verso ipotetiche perversioni; la validità (studi alla mano) di questi progetti è proprio l’inverso di quello che insegnanti e genitori ci portano, nella maggior parte dei casi, come problema: parlare di sesso non invoglia necessariamente a fare più sesso.

Parlare di sessualità (la sessuologia è molto lontana da quanto il pensiero comune, complice le piattaforme social, ha portato a pensare), apre ad un maggior dialogo con se stesso e l’altro. I ragazzi comprendono come sono “fatti e funzionano”, citando una ragazza che finalmente comprese l’ovulazione; li aiuta a comprendere cosa sia “una relazione sana e non abusante”, citando un ragazzo. I bambini possono comprendere che “M/F” sono due letterine che non identificano necessariamente ciò che senti di essere.

E così via.

La società non è un organismo statico e i nostri ragazzi non vanno più abbandonati ma vanno ascoltati, contenuti, educati e protetti.

La conoscenza protegge: come il preservativo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Piccoli delinquenti: fenomeni delinquenziali in adolescenza. Psicopatologia.

Photo by Kindel Media on Pexels.com

Il titolo “piccoli delinquenti” è stato usato, da chi scrive non con l’intento (del tutto lontano dal proprio agire) di etichettare, quanto per evidenziare una componente spesso sottovalutata -che va invece considerata- quando ci approcciamo al lavoro con l’adolescente deviante.

L’approfondimento odierno mira ad evidenziare il legame (possibile), esistente tra disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio. Come detto in un precedente approfondimento, non vi è una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati ma un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e traumi subiti.

Oggi presenterò all’attenzione del lettore l’opera di Bowlby, il cui contributo si è reso fondamentale non solo per lo studio e la comprensione della teoria dell’attaccamento, ma anche per la comprensione dei fenomeni delinquenziali negli adolescenti.

L’autore evidenziava come il legame di attaccamento del bambino alla madre fosse un’esperienza primaria non solo per via della gratificazione dei bisogni fisici e psicologici apportata dalla madre al bimbo, ma anche perché costituiva una funzione biologica di protezione (Bowlby, 1979). Era in virtù di questo legame che i bambini reagivano alla perdita del referente materno – a seguito dell’instaurarsi di un attaccamento affettivo – manifestando un vero e proprio lutto.

Per quanto concerne, invece, il disagio giovanile e la devianza sociale le idee di Bowlby hanno cominciato a costruirsi nel suo studio intitolato Forty-four juvenile thieves (1944), nel quale si prefiggeva di studiare e valutare le possibili connessioni fra la delinquenza e quello che definì “il carattere anaffettivo”.

In tale contesto egli osservava che ben il 40% dei soggetti delinquenti presentava un vissuto di lunghe separazioni – sei mesi o più – dalle madri naturali o adottive nei primi cinque anni di vita, a fronte del solo 5% di incidenza a delinquere nei soggetti (del gruppo di riferimento) che non avevano vissuto quella esperienza. Partendo da questa osservazione Bowlby (1944) individuava due principali fattori di potenziale valenza eziologica:

  1. Il primo era la separazione stessa: “In tal modo il fattore essenziale che tutte queste
    separazioni hanno in comune è che, durante il primo sviluppo delle sue relazioni
    d’oggetto, il bambino viene improvvisamente spostato e sistemato con estranei.
    Egli viene strappato via dalle persone e dai luoghi che gli sono familiari e che ama
    e messo con persone ed in ambienti che sono sconosciuti ed allarmanti.”*
  2. Il secondo fattore era la “inibizione ad amare causata dalla rabbia e da fantasie
    che erano l’effetto della rabbia”**
    . La rabbia, spesso associata a distruttività,
    rappresentava l’agito del bambino all’assenza dei genitori.
    Come già osservato
    dalla Klein prima e da Bion poi, il genitore è una presenza rassicurante in grado di
    mediare fra le pulsioni negative e la realtà, ma se egli è assente, o peggio è egli
    stesso aggressivo e violento, nel bambino continuano ad albergare fantasie di odio e vendetta che possono successivamente esplodere nel comportamento delinquenziale:
    “La determinazione a tutti i costi di non rischiare ancora una volta
    la delusione e la rabbia e gli struggimenti conseguenti, che può derivare dal voler
    tanto qualcuno e non essere capace di averlo […] una politica di autoprotezione
    contro i colpi e le frecce delle proprie emozioni turbolente”.***

Bowlby trovò conferma alle proprie intuizioni, rafforzandole, nel corso della sua esperienza alla Child Guidance Clinic, presso la quale ebbe modo di effettuare vari studi retrospettivi partendo dalle esperienze vissute da bambini e adolescenti lì ricoverati. Successivamente arricchì il suo pensiero attraverso i risultati di numerose osservazioni condotte su bambini separati dai loro genitori. Egli sosteneva che i bambini -soprattutto se istituzionalizzati a partire da una età inferiore ai sette anni – privati della cura e dell’affetto materno potevano presentare una seria compromissione del loro sviluppo fisico, intellettuale, emozionale e sociale. Osservava poi come i minori con un’età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni reagissero al distacco dalla madre con una protesta, cui seguiva la disperazione che, infine, sfociava nell’apatia.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Bowlby, J (1944) Forty-four juvenile thieves: their characters and home-life. Int J Psychoanal 25:19-53, 107-128
**Ibidem ***Ibidem

Bambini e adolescenti: riflessioni (sparse) Psy.

Oggi è stata una giornata particolare.

l’UNICEF Italia ha deciso di dedicare questa giornata ad un tema complesso. All’interno della “Giornata dell’infanzia”, è stato infatti scelto di dare spazio alla salute mentale e al benessere psicosociale.

I dati che apprendiamo, dalle fredde statistiche che consultiamo non sono rassicuranti. La pandemia ha portato in luce un qualcosa che anche precedentemente esisteva, ma che per troppo tempo non abbiamo voluto vedere: il disagio psicologico nei “più piccoli”.

Nel mondo il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa: sono quasi 46.000 gli adolescenti che si tolgono la vita ogni anno – più di uno ogni 11 minuti.

L’indice di salute mentale è in peggioramento nella fascia 14-19 anni nel 2021 (Istat), ma aumentano anche i reati ai danni di minori (+11% nel 2020), così come la pedopornografia e l’adescamento online (+77%).*

I dati condivisi (facilmente reperibili online), non sono freddi numeri da leggere ma carne con cui lavoriamo (noi esperti di salute mentale), ogni giorno.

Un bambino che si trova, per tutta una serie di motivi ad essere adescato online, è lo stesso che vediamo in fila al supermercato quando compriamo il latte.

L’adolescente che decide di gettarsi sotto un treno, è lo stesso che abbiamo visto 10 minuti prima con la nostra macchina mentre attraversava la strada.

Sono tutti sguardi che abbiamo incrociato, corpi che ci hanno sfiorato e del quale probabilmente nemmeno ci siamo resti conto.

Il disagio psicologico nei (e dei) bambini è probabilmente quello più spaventoso, quello più sottile e quello di cui abbiamo il dovere sociale di averne cura.

Un bambino accolto, contenuto, protetto e indirizzato** il più precocemente possibile, sarà un adulto meno spaventato, arrabbiato, abbandonato, frustrato.

Sarà un adulto che potrà -forse- vivere momenti di disagio anche in futuro, ma che saprà far leva sulle sue risorse interne.

Risorse che avrà rafforzato.

Risorse che avrà scoperto, opportunamente seguito in un contesto protetto.

E’ difficile parlare di bambini spaventati, abusati, lacerati, interrotti.

Di quei bambini dagli occhi spenti o di quegli adolescenti che hanno rinunciato; di quella straordinaria fascia d’età che dovrebbe essere caratterizzata dalla scoperta, dal gioco, dalla rabbia che lascia poi spazio al sereno. Dalla comprensione, dalle domande, dai dubbi, dalle incertezze, dalla bellezza della ribellione. Dal mettersi in gioco.

E’ difficile parlare di quelle che Cancrini definisce “Infanzie infelici”, 2012, e ancor più difficile tenere il conto delle mollichine di pane che, insieme, disseminiamo nel terrorizzante terreno di una psiche sofferente, quando siamo impegnati in una terapia con bambini o adolescenti sofferenti.

La sofferenza psicologica non ha nulla di affascinante: è sofferenza e come tale, merita il nostro rispetto e la nostra pronta risposta.

Senza paura e senza vergogna, chiedi aiuto.

Sempre.

La sofferenza mentale merita rispetto.

#GiornataMondialedell’Infanzia

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Dati UNICEF Italia

**il termine utilizzato va contestualizzato a quei casi in cui è, per ovvie ragioni, necessaria anche una terapia farmacologica. Un bambino seguito attuando una presa in carico globale del paziente in cui si ha un lavoro su più fronti (psicoterapeutico e farmacologico), sarà un futuro adulto maggiormente consapevole, responsabile ma, soprattutto, sereno.

La storia di un Narcisista: Disturbo Narcisistico di Personalità.

Attraverso la storia di un paziente (tutti i dati sensibili saranno opportunamente camuffati al fine di proteggere il cliente, secondo quanto espresso dagli articoli in merito al segreto professionale e alla tutela del cliente, ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi) scopriamo insieme che cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità.

Quali sono i tratti principali del disturbo narcisistico di personalità?

Come si comporta un narcisista o una narcisista nella sua relazione?

E’ possibile procedere con un supporto psicologico o con una psicoterapia?

Ma soprattutto il narcisista si rende conto della sua condizione clinica?

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio