Archivi tag: Psicologia e Lavoro

Lavoro e Benessere Psicologico

Il Lavoro è un aspetto essenziale per la vita delle persone.

La presenza di un lavoro, ben retribuito e “rispettoso” della vita della persona garantisce anche un bella fetta di benessere psicologico..

Non diamo mai per scontato il lavoro..

Come diceva Freud:

“Lieben und arbeiten”, “amare e lavorare”, questa è la mia ricetta contro i mali oscuri dell’uomo. (Sigmund Freud)

Buona visione

Lavoro e Benessere Psicologico – #YouTube Shorts – ilpensierononlineare channel

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Disonestà e gruppo: “the dark side” del lavoro di gruppo.

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Tra il 2008 e il 2015, alcuni ingegneri della Volkswagen hanno falsificato i livelli di emissioni dei motori delle auto durante i test di laboratorio.

Gli ingegneri, infatti, manipolavano i veicoli al fine di avere, in laboratorio, l’emissione di bassi livelli di inquinanti in modo da essere in linea con quanto richiesto circa gli standard di emissioni, dagli Stati Uniti e l’Europa.

Una volta immesse sul mercato, tuttavia, le auto producevano emissioni molto più alte dei massimi consentiti (circa 40 volte superiori, negli USA).

Quella che fu ribattezzata dalla stampa come “Dieselgate”, ha avuto delle ripercussioni notevoli sulla salute dei cittadini, in quanto è possibile che l’aumento degli inquinanti abbia contribuito a decine di morti premature.

Questa triste vicenda, ben si presta a poter spiegare un fenomeno che i ricercatori definiscono “disonestà collaborativa”.

Siamo abituati a considerare i benefici del lavoro di gruppo: aumento delle abilità sociali, risoluzione in team dei problemi complessi, aumento del senso di efficacia e l’autostima ma in altri casi (come nell’esempio proposto), il lavoro di gruppo può diventare locus per l’esercizio di comportamenti disonesti.

In uno studio condotto da Margarita Leib, è emerso che il comportamento non etico è comune nelle collaborazioni, ma ci sono limiti alla quantità di bugie che si è disposti a dire.

Analizzando 34 articoli di psicologi, economisti e studiosi di management (con un totale di 10.000 soggetti coinvolti), la Leib e collaboratori sono giunti ad interessanti considerazioni.

In questi esperimenti (in quelli visionati dal team precedentemente menzionato), gli scienziati chiedevano ai partecipanti di prendere parte a giochi economici oppure di svolgere compiti decisionali mentre erano parte di un team. Quello che accomunava tutti questi studi era che i partecipanti avevano la possibilità di guadagnare denaro grazie all’onestà del lavoro di squadra ma, avevano la possibilità di guadagnare somme aggiuntive, mentendo.

In tutti gli studi analizzati è emerso che i partecipanti tendevano a mentire. Un dato interessante però concerne il numero di menzogne.

I gruppi non hanno guadagnato il 100% dei profitti che avrebbero potuto guadagnare mentendo (il che fa pensare che le persone non siano del tutto immuni alle implicazioni/considerazioni morali delle proprie azioni).

Quando -inoltre- i partecipanti sono stati informati che la loro disonestà avrebbe avuto dei costi etici (ad esempio danneggiamento degli avversari oppure calo delle donazioni di beneficenza), i gruppi hanno mentito meno.

Altro dato interessante emerso riguarda il fatto che, nella disonestà collaborativa il sesso e l’età dei membri contano: quanto più un gruppo era costituito da donne e membri anziani, meno mentiva.

Ricerche precedenti evidenziano che le donne, sono penalizzate più degli uomini per i comportamenti assertivi volti a massimizzare il profitto.

Successivamente, la Leib e collaboratori, hanno condotto una ulteriore ricerca per indagare come la disonestà collaborativa aumenti e si diffonda nel tempo. In uno studio si chiedeva ad una coppia di lanciare dei dadi in più turni. Un membro della coppia tirava il dado in privato poi riferiva il risultato al compagno, successivamente (dopo aver saputo il primo risultato), il secondo membro tirava il proprio dado e riferiva il risultato. Se entrambi riferivano lo stesso numero, la coppia vinceva il corrispettivo in termini di denaro (es 3 dollari). Le coppie potevano scegliere se essere oneste e quindi essere pagate solo quando ottenevano davvero lo stesso risultato, oppure no.

Nel corso dei diversi round, alcune coppie sceglievano infatti di dichiarare il falso per ottenere premi più ricchi e più frequentemente.

La disonestà collaborativa è un rischio del lavoro di gruppo ma è possibile incoraggiare l’onesta.

Gli esperimenti mostrano che la disonestà è contagiosa e si intensifica nel tempo pertanto sarebbe opportuno individuare precocemente i primi segnali di disonestà e agire subito. I manager potrebbero adottare politiche di tolleranza zero verso gli atti di disonestà (anche se piccoli) al fine di scoraggiarne diffusione ed escalation.

Un altro modo proposto, per contenere la disonestà di gruppo, consiste nell’istituzione di politiche che perdonino gli informatori per la loro parte negli atti illeciti che denunciano.

Sapere che i gruppi si comportano in maniera più onesta quando sanno che le bugie possono arrecare danni a terzi, fa pensare che andrebbero evidenziate le conseguenze negative maggiormente. Ritornando al Dieselgate probabilmente, ricordare agli ingegneri che l’eccesso di inquinamento avrebbe comportato un aumento di morti premature, avrebbe potuto frenare sul nascere l’idea degli esperi di falsificare i dati e mentire.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Salario garantito.

“Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse”

K. Marx, Capitolo XV, Il Capitale

Dott.ssa Giusy Di Maio

Psicologia del Lavoro – Come far funzionare bene i gruppi di lavoro – PODCAST

Quanto la Psicologia applicata ai contesti lavorativi è importante per comprendere le dinamiche dei gruppi di lavoro, per salvaguardare il benessere mentale e lavorativo dei lavoratori ?

Pochi sanno che con una buona gestione del “clima” nel contesto lavorativo può aumentare di molto la produttività e il benessere dei propri dipendenti.
In questa tappa del nostro viaggio ci occuperemo delle dinamiche più o meno complesse che caratterizzano i gruppi di lavoro e che ne influenzano il buono o il cattivo funzionamento.

Buon Ascolto..

Come far funzionare bene i gruppi di lavoro.. – ilpensierononlineare – Spreaker Podcast
Come far funzionare bene i gruppi di lavoro.. – ilpensierononlineare – Spotify Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia e lavoro – il Burnout – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio avremo la possibilità di approfondire un disturbo psichico legato al lavoro, molto comune, ma spesso e purtroppo, non riconosciuto e poco considerato.
Il Burnout è una condizione per cui l’eccessivo stress legato al lavoro porta a una situazione psicologica, emotiva e fisica in cui ci si sente come “bruciati”, “fusi”.
Ma scopriamo insieme cos’è il Burnout e quali sono i rischi per le persone.
Buon Ascolto…

Psicologia e lavoro – il Burnout – PODCAST – In viaggio con la Psicologia
Psicologia e lavoro – il Burnout – PODCAST – In viaggio con la Psicologia – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ricaricare le vitamine: Warr-Psicologia del lavoro. PODCAST.

E se ti dicessi che le vitamine hanno una qualche relazione con la psicologia del lavoro, ci crederesti?
Warr nel 1987 ci ha fornito un modello teorico “Vitamin model” con cui ha spiegato come l’effetto di 12 fattori lavorativi possano essere paragonati(in termini di aumento o decremento) alle vitamine; così come un accumulo o una carenza delle vitamine hanno effetti positivi o negativi sull’organismo umano, così questi fattori lavorativi influenzano il benessere psicofisico del lavoratore.
Come gestire al meglio lo stress-lavoro-correlato?
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio..

Alla ricerca della perfezione..

Lo stimolo a far sempre meglio e alla ricerca continua della perfezione è una delle chiavi del successo (in particolare nel lavoro), ma se si trasforma nella ricerca di una perfezione difficilmente raggiungibile, allora può diventare unavera e propria malattia.

Il perfezionismo è un tratto della personalità molto importante. Consente infatti di orientare il processo creativo ed il lavoro, fino ad essere determinante per la riuscita degli obiettivi prefissati. In tal senso, una buona dose di perfezionismo può aiutarci tantissimo, perché ci consente di essere efficaci e ci spinge a sfidare noi stessi e a dare il meglio di noi in ogni cosa.

Ma c’è il risvolto della medaglia. Se il perfezionismo comincia ad assumere proporzioni esagerate, diventa incontrollabile e può intrappolare in un loop ossessivo sia coloro che ne soffrono, sia coloro che ci vivono accanto.

Esistono tre tipi di perfezionismo:

  • quello orientato verso di sé, che consiste nell’esigere la perfezione da se stessi;
  • quello orientato verso gli altri, in cui siamo noi ad esigere la perfezione dagli altri che ci circondano;
  • quello socialmente prescritto, e cioè richiedere perfezione verso l’ordine sociale.
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Il perfezionismo orientato verso di sé rappresenta un fattore di vulnerabilità per una psicopatologia. Ad esempio, in situazioni di stress, chi ne è affetto rischia. Il perfezionismo sociale può generare un sentimento di impotenza simile a quello delle persone depresse. Il perfezionismo orientato verso gli altri, potrebbe avere effetti devastanti, specialmente all’interno delle relazioni dove il perfezionista esige in modo quasi tirannico che il partner sia perfetto (secondo i suoi standard) e lo critica in continuazione.

Quindi se il perfezionismo risulta essere un carattere prevalente e rilevante, può causare vari sintomi; in particolare una insoddisfazione permanente e una paralisi all’azione. In questo caso il perfezionismo diventa “tossico” e bisognerebbe intervenire per rimediare e contenerlo, perché può assumere facilmente i contorni di una psicopatologia.

Le aspettative del perfezionista tossico sono sempre troppo elevate, e si impone sempre e soltanto obiettivi irraggiungibili, non è mai soddisfatto dei risultati ottenuti. I perfezionisti tossici sono eterni insoddisfatti e invece di ammettere dell’impossibilità dei loro obiettivi, pensa di non essere abbastanza bravo per raggiungerli. Questo tipo di atteggiamento li porteranno a perdere fiducia in se stessi e quindi a imporsi degli obiettivi ancora più assurdi (ovviamente saranno destinati a fallire in continuazione). Questo perfezionismo è definito di valorizzazione: per sentirsi valido una persona deve essere perfetta.

Malgrado poi alcuni successi, il perfezionista tossico, sarà sempre e comunque insoddisfatto si se stesso. Non sa godere dei momenti di piacere e di gioia. Teme l’errore e il fallimento ed è terrorizzato dall’imperfezione. I perfezionisti sono spesso anche ossessionati dal senso dell’ordine e del dettaglio. Hanno difficoltà a prendere decisioni, rimandano spesso o fanno decidere gli altri. Inoltre non sopportano le critiche.

Ma non bisogna demonizzarlo, a esserne consapevoli. Il perfezionismo se è moderato è assolutamente benefico; infatti le aspirazioni sono elevate, ma non irrealizzabili e raggiunti gli obiettivi si è fieri di se stessi. Questo perfezionismo buono si accompagna ad un sentimento di soddisfazione personale. L’errore è visto come fattore positivo e punto di partenza: sbagliando si impara.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ricaricare le vitamine: il Vitamin Model di Warr.

Siete felici di ritornare a lavoro?

Con l’ingresso ufficiale nella stagione autunnale, possiamo considerarci (salvo alcuni fortunati) tutti ritornati agli impegni quotidiani, primo fra tutti: il lavoro. Il ritorno a ritmi frenetici e pressanti, così come il doversi destreggiare tra le continue richieste familiari, lavorative e individuali, comporta il dover attuare il più precocemente possibile, strategie che aiutino a limitare o gestire l’inevitabile stress correlato prima che questo cresca a tal punto, da rendere difficile gestire anche la più semplice delle attività quotidiane.

 

 

urlo

“L’urlo” Edvard Munch. Fonte immagine Google.

Dallo stress lavorativo al benessere psicologico.

Attualmente si intende con stress-lavoro-correlato, una risposta psicofisica che occorre quando le richieste del lavoro superano le risorse o capacità del lavoratore di farvi fronte”. Gli elementi considerati sono:

1)le richieste del lavoro (stressors)

2)la risposta psicofisica (strain o outcome)

3)le caratteristiche della persona (che attenuano o rafforzano la relazione tra stressors e strain)

A tal proposito, la persona che si trova a dover fronteggiare un periodo di stress molto forte, può manifestare una vastità di malesseri che interessano tre domini differenti. Si possono pertanto manifestare:

  1. Reazioni psicologiche (irritabilità, tensione, disturbi del sonno)
  2. Reazioni fisiche (disturbi gastrointestinali, spiccato aumento o perdita di peso, allergie)
  3. Reazioni comportamentali (uso di alcool, tabacco o droghe, disturbi nella sfera sessuale).

Peter B. Warr (1987), ci ha fornito un modello in cui sostiene che il benessere psicologico sia da definire innanzitutto in termini affettivi, ovvero sulla base del tipo di emozioni esperite.

La metafora delle vitamine.

Il benessere psicologico è descritto sulla base di due dimensioni:

  • La piacevolezza dell’esperienza
  • I livelli di attivazione mentale (arousal)

Dall’incrocio di queste due dimensioni, si generano quattro stati affettivi: ansia, depressione, comfort ed entusiasmo, i quali a loro volta si differenziano in stati affettivi ancor più specifici. Warr specifica poi che per comprendere ulteriormente il benessere psicologico, sia necessario specificare la sfera di vita interessata. Secondo l’autore il primo livello è la vita in generale (free context, indipendente dal contesto) che comprende dei livelli ancor più specifici come la sfera lavorativa, la sfera familiare, quella del tempo libero e del sé. Ognuna di queste sfere può essere caratterizzata da un grado di benessere del tutto particolare. Secondo Warr il benessere sperimentato dipende sia dalle caratteristiche dell’ambiente che della persona. Per quanto concerne l’ambiente (specie quello lavorativo), Warr individua dodici fattori che concorrono a determinare il grado di benessere: 1)opportunità di controllo personale; 2)opportunità per l’utilizzo delle competenze possedute; 3)obiettivi generati esternamente; 4)varietà; 5)chiarezza ambientale; 6)contatto con gli altri; 7)disponibilità di denaro; 8)sicurezza fisica; 9)posizione sociale ben riconosciuta; 10)supporto dei superiori; 11)opportunità di sviluppo di carriera; 12)equità. L’influenza di questi fattori non è sempre uguale, ed è qui che Warr utilizza la metafora delle vitamine.

Le dodici vitamine.

I fattori in precedenza citati sono paragonati dall’autore alle vitamine e agli effetti che queste provocano nel nostro organismo.

warr

relazione tra dimensioni lavorative psicosociali e benessere: il modello di Peter Warr, 1987. Fonte Google.

I fattori dal 7 al 12, sono paragonati alle vitamine C ed E (constant effect) in quanto un sovradosaggio non causa problemi all’organismo; i fattori dall’1 al 6 sono paragonati alle vitamine A e D (additional decrement) il cui sovradosaggio può invece causare danni all’organismo.

Pertanto, com’è facilmente intuibile, l’ideale consiste nell’avere un equilibrio tra “le vitamine”, ma in che modo? Innanzitutto creando una buona rete di supporto sia all’interno dell’organizzazione lavorativa, che in quella familiare. Una buona rete consente infatti:

  • una migliore suddivisione dei compiti (il che comporta che tutti si sentano parte di un sistema più ampio, tenuto insieme proprio dal singolo apporto specifico. Il beneficio che il soggetto prova è nel non sentirsi un semplice anello di una catena di cui non si conoscono né l’inizio né la fine, ma viceversa, una parte attiva)
  • una migliore gestione dello stress (quindi un miglior adattamento psicofisico del soggetto)
  • la possibilità di fare squadra, intessendo solide relazioni con i propri colleghi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio