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Mani Armate

Notizia di stamattina: West Virginia, un uomo inizia a sparare verso un gruppo di persone che partecipavano ad un party. Una donna che partecipava al party ha estratto la sua arma e ha ucciso l’uomo. Il fatto sarebbe successo mercoledì. All’uomo che ha cominciato a sparare a caso verso le persone, era stato vietato di parcheggiare la sua auto nello spazio dove si stava tenendo il party.

Ad inizio settimana invece, ha sconvolto un po’ tutti la notizia dell’ennesima strage in una scuola del Texas. Un diciottenne, Salvador Ramos, ha ucciso 19 bambini e due insegnanti. Poco prima della strage nella scuola di Uvalde, aveva sparato anche alla nonna. Alla fine della vicenda Ramos verrà ucciso dalla polizia e si conteranno altri 17 feriti. La cosa più inquietante è che il ragazzo ha fatto la “cronaca” di tutti i suoi spostamenti e delle sue intenzioni, scrivendole sui suoi social in alcuni post. Sembra inoltre abbia raccontato in maniera più o meno diretta, ciò che stava succedendo ad una ragazza tedesca conosciuta su internet.

Ramos aveva acquistato le sue armi in occasione del suo compleanno.

Ramos era palesemente affetto da qualche psicopatologia, da diverso tempo.

“Quando le aveva detto delle munizioni, ad esempio, che si “espandevano a contatto con le persone”. Lei gli aveva chiesto cosa avesse in mente di fare e lui le aveva risposto: “Aspetta, è una sorpresa”. In un altro di questi messaggi, il killer le aveva scritto di aver “lanciato gatti morti contro alcune case”.” (fonte : Tgcom)

Come è possibile che un ragazzo con gravi ed evidenti problemi psichiatrici abbia accesso al porto d’armi e possa acquistare senza grossi problemi armi di diverso tipo?

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In uno studio del 2016 pubblicato sull’American Journal of Medicine e frutto di un lavoro dell’Università del Nevada e della Harvard School of Public Health viene evidenziato che gli Stati Uniti hanno solo la metà della popolazione delle altre 22 nazioni ad alto reddito, ma contano da soli l’82% dei decessi legati a reati contro la persona. L’omicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni, e nella stragrande maggioranza dei casi l’arma del delitto è una pistola. I ricercatori concludono che: non c’è grossa differenza nella salute psichica dei vari paesi presi in considerazione rispetto a quella dei cittadini americani ma “non possiamo che segnalare il libero accesso alle armi sia di per sé un fattore sufficiente a spiegare le differenze misurate.”

In Italia, la richiesta del porto d’armi e l’acquisto di un’arma è un processo lungo, che richiede qualche mese. Il medico di famiglia, che deve valutare inizialmente la persona che richiede il porto d’armi, deve rilasciare un certificato di buona salute fisica e psichica. E per arrivare a questo può richiedere anche accertamenti più specifici, affinché si possano escludere patologie fisiche o malattie neurologiche e psichiatriche all’Asl di competenza o ai corpi militari dello stato.

Il problema è che in tutti questi casi la valutazione spesso e volentieri è fatta da Medici con diverse specializzazioni e non da Psicologi o Psichiatri. Infatti i test cognitivi, vengono fatti solo se richiesti, ma non sono obbligatori per avere il porto d’armi.

La variabile psicologica e psicopatologica non è mai fissa e controllabile.

Una persona che pare essere in buona salute (psichica) e senza apparenti problemi ad una prima valutazione anamnestica, può nel giro di poco tempo sviluppare una grave depressione o una psicosi. Infatti un’analisi superficiale può non garantire la diagnosi di un disturbo di Personalità o una particolare fragilità psichica.

Anche fattori ambientali, come lo stress, una delusione affettiva, un lutto, la perdita di un lavoro, una separazione, possono indurre uno scompenso acuto in persone particolarmente fragili.

Inoltre il rischio maggiore per chi detiene armi (paradossalmente) è il suicidio e esiste anche una relazione accertata tra la disponibilità di un’arma da fuoco e il ricorso all’omicidio-suicidio in contesti di stragi familiari, dove la persona con problemi psichici gravi, uccide i membri della famiglia prima di togliersi la vita.

Non è facile identificare una particolare fragilità psichica o un disturbo di Personalità quando siamo in assenza di sintomatologie acute. Per questo è importante che a valutare vi sia la competenza specifica di uno specialista Psicologo o Psichiatra.

Infine, premettendo che sono personalmente molto in disaccordo con l’uso e il possesso di armi da parte della popolazione civile, credo che in presenza di questa possibilità (prevista dallo Stato) dell’uso e del possesso di armi, sia quantomeno necessario e obbligatorio prevedere controlli psicologici, psichiatrici e neuropsicologici, periodici e costanti per tutti i possessori di armi.

“Non lamentiamoci della mancanza di giustizia finché abbiamo armi, e finché siamo liberi di usarle.”

Frank Herbert

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’autolesionismo

L’autolesionismo (in adolescenza) si potrebbe definire come una forma di aggressività auto diretta atta a “scaricare e svuotare” una sensazione di “pieno” malessere interiore che può essere legato a situazioni personali o interpersonali..

Autolesionismo – cutting – self inury – ilpensierononlineare – youtube video

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Adolescenza tra serrature relazionali, paura di restar soli e libertà – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio, questa volta, voleremo bassi e scenderemo un po’ più in profondità per provare a perlustrare, per quanto sia possibile, il mondo “oscuro” e inesplorato dell’adolescenza.
Buon ascolto..

Adolescenza, tra serrature relazionali paura di restar soli e libertà – Podcast – In viaggio con la Psicologia
Podcast – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

Photo by Andre Moura on Pexels.com

Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pubblica una foto! Adolescenti e social.

Il viaggio di oggi sarà in compagnia di una ragazza tutta social e immagine.

E’ attraverso la sua storia e le sue parole, che faremo un piccolo scalo che apre alla riflessione: “quanto stanno cambiando i nostri giovani, a causa dei social?

La condivisione di tutte queste foto e video, può voler dire qualcos’altro sul piano simbolico oppure si tratta di semplice voglia di apparire?”.

Buon Ascolto e Buon Viaggio!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Possibili ipotesi di intervento con l’adolescente violento.

Photo by Artem Podrez on Pexels.com

L’adolescenza si presenta come un momento nella vita del soggetto in cui il processo di soggettivazione tocca – per certi versi- il punto massimo; è quindi in questa fase della vita che avviene ciò che possiamo indicare, citando Meltzer (1981), “rifondazione del mondo”.

Proprio la caratteristica intrinseca nella fase adolescenziale stessa (non essere adulto né più un bambino), rende piuttosto complesso pensare e attuare una possibile ipotesi di intervento. Unitamente a ciò, accade inoltre che maggiormente le richieste di “aiuto” non siano poste direttamente dall’adolescente in questione, quanto piuttosto da un adulto (il genitore, un nonno, la scuola o il tribunale). Ciò tuttavia non vuol dire che l’adolescente non senta o avverta una qualche forma di disagio, ma anzi:

“L’adolescente avverte in pieno la tensione trasformativa in atto nella sua personalità, e di conseguenza percepisce e soffre dentro di sé la compresenza conflittuale di due componenti antitetiche mescolate: tante nuove scoperte ed esigenze adulte, confusivamente frammiste ai residui delle istanze e dei bisogni infantili (..) Comprendere appieno questa realtà particolare è premessa indispensabile non solo per lo studio psicodinamico dell’adolescenza, ma anche e soprattutto per la scelta di una strategia psicoterapeutica che permetta di entrare in contatto con l’adolescente in crisi, superandone le forti resistenze difensive”. Longo M., 1997.

Una volta ricevuta la richiesta (sia essa stata effettuata dall’adulto o direttamente dall’adolescente), il clinico si appresta ad accogliere il ragazzino o la ragazzina. In realtà, già nel corso della prima telefonata o del primo contatto, così come Carla Candelori (2013) evidenzia, occorre fare una rapida valutazione del caso, in quanto anche se quasi sempre la richiesta viene effettuata dai genitori, può accadere che la domanda venga fatta da parte degli adolescenti stessi, soprattutto se più grandi oppure tardo adolescenti.

Se la richiesta però è giunta da parte dei genitori, sarebbe d’uopo cercare nel corso dell’iniziale telefonata, farsi un’idea della situazione, per decidere se eventualmente incontrare loro prima del colloquio con la figlia/o.

Dare o meno uno spazio di ascolto (precedente) ai genitori, è scelta del clinico; tuttavia dare questo spazio è una opportunità che successivamente tenderà a non essere ripetuta (salvo l’emergere di problematiche piuttosto gravi) per evitare di alimentare le fantasie dell’adolescente in merito alla violazione della segretezza.

E’ infatti possibile che l’adolescente si formi la fantasia di un clinico complice dei genitori (e ricordiamo, ancora una volta, che il nostro adolescente oscilla tra bisogno/desiderio di dipendenza e indipendenza). Per tale motivo, uno dei possibili interventi che attualmente viene utilizzato, consiste nel lavoro di gruppo e questo perché:

“il legame intersoggettivo cura. Uno dei principali contributi della psicoanalisi è stato capire che il gruppo mobilita processi psichici e delle dimensioni della soggettività che non mobilitano, o non allo stesso modo né con la stessa intensità, i dispositivi cosiddetti individuali”. Kaes, 1999).

Abbiamo cominciato a conoscere un po’ più da vicino il lavoro con l’adolescente. L’argomento sarà oggetto di ulteriori approfondimenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.