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L’uso del Gioco in terapia infantile (Melanie Klein)

“Nel gioco i bambini riproducono simbolicamente fantasie, desideri, esperienze. Nel farlo si servono dello stesso linguaggio, della stessa forma di espressione arcaica e filogeneticamente acquisita che ci è ben nota nei sogni”

Melanie Klein

Melanie Klein fu tra le prime ad utilizzare il gioco e nel particolare l’uso dei giocattoli nelle terapie con i bambini. Fu però la prima a teorizzare che l’uso dei giocattoli nella terapia infantile può considerarsi esattamente l’analogo delle “associazioni libere” negli adulti.

Il gioco, quindi, secondo la Klein esprime un significato simbolico che può essere interpretato, esattamente come accade per la associazioni libere.

I processi mentali che accadono durante una seduta terapeutica infantile con i bambini sono praticamente gli stessi di quelli che avvengono negli adulti, con la sola differenza che mutano le modalità espressive.

I bambini mettono in scena i propri pensieri, proprio come avviene nel corso dell’esperienza onirica, dove le espressioni verbali vengono sostituite da rappresentazioni corrispondenti. Nel setting dell’analisi infantile accade proprio questo.

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Durante l’ora di analisi, secondo la Klein, bisogne tener conto del comportamento complessivo assunto dal bambino; si considera quindi il materiale prodotto attraverso la manipolazione dei giocattoli, la rappresentazione dei ruoli, i disegni spontanei, l’uso e il ritaglio della carta..

Infine secondo la Klein è molto importante il modo con il quale il bambino fa tutte queste cose, il perché passa da un gioco all’altro e gli strumenti scelti.

Tutto il “materiale” prodotto dal bambino durante la seduta verrà poi analizzato e proprio come avviene per i sogni, si rivelano i pensieri latenti e la loro carica affettiva.

Con il gioco, la realtà psichica acquista un’autonomia.

Si rendono “pensabili i desideri prima rimossi e le energie preposte alla censura vengono rimesse in circolo, rafforzando il debole Io infantile”.

Inoltre, non è necessario che il bambino rielabori in maniera consapevole le interpretazioni che gli verranno proposte. Queste interpretazioni arriveranno direttamente al suo inconscio.

A dimostrare che il “messaggio” è stato recepito e che vi è stata una modifica nell’ “economia psichica” ci sarà un’accresciuta produttività e una diminuzione dell’angoscia.

Insomma, per la Klein, durante la seduta con il bambino, nulla è casuale, ma è tutto determinato da motivazioni inconsce.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicopatologia dell’età evolutiva – Mutismo selettivo nei bambini – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio saremo impegnati in un percorso faticoso, in salita, pieno di insidie e molto poco illuminato. Viaggeremo infatti nella psiche dei bambini, nelle loro sofferenze fatte di silenzi assordanti, ma spesso pieni di significati importanti. Parleremo di Mutismo Selettivo.

Mutismo selettivo nei bambini – In viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast
Mutismo selettivo nei bambini – In viaggio con la Psicologia – Spotify Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Con-tatto fisico ed emotivo: l’opera di René Spitz.

Federico II di Svevia diede vita ad un esperimento che (vi avviso non è il massimo dal punto di vista etico), voleva essere la risposta ad un quesito sollevato dai linguisti dell’epoca: qual è la lingua umana originaria? l’egiziano? l’ebraico? il frigio?

Nella Cronaca, lo storico Salimbene de Adam, descrive proprio tale esperimento portato avanti dall’imperatore che -per serendipità- si potrebbe oggi dire, aveva “scoperto” una correlazione tanto cara agli psicoanalisti.

Procediamo con ordine.

Federico II decise di prendere un gruppo di neonati e di farli alimentare regolarmente ma in assoluto silenzio; i bambini dovevano infatti essere toccati il minimo indispensabile, giusto per essere puliti e cambiati. L’imperatore aveva dato disposizioni del fatto che i neonati dovessero ricevere solo il minimo delle cure igieniche, (senza che le nutrici aprissero mai bocca). Una manipolazione dei bambini – potremmo dire- priva di qualsiasi calore e contatto umano.

Federico II voleva – in sostanza- vedere quale lingua avrebbero per prima verbalizzato, quei bambini.

Di fatto però, l’imperatore dovette prendere atto del fatto che i bambini non avrebbero parlato né l’ebraico, né il frigio, né altra lingua poiché l’assenza di contatto caldo fisico e verbale, condusse tutti i bambini alla morte.

Questa storia richiama all’opera di René Spitz, uno psicoanalista viennese emigrato, durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti.

Spitz grandissimo sostenitore dell’importanza dell’osservazione diretta del bambino nella sua interazione con la madre o altre figure parentali significative; decise di condurre per la prima volta uno studio sui bambini abbandonati in orfanotrofio, seguendo il metodo scientifico sperimentale.

Nello scritto Hospitalism e nel filmato Grief a peril in infancy il ricercatore osservò 91 bambini abbandonati sin dalla nascita in orfanotrofio. I bambini venivano nutriti regolarmente ma con scarsi contatti interpersonali; le nutrici infatti davano qualche carezza ai primi bambini che si trovavano nella grande camerata per poi ridurre le carezze stesse man mano che procedevano in avanti, con i letti, a causa del poco tempo a disposizione.

In sostanza gli ultimi bambini ricevevano le sole cure igieniche necessarie.

Dopo 3 mesi di carenza di contatti, i bambini svilupparono grave apatia, inespressività del volto, ritardo motorio e deterioramento della coordinazione oculare.

Ciò che Spitz notò era che nelle culle dei bambini, era presente come una sorta di avvallamento che li avvolgeva completamente. I piccoli entravano in uno spazio che Spitz paragonò al letargo un piccolo spazio incavato simile a una nicchia che, di fatto, diventò la tomba dei bambini..

Entro la fine del secondo anno di vita il 37% dei 91 bambini, pur essendo stati alimentati correttamente, morì.

Spitz notò che morirono sia i bambini che si trovavano in stato di denutrizione, sia quelli che erano stati cresciuti in assenza di contatti interpersonali; i sopravvissuti, inoltre, presentavano grandissime difficoltà dell’eloquio, difficoltà motorie e per la maggiore, questi bambini non erano nemmeno in grado di stare seduti autonomamente.

Le osservazioni pionieristiche condotte da Spitz negli anni ’40 furono riprese negli anni ‘90 e applicate con metodi sperimentali più aggiornati; gli autori dedicarono osservazioni longitudinali di oltre 20 anni per studiare la piaga dell’abbandono dei bambini (in questo caso bambini rumeni).

Lo studio è angosciante -me ne rendo conto- ma oltre a presentarsi come un cardine senza precedenti dell’osservazione sperimentale dei bambini istituzionalizzati (aprendo di fatto alle riflessioni e alle riforme attuate successivamente), si offre come spunto di riflessione per tutti quei genitori che vediamo, durante i corsi di accompagnamento alla genitorialità che stanno seguendo l’iter che terminerà con l’adozione…

Queste sono le osservazioni originali condotte da Spitz; il video è crudo e fino alla fine non ero del tutto convinta – in merito alla sua condivisione- perché non tutti hanno sempre accettato questo tipo di argomenti. Il mio è il punto di vista di una psicologa clinica che decide di condividere, ogni singolo post, con l’intento di spingere alla riflessione e soprattutto, con la finalità di promuovere il benessere psicologico della persona, del gruppo e della comunità (come mi è stato insegnato). Non c’è altra finalità.

Grazie per l’attenzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.