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“Il cuore l’ho lasciato ad una stronza”

“Mi chiamo Antonio e ho 34 anni. Mi muovo in maniera convulsa, nello spazio. Mi gratto continuamente la piccola porzione di pelle tra l’orecchio e la tempia; lo faccio così tanto che la pelle è completamente lacerata; spesso escono piccole gocce di sangue e il processo di rimarginazione dell’epidermide non riesce mai a cominciare perché inevitabilmente penso troppo e mi gratto.

Sullo stesso punto che prude insistentemente e brucia, appoggio i miei occhiali perennemente appannati: dovrei comprarne un paio nuovo ma trovarmi davanti a mille mila modelli tra cui scegliere mi crea agitazione così continuo ad indossare gli stessi occhiali da circa 20 anni (beh.. in effetti dovrei anche fare una visita oculistica).

Una volta avevo dei bei capelli ricci ma la stempiatura si è impossessata di me così tanto che la forfora è palese ed evidente a tutti, ormai.. nemmeno ci faccio più caso se le mie spalle sembrano una pista da sci.

Tremo.

Qualcosa mi impedisce di stare fermo, nello spazio, è come se non riuscissi a trovare il mio fottuto posto qui.

In realtà il mio posto è con lei, quella stronza a cui ho lasciato il mio cuore. L’ha portato via con sé e nel mio petto ha lasciato mezza duna del deserto: aridità, secchezza, pozzi vuoti di emozioni che non ricordo nemmeno come siano fatte.

Dolore sì.. Quella è l’unica cosa che qualche volta riesco a sentire.

Certi mi dicono che sono stato io stronzo perché ho diffuso* sue foto intime e video in cui io mi sono camuffato; sinceramente -dottoressa?- A me non me me ne frega un cazzo se lei ora sta male. Penso che le azioni vadano ripagate con la stessa moneta quindi se lei ha messo fine alla nostra relazione ora deve pagare per quel che ha fatto.

La nostra relazione era intensa e piena; i miei problemi erano irrilevanti perché quando c’è l’amore tu stai vicino al tuo partner “nonostante tutto”.**

Sbaglio?

Mi ricordo quando l’ho vista la prima volta, aveva una gonna rossa con dei fiori blu e una maglietta bianca; mi ricordo che aveva una macchia di caffè sulla maglietta perché era stata al bar con un’amica e si era versata il caffè sui vestiti. Pensai che fosse sbadata e molto diversa da me; la sensazione di sporco lasciò -però- spazio al desiderio di capire di più di quella bionda svampita che prendeva il treno indossando degli improponibili tacchi a spillo.

Stronza.. comunque.. lo è sempre stata”

*Revenge Porn, ovvero la pratica di diffusione nella rete di materiale sessualmente esplicito con il fine di prendersi gioco, deridere o vendicarsi dopo la fine di una relazione, talvolta descritta anche come forma di violenza, abuso psicologico e sessuale. La legge sul revenge porn, in Italia, punisce il reato molto severamente. Il reato è, infatti, punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5.000 a 15.000 euro. Il reato non è nel mandare proprie foto o video intime (oppure nel farle con il proprio partner), ma nella condivisione fatta da parte di terzi.

** La fine di una relazione è un evento altamente significativo e doloroso. Si tratta di una situazione in cui l’evitamento del dolore è impossibile e -paradossalmente- la via che più facilmente si cerca di percorrere. La mente tende a svolgere un duplice lavoro; nel primo caso tende ad utilizzare una forma di pensiero ricorsivo volto a ridurre la sofferenza (che, come precedentemente detto, è praticamente impossibile da fare) nel secondo caso, si cerca di evitare di ricordare o coinvolgersi in situazioni legate all’ex-partner. Nel fare ciò, la persona tende a mettere in atto comportamenti altamente disfunzionali come: l’assunzione di cibo e alcol, l’attività fisica o l’uso di sostanze con lo scopo di ridurre le sensazioni fisiche di sofferenza oppure si ricorre alla vendetta (Cfr, supra). Ciò di cui la persona non è consapevole, tuttavia, è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa. I primi mesi sono i più difficili a causa degli inevitabili momenti di scoraggiamento, paura e confusione; tale presa di coscienza e riconoscimento, si situa come la base per l’elaborazione dell’evento: la rinascita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Sessuologia: cosa accade dopo un trauma cranico?

Cosa accade al paziente che ha subito un trauma cranico?

Un articolo pubblicato su “Brain Injury”, a cura dell’equipe di Umberto Bivona, dirigente dell’unità post-coma della fondazione Santa Lucia IRCCS, e un recente studio pubblicato su “Neuropsychological Rehabilitation”, prova a darci una risposta.

Il trauma cranico rappresenta una delle prime cause di disabilità nella popolazione compresa tra i 15 e 35 anni, comportando tutta una serie di diversi disturbi neuropsicologici (ad esempio disturbi della memoria, comunicazione, linguaggio, delle funzioni esecutive, affettività e sessualità).

In questi pazienti è facile riscontrare: ridotto desiderio sessuale, disfunzione erettile, difficoltà nel raggiungimento dell’orgasmo, diminuzione dei rapporti sessuali, incremento di pensieri negativi sulla sessualità.

Per quanto concerne gli studi precedentemente citati, il campione della prima ricerca era composto da 20 pazienti maschi e 20 soggetti di controllo (tutti insieme alle rispettive compagne); lo scopo dello studio era valutare i cambiamenti delle funzioni sessuali post trauma e la relazione tra variabili sociodemografiche, emotive e comportamentali e la funzione sessuale.

Sono state poi indagate variabili cliniche e funzionali del paziente, la sfera dell’umore, lo stato neuropsichiatrico, la qualità della vita, l’autostima, l’armonia di coppia, e così via.

I risultati hanno rivelato la presenza di disfunzioni sessuale nei pazienti con un peggioramento della sessualità di coppia (evidenziato anche dalle interviste dei partner).

Risultati analoghi sono emersi nella seconda ricerca su un gruppo di 55 coppie.

Vi sono diversi fattori che possono favorire (o ridurre), il ripresentarsi di alterazioni della sessualità post trauma, dalla localizzazione del danno cerebrale a un’ampia gamma di potenziali organici.

Ci sono poi varie conseguenze che insorgono successivamente all’evento traumatico come cambiamenti nelle relazioni, problemi psicosociali, perdita della capacità empatica e disregolazione emotiva e comportamentale.

Per quanto concerne le partner, la riduzione del desiderio sessuale sembra essere dovuto principalmente ai cambiamenti che hanno influito sull’andamento della relazione e l’assunzione di ruoli che sono -ora- diversi: le compagne diventano caregiver che si trovano a dover curare in totale dedizione, il compagno.

Il quadro clinico diviene in tal modo complesso, pertanto, sarebbe necessario affiancare alla terapia farmacologica e riabilitativa, un supporto sessuologico (con uno psicoterapeuta sessuologo che sappia tener conto sia dell’aspetto psicodinamico individuale, che relazionale di coppia), al fine di promuovere il benessere/recupero, non solo degli aspetti legati all’autostima, all’autoefficacia, emotività, ma anche gli aspetti della sessualità di coppia affrontando eventuali problemi della disfunzione, tentando di ripristinare l’intimità di coppia, accompagnando i partner alla scoperta di una nuova sessualità.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Coppia in viaggio: coppia in terapia (caso clinico).

La terapia di coppia si situa come un viaggio complesso e articolato; un viaggio dall’itinerario ma – soprattutto- dal destino sconosciuto perché (come a breve vedremo), sconosciute sono, nella maggior parte dei casi, le risorse che i singoli in gioco (la diade/coppia) hanno.

Quando studiavo ed ero ancora molto lontana dal mondo della clinica applicata (perché è bene rimarcare che la famosa pratica la si comincia tempo dopo, nel migliore dei casi con il tirocinio osservativo*), mi ero formata il pensiero di non esser capace di poter prendere in carico le coppie. Nella delicata fase fatta dalle fantasie di quella che sarebbe poi diventata una clinica a tutti gli effetti, si aggiravano strani pensieri sulla possibilità di violare la delicatezza fatta da quel letto di fiume, ormai secco, che era lo spazio di condivisione della coppia.

Tempo dopo, le mie nebulose idee hanno trovato la loro giusta collocazione.

Che cos’è allora la terapia di coppia?

Due persone decidono di essere coppia sentendo l’unicità del sentimento, della passione e della relazione che li unisce. Due individui sentono di restare due percependosi uno per l’unicità che li contraddistingue, per l’erotismo che li accompagna, per la possibilità di sentirsi “unici, speciali, totali”.

Essere, percepirsi, sentirsi, una sorta di triade che accompagna la pienezza del sentimento amoroso. Ti sento anche -e soprattutto- quando non ci sei, mi sento unito a te, come tua filiazione emotiva anche – e soprattutto- quando non ci sei.

Il corpo del partner diventa una mappa geografica, una cartina dai più disparati confini dove orientarsi; dove puoi giocare ad essere una invisibile bussola che ruota l’ago perdendosi e ritrovandosi, scoprendo -nel mentre- sempre numerosi (nuovi) posti.

Nessun corpo sarà mai realmente casa, come il corpo dell’amato di cui ne conosci angoli e funzionamento, nel picco del sentimento, anche meglio del tuo stesso corpo.

Accade, tuttavia, che nella velocità del tempo del consumo (il tempo presente), le coppie si assestino su una vita che è ben poco fatta di ricerca , di con-divisione; si finisce per cercare altrove, nell’altro da te (che poi è altro da me), qualcosa o qualcuno.

Molte coppie sono insieme non per reale unione e commistione del sentire emotivo, erotico e relazionale, ma per bisogni secondari (relazioni che si assestano su un legame quasi fraterno; necessità di vivere sotto quella casa; necessità di tenere insieme il tutto per questioni familiari; figli; lavoro) e così via.

Nascono, in tal modo, incomprensioni così forti da rendersi persino visibili, Spesso durante le terapia di coppia sembra vedere uno dei partner mordere avidamente l’altro fino a farlo sanguinare; c’è rabbia, aggressività e cattiveria il tutto celato dal dolore.

Perché chiedere, allora, il supporto di un esperto?

La terapia di coppia non va vista come un qualcosa dall’esito certo: allora restiamo insieme vs. divorzio.

La terapia di coppia è la messa a disposizione di uno spazio neutro (quello del setting terapeutico condotto dal terapeuta stesso o da una coppia di terapeuti in coterpia), uno spazio per pensare, pensarsi, analizzare e analizzarsi.

Si ripensa alla propria storia (personale, di coppia e familiare), si evidenzia il nodo cruciale (quello che ha spinto la coppia a porre la domanda di supporto) per poi procedere analogamente ad una vanga per smuovere il terreno, rompere le zolle e cercare piccoli semi da ripiantare e crescere con cura. La vangatura può però evidenziare l’assenza di questi semi e può, invece, mostrare un terreno arido, secchissimo; possiamo pertanto prendere atto del fatto, e decidere di andare altrove a trovare nuovi semi lavorando sulle proprie personali risorse interne (risorse che ora, escludono l’altro diventato ormai l’estraneo/straniero).

La terapia di coppia può pertanto essere un supporto per aiutare la diade a dirsi addio, ad analizzare la propria storia, a trovare o ritrovare l’inizio del capitolo che li fece conoscere e ri-conoscere nella folla.

Le terapia di coppia può aiutare la coppia nella delicata e dolorosa fase della separazione, cercando un modo per comunicare e comunicarsi specie in presenza di bambini o adolescenti cui dover rivelare che “mamma e papà , da oggi, non staranno più insieme”.

Gerson (1996), diceva:

“Dobbiamo pensare che l’apertura a nuove informazioni richieda un attento e graduale allentarsi delle misure di sicurezza [ossia delle difese]. Questo processo sembra tuttavia essere facilitato, nella terapia, dalla presenza reale dell’altro significativo, perché in questo caso ha luogo un rimbalzo di valutazioni riflesse [immagini di sé e dell’altro] in un micro-momento cognitivoaffettivo; per esempio, la moglie, potendo vedere il marito in una luce diversa, si aspetta di poter essere a sua volta vista in modo differente e questo fa sì che lei stessa si ponga diversamente nel rapporto con lui.
(Gerson, 1996: 75).

Il cambio di prospettiva è, infatti, uno dei vantaggi che la neutralità del setting terapeutico offre alla coppia. Mi penso (quindi mi vedo) diversamente vs. ti penso (quindi ti vedo) diversamente.

Ci pensiamo – quindi ci guardiamo- diversamente.

Il lavoro analitico nella terapia di coppia non si focalizza dunque tanto sullo spazio tra analista e paziente/i quanto piuttosto sullo spazio tra i due partner della coppia. La matrice transfert-controtransfert all’interno di un setting analitico di coppia è ovviamente assai più articolata e complessa di quella del setting individuale; ciò rende necessario circoscrivere il campo di attenzione alle dinamiche più significative, ossia a quelle che si presentano con maggiore intensità e urgenza e che solitamente riguardano l’interazione tra i due partner anziché quella tra la coppia e il terapeuta. Vengono quindi prese in esame, durante i colloqui, sia le difese intrapsichiche (proiezione, identificazione, introiezione, etc), sia le difese di tipo interpersonale (che implicano spesso un gioco di ruoli), come la negoziazione isterica, il gaslighting (manipolazione psicologica), dinamica aggressore/vittima, etc.

Altro elemento cui va dato specifico rilievo in un lavoro di coppia sono i contenuti relativi al potere e all’autostima, attorno a cui si organizzano le tendenze tipiche dominio/sottomissione, sadismo/masochismo, negazione/riconoscimento e sottomissione versus abbandono. Informazioni importanti provengono, inoltre, dal controtransfert e dalla relazione “reale” poiché sono manifestazioni importanti del qui ed ora delle sedute e si situano come una visione degli schemi intrapsichici, interpsichici e interpersonali tipici della coppia.

Caso clinico.

Martina e Fabio** sono sposati da 15 anni; la coppia ha due bambine di cui la più piccola, mostra da qualche tempo (circa un paio di anni), difficoltà scolastiche e comportamentali. La bambina verrà ripetutamente definita dalla madre “ingestibile, isterica, capricciosa, oppositiva e cattiva”; della figlia più grande non sarà mai fornita descrizione o racconto.

I due sono giunti in consultazione su insistenza di lui perché Martina è ben decisa a voler lasciare il marito.

La coppia racconta di essere insieme da una ventina di anni; Martina non lavora ma svolge attività di volontariato da diversi anni mentre Fabio è un manager piuttosto in voga. La coppia non è originaria della regione in cui si trovano al momento: lui è figlio di una coppia mista cresciuto a metà tra due stati e lei è del centro Italia.

Si conoscono durante le vacanze, e dopo circa 5 anni di fidanzamento decidono di sposarsi.

Martina sacrifica (la parola sacrificio sarà continuamente evidenziata dalla donna, durante i colloqui), la sua vita per l’uomo che ama. Diventa una donna ombra del manager di successo che, dal canto suo, desiderava avere la tipica famiglia serena e sorridente fatta dalla madre chioccia che cresce i propri bambini amorevolmente.

“Non le ho mai fatto mancare niente. Per me poteva stare anche le ore intere seduta sul divano, mi bastava soltanto che fosse amorevole accogliente e protettiva”.

Fabio è molto legato alla sua famiglia di origine che non abita molto lontano dalla sua attuale casa, mentre Martina non ha contatti particolarmente caldi con la sua famiglia.

Emerge da subito anche un altro dato (oltre alle differenze del background familiare), quello della comprensione della situazione della figlia più piccola.

Martina è scoraggiata e evidenzia l’incapacità (a detta sua) degli insegnanti, nel saper comprendere la situazione di sua figlia, Fabio pensa invece che la bambina ha solo un carattere “tutto suo. Crescerà e tutto andrà meglio”.

La coppia ha un modo di valutare i “luoghi dell’esperienza del sé” ,Crastnopol, 2002, completamente diverso. Fabio rendeva – infatti- racconti della propria storia, appartenenti maggiormente alle dimensioni interpersonale o interpsichica: le sue preoccupazioni riguardavano il suo modo di gestirsi nel mondo interpersonale/sociale. Martina, invece, sembrava essere meno interessata all’adeguatezza e all’adattamento sociale e si sentiva più in contatto con la sfera emotiva intima e con i turbinii interiori della sua vita psichica. Martina si sentiva isolata e sola perché Fabio si mostrava disinteressato a parlare di questi vissuti.

Portando avanti i colloqui emergeva però, con sempre maggior forza, che Fabio non era disinteressato ad avere una relazione più profonda ed emotiva con la moglie ma che semplicemente, lo mostrava in maniera diversa.

Accadde allora un fatto interessante: nei primi mesi, i due coniugi si presentavano regolarmente in terapia parlando in maniera molto affettuosa e complice; non sembravano affatto due che erano in procinto di dirsi addio: lei scherzava e lui era affabile e affascinante.

Era questo il momento di vedere la coppia singolarmente; fu pertanto fissato un incontro individuale con ciascuno (in giorni e orari differenti).

Il giorno dell’incontro con Fabio, emerse da parte dell’uomo un rancore, una rabbia (nascosta) molto più forte di quella che provava Martina; Fabio sosteneva che Martina fosse una donna crudele completamente carente di istinto materno (Fabio desiderava una compagna che offrisse supporto, nutrimento e calore analogamente a quanto aveva fatto con lui, sua madre).

Fabio cercava un sostituto/surrogato materno.

Dall’incontro con Martina emerse invece una fortissima sofferenza ma- soprattutto- una profonda insicurezza nella donna che non si riconosceva come una madre calda, idonea, così tanto da poter realmente esser considerata meritevole di aver due bambine.

Si evidenziò, inoltre, in Martina sempre più nitidamente un senso di scarsamente coeso che lei mascherava con passioni estemporanee per “questo o quel” passatempo. Aveva tratto qualche beneficio sostenendo Fabio nella costruzione di una carriera brillante; Martina era riuscita in questo modo a provare quell’ammirazione che non riusciva a provare per se stessa. L’equilibrio era però saltato quando Fabio aveva cominciato a non tollerare più l’incapacità di Martina di impegnarsi con costanza nelle cose. La difficoltà di Fabio ad accettare questa dipendenza di Martina lo fecero ripiegare verso la difesa a lui più congeniale e a lungo perfezionata nel rapporto con la madre: mostrare una facciata amichevole e rendersi inaccessibile.

La terapia di Fabio e Martina è durata circa un anno e mezzo, alternando colloqui di coterapia a terapie a seduta singola.

Il viaggio di quella che fu una coppia, è terminato con la separazione; una separazione che era partita dalla donna, per poi esser rimarcata come bisogno necessario, sempre di più, da parte di Fabio.

I due partner hanno trovato un luogo sicuro, lontano dai pregiudizi (soprattutto personali), in cui potersi dire. Fabio continua un percorso di terapia personale mentre Martina ha capito di poter essere debole senza necessariamente sentirsi in colpa.

Quando (e se ) sarà pronta a procedere con un viaggio in cui sarà lei – e soltanto lei- l’eroina protagonista, la porta dello studio sarà spalancata pronta ad accogliere le sue fragilità ma -soprattutto- le sue straordinarie risorse, ancora da scoprire.

Ho da sempre uno straordinario amore per le mappe; non mi piace google maps ma voglio aprire quelle enormi (e difficili da richiudere), cartine delle città.

Mi piace vedere le distanza che sembrano enormi, immense tra un punto e l’altro per poi scoprire, una volta cominciato il cammino, che la distanza non era poi così tanta e che con un briciolo di avventura e coraggio, il percorso ha portato a straordinarie scoperte (che siano state di gruppo, di coppia o personali).

E’ un po’ questo a cui penso quando scopro o ascolto gli incontri tra persone.

Dobbiamo avere il coraggio di cominciare il cammino che ci porta in una data e sconosciuta direzione, per abbandonarci e scoprire che i nostri confini non erano poi così lontani.

Le mappe lo insegano: puoi raggiungere il luogo prescelto camminando per innumerevoli sentieri.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*di questo ne parlerò prossimamente. Mi preme ma – soprattutto- mi urge fare delle specificazioni importanti su diagnosi, “autodiagnosi” e lettura self service della psicologia.

**Nomi di fantasia

Psicologia di Coppia – l’importanza dell’umorismo nei legami di coppia.

Quanto è importante il senso dell’umorismo in un rapporto?

Il senso dell’umorismo è un segnale di intelligenza e abilità sociale ed è molto importante per la solidità di una relazione di coppia.

Il fatto di poter scherzare con il partner aiuta. ad esempio, a sdrammatizzare momenti complessi…

Buona visione!

Psicologia di Coppia – l’importanza dell’umorismo – ilpensierononlineare – Youtube channel

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Tono e Modo dell’opinione.

“Spesso contraddiciamo una opinione mentre ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa.”

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

Questa frase mi è ritornata alla mente in seguito alla conduzione di un colloquio.

Come spesso accade i due non sembravano trovare un minimo punto di incontro persi com’erano a barcamenarsi in maniera piuttosto ondosa e tempestosa, tra le rispettive opinioni.

I toni erano sempre alti, presuntuosi (da ambo le parti) e ridondanti..

La continua enfasi posta “alla mia ragione”, rendeva vana ogni possibilità di spostare l’attenzione al contenuto della discussione.

(A parlare è una coppia indecisa sul procedere o meno con una separazione; l’astio è forte poiché lei non riesce a perdonare lui che per 2 anni ha avuto un’amante).

D’un tratto dopo un momento di pausa e un fortissimo pianto, il suono dei pensieri prendere il sopravvento sul rumore del parlato (vuoto) per ristabilire il tono .

“Ecco cosa non ti ho detto”…

(Barcarola, in musica classica, indica una composizione che evoca il modo ondeggiante delle imbarcazioni..)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Amore Vaffa*****”

Uno studio condotto nel 2011 da Edward Smith della Columbia University (Kross et al., 2011), mostra come la fine di una relazione attivi le stesse aree cerebrali deputate alla percezione del dolore fisico.

Lasciarsi implica una reale sofferenza che si esperisce come vera sensazione dolorosa sia a livello psicologico che fisico.

Sembra che tale sofferenza trovi radici nella questione biologica e più nello specifico, nella questione che fa dell’essere umano un essere deputato alla costruzione di legami sia sociali ma soprattutto amorosi. Ne deriva che quando una relazione cessa, il grado/livello di sofferenza provato è da mettere in relazione con il grado di coinvolgimento che c’è stato nella relazione stessa, la durata della relazione e la consapevolezza rispetto al rapporto ormai terminato (tutte variabili che, tuttavia, non necessariamente vengono avvertite allo stesso modo dai membri dell’ormai ex coppia).

Secondo una ricerca condotta nel 2005 (National Fatherhood Initiative, 2005) le ragioni più comuni che portano una coppia a dirsi “addio”, possono essere raggruppate in alcune categorie:

  • mancanza di impegno nella relazione
  • difficoltà comunicative
  • infedeltà
  • diminuzione di interesse verso il partner
  • situazioni di abuso
  • dipendenze

e così via…

Quando una relazione termina (soprattutto se inaspettatamente), la persona ha una prima reazione definita di shock. Le sensazioni tipiche sono abbattimento, ansia, senso di vuoto, calo della motivazione, ritiro e disinteresse per il mondo circostante oppure depressione vera e propria.

Talvolta a causa del profondo dolore provato, la mente utilizza una strategia di conservazione (meccanismo di difesa) chiamata negazione. La persona sperimenta una sorta di vuoto e di ottundimento emotivo che la distacca dall’evento; ne deriva che la persona si trova ad oscillare tra momenti di profonda sofferenza e momenti in cui agisce “come se” non fosse accaduto nulla.

Tale strategia consente, per così dire, di fare in modo che la persone resti “operativa” nonostante l’enorme sofferenza provata ma il risultato potrebbe, alla lunga, essere quello di incorrere in crisi dissociative o fenomeni di depersonalizzazione.

Ciò di cui la persona non è consapevole -tuttavia- è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma la espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa e tenendo conto che i primi mesi sono sempre i più difficili (imparare a vivere il distacco, la solitudine della nuova condizione, immaginarsi e viversi soli, …) darsi il tempo giusto per vivere i sentimenti di vuoto, paura e confusione al fine di procedere successivamente con l’elaborazione dell’evento luttuoso.

“Dottoressa, cazzo! Cazzo! Cazzo! Perché? me lo sa dire il perché di questa fine? Com’è possibile!! Io.. Io non ci dormo la notte, non vivo più di giorno… Mi sento impazzire… Non riesco a mangiare sento un dolore incredibile dentro sa.. come se qualcuno mi stesse bruciando il petto… Come se avessi una fiamma continuamente accesa qui (si indica il cuore). Lo odio, lo odierò per sempre. Questo non è amore!!!

La posso mettere una canzone? Senza che….”

Lo sa, nella sua isola del tempo la regola delle non regole dice che in questo -suo- spazio non ci sono giudizi che giudicano, emozioni da non provare o parole da non dire. Questo è il suo tempo e il suo spazio e io non le leggo la mente o i sentimenti ma la accolgo e contengo.

” Ma se la chiamo durante la notte, posso farlo?”

(…)

“Allora alla settimana prossima, Dottoressa… e comunque: Amore Vaffanculo!”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.