Resilienza.. resistere trasformandosi.

“… Noi tutti abbiamo la potenzialità innata di sfruttare le nostre capacità resilienti…”

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Vorrei che provaste ad immaginarvi ed immedesimarvi in una persona che in un determinato momento della sua vita prende una decisione, suo malgrado, perché in qualche modo costretto a farlo. Questa decisione è drastica, di rottura. È successo qualcosa nella sua vita che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua casa, dalla sua famiglia, dal suo mondo. Improvvisamente tutto è cambiato e quella persona si sente sola (forse lo è davvero). Uno straniero in un luogo sconosciuto. 

Immagino che, in una situazione simile, una persona si senta come una pianta sradicata dal quel terreno dove presumibilmente è nata, cresciuta e dove si è nutrita.

Come può sopravvivere questa pianta?

fonte: google

La situazione descritta brevemente può accumunare l’esperienza di molte persone. Somiglia innanzitutto all’esperienza dei migranti e dei nostri emigranti italiani.

Quando viene sradicata, una pianta, per far si che sopravviva e che cresca, bisogna ripiantarla in un altro terreno. Le piante sono molto “resilienti”. Riescono ad affrontare un evento così traumatico e improvviso, “riadattandosi” al nuovo terreno, al nuovo luogo, fino a giungere ad un nuovo equilibrio. Sfruttando al massimo il nuovo “ambiente”, usufruendo del supporto e dell’aiuto di chi gli ha offerto l’opportunità di “mettere radici” in un luogo estraneo (il contadino, il giardiniere).

La psicologia ha preso in prestito il concetto di “resilienza” da un’altra disciplina, la fisica. In fisica il concetto di resilienza indica la capacità e la forza che un corpo, generalmente un metallo, ha di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi.

L’urto (nel caso della pianta lo sradicamento)  genera un evento improvviso (stressante). La pianta riesce ad essere abbastanza resiliente e resiste allo stress dello sradicamento dal suo vecchio ambiente riadattandosi e sfruttando al massimo quel cambiamento. Riuscendo finanche a crescere più rigogliosa.

In effetti, potremmo pensare alla resilienza come una capacità innata di ogni essere vivente. Noi tutti abbiamo la potenzialità innata di sfruttare le nostre capacità resilienti.


I “sistemi” stessi che viviamo sono anch’essi capaci di resilienza. Un Sistema Familiare, ad esempio, può contare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ad eventi critici di crisi o conflitti, interni  o esterni. Può, infatti, sfruttando anche la propria flessibilità, riuscire a riadattarsi e quindi riassestarsi, dopo il cambiamento, ristrutturandosi internamente e affrontare al meglio le crisi future caratteristiche del proprio sviluppo vitale.    

Insomma, potremmo considerare la resilienza come la capacità umana di affrontare gli avvenimenti dolorosi e risorgere dalle situazioni traumatiche o meglio: “la resilienza corrisponderebbe alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato” (Grotberg, 1996).  

Sembra però che ci siano persone non capaci di attingere dal proprio bagaglio di esperienze per sfruttare al meglio la propria capacità di resilienza, ma ci sono sicuramente possibilità concrete di acquisire la capacità di guardare e attingere alle risorse personali e sociali, in stato di latenza,  e ri-costruire le proprie strategie di resilienza. Spesso i motivi di tale incapacità riguardano da vicino la propria storia familiare e personale e quindi attraverso l’aiuto di uno Psicologo o di uno Psicoterapeuta, questo è possibile iniziando percorsi personali, familiari o di gruppo. Ovviamente tali strategie e abilità di resilienza devono poter attingere anche da un “terreno abbastanza fertile” di autostima positiva, legami significativi, creatività, curiosità,  una buona rete sociale di appartenenza, una cultura personale che consenta di dare un senso al dolore e diminuire gli aspetti negativi di una situazione, permettendo la ricerca di alternative e soluzioni davanti alla sofferenza.

Per concludere, ricollegandoci alla situazione della persona di cui vi ho chiesto di vestire i panni, possiamo quindi dire che è sempre possibile continuare a nutrire le proprie radici, anche in un terreno straniero, purché quella persona conservi il “nettare” del nutrimento della terra natia e sfrutti tutte le sue capacità per adattarsi, ricostruirsi e trasformarsi attraverso la propria capacità resiliente.    

dott. Gennaro Rinaldi

Preadolescenza. L’importanza di “appartenere” per “separarsi”.

Genitori e figli: la preadolescenza e i nuovi compiti di sviluppo per i genitori e la famiglia. Appartenere per separarsi; paura del cambiamento e il fascino delle scoperte.

C’è un periodo compreso tra l’infanzia e l’adolescenza in cui si manifestano dei comportamenti e dei cambiamenti nei propri figli che spesso colgono di sorpresa i genitori e sono la causa di fraintendimenti e litigi che poco hanno a che vedere con il periodo del “ciclo di vita familiare” precedente, che tutto sommato era abbastanza tranquillo.

In genere i genitori, in questo periodo hanno difficoltà a prevedere i comportamenti dei propri figli, “non li riescono più a controllare” e temono che il figlio possa allontanarsi da loro irrimediabilmente e con conseguenze drammatiche. Almeno questa pare sia la percezione di buona parte dei genitori, rispetto a ciò che sta avvenendo. Quella della preadolescenza è il preludio ad una fase critica, caratterizzata da forti contraddizioni.

Potremmo far rientrare questo periodo ad un’età che va dagli 11-12 ai 13-14 anni, ovviamente è una stima pressoché  indicativa, perché può sicuramente variare da ragazzo a ragazzo.

Quella preadolescenziale è l’età delle prime prove pratiche di emancipazione dai genitori. Un primo step verso quello che è l’obiettivo principale degli adolescenti e quindi dei giovani adulti: la totale indipendenza.

Ribelle

È un processo fisiologico di crescita, per i ragazzini, ancora in parte bambini, che si accompagna a  diverse trasformazioni personali su più livelli: cognitivo, emotivo, ormonale, anatomico, sentimentale, sessuale e sociale.

In genere il ragazzo o la ragazza ondeggiano tra una ricerca di sostegno e interesse ad una ricerca di totale a autonomia e libertà dai genitori.

Quindi da un lato continuano a contare sul supporto dei propri genitori, dall’altro guardano desiderosi alla propria libertà.

Ma un ragazzino di 12 anni, a differenza di quanto si possa pensare, comprende bene che il processo di crescita e di autonomia personale è un processo graduale e si aspetta anche di non essere accontentato sempre e di dover lottare per le proprie graduali libertà.

Compiti di Sviluppo dei genitori

Come possono allora i genitori far fronte a questi cambiamenti continui e alle nuove esigenze del figlio?

Innanzitutto bisogna accettare che i figli stanno crescendo e accogliere i cambiamenti che li caratterizzano. Come genitori bisognerebbe cominciare a rinegoziare le relazioni genitori- figli (rinegoziare, quindi le relazioni che caratterizzavano la fase precedente) al fine di consentire l’individuazione da parte dei ragazzi; aumentare la flessibilità dei confini familiari; fornire una guida sicura e modelli di identificazione stabili e abbastanza coerenti.

Concordare con loro le regole di comportamento e affrontare insieme le varie questioni e difficoltà quotidiane può essere un buon punto di partenza per i genitori.

 L’importante è garantire nei ragazzi una autonomia progressiva, coerente con le esigenze personali, il contesto ambientale abitativo e le relazioni sociali di riferimento.

Appartenere per separarsi.

Con la pubertà inevitabilmente aumenta anche il bisogno maggiore di privacy. Nel limite del possibile bisogna favorire la possibilità di avere spazi propri, personali.

Il corpo e l’aspetto esteriore sono fondamentali per la propria identità, offrire ai ragazzi la gestione dell’abbigliamento, del trucco, del cibo, del look, può farli sentire più sicuri di se stessi. L’aiuto dei coetanei può agevolare lo svincolo dai genitori e quindi favorire la propria sensazione di autoefficacia e autonomia, bisognerebbe quindi assecondare le loro relazioni amicali e sentimentali esclusive.  

L’importanza del gruppo dei pari.

Inoltre è importante fornire a quest’età una prima educazione sessuale e sentimentale.

Bisogna poi non preoccuparsi troppo delle bugie che vengono dette a quest’età, in genere sono fisiologiche e servono a proteggere la propria vita intima. Sono dei piccoli segreti che aiutano a crescere e che non devono essere confusi con la non sincerità. I segreti vanno rispettati.

Concludendo è importante, per accompagnare i ragazzi di quest’età alla propria autonomia, favorirli negli spostamenti autonomi in città, nella gestione responsabile del denaro, del tempo libero e di quello dedicato allo studio e nella partecipazione ad alcune decisioni familiari.

Infine ragionare insieme sulle proprie aspirazioni e sulle proprie attitudini li aiuterà a sviluppare la propria curiosità verso il mondo e quindi a pensarsi e a proiettarsi nel futuro accedendo ad un esordio di progettualità che muterà più volte fino ad accomodarsi nella prima età adulta in un unico binario.

Dott. Gennaro Rinaldi