Sono esausto! Quando lavorare diventa una forma di disagio a tutti gli effetti.

 

Lavorare è un termine che fin dalla sua etimologia latina “labor” (fatica), mostra il carattere di sofferenza, dolore, insito nell’azione stessa. Strizzando l’occhio anche al resto d’Europa, la situazione non cambia : per i francesi “travaillè” indica dolore, per i tedeschi “Arbeit” comporta “servitù”.

Com’è pertanto possibile che l’attività che dovrebbe rendere l’uomo artefice della propria esistenza , consentendogli non soltanto di provvedere al proprio (e familiare) sostentamento, ma anche la sua piena espressione, possa essere fonte di sofferenza e dolore?

Attualmente il mondo del lavoro continua a subire profondi cambiamenti, appare dunque difficile darne una descrizione dovendo muoversi tra contratti sempre più inesistenti, orari di lavoro sempre più lunghi e mal pagati, qualifiche prima richieste (obbligando il personale a ricorrere magari a corsi a pagamento), per poi sentirsi dire in un secondo momento, che “le troppe qualifiche” non servono per il posto da occupare. In questo mondo così vacillante e incerto , anche coloro che magari un posto “fisso” lo hanno, possono incorrere in difficoltà.

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Burnout – esempio di stress cronico.

Il burnout indica un disagio professionale esito di uno stress cronico, identificato dapprima nell’ambito delle occupazioni sociali e sanitarie, fino ad estendere le proprie radici nelle diverse professioni di aiuto e in quelle in cui è fortemente richiesto lavorare rapportandosi con le persone. .

Il burnout  è caratterizzato da tre componenti:

  • depersonalizzazione: aumenta la distanza psicologica  tra l’operatore (colui che presta il servizio con il proprio lavoro) e l’utente (colui che ha bisogno dell’assistenza) che viene percepito negativamente
  • esaurimento emotivo: dovuto a eccessivo coinvolgimento emozionale che comporta una sorta di effetto boomerang, per cui l’operatore tenderà a provare sempre meno empatia
  • il senso di ridotta autorealizzazione: ci si sente incapaci di poter realizzare sia nel lavoro, che nel rapporto con gli altri, le proprie capacità e aspettative

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Il lavoratore è ancora presente sul lavoro, nel senso che continuerà ad andare quotidianamente a lavorare, ma mostra crisi d’identità, non riconoscendosi nè come persona, nè come lavoratore. La persona tenderà pertanto a mettere in atto risposte difensive come rigidità, indifferenza, apatia, oppure atteggiamenti quali comportamento aggressivo , tono della voce alto, improvvise crisi di rabbia. 

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Il burnout è in definitiva, un disagio da non sottovalutare. Bisogna sempre essere molto accorti e sensibili quando, nel mondo del lavoro, scorgiamo o avvertiamo segnali di disagio.  Non sottovalutiamo un collega (o noi stessi), se incominciamo a provare disagio quando semplicemente pensiamo di dover andare a lavoro . E’ molto importante intervenire tempestivamente al fine di contenere una possibile escalation del fenomeno.

 

Dott.ssa Giusy Di Maio

 

Considerazioni notturne di uno Psicologo (tifoso)

Poche settimane fa pubblicammo sul nostro blog un articolo molto interessante sullo stress correlato al lavoro e su quanto questo potesse essere determinante (in negativo) nella nostra quotidianità sia nel contesto lavorativo che personale. Nell’articolo, la collega, portò ad esempio il lavoro teorico di Warr con il suo vitamin model. Vitamin Model di Warr

Sostanzialmente si sosteneva il fatto che un buon equilibrio tra le “vitamine” potesse essere la vera panacea a tutti i “mali” legati allo stress lavoro correlato e quotidiano, ma che questa somministrazione equilibrata di vitamine era molto efficace qualora vi fosse stata una buona rete di supporto a sostenerla, sia nell’organizzazione lavorativa sia in quella familiare.
Da queste premesse partono le mie considerazioni psicologiche sul cambiamento della guida tecnica, questa estate, sulla panchina del Napoli (squadra della mia città e squadra della quale sono tifoso).
Mi sono chiesto: cosa è cambiato nella mentalità del gruppo e nel “sistema” squadra quando è subentrato il nuovo allenatore Ancelotti?

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Fonte SSC Napoli – Facebook

Parto da lontano, ma non molto.. La metafora del motore.
Tutti abbiamo notato (o quasi) che nella seconda parte dello scorso campionato alcuni ingranaggi e alcuni elementi della squadra, anzi dell’intero sistema Napoli cominciavano a funzionare meno bene. Il motore andava e spingeva, il carburante era a metà serbatoio (e bastava), ma c’era qualcosa che faceva attrito e che non permetteva più a quel sistema perfetto e ben oleato di funzionare al meglio. Ecco quindi che a causa di questi “attriti”, il motore aveva bisogno di più potenza per spingere allo stesso modo e garantire le stesse prestazioni della prima parte del campionato, cominciava quindi a consumare più carburante. Il problema era che il quantitativo di carburante immesso nel serbatoio inizialmente, era stato previsto per un percorso senza “attriti”. Il rischio che si palesava (purtroppo per noi tifosi) era che si dovesse terminare il percorso, nelle ultime tappe, con solo la grande forza di inerzia generata e sperare nel frattempo che non si palesassero “attriti e vincoli” troppo “resistenti”.
La sera del 28/04/2018 la forza di inerzia che spingeva la squadra partenopea ancora a grande velocità ha subito un fortissimo rallentamento, causato da un vincolo che ha generato una forza di attrito molto forte.

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Fonte Google

L’illusione di un sogno
I tre anni vissuti con la guida tecnica del mister Sarri sono stati un crescendo di emozioni e di spettacolo. Le sensazioni comunemente diffuse nei tifosi e negli addetti ai lavori sono passate da momenti iniziali di sconforto agli esordi (paura dello sconosciuto) ad un crescendo di approvazione, ammirazione, adulazione e addirittura santificazione per ciò che stava accadendo sul prato verde. E per un popolo che aveva vissuto sulla propria pelle l’esperienza mistica del Pibe e dei fasti aurei di quel periodo d’oro (che ancora ci allieta le menti e il cuore), pareva che l’attesa messianica era finalmente terminata.
Che sia il comandante Sarri il nuovo re? La stragrande maggioranza del tifo lo credeva.
Ma cosa stava accadendo al di la del muro? Quella differenza notata da molti tifosi e addetti ai lavori della seconda parte del campionato era il sintomo di qualcosa che stava modificandosi nel sistema squadra.
Un piccolo passo indietro..

Il gruppo storico della squadra del Napoli era ben saldo. Legato insieme da buone relazioni tra i membri che andavano anche al di là dello spogliatoio (ambiente lavorativo). I vari calciatori hanno sempre intessuto rapporti abbastanza sani, lasciando la possibilità di una permeabilità del sistema, che permetteva ai nuovi innesti di inserirsi con molta facilità. La sensazione (da osservatore esterno) era che il cambiamento che portavano i nuovi elementi del sistema veniva assorbito molto costruttivamente dal gruppo e subito diventava un valore aggiunto importante. Inoltre la perdita di alcuni elementi (ritenuti fondamentali) era ben metabolizzata e presto rimpiazzata. Il gruppo, insomma, era molto resiliente. Inoltre c’era una unità di intenti incredibilmente solida (chi non ricorda il patto scudetto di inizio anno). Tutti remavano insieme verso l’obiettivo comune.

Confronti e riflessioni (anche teoriche)
Sembrava ci fossero tutti i presupposti per raggiungere la meta, ma qualcosa è cambiato. Il comandante in capo ha cominciato a dare segni di “cedimento” e alcune dichiarazioni fatte e non fatte e alcune scelte “strane” palesate in alcuni momenti cruciali della stagione hanno fatto si che il gruppo, da lui guidato, non comprendesse bene la direzione e la rotta giusta.
Le dichiarazioni fatte dal leader (chi guida il gruppo) e la convinzione stessa riguardo le possibilità di raggiungere gli obiettivi è fondamentale per quest’ultimo. Infatti se..
– Io leader, con le mie dichiarazioni (poca enfasi e importanza per le coppe) e le mie azioni (turn over mirato a valorizzare esclusivamente la partita di campionato), comunico al gruppo anche in maniera indiretta che è importante solo il campionato, il resto conta poco. Rafforzo, inoltre, questo messaggio schierando spesso nelle coppe europee e italiana i giocatori che per me non sono i titolari (anche se probabilmente valgono quanto i titolari e sono portatori della stessa promessa fatta a se stessi e ai tifosi).
Così facendo è evidente che si possa creare uno squilibrio negli elementi del sistema e nella mentalità del sistema. Rischiando l’azzardo di investire in modo esasperato (carico eccessivo delle responsabilità dei titolari) sull’unico vero obiettivo della stagione, lo scudetto. Il problema è che se questo obiettivo per qualche motivo sfugge di mano (vedi notte del 28/04/2018), l’ombra del presumibile fallimento si ripercuoterà sull’umore, sulla motivazione e sulla concentrazione dei giocatori. In particolare quando il peso di queste aspettative è caricato esclusivamente solo su un pezzo della rosa della squadra (14 su 24/25).

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Fonte SSC Napoli – Facebook

Il vento del cambiamento …
Le mie sono solo osservazioni, relative al probabile funzionamento del “sistema squadra” in quelle settimane. Ma adesso cosa sta cambiando con Ancelotti?
Tralasciando ovviamente l’aspetto tecnico e tattico, la differenza che emerge di più è la gestione del gruppo. Forse l’ingranaggio mancante di quella macchina perfetta del gruppo guidato dal comandante Sarri.
A questo punto mi vorrei ricollegare con la premessa che ho fatto all’inizio dell’articolo e trarne delle conclusioni. Per far funzionare al meglio un gruppo di lavoro (come lo è una squadra di calcio) c’è bisogno di una buona rete di supporto e di alcuni elementi fondamentali che possano garantire sempre un buon equilibrio in apporto “energetico e vitaminico”. Il nuovo mister pare stia proprio avvalendosi di alcuni di questi principi.
Vediamo insieme quali sono
Sin dal principio (ritiro estivo) mister Ancelotti ha portato avanti una idea abbastanza chiara: una migliore suddivisione dei compiti (il che comporta che tutti si sentano parte di un sistema più ampio, tenuto insieme proprio dal singolo apporto specifico. Il beneficio che il soggetto prova è nel non sentirsi un semplice anello di una catena di cui non si conoscono né l’inizio né la fine, ma viceversa, una parte attiva)
• Una più equa distribuzione del lavoro, dei compiti e quindi delle responsabilità, inoltre, garantisce una migliore gestione dello stress nei giocatori (quindi un miglior adattamento psicofisico del soggetto ai vari impegni).
• Ultimo elemento, ciò che non mancava già nella precedente gestione e che è per la squadra napoletana un grande vantaggio: la possibilità di fare squadra, intessendo solide relazioni con i propri colleghi.

 

 

 

Dott. Gennaro Rinaldi

Metafore in musica.

Genitori e figli tra passato presente e futuro; le difficoltà del processo di separazione/individuazione in una canzone.

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Comunemente si è portati a pensare che l’essere genitori combaci con la nascita del proprio figlio, momento che a ben vedere segna invece solo l’esperienza di relazionarsi per la prima volta con un bambino reale bisognoso di cure. Questa genitorialità esteriorizzata (che si attiva nella realtà), trova invece terreno fertile in una genitorialità interna che comprende tutta quella dimensione intrapsichica che (in relazione a quello che sarà poi il ruolo materno o paterno), si è andata costruendo gradatamente attraverso un processo di elaborazione delle relazioni affettive primarie. In sostanza dobbiamo immaginare l’individuo, come esposto fin dall’infanzia a tutta una serie di variabili socioculturali, ambientali e soprattutto familiari, che influenzeranno sempre di più, ciò che sarà il suo futuro modello di genitorialità. Come sostiene la psicoanalista Hermine Hug-Hellmuth, il difficile compito dei genitori risiede proprio nel loro doversi destreggiare tra l’espressione di autorevolezza e affetto; due poli costantemente rimescolati e mai staticamente separati.

Che cos’è il processo di separazione/individuazione.

Il processo di separazione comporta –per l’appunto, – la separazione dagli oggetti genitoriali primari, per affrontare la messa a punto della propria identità. Che cosa significa quanto detto? Torniamo per un attimo indietro nel tempo, e cerchiamo di ricordare il difficile momento in cui da adolescenti, ci scontravamo continuamente con “l’autorità di turno” (un insegnante, un nonno, e soprattutto un genitore); quando vedevamo il nostro corpo modificarsi senza che noi potessimo impedirlo (pensiamo per un attimo alla crescita del seno nelle ragazzine o alla barba per i ragazzini), a tutte quelle pulsioni sessuali di difficile comprensione. Bene… è in questo momento che l’adolescente inizia a “separarsi” (o quanto meno prova a farlo, come attestano ad esempio, tutti quei rifiuti nel dover rispettare le regole) per procedere verso il processo di individuazione, “caratterizzato da un’accresciuta vulnerabilità dell’organizzazione della personalità e dall’urgenza di modificazioni della struttura psichica, in relazione con il processo di crescita” (Peter Blos, 1979)[1].

La metafora della chiave.

Sulla funzione catartica dell’arte, e sull’importanza di molti movimenti artistici nell’essere stati precursori di forti scossoni culturali, non mi dilungherò al momento… quello che a breve farò, sarà invece partire da un brano musicale “una chiave”(Caparezza, 2017), per meglio comprendere il difficile processo di separazione/individuazione degli adolescenti.

Caparezza cammina solo in una zona desertica, sembra spaesato e non sa bene, dove andare.CC

D’un tratto si trova innanzi qualcosa di misterioso e allettante, una serratura di una porta inesistente, si fida e seppur spaesato decide di entrare. Caparezza continua a camminare, boschi… mari… sempre nuove serrature gli si pongono innanzi. Nuove serrature, “nuovo ignoto”, nuove opportunità (forse). Tutto il percorso è accompagnato dalle note che rispondono al testo di “no…non è vero che non sei capace… che non c’è una chiave..” Tutto culmina nell’ultimo frame, dove si vede un Caparezza adulto (possiamo immaginare in questo, un padre) in compagnia di un Caparezza bambino (figlio). Durante una sorta di dialogo che genitore e figlio compiono, Caparezza decide di prendere in braccio il figlio per aiutarlo a disegnare una grossa serratura su di un muro bianco, che sarà successivamente aperta dal padre, il quale prima di andare via, ricorderà sempre al figlio che “no, non è vero che non sei capace”.

CAP

Si tratta di un’immagine, un messaggio intenso tutt’altro che semplice; un testo che può aiutarci a comprendere le difficoltà, le continue serrature che i giovani vogliono aprire ma che spesso temono… serrature talvolta trovate chiuse perché la chiave è stata smarrita…

Un video che ricorda ai genitori l’importanza di aiutare i propri figli nel “disegno della serratura” da cui poi….lentamente… usciranno… (non senza portare dietro una chiave… non si sa mai… per le emergenze).

Una chiave

Dott.ssa Giusy Di Maio

 

[1] Carla Candelori, “Il primo colloquio. La consultazione clinica di esplorazione con bambini, adolescenti e adulti”, 2013, Edizione Il Mulino, cit., p.146.

 

Una chiave per l’adolescenza… una chiave di lettura

Vorrei legarmi alla tematica esposta nel precedente articolo, cavalcare l’ “onda della metafora” e magari scendere un po’ più in profondità e provare a perlustrare, per quanto sia possibile, il mondo “oscuro” e inesplorato dei giovani adolescenti. La “chiave” della porta di ingresso potremmo trovarla nella forma di alcune paure che condizionano la vita dei ragazzi di oggi. Pertanto oltre alla paura del cambiamento che sta avvenendo dentro e fuori di sé, essi sembra siano spaventati dalla solitudine e il restare soli in un mondo iperconnesso spaventa molto.
– Se resto solo in un mondo in cui sembra così semplice comunicare e dove l’essere più o meno popolari ha il suo peso nelle relazioni con i coetanei, allora non sarò in grado di contare agli occhi degli altri –
In un mondo in cui le relazioni reali sembrano passare inevitabilmente dalle relazioni virtuali e viceversa, la paura di non essere all’altezza degli altri e dello sguardo e del giudizio dei coetanei sembra essere il muro che limita e confonde i ragazzi. Se poi consideriamo il fatto che il fallimento pare non essere più contemplato come possibile esito delle gesta degli adolescenti , allora tutto diventa più complicato…

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Per un adolescente, la “chiave” è da ricercare velocemente per aprire la porta giusta delle numerose “serrature relazionali” che lo circondano, e che possono spalancare al rischio dell’esposizione e quindi della vergogna, del farsi vedere dagli altri “nudi”, non abbastanza preparati, deboli, esposti agli attacchi di chi è già al di la di quella porta.
La soluzione migliore allora quale può essere…? “piuttosto che rischiare di entrare e affrontare la possibilità di mettermi in ridicolo preferisco rimanere fuori, al sicuro e rinunciare”.
Ma fortunatamente questa non può essere la soluzione migliore, la chiave giusta esiste e a volte è sufficiente provare a cercarla e liberarsi da quella prigione.
Propongo l’ascolto del singolo di CaparezzaUna Chiave” per un ulteriore riflessione sull’argomento dedicando a tutti i ragazzi adolescenti e non, le parole del ritornello:

“…No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave
No, non è vero
Che non sei capace, che non c’è una chiave…”

Una chiave – Caparezza

Dott. Gennaro Rinaldi