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Tempo di (breve) riflessione Psy.

Contenuto personale.

Sulla scrivania di casa mia c’è una clessidra.

L’ho comprata non so più quanti anni fa, ero piccola.. Mi trovavo in vacanza e come ogni anno, approfittavo del mercato etnico (l’etnico è da sempre la mia grande passione) per spendere i soldi che avevo accumulato durante l’anno, per concedermi un regalo.

All’epoca neanche sapevo cosa o chi fosse uno psicologo..

Ma la corsa della sabbia e il sottile e impercettibile flusso sonoro che si sente durante la discesa, così come la possibilità di vedere concretamente il tempo che ti attraversa, mi intrigava troppo..

Chi mi legge da qualche mese, conosce i miei numerosi post -al tempo- dedicati..

Dal suo fluire ritmico musicale, al suo fluire come essenza della vita stessa.. Una vita che – forse- comincia ad appartenerti quando capisci che lo spazio temporale non è necessariamente una gabbia.

Lo spazio temporale può essere memoria, ricordo, assenza, essenza..

Lo spazio temporale può essere vuoto sensoriale, silenzio..

Lo spazio temporale può essere evento.. pieno e vivo del tempo che ciclicamente sa tornare – ironico- perché mentre lui è ciclico e diversamente uguale a se stesso.. tu sei molto diverso da quando la prima volta, lui era giunto a bussare alla porta della tua esistenza.

Quanto dura il tempo?

Il mio lavoro mi ha spesso messo innanzi una condizione ben specifica ovvero: la (non) durata del tempo.. quello – in sostanza- che viene gettato..

Come clinica ho imparato a tollerare la frustrazione personale e professionale, così come ho imparato la qualità del tempo.

Il senso e la funzione del tempo va ascoltata, recuperata e vissuta dando tempo al tempo stesso..

*Breve riflessione sparsa che segue una conversazione in cui si parlava di tutte le sfide e paure che questo tempo mi sta gettando innanzi, ultimamente.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“L’illusione Perfetta”.

“Dottoressa non ce la faccio più: mi manca, mi manca, mi manca. Non mi interessa che ci sia quell’altra là di mezzo.. tanto.. Tanto come sta con me non sta con quella… Lui non la ama.. Lui vuole me; siamo anime affini.. Lo so, lo sento e lo sa anche lui.

Ci siamo conosciuti e ci siamo presi, voluti. Lui viene quando vuole, è vero.. Mi spia sui social, si nasconde.. Non ha il coraggio di fare una scelta ma quando c’è.. siamo solo noi due. Non ho mai provato una cosa del genere.. Mi confonde.. Mi accende.. Sa prendermi..”.

Dopo il colloquio avevo bisogno di prendere aria.

Esco in strada: dal buio dello studio percepisco tutta la luce accecante che come prima reazione mi fa lacrimare gli occhi chiari. Sorrido. Percepisco il calore del sole su tutto il corpo.. Mi giunge ogni singolo raggio sulla gola, sulle spalle, sulle scapole, sulla schiena e nel petto.

Sento lo stesso calore di un abbraccio.

Cammino e rifletto, senza sapere bene il centro dei miei pensieri quale sia.

Ancora non mi sono abituata alla mascherina e al fatto che il mio campo visivo sia ridotto perché la percepisco sul volto, ma cammino e rifletto.. sempre… senza sapere intorno a cosa…

Arriva nell’aria l’aroma del caffè.. è forte ma dolce e deciso..

La tostatura di ogni singolo chicco sa di esperienze di vita.. sa di pelle abbronzata, di mare; il chicco di caffè sa di legno..

Il caffè è un piacere lento perché quando tocca la punta della lingua ogni papilla si attiva lentamente sempre più ad ogni singolo passaggio del liquido e man mano che tiri giù.. e se ti bruci.. poco male.. vorrà dire che per il resto della giornata ti ricorderai del caffè che hai bevuto in precedenza..

Faccio la mia ordinazione e sento le prime note di una canzone..

Vado in trance e mentre ascolto il pezzo ripenso alla ragazza di prima, alla sua storia.. al suo essere un po’ come Penelope in attesa.. e ugualmente a lei ogni sera.. continua a dormire in un letto che resta vuoto.. ombra di uno spettro di uomo che in realtà resta accanto alla donna ufficiale perché gli fa più comodo.

Penso alle illusioni al coraggio che manca quando l’amore si fa strada senza chiedere il permesso.

Poi mi dico: ma quello mica è amore!

“Dottorè… Dottoressaa!”

“Uhù.. scusami Antonio, stavo pensando e stavo ascoltando il pezzo. Grazie”.

“Dottorè Amaro, eh!”

“Sempre Antò.. Così quando arriverà il dolce saprò riconoscerlo per davvero e non mi accontenterò di una illusione perfetta!”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ricordi Psy (è estate anche per i Dottori).

Sarà il paziente che racconta della sua tesi di laurea o il fatto che il caso (?) si presenti a gamba tesa ricordandomi che domani saranno un tot di anni dalla mia discussione della tesi (che esperienza incantevole! E credetemi.. dico sul serio!)

Ma..

Ho ripescato nelle cartelle alcune foto e nel caldo pomeriggio napoletano, mi sono fatta boa dei miei pensieri, e mi sono data il tempo di galleggiare nei ricordi..

Ciò che accomuna questi ricordi è la loro fecondità, l’essere stati ( e l’essere) instancabilmente humus del/per il mio essere.

Di quei disgraziati del mio gruppo, ne ho recentemente parlato.

Al momento presente siamo tutti un po’ divisi tra nord sud ovest est..

Tutti intrecci di storie che resistono alle intemperie del tempo che sembra vivere costantemente con una gomma per cancellare in mano, pronto anche a stracciare il foglio, pur di non lasciare traccia alcuna del passaggio di qualcosa.

L’umano però.. lascia sempre una traccia.

E’ sua natura: ne ha facoltà.

Jung lo diceva “Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento“.

Le vicende vissute, tra di noi, continuano da lontano a lanciare spiragli di emozioni.

Immagini Personali.
Qua neanche siamo questo gran spettacolo ma.. Quante storie possiamo essere..

Quante storie siamo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Un mare di neve.. (d’estate a Positano?).

Immagini Personali.

Qual è il nesso tra la neve e Positano?

“Nessuno” probabilmente, direte.

Ed ecco il punto.. dobbiamo lentamente, passo dopo passo, cominciare ad abbandonare la gabbia del – finto- pensiero lineare; il pensiero che tutto sa, tutto vede; il pensiero della ragione – sempre mia- dell’opinione altrui mai considerata.

Il pensiero lineare del “se.. allora”, quello che non considera la bellezza del dubbio e dell’incertezza..

Il pensiero che toglie prima piccoli respiri poi aria a polmoni che in preda all’asfissia chiedono, urlano, con le loro contrazioni, libertà per essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Di Mascher(in)a in mascher(in)a: il volto che ritorna.

Photo by Engin Akyurt on Pexels.com

Qualche giorno fa, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, attraverso la sua consigliera la psicologa psicoterapeuta Giulia Cavallari, ha cominciato a dirigere l’attenzione su una questione che fin dallo scoppio della pandemia aveva attirato la mia attenzione (e l’ira di qualcuno).

Mesi fa, portavo all’attenzione e alla riflessione del lettore, la questione della mascherina sul volto: la barriera (necessaria) che ormai si adagia sul nostro volto, fino a fondersi con esso (l’ipotesi di portare il dispositivo di sicurezza sul volto per pochi mesi, è infatti diventata lentamente certezza che per qualche anno, la mascherina sarebbe rimasta sul nostro viso).

Da professionista che guarda all’umano e all’attuale, mi sono subito chiesta cosa potesse accadere nella percezione del mondo e dell’estraneo/straniero, specie nei più piccoli, in quelli – nuovi nati- che si trovavano ad interagire per la prima volta, con l’altro.

La Cavallari evidenzia come (nonostante la fiducia nella capacità di adattamento dell’essere umano), alcuni potrebbero vivere dei momenti di disagio dovuti alla transizione e alla sensazione di essere scoperti in volto “come quando alla fine dell’inverno si tolgono i capi più pesanti e alcune parti del corpo iniziano ad essere più in mostra”.

Ciò che i colleghi dell’Emilia Romagna evidenziano è la possibilità di poter sviluppare (o intensificare, se già precedentemente sofferenti), ansia sociale; non è infatti inusuale vedere persone sole nella propria auto, chiusi dentro completamente bardati, sigillati, con tanto di mascherina sul volto.

Sembrano infatti aumentate le richieste di supporto psicologico dovute a fenomeni di ansia, panico o irritabilità generalizzata.

Sempre la consigliera dell’Ordine dell’Emilia Romagna, evidenzia proprio il punto che mi sta più a cuore: quello dei più piccoli.

Ricordo di essermi abbandonata a riflessioni molto profonde e piuttosto malinconiche quando, con un nipote nato in piena pandemia, mi sono resa conto che il bambino, fin dalla nascita, si è trovato immerso in un mondo di maschere.. Maschere tutte uguali, per niente incisive, magari bianche; maschere che coprivano celando ogni minima espressione.

I bambini non hanno potuto toccarci in volto; non hanno potuto osservare il giocattolo più bello, plastico, colorato ed emozionale che hanno a disposizione: il volto umano.

Quando mesi fa ho mosso queste piccole riflessioni, sono stata accusata (come ormai è prassi), di inviare messaggi errati.

Il mio lavoro di prevenzione del benessere psicologico mi impone di procedere con l’attività di prevenzione, diagnosi, abilitazione e riabilitazione per la persona, il gruppo, gli organismi sociali e la comunità, ergo.. non potevo non preoccuparmi della questione maschera sulla maschera.

Ho pensato, abbandonandomi all’ironia, che forse chi accusava me (o colleghi) di qualcosa.. altro non stesse facendo che proiettare la propria fragilità dovuta ad un uso massiccio di maschere (e non quella che ci salva dalla diffusione del covid).. ma questa.. è altra storia..

Per concludere i colleghi dell’Emilia Romagna (e anche qui, condivido in pieno), sostengono l’importanza di non forzarsi verso scelte nette, cercando di vivere per forza la vita “come prima”.

In caso di eccessiva ansia è bene ricorrere precocemente al supporto di un esperto psicologo psicoterapeuta; nel frattempo è inutile sforzarsi di uscire troppo se non ci si sente sicuri, così come.. se lo si ritiene opportuno va bene tenere la mascherina anche se le norme vigenti non obbligano più a tenerla in volto (da lunedì 28 giugno), all’aperto.

Per quanto concerne i bambini poi, cerchiamo di aumentare tutte quelle attività a contatto (diretto o meno) che stimolino molto anche la comunicazione non verbale, la mimica degli occhi, il gesto e il tono della voce.

Creiamo un clima caldo e accogliente cercando di non sovrapporre troppe maschere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Ricordi della luce in ombra.

“Niente di ciò che abbiamo posseduto nella mente una volta può andare completamente perduto”.

S. Freud

Il girasole, fiore di sole e di luce, è da sempre il mio fiore (ha un posto nel mio cuore a pari merito con l’ibisco).

Vestirmi di luce è un po’ il mio mantra; la luce mi serve per fare le differenze con le (inevitabili) ombre.

Il girasole della foto l’ho coltivato con una dedizione e una speranza incredibile, un bel pò di anni fa. Lo trovai.. dall’alto dei suoi 180 cm sbocciato un caldissimo giorno estivo, (un luglio bastardo) in cui per l’ennesima volta le ombre si erano prese un posto non dovuto, nella mia luce.

Sul piano simbolico quel girasole attestava la prepotenza della vita che nonostante tutto.. era lì a ridere (forse di me, chi può dirlo); ma quell’altissimo e ridente punto giallo, mi diceva che c’era ancora tanta luce per me.. e che le ombre presto sarebbero state fagocitate dalla prepotenza del sole che brucia.

Il girasole è diventato pertanto un significato importante della mia esistenza.

“Il linguaggio prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”.

J. Lacan

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni Psy: L’emo-emozione.

Photo by ROMAN ODINTSOV on Pexels.com

Vi sarà (abbondantemente) capitato di vedere bambini, ragazzini e anche adulti farsi il segno del cuore o parlarsi in termini di “faccine”.. Un po’ come si stesse su una piattaforma online mentre siamo – invece- vis-à-vis.

La riflessione che l’osservazione di tale comportamento, mi ha spinto a fare, concerne la difficoltà riscontrata dalla maggior parte dei ragazzi, nell’identificare, nel dare il nome, alle proprie emozioni.

I nostri bambini stanno crescendo nell’epoca del virtuale; un “ti amo” diventa un cuore rosso, l’imbarazzo una faccina con le guance arrossate; il pianto ( che può essere più o meno disperato), diventa una faccina con una lacrima o con occhi strapieni di lacrime.

I nostri bambini – i nostri giovani- sono quotidianamente esposti a un qualche schermo; schermo che riflette una immagine fredda – spesso registrata- (mi riferisco magari ai video pubblicati dai vari influencers); un’immagine riflettente un contenuto spesso piuttosto carente a un contenitore in via di formazione che corre il rischio di riempirsi del nulla (il surplus vuoto che riempie è spesso il cardine della psicopatologia attuale, una psicopatologia che si colloca sul confine borderline, fatta di giovani che lottano continuamente lì.. sul confine tra lo spettro nevrotico e lo spettro psicotico, pronti a varcare la barriera di separazione).

Quando la barriera si rompe, osserviamo lo squarcio bulimico (il vomito, ad esempio) osserviamo le condotte autolesive; osserviamo gli acting out (l’azione violenta e/o aggressiva, la scarica piuttosto che la mentalizzazione del disagio).

Cosa c’entrano le emoticon, allora…

Ho spesso accennato all’importanza, per il bambino, del legame con la figura di attaccamento, definito come una relazione di lunga durata, emotivamente significativa, con una persona specifica (Schaffer, 1998); l’attaccamento avrebbe la funzione biologica di proteggere il bambino e la funzione psicologica di fornire sicurezza (Bowlby, 1983).

La qualità dell’attaccamento è importante non solo perché fornisce le basi a ciò che sarà la nostra sicurezza, la nostra tolleranza alle frustrazioni, l’indipendenza o la gestione dello stress; un buon legame di attaccamento fornisce le basi per la nostra futura capacità di sviluppare una teoria della mente con cui saremo capaci di attribuire stati mentali, pensieri e emozioni a noi stessi e agli altri.

Sì, ma le emoticon?

In molti colloqui o semplicemente osservando l’ambiente circostante, è facile vedere bambini con i dispositivi sempre connessi; pur stando insieme, di fatto i bambini sono soli perché incollati innanzi a uno schermo che con il tempo, finisce di dire loro “chi sono”.

La vecchia funzione genitoriale, la censura morale, la figura del padre castrante che spaventa, la mamma che accoglie e consola.. sono diventate immagini ormai legate a una vecchia “fantasia” di famiglia.

Bambini che crescono con l’idea che la felicità sia una faccina gialla o che la rabbia sia una faccina rossa, avranno per forza di cose difficoltà a sintonizzarsi con la realtà dell’emozione, esperita, quando sentita.

No, non esagero. I bambini che arrivano in studio, cadono inesorabilmente quando si parla di emozioni.

Ci si educa alle emozioni?

No: il sentire non si educa ma si sente, si percepisce, si condivide e gli si dà un nome; il tutto dovrebbe avvenire in maniera naturare all’interno di un ambiente familiare pronto a sintonizzarsi con le richieste del bambino/a .

Accade però che nell’epoca dell’immagine (una immagine che in realtà ci appartiene sempre meno), i genitori siano stanchi, svogliati e incapaci a loro volta di dare un nome alle proprie emozioni.

La mia riflessione non vuole essere una critica fine a se stessa, alla genitorialità attuale; come professionista non devo dare giudizi o creare allarmismi; voglio solo condividere con voi quello che Sara, 11 anni, oggi ha detto

.“Allora Sara, ti andrebbe di fare un gioco? sapresti disegnarmi la felicità?

S.”In che senso?”

.”Sai che cos’è la felicità? Cos’è che ti rende felice?”

S. “Non ho capito in che senso, la felicità.

. “C’è qualcosa nella tua vita, un alimento, una festività, un ricordo che ti rende felice?”

S. “AAhh.. Ma tipo come quando (nome dell’influencer), apre i pacchi che gli mandano a casa, con i trucchi?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Riflessioni Psy: Vittima di bullismo.

Per anni ho conosciuto i bulli..

La loro presenza – non richiesta- nella mia vita è stata costante, invadente talvolta invalidante.

Ho spesso meditato sull’importanza di parlare del bullismo ma quello che voglio fare adesso, non è fare una lezione sulla terminologia o sul motivo per cui una persona “decide” di diventare bullo.

Non faccio altro che sentire di quanto i bulli siano ragazzi con problemi ma a me, all’epoca, non avrebbe minimamente aiutato o giovato sapere che quella stessa persona che mi buttava a terra, strattonava o insultava pesantemente aveva dei problemi.

Il problema all’epoca era il mio.

Quando andavo a scuola, il termine non esisteva .. così come il problema in sé. C’era il ragazzino o la ragazzina problematica, i galletti di turno.. e tu da solo te la vedevi con loro.

Molti anni sono stati difficili; portare i capelli rossi con la mia altezza, il mio colorito di pelle chiaro e le lentiggini è stato un vero dramma.

Ho odiato il colore dei miei capelli in maniera viscerale; odio ancora le lentiggini; uso da poco indossare abiti con le gambe a vista perché -anche in tempi recenti- donne adulte, hanno preso in giro le mie gambe bianchissime.

Mi hanno chiamata nei modi peggiori a causa del colore dei capelli, mi hanno fermata per strada ponendomi le domande più imbarazzanti e assurde della mia vita..

Poi all’improvviso per alcuni i miei capelli erano poco rossi.. poi la pelle chiara era come quella delle bambole… Insomma non sapevo più se l’immagine che vedevo era quella giusta o meno.

Ma giusta, per chi???

La tua pelle sarà sempre o troppo chiara o troppo scura; gli occhi saranno sempre troppo rotondi o troppo allungati; tu sari sempre o troppo magra o troppo grassa..

(E no.. qui c’è poco da fare ironia, l’argomento è serio.)

Recentemente una madre ha prima ucciso la figlia, poi si è tolta la vita perché la propria bambina subiva bullismo, ovunque.

Lo studio è invaso di ragazzini e ragazzine vittima – più raramente incontriamo i carnefici- dei bulli.

Ho capito – con il tempo- che le persone si possono uccidere e/o ferire prima con le parole.. le stesse parole porteranno poi a dei fatti spesso dall’esito nefasto.

Cosa ho fatto..

Ho deciso nella mia vita che non avrei mai ucciso una persona con le parole ma che quelle stesse parole, quelle armi, le avrei usate per accogliere e contenere chi invece le aveva vissute sulla propria pelle come punta di coltello appena affilata.. quella punta che non buca ma resta fissa ferma immobile creando un livido sempre più scuro e dolente.

Non mi piace la violenza. Non mi piace la morte, specie quella psichica. Non mi piace la distruttività.

Col tempo ho capito che quei benedetti bulli potevo vincerli con l’intelligenza, lo studio e la passione.

Non sarò mai abbastanza.. forse…

Ma sarò sempre me stessa, e la cosa più difficile oggi è aversi, sapere chi sei e portare avanti il tuo personale progetto di costruzione del tuo sé.

Questo non vuol dire “sono così accettami a prescindere”.. questo atteggiamento cela, probabilmente, una non integrazione delle tue parti, lasciando spazio a uno scarico di responsabilità sul prossimo “non mi accetti, il problema è tuo”. Sembra quasi un atteggiamento da bullo.

Cosa ti devi, allora…

Innanzitutto -denuncia- perché oggi i bulli possono essere fermati anche legalmente poi datti il tempo di capire e metabolizzare insieme ad uno specialista.

Dopo che hai denunciato, hai chiesto aiuto e sei ripartito, regalati del tempo e dedicalo alla tua personale costruzione.

Non sarai mai perfetto; le lentiggini saranno sempre troppe.. la tua identità di genere non sarà mai accettata, da qualcuno; alcuni troveranno ripugnante il tuo peso “elevato” o “basso”.

Sarai sempre poco simpatico, troppo frivolo o “facile”.

Ho visto dei bulli ed è vero.. Hanno dei problemi, anche piuttosto profondi, ma quello che puoi fare è non chiuderti in casa o in te stesso a rimuginare per anni perché è così che i bulli vincono.

Puoi decidere di costruire e di edificare la versione che hai, di te stesso.

Le due foto qui sotto, per me, sono piene di difetti (no… non voglio sentirmi dire cose come – non è vero-) voglio più che altro dire una cosa..

Ognuno ha le sue insicurezze.. ognuno vede pregi e difetti che un’altra persona non vede. Ci sarà sempre un “ma”…

Fa che quel ma sia uno spazio di dilatazione al cui interno ci sei solo tu. Sii come la farina (quale tocca a te, saperlo), ingrediente centrale e principale in ogni ricetta, diventa maglia glutinica e solleva te stesso.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.