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Fatemi Sbagliare!! La relazione tra genitori e bambini e il “paranoid parenting “

Quanto siamo preoccupati per i nostri figli?

Come è cambiata la nostra percezione dei bambini?

Come noi adulti li consideriamo e come questo può influire sulla loro percezione del mondo e sul loro sviluppo psicologico, cognitivo ed emotivo?

Cosa si intende per “Paranoid Parenting” ?

Buona visione..

Fatemi sbagliare. Relazione tra genitori e bambini.. – ilpensierononlineare – Youtube channel

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Crescita creativa: fidarsi e affidarsi.

La crescita è un processo piuttosto complesso che reca la sua complessità nell’etimologia stessa del termine.

Crescere deriva infatti dal latino e dalla stessa radice di “creare”: cresco, quindi creo.

Diventando più grande, sviluppo (si spera in meglio ovvero nella migliore delle loro possibilità), le mie qualità.

Crescendo, creo la versione migliore di me.

La crescita non è soltanto un processo legato all’accrescimento -ad esempio- delle parti del proprio corpo (altezza, peso, forma), ma indica un processo (creativo) che si situa al confine tra l’ambiente e l’organismo.

Tra me e l’ambiente (fisico) e il campo psicologico in cui sono immerso, si situa quel processo creativo che permette crescita, sviluppo e creazione del mio Io.

Crescere è un atto di fiducia; ci si fida e affida a sé stessi certo, ma anche (e soprattutto) al prossimo.

I genitori che chiedono una consultazione per i propri bambini, portandoli in studio come fossero pezzi di un puzzle da riunire/comporre, perdono la fiducia nei propri bambini.

Il disagio va riconosciuto e accolto ma va -per prima cosa- rispettato.

Troppi genitori pensano ai figli come “giocattoli rotti”, dimenticando che l’elicitazione di un disagio è una richiesta silenziosamente urlata che merita ora, dal genitore, fiducia.

Il genitore deve -ora- fidarsi e affidarsi; fidarsi del proprio bambino e del terapeuta; affidarsi al terapeuta.

Crescere è un atto di creazione costante e continuo, spesso discontinuo vero… ma è pur sempre un movimento che non si arresta con il raggiungimento dell’età adulta.

Se ci pensiamo bene anche il corpo non resta mai nella forma fisica raggiunta “ad una certa età”, ed ecco che anche le esperienze che quotidianamente viviamo, continuano ad avere influenza su di noi: sulla nostra psiche.

E allora più che ai puzzle (che non ho mai sopportato perché non trovo il piacere di far combaciare in forme e pezzi prestabiliti una figura prestabilita), ritorniamo alla possibilità di essere come i semi.

Piantiamo da qualche parte il nostro seme, la nostra essenza, che attecchirà in un terreno che avrà costantemente bisogno di cure, nutrimento e attenzione.

Crescere è il nostro atto creativo quindi -rivoluzionario- perché la creazione ha sempre con sé una piccola quota di rivoluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il bambino che non sorrideva: Disturbi dell’infanzia – la storia di Bruno.

Photo by Kat Jayne on Pexels.com

In generale siamo portati a pensare che l’infanzia sia un periodo piuttosto sereno e spensierato; un periodo della vita fatto di cose semplici, caratterizzato dall’assenza di pensieri, problemi o difficoltà.

L’idea dei bambini “vivi”, leggeri e spensierati cozza fortemente con Bruno (nome di fantasia), uno dei tanti bambini seguiti.

Il bambino triste.

Bruno arriva presso il consultorio accompagnato da sua madre; il bambino ha 9 anni. Sua madre, una trentottenne dai movimenti meccanici e rigidi, ma veloce e confusa nell’eloquio mostra il desiderio di voler comprendere perché suo figlio non sia mai stato un bambino allegro.

Nel racconto della storia di Bruno, sua madre (un fiume così tanto in piena tanto da correre più volte il rischio di strozzarsi con la propria saliva) dice di non avere ricordi del figlio sorridente:

non ricordo di aver mai visto Bruno ridere- Dottoressa- inoltre lui sta sempre male. Mal di testa, mal di pancia, stanchezza.. Per i primi due anni in cui ha frequentato la scuola, Bruno non era felice ma nemmeno troppo triste.. poi all’improvviso ha iniziato a stare sempre male. Se non va a scuola e resta a casa, si sente in colpa perché poi non sa cosa stanno facendo in classe e deve chiamare qualcuno per avere ogni minima informazione su quanto fatto in classe; se va a scuola dopo un’ora mi arriva la chiamata a casa e devo andare a riprenderlo perché ha vomitato e sta male.

Se suo padre oppure io tardiamo un po’, che ne so, perché siamo andati a fare la spesa (e lui resta con la nonna) ha crisi di pianto e chiede di continuo dove siamo perché ha letteralmente paura, che siamo morti!. Quando resta in casa Bruno non fa niente.. N I E N T E! E’ stanco -dice- e resta immobile seduto su una sedia a guardare il nulla; al massimo piange.

Sono qui perché oltre a non mangiare, non dormire e a piangere, Bruno per la prima volta, l’altro giorno, ha detto di voler morire!”.

Bruno è un bambino tenerissimo; è piccolo, magrolino e con dei bellissimi lineamenti angelici. Il colore dei suoi capelli è simile a quello del miele quando osservi il barattolo mettendolo alla luce del sole ed emergono in quel liquido viscoso, mille bollicine e colorazioni differenti della stessa tonalità di base; gli occhi sono grandi, immensi e castani. Il corpo è piccolino (molto si più di un altro bambino della stessa età) ed è vestito in tuta rossa e blu.

Quello che mi colpisce di Bruno sono questi occhi così immensi da sembrare vuoti. Ricordo di quando durante una lezione di Psicologia Dinamica, la professoressa (analista infantile), raccontò del senso di impotenza, di vuoto e spaesamento che gli occhi fissi e vuoti dei bambini, hanno.

Ecco.. quel giorno mi sono scontrata con la possibilità che uno sguardo vuoto possa costruire una distruzione.

Bruno non gioca, a stento risponde alle tue domande. E’ un bambino spettro, sembra appoggiato al suo esile corpo del quale, non mostra minimo interesse. L’aspetto angelico conferisce maggior enfasi a questa immagine di un bambino e di una infanzia vuota.

Circa il 2% dei bambini soffre di disturbo depressivo maggiore. Analogamente a quanto accade nei disturbi d’ansia, i bambini piccoli non possiedono alcune delle abilità cognitive (come il senso reale del futuro) che contribuiscono a causare la depressione clinica. Accade però che in periodi particolari della propria vita (o anche in caso di forti predisposizioni biologiche), anche bambini molto piccoli, possono manifestare disturbi dell’umore o una persistente tendenza alla tristezza. La depressione nel bambino, può essere scatenata da eventi negativi (in particolare perdite importanti) o cambiamenti (ad esempio di scuola o della casa), rifiuti (reali o percepiti come tali) o abusi (reali o fantasticati).

I sintomi possono essere i comuni sintomi fisici (mal di testa, pancia) irritabilità o disinteresse per giochi e giocattoli.

Bruno per molte sedute non troverà interessanti le marionette, starà lontano dai colori.. Non racconterà storie (a stento risponderà alle domande). Per molti martedì Bruno è stato assente mostrando inizialmente malessere per poi giungere ad un equilibrio in cui “tu non mi chiedi più niente e io non piango”.

Il patto è durato per un bel pò.

Un giorno Bruno entra aprendo la porta (è stata sempre la madre ad aprire la porta e a farlo sedere sulla sedia). All’improvviso ho come avvertito nell’aria una piccola piccola presenza di movimento.

Il bambino triste e impenetrabile aveva fatto qualcosa; aveva per un attimo abitato il suo esile corpicino.

Quel giorno Bruno mi fa una domanda personale: rispondo, e tutto torna in silenzio. Comincia a mostrare una parvenza di interesse per la marionetta a forma di lupo: colgo al balzo l’interesse e il piacere per la marionetta e comincio a prestare voce e corpo al personaggio.

Il piccolo movimento d’aria diventa d’improvviso una scintilla che squarcia il reale. Una piccola stanza umida diventa un bosco incantato con tanto di ruscelli, alberi e mele parlanti. Bruno resta un bambino “triste”, lascia fare a me molto del lavoro “di creazione”, ma comincia passo passo (un pò come pollicino al seguito dei piccoli sassolini), a seguire un percorso che è sempre lui, con il suo ritmo, a delineare.

Nei lunghi mesi in cui è venuto al consultorio, Bruno non ha mai sorriso.

Poco prima di terminare il suo percorso, il bambino, mi ha guardato negli occhi.

Bruno un giorno ha preso un pastello: il suo primo pastello, in mano, ed era del colore più felice che si possa immaginare.

Il giallo…

“come la tua gonna!”

Disse.. Accennando un timidissimo sguardo e una parvenza di sorrisino misto a vergona.

Quello resta, ancora oggi, uno degli sguardi più belli che mi sia mai stato rivolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

Il bambino sincero: ADHD (?)

Disclaimer:

Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). 

La madre di un bambino di 6 anni giunge in consultazione su invio della scuola.

“Dottoressa le maestre non ce la fanno più con mio figlio! Mi chiamano di continuo (persino la preside), dicono che è svogliato, disattento; dicono che sta in un mondo tutto suo, che non presta attenzione e che gioca, si alza all’improvviso; dicono che non segue”

La donna è piuttosto giovane; appare spaesata e molto dispiaciuta per quanto sta accadendo:

“La scuola mi ha detto di portare mio figlio dalla neuropsichiatra perché non sapendo come gestirlo nella convinzione che sia iperattivo, vogliono la cartuscella per procedere con tutto l’iter e finire col mettere il sostegno a (..). Io però ho preferito venire prima da lei per capirci un po’ qualcosa. Sono ignorante Dottorè e non mi vergono a dirlo. Che posso fare per mio figlio?”

Il disturbo da Deficit dell’attenzione ed Iperattività (ADHD) colpisce circa il 3-5% dei bambini in età scolare con prevalenza nel sesso maschile. Si tratta di un disturbo che fa parte dei disturbi del neuro-sviluppo Cfr., Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5, 2014) e si configura come un gruppo di disturbi ad esordio infantile, caratterizzato da una compromissione funzionale a livello personale, familiare, sociale, scolastico o lavorativo. l’ADHD non è visibile “nel corpo”, non ha in sostanza sintomi fisici evidenti ma si evidenzia in problematiche comportamentali presenti anche in bambini con un QI superiore alla media.

La diagnosi di ADHD è complessa perché inferibile dall’osservazione di sintomi (riferendo al DSMV serve che siano presente 6 o più dei sintomi descritti per almeno 6 mesi in minino 2 contesti di vita; tali sintomi devono essere presenti prima dei 7 anni e devono compromettere il rendimento scolastico e/o sociale) nonché dalla somministrazione di alcuni test.

Un esempio di test utilizzati possono essere:

Wisconsin Card Sorting Test è uno strumento per osservare il problem solving e la flessibilità cognitiva, nonché la capacità di astrazione, complicata per le persone con ADHD. Si presenta come una prova di classificazione di carte con regole che cambiano.

Oppure:

Il Conners’ Continous Performance Test ha lo scopo di conoscere il livello di attenzione, vigilanza e impulsività del bambino. Tramite una prova di “velocità”, dove la persona deve trovare rapidamente sequenze prestabilite di lettere, il medico avrà modo di osservare e di arrivare ad alcune conclusioni. Solitamente il test è rivolto ad una fascia d’età tra i 6 e i 13 anni.

Il solo parlare di test, numeri e QI ha abbassato la mia attenzione… figuriamoci quando i bambini si trovano innanzi un medico con un camice che in una fredda stanza gli sottopone prove rigide e standardizzate…

Il giorno che conosco (..) mi trovo innanzi uno scugnizzo (anticipatario a scuola) ben curato e vispo. Il bambino è curioso per quanto concerne l’ambiente circostante; prova a colpirmi in qualche modo, ad attirare la mia attenzione.

“Che facciamo allora? Daaaaiiiii giochiamo?? Sì!!!! Guardami! Ma lo sai che a casa tengo 10 macchinine, no 100! Ti posso raccontare i miei millemila segreti!?”

Il bambino di certo è energico (e menomale, vista l’età!), è coordinato nei movimenti e responsivo. Manipola l’ambiente circostante, lo “usa”, impara a conoscerlo e vede se resiste al suo passaggio (Maria Montessori vi ricorda qualcosa?) l’ambiente è il suo mondo ed è lì per essere conosciuto,

(…) non è un bambino passivo; un bambino tablet. E’ un bambino: curioso e attore attivo del suo mondo.

Giochiamo, segue le storie e ne crea di sensazionali. E’ ordinato quando usa le costruzioni. Inventa storie di guerre immaginarie tra animali e umani (gli umani perdono sempre); mi rimprovera se non seguo il suo ordine ad esempio nella costruzione delle città.

Mi abbraccia.

Non vedo in lui quel bambino impazzito che le maestre si ostinano a voler farmi vedere. Certo con lui ci vuole energia, ma il suo problema non è la scuola (sottolineo comunque che per quanto le lettere gli diano problemi, la matematica è il suo forte!!).

Faccio colloqui con la famiglia, osservo, mi sintonizzo e provo a capire.

Il disagio del bambino è tutto nella sua storia familiare e non nelle lettere e nell’italiano.

Lutti, separazione e un padre sconosciuto.

Lui agisce l’ansia della madre; le sue paure l’ambivalenza nei suoi confronti: “non so se lo volevo”. Il bambino si riempie come una spugna grondante dei dispiaceri della madre, della sua depressione e innanzi alla stasi di lei, lui risponde con l’azione.

Con una diagnosi nosografica (fatta sulla descrizione di segni e sintomi) incorrendo nel labelling, rischiamo di etichettare il bambino nella diagnosi stessa:

Lui è così, è iperattivo e basta. Non si concentra, non capisce, mettiamogli il sostegno (così maestre e preside sono felici) e nel frattempo di lui ci dimentichiamo e lo facciamo crescere come quel bimbo impazzito che per forza, gli altri, vogliono vedere.

Sono trascorsi 4 mesi; mesi in cui sono stati condotti colloqui e supporto psicologico individuali (al bambino, alla madre, alla diade madre bambino e incontri familiari). L’intervento è condotto ad ampio raggio è banalmente emerso in seguito a una mia domanda, che il bambino tutte le sere beve Coca-Cola prima di andare a letto (prima delle 2 di mattina il bambino non va a dormire…).

La strada è lunga ma i risultati sono costanti.

La madre di (..) non ha mai portato il figlio dalla neuropsichiatra per sua scelta(le avevo detto di fare la visita, se voleva, ma lei ha preferito il supporto psicologico).

Il bambino ora è molto più calmo; manipola sempre il mondo con estremo interesse, ha cominciato a fare sport e vede regolarmente gli amici. Non ha molta voglia di andare a scuola, ama i numeri e disegnare (ricordo che ha cominciato un anno prima la scuola). Ama giocare e ama le storie; ascolta e appare più sereno. La madre è a sua volta molto più collaborativa e serena; comincia lei stessa a capire alcuni punti della sua storia familiare.

Il bambino che ho di fronte è uno scugnizzo che non ti lascia indifferente. Crescerà in pochissimo tempo, quando meno ce lo aspetteremo. Ogni volta che lo vedo è sempre più alto e più attento alle cose, sempre meno bambino…

Spero vivamente che non perda -mai- il desiderio di creare e inventare storie; di immaginare strane battaglie in cui nessuno muore mai (le persone ritornano sempre), in cui gli animali e la natura vincono sempre e in cui quando meno te lo aspetti, ti arriva un abbraccio enorme.

Sincero.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.