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Nella testa troppo a lungo..

“Sono rimasto nella mia testa troppo a lungo e ho finito per perdere la mente”.

Edgar Allan Poe
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Un giorno a lavoro in una nuova struttura mi informarono che c’era un uomo di circa 30 anni che da diverso tempo si isolava.

Era in Italia da ormai diverso tempo, forse tre o quattro anni. Era stato sempre paziente, socievole, un gran lavoratore. Rispettoso delle regole e delle persone con cui condivideva la sua stanza e gli spazi del luogo che lo ospitava.

Ad un tratto, stanco e frustrato dall’attesa della farraginosa burocrazia dei documenti, si chiuse in se stesso. Era costretto all’inerzia, in una condizione paradossale in cui era letteralmente un prigioniero senza cella.

Viveva ormai da qualche tempo isolato, in mezzo agli altri. Passava ore a guardare l’orizzonte, mangiava poco e non parlava con nessuno.

Quel mondo lo aveva tradito.. e lui aveva deciso di rinchiudersi nella sua testa.

Il suo corpo mostrava delle cicatrici, la sua storia e la sua mente erano costellate da numerose ferite ancora aperte, che provocavano dolore.

Lui sopportava quel dolore in silenzio e si rifugiava nella sua mente.. che inesorabilmente si stava ammalando..

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il dolore psichico (oltre la cultura).

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Aminah è una ragazza di 16 anni di origine nord africana.

Ha uno sguardo intenso, silenzioso e pieno. Gli occhi neri sono talmente scuri da rendere l’intensità della notte; quelle notti in cui tutto sembra possibile e puoi giocare a costruire il tuo futuro.. i tuoi sogni.. le tue speranze.

La ragazza soffre di forti crisi di panico; un’ansia costante la tiene così tanto in allerta da farla svenire dopo aver visto “tutto nero”. Aminah è in Italia con la sua famiglia ma il padre l’ha appena informata che presto lei dovrà ritornare nel suo paese per sposare l’uomo che la sua famiglia ha trovato per lei.

Aminah confessa di avere ideazioni suicidarie perché non può dire “NO!”, al padre.

L’invio della giovane è arrivato tramite la neuropsichiatra del servizio Materno Infantile poiché è stato appurato che la ragazza non soffre di epilessia ma che il suo svenire, ha una natura prettamente psicologica.

Aminah è passata da una cultura all’altra (così come la rappresentazione del suo Sé) che ora si vede attaccato. Questo attacco è sentito come reale, pressante e ingestibile perché la stessa struttura familiare di Aminah, è ingestibile e pressante.

La madre della giovane è presa ad occuparsi della numerosissima famiglia, dimenticandosi di contenere adeguatamente la giovane che ora è pronta per essere sposa e diventare un problema esterno alla sua famiglia “ora spetta a lei fare bambini”.

Aminah non può separarsi, differenziarsi e si sente usata e abusata della propria identità di cui, non ha potere decisionale.

Aminah si sente preda del dolore, un dolore così forte da farla sentire frammentata -non contenuta- sul punto quasi di sciogliersi e infatti cade a terra, cede alle pressioni del dolore e sviene.

La ragazza comincia il suo personale percorso di supporto psicologico; può ora nella “stanza” essere accolta e contenuta.

La giovane è collaborativa e desiderosa di esprimersi; ora può cadere (nel vero senso della parola perché durante i colloqui ha spesso accennato svenimenti o eccessivi rilassamenti) che nel tempo presente, possono essere accolti e possono essere risignificati.

Aminah si sente tenuta e sollevata, chiede di bere (questo gesto concreto rimanda a qualcosa si simbolico; al soccorso di cui lei ha bisogno.. l’adulto soccorrevole che aiuta il piccolo umano a compiere i primi passi nel mondo).

La terapeuta diviene quindi per Aminah quel primo soccorso, di cui lei ha sentito profondamente la mancanza, durante l’infanzia; quell’umano che risponde al bisogno del bambino un attimo prima che lui domandi.

Aminah può avere -ora- quella sua personale zona d’illusione.

Gli incubi di cui la ragazza soffre sono pieni di un simbolismo così reale da rendere partecipe la terapeuta; così partecipe da ristabilire l’area di rêverie come spazio di rispecchiamento portando (la clinica stessa), a rivivere le sue personali esperienze con l’oggetto buono e cattivo, infantile.

Aminah nel corso del suo percorso recupera forma fisica e assetto nello spazio.

Ora non cade più, non cede ed è riuscita a portare il suo pensiero nonostante un padre profondamente castrante e un ambiente familiare deprivante.

Gli occhi della ragazza sono ancora nerissimi, ma ora intensi e vivi.

Sono occhi da cui emerge tutta la progettualità che una giovane donna (ora di 20 anni), può concedersi.

Aminah immagina, crea e distrugge con i pensieri, i sogni e la fantasia.

Studia e ha una relazione con l’uomo che lei ha sempre desiderato trovare. Si immagina madre amorevole e presente; ha scoperto che un corpo può fare tante cose.

Così come un corpo può sentire il dolore -cedendo- può anche sentire il piacere.

E che piacere, sentire il piacere…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Promozione del benessere psicologico: Psicologia online.

Spesso i medici si trovano a dover fronteggiare richieste di pazienti che continuano a lamentare dei disturbi pur in assenza di una reale patologia. Si tratta di persone affette dal disturbo fittizio; tale disturbo porta a fingere o esagerare tutta una serie di sintomi al fine di essere riconosciuti come malati.

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Dott.ssa Giusy Di Maio.

La nevrosi ossessiva: prevenzione del benessere psicologico.

“Ordine, ostinazione e parsimonia sono i tratti distintivi dell’ossessivo. Si tratta di un disturbo caratterizzato da un lato dalle ossessioni (ad esempio quelle legate alla pulizia, igiene), e compulsioni (rituali) gesti, comportamenti ritualistici che devono essere messi in atto. L’ossessivo sa che il suo pensiero non è reale ma deve farlo!”

Dott.ssa Giusy Di Maio.