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Mi sento impotente.

Ti è mai capitato di sentirti impotente, quasi come se ci fosse una sorta di paralisi della volontà tale da impedire di portare avanti qualsiasi scelta? Oppure ti sei mai sentito così impotente da non riuscire nemmeno a sentire le emozioni?
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta dell’impotenza appresa.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Lavoro e Benessere Psicologico

Il Lavoro è un aspetto essenziale per la vita delle persone.

La presenza di un lavoro, ben retribuito e “rispettoso” della vita della persona garantisce anche un bella fetta di benessere psicologico..

Non diamo mai per scontato il lavoro..

Come diceva Freud:

“Lieben und arbeiten”, “amare e lavorare”, questa è la mia ricetta contro i mali oscuri dell’uomo. (Sigmund Freud)

Buona visione

Lavoro e Benessere Psicologico – #YouTube Shorts – ilpensierononlineare channel

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Educazione sessuale.

Gravidanze Indesiderate e Infezioni Sessualmente Trasmesse.

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Gli adolescenti fanno sesso, accettare che giovani e giovanissimi hanno rapporti sessuali, apre alla questione -spesso- per gli adulti più spinosa, della contraccezione per la prevenzione di gravidanze indesiderate e delle infezioni sessualmente trasmesse.

Per comprendere la questione della contraccezione è utile riportare il modello concettuale five-step process proposto da Byrne (1983) secondo cui l’uso efficace dei contraccettivi sarebbe un comportamento complesso che comprende diverse fasi:

  1. acquisire, elaborare e conservare nella memoria informazioni precise circa il concepimento e le modalità per prevenirlo;
  2. essere consapevoli che avere rapporti sessuali è una possibilità reale;
  3. riuscire ad avere la disponibilità del contraccettivo adeguato;
  4. essere capace di comunicare col partner sia a proposito dell’opportunità che della modalità contraccettiva;
  5. saper utilizzare correttamente il contraccettivo scelto.

Ciascuna di queste fasi prevede l’integrazione di processi cognitivi e affettivi che fanno riferimento sia al contesto socio culturale che al senso di sicurezza.

Gli studi e l’esperienza clinica ci confermano che, accanto ad una buona conoscenza dei rischi insiti nell’attività sessuale, si riscontra spesso una forte resistenza nell’attuare comportamenti sessuali sicuri. In particolare, la sottostima del rischio nei giovani per quanto riguarda la possibilità di contrarre Infezioni o restare incinta, è espressione del sentimento di onnipotenza degli adolescenti, della loro tendenza ad associare la malattia e la gravidanza indesiderata a persone “devianti” e socialmente distanti da sé :

“solo le prostitute o quelli facili, prendono malattie facendo sesso/ No Dottorè.. io mica sono scemo/a, sto sempre attento/a!”

ma anche del loro bisogno di ridurre o addirittura di negare l’ansia associata a questa sfera, così già tanto complessa da gestire.

L’acquisizione della maturità e competenza psicosessuale comporta la capacità di pensare e comprendere il legame esistente tra attività sessuale, procreazione e salute fisica che passa anche attraverso la capacità di “pianificare” quest’ultima. Tuttavia molti adolescenti cominciano ad avere rapporti sessuali prima di aver sviluppato tali competenze e spesso le motivazioni apportate per giustificare le resistenze all’uso dei contraccettivi appartengono proprio alle ansie tipiche di questa delicata fase di vita. Si tratta di timori che vanno assolutamente considerati e contenuti poiché, per la maggior parte dei casi, inerenti l’immagine corporea e la socialità.

Alcuni giovani sono infastiditi dall’idea che la contraccezione possa togliere la spontaneità al rapporto, con particolare riferimento ai metodi quali il profilattico e il diaframma. Le ragazze, nello specifico, temono che la pillola possa interferire con i processi naturali del corpo e portare a spiacevoli controindicazioni fisiche (queste due preoccupazioni appena citate, sembrano travalicare il susseguirsi degli anni presentandosi sempre, nonostante il tempo che passa, come le preoccupazioni maggiormente presentate all’interno dei contesti scolastici).

Altri hanno difficoltà ad accettare la programmazione del rapporto sessuale, soprattutto in concomitanza con le prime esperienze sessuali, dove l’alto contenuto emotivo rende difficile la contemporanea attenzione alla contraccezione.

Per alcuni diventa anche un problema di ordine interpersonale: molti adolescenti sono riluttanti a far conoscere al partner la propria disponibilità al rapporto sessuale: “se porto con me un preservativo, il ragazzo o la ragazza, pensa che io sia uno o una facile! Non posso permettere che questo accada! Io non sono una poco di buono/ io non sono un pervertito!”

predisponendo in anticipo un’adeguata protezione contraccettiva. Resistenze più profonde hanno a che fare, a volte, con una forte ambivalenza nei confronti della gravidanza: infatti alcune adolescenti sono spesso spinte verso la maternità per un inconscio desiderio di confermare la propria femminilità dimostrando che il loro corpo funziona ed è fertile.

L’illusione di invulnerabilità può venire incoraggiata dal fatto che, pur adottando comportamenti a rischio, i giovani non riscontrano immediate conseguenze negative e per questa ragione sono portati a negare la natura rischiosa del loro comportamento.

Diventa centrale, dunque, promuovere una capacità di negoziazione relazionale che si traduce nell’abilità di esprimere e far rispettare con coerenza le proprie scelte e preferenze sessuali, ponendo le basi per un rapporto che si articola su un piano di rispetto reciproco e di accettazione delle diverse scelte di vita.

L’Italia è ancora una volta fanalino di coda; se in alcuni paesi Europei l’educazione sessuale è materia curricolare, in tanti altri paesi è normale che vi sia un team di esperti (psicoterapeuta e ginecologo), pronti a contenere dubbi e incertezze dei bambini e adolescenti (è possibile fare progetti di educazione sessuale a partire dalla scuola primaria).

Contrariamente a quanto la maggior parte dei benpensanti immagini, inserire l’educazione sessuale a scuola non vuol dire spingere i nostri bambini o adolescenti verso comportamenti a rischio o verso ipotetiche perversioni; la validità (studi alla mano) di questi progetti è proprio l’inverso di quello che insegnanti e genitori ci portano, nella maggior parte dei casi, come problema: parlare di sesso non invoglia necessariamente a fare più sesso.

Parlare di sessualità (la sessuologia è molto lontana da quanto il pensiero comune, complice le piattaforme social, ha portato a pensare), apre ad un maggior dialogo con se stesso e l’altro. I ragazzi comprendono come sono “fatti e funzionano”, citando una ragazza che finalmente comprese l’ovulazione; li aiuta a comprendere cosa sia “una relazione sana e non abusante”, citando un ragazzo. I bambini possono comprendere che “M/F” sono due letterine che non identificano necessariamente ciò che senti di essere.

E così via.

La società non è un organismo statico e i nostri ragazzi non vanno più abbandonati ma vanno ascoltati, contenuti, educati e protetti.

La conoscenza protegge: come il preservativo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Psicologia e Alimentazione. L’Effetto rimbalzo – PODCAST

Chi non ha mai iniziato, nella sua vita, a fare una dieta per perdere peso?

In questa tappa del nostro viaggio assaporeremo il gusto delle tentazioni attraverso una breve analisi delle ricadute psicologiche e comportamentali che potrebbero avere le diete troppo restrittive e rigide.

Parleremo dell’Effetto Rimbalzo.

Buon Ascolto!

Psicologia e Cibo. L’Effetto Rimbalzo – In Viaggio con la Psicologia – Podcast Spreaker

Puoi ascoltare l’episodio del Podcast anche su nostro canale @ilpensierononlineare (su YouTube).

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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ESSERE OTTIMISTI

Secondo il dizionario Treccani l’ottimismo è “la disposizione psicologica che induce a scegliere e considerare prevalentemente i lati migliori della realtà, oppure ad attendersi uno sviluppo favorevole del corso degli eventi“.

L’ottimismo non è un’illusione psicologica, non riguarda nulla di improbabile e non deve essere confuso e circoscritto a sinonimo di “entusiasmo forzato” e quindi di un atteggiamento personale che porta alla negazione della realtà.

Le persone con un atteggiamento veramente ottimista verso la vita sono perfettamente coscienti dei problemi, ma li affrontano e provano a risolverli in maniera costruttiva.

Buona Visione!

ESSERE OTTIMISTI – ilpensierononlineare – YouTube Channel

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Piccoli delinquenti: fenomeni delinquenziali in adolescenza. Psicopatologia.

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Il titolo “piccoli delinquenti” è stato usato, da chi scrive non con l’intento (del tutto lontano dal proprio agire) di etichettare, quanto per evidenziare una componente spesso sottovalutata -che va invece considerata- quando ci approcciamo al lavoro con l’adolescente deviante.

L’approfondimento odierno mira ad evidenziare il legame (possibile), esistente tra disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio. Come detto in un precedente approfondimento, non vi è una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati ma un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e traumi subiti.

Oggi presenterò all’attenzione del lettore l’opera di Bowlby, il cui contributo si è reso fondamentale non solo per lo studio e la comprensione della teoria dell’attaccamento, ma anche per la comprensione dei fenomeni delinquenziali negli adolescenti.

L’autore evidenziava come il legame di attaccamento del bambino alla madre fosse un’esperienza primaria non solo per via della gratificazione dei bisogni fisici e psicologici apportata dalla madre al bimbo, ma anche perché costituiva una funzione biologica di protezione (Bowlby, 1979). Era in virtù di questo legame che i bambini reagivano alla perdita del referente materno – a seguito dell’instaurarsi di un attaccamento affettivo – manifestando un vero e proprio lutto.

Per quanto concerne, invece, il disagio giovanile e la devianza sociale le idee di Bowlby hanno cominciato a costruirsi nel suo studio intitolato Forty-four juvenile thieves (1944), nel quale si prefiggeva di studiare e valutare le possibili connessioni fra la delinquenza e quello che definì “il carattere anaffettivo”.

In tale contesto egli osservava che ben il 40% dei soggetti delinquenti presentava un vissuto di lunghe separazioni – sei mesi o più – dalle madri naturali o adottive nei primi cinque anni di vita, a fronte del solo 5% di incidenza a delinquere nei soggetti (del gruppo di riferimento) che non avevano vissuto quella esperienza. Partendo da questa osservazione Bowlby (1944) individuava due principali fattori di potenziale valenza eziologica:

  1. Il primo era la separazione stessa: “In tal modo il fattore essenziale che tutte queste
    separazioni hanno in comune è che, durante il primo sviluppo delle sue relazioni
    d’oggetto, il bambino viene improvvisamente spostato e sistemato con estranei.
    Egli viene strappato via dalle persone e dai luoghi che gli sono familiari e che ama
    e messo con persone ed in ambienti che sono sconosciuti ed allarmanti.”*
  2. Il secondo fattore era la “inibizione ad amare causata dalla rabbia e da fantasie
    che erano l’effetto della rabbia”**
    . La rabbia, spesso associata a distruttività,
    rappresentava l’agito del bambino all’assenza dei genitori.
    Come già osservato
    dalla Klein prima e da Bion poi, il genitore è una presenza rassicurante in grado di
    mediare fra le pulsioni negative e la realtà, ma se egli è assente, o peggio è egli
    stesso aggressivo e violento, nel bambino continuano ad albergare fantasie di odio e vendetta che possono successivamente esplodere nel comportamento delinquenziale:
    “La determinazione a tutti i costi di non rischiare ancora una volta
    la delusione e la rabbia e gli struggimenti conseguenti, che può derivare dal voler
    tanto qualcuno e non essere capace di averlo […] una politica di autoprotezione
    contro i colpi e le frecce delle proprie emozioni turbolente”.***

Bowlby trovò conferma alle proprie intuizioni, rafforzandole, nel corso della sua esperienza alla Child Guidance Clinic, presso la quale ebbe modo di effettuare vari studi retrospettivi partendo dalle esperienze vissute da bambini e adolescenti lì ricoverati. Successivamente arricchì il suo pensiero attraverso i risultati di numerose osservazioni condotte su bambini separati dai loro genitori. Egli sosteneva che i bambini -soprattutto se istituzionalizzati a partire da una età inferiore ai sette anni – privati della cura e dell’affetto materno potevano presentare una seria compromissione del loro sviluppo fisico, intellettuale, emozionale e sociale. Osservava poi come i minori con un’età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni reagissero al distacco dalla madre con una protesta, cui seguiva la disperazione che, infine, sfociava nell’apatia.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Bowlby, J (1944) Forty-four juvenile thieves: their characters and home-life. Int J Psychoanal 25:19-53, 107-128
**Ibidem ***Ibidem

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Giornata Mondiale dell’Infanzia e Adolescenza. Il Diritto dell’Infanzia e dell’Adolescenza alla Salute Mentale

“Curare in modo sistematico, intelligente e paziente le infanzie infelici potrebbe essere determinante per la prevenzione di quei disturbi che recano un contributo fondamentale alla psicopatologia più tradizionalmente psichiatrica dei disturbi di personalità, alle dipendenze gravi da sostanze, da gioco e da sesso e alla criminalità giovanile e adulta. Quello che serve è evidentemente uno scatto culturale o uno scatto di civiltà.”

Luigi Cancrini – “La cura delle infanzia infelici (2012)

Nel Mondo a causa della povertà, dei conflitti e della crisi climatica più di 400 milioni di bambini vivono in aree di conflitto. Tra i 10 ei 16 milioni non possono tornare a scuola perché costretti a lavorare o a sposarsi. A causa dei matrimoni troppo precoci 22.000 bambine e ragazze muoiono a causa di gravidanze e parti.*

A causa della carenza di condizioni sanitarie, igieniche e alimentari bambini in diverse parti del mondo rischiano di perdere la vita.*

In Italia la situazione non è assolutamente rosea. Quasi un milione e quattrocentomila bambini vivono in una condizione di povertà assoluta. Ovviamente questa condizione di precarietà inficia gravemente pure sulla condizione psicologica dei bambini e dei ragazzi.

La condizione di precarietà in cui versano i minori in Italia è anche frutto di politiche spesso disinteressate alla condizione dei minori e ai loro diritti e quindi alla loro salute mentale.

L’impatto della pandemia e delle crisi (climatica, energetica, guerra), ha solo peggiorato la situazione.

Quest’anno l’attenzione di questa giornata, grazie all’UNICEF è in particolare rivolta al benessere psicologico e la salute mentale dei minori.

“Nel mondo il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa: parliamo di quasi 46.000 adolescenti che si tolgono la vita ogni anno – più di uno ogni 11 minuti. Quasi la metà di tutte le problematiche legate alla salute mentale inizia entro i 14 anni di età e il 75% di queste si sviluppa entro i 24 anni: la maggior parte dei casi però non viene individuata nè presa in carico. “

UNICEF ITALIA

Oggi più che mai l’attenzione alla salute psicologica deve diventare un presupposto essenziale per garantire un futuro più sereno alle nuove generazioni.

Il dolore, la sofferenza psicologica, ripetuti traumi e relazioni familiari complesse, maltrattanti, malate o violente, possono avere conseguenze devastanti per i bambini e per i ragazzi a livello psicologico ed emotivo.

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Vissuti traumatici, maltrattanti e distorti possono indurre cicatrici difficili da rimarginare. Se queste ferite non vengono curate il prima possibile possono portare a patologie psicologiche e mentali spesso gravi come disturbi di personalità e antisociali.

Purtroppo le ferite psicologiche subite negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, (anni fondamentali per lo sviluppo emotivo, dell’identità, per la formazione dell’autostima, dell’immagine corporea, per la formazione dei valori, del senso di sé e del rispetto degli altri) sono spesso le più profonde e quelle più difficili da guarire.

I traumi legati alle figure di attaccamento sono quelli più gravi, perché minano un elemento fondamentale che lega le relazioni e la sicurezza dell’individuo: la fiducia verso una figura di riferimento che istintivamente deputiamo alla protezione, all’accudimento alla rassicurazione. Questa ferita mina la sicurezza interna e la fiducia verso gli altri e verso se stessi.

La speranza è che la nostra società si liberi da questo meccanismo di difesa del “diniego” (che ne condiziona quello “scatto di civiltà” di cui parlava Cancrini), per cui nega che la questione della Salute Psicologica possa essere un problema, solo perché non accetta la possibilità che la mente si possa ammalare proprio come il corpo.

I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza passano anche dal diritto a poter avere l’accesso a servizi che garantiscono loro il Benessere Psicologico.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

*Dati e numeri diffusi da Save the Children

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Bambini e adolescenti: riflessioni (sparse) Psy.

Oggi è stata una giornata particolare.

l’UNICEF Italia ha deciso di dedicare questa giornata ad un tema complesso. All’interno della “Giornata dell’infanzia”, è stato infatti scelto di dare spazio alla salute mentale e al benessere psicosociale.

I dati che apprendiamo, dalle fredde statistiche che consultiamo non sono rassicuranti. La pandemia ha portato in luce un qualcosa che anche precedentemente esisteva, ma che per troppo tempo non abbiamo voluto vedere: il disagio psicologico nei “più piccoli”.

Nel mondo il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa: sono quasi 46.000 gli adolescenti che si tolgono la vita ogni anno – più di uno ogni 11 minuti.

L’indice di salute mentale è in peggioramento nella fascia 14-19 anni nel 2021 (Istat), ma aumentano anche i reati ai danni di minori (+11% nel 2020), così come la pedopornografia e l’adescamento online (+77%).*

I dati condivisi (facilmente reperibili online), non sono freddi numeri da leggere ma carne con cui lavoriamo (noi esperti di salute mentale), ogni giorno.

Un bambino che si trova, per tutta una serie di motivi ad essere adescato online, è lo stesso che vediamo in fila al supermercato quando compriamo il latte.

L’adolescente che decide di gettarsi sotto un treno, è lo stesso che abbiamo visto 10 minuti prima con la nostra macchina mentre attraversava la strada.

Sono tutti sguardi che abbiamo incrociato, corpi che ci hanno sfiorato e del quale probabilmente nemmeno ci siamo resti conto.

Il disagio psicologico nei (e dei) bambini è probabilmente quello più spaventoso, quello più sottile e quello di cui abbiamo il dovere sociale di averne cura.

Un bambino accolto, contenuto, protetto e indirizzato** il più precocemente possibile, sarà un adulto meno spaventato, arrabbiato, abbandonato, frustrato.

Sarà un adulto che potrà -forse- vivere momenti di disagio anche in futuro, ma che saprà far leva sulle sue risorse interne.

Risorse che avrà rafforzato.

Risorse che avrà scoperto, opportunamente seguito in un contesto protetto.

E’ difficile parlare di bambini spaventati, abusati, lacerati, interrotti.

Di quei bambini dagli occhi spenti o di quegli adolescenti che hanno rinunciato; di quella straordinaria fascia d’età che dovrebbe essere caratterizzata dalla scoperta, dal gioco, dalla rabbia che lascia poi spazio al sereno. Dalla comprensione, dalle domande, dai dubbi, dalle incertezze, dalla bellezza della ribellione. Dal mettersi in gioco.

E’ difficile parlare di quelle che Cancrini definisce “Infanzie infelici”, 2012, e ancor più difficile tenere il conto delle mollichine di pane che, insieme, disseminiamo nel terrorizzante terreno di una psiche sofferente, quando siamo impegnati in una terapia con bambini o adolescenti sofferenti.

La sofferenza psicologica non ha nulla di affascinante: è sofferenza e come tale, merita il nostro rispetto e la nostra pronta risposta.

Senza paura e senza vergogna, chiedi aiuto.

Sempre.

La sofferenza mentale merita rispetto.

#GiornataMondialedell’Infanzia

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Dati UNICEF Italia

**il termine utilizzato va contestualizzato a quei casi in cui è, per ovvie ragioni, necessaria anche una terapia farmacologica. Un bambino seguito attuando una presa in carico globale del paziente in cui si ha un lavoro su più fronti (psicoterapeutico e farmacologico), sarà un futuro adulto maggiormente consapevole, responsabile ma, soprattutto, sereno.

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ODORI E RICORDI – PODCAST

Ecco un nuovo episodio del nostro PODCAST ” IN VIAGGIO CON LA PSICOLOGIA”

Oggi parleremo di ODORI E RICORDI

Lo sapete che l’olfatto sembrerebbe il canale sensoriale privilegiato per l’accesso ai ricordi autobiografici?

Mettetevi comodi e godetevi questa nuova tappa del nostro viaggio..

Buon Ascolto..

ODORI E RICORDI – INVIAGGIO CON LA PSICOLOGIA – SPREAKER PODCAST
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La storia di un Narcisista: Disturbo Narcisistico di Personalità.

Attraverso la storia di un paziente (tutti i dati sensibili saranno opportunamente camuffati al fine di proteggere il cliente, secondo quanto espresso dagli articoli in merito al segreto professionale e alla tutela del cliente, ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi) scopriamo insieme che cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità.

Quali sono i tratti principali del disturbo narcisistico di personalità?

Come si comporta un narcisista o una narcisista nella sua relazione?

E’ possibile procedere con un supporto psicologico o con una psicoterapia?

Ma soprattutto il narcisista si rende conto della sua condizione clinica?

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La Disforia di Genere.

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Criteri diagnostici:

La Disforia di Genere (DG) in età evolutiva rappresenta una tematica di crescente interesse che elicita controversie e dibattiti sia in ambito clinico che sociale; si tratta, infatti, di una tematica che vede una commistione di problematiche legate alla censura morale, a presunte questioni etiche o culturali.

Con l’espressione Disforia di Genere si vuole sia sottolineare la componente emotiva dolorosa e angosciante legata al genere di nascita che ridurre la portata patologizzante della diagnosi (De Cuypere et al. 2010; Knudson et al. 2010; Zucker et al. 2013).

Di seguito i criteri diagnostici secondo il DSM 5 (APA, 2013):

Disforia di Genere nei Bambini

A. Marcata incongruenza tra genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno sei dei seguenti criteri (di cui uno deve essere A1):

1. un forte desiderio di appartenere al genere opposto o insistenza sul fatto di appartenervi;

2. una forte preferenza per l’abbigliamento del genere opposto e resistenza ad indossare quello del genere assegnato;

3. una forte preferenza per i ruoli tipicamente assegnati al genere opposto nei giochi del “far finta” o di fantasia;

4. una forte preferenza per giocattoli, giochi o attività tipicamente assegnati al genere opposto;

5. una forte preferenza per compagni di gioco del genere opposto;

6. un forte rifiuto per giocattoli, giochi o attività tipici del genere assegnato;

7. una forte avversione per la propria anatomia sessuale;

8. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere esperito.

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Disforia di Genere negli Adolescenti e negli Adulti

A. Una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno due dei seguenti criteri:

1. una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (o, nei giovani adolescenti, le caratteristiche sessuali secondarie attese);

2. un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa di una marcata incongruenza con il genere esperito/espresso (o, nei giovani adolescenti, un desiderio di impedire lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie attese);

3. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere opposto;

4. un forte desiderio di appartenere al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

5. un forte desiderio di essere trattato come appartenente al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

6. una forte convinzione di avere i sentimenti e le reazioni tipici del genere opposto (o di un genere alternativo diverso dal genere assegnato).

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Specificare se:

Post-transizione: L’individuo è passato a vivere a tempo pieno il genere desiderato (con o senza riconoscimento legale del cambiamento di genere) o si è sottoposto (oppure si sta preparando a sottoporsi) ad almeno una procedura medica cross-sex o a un regime di trattamento con ormoni cross-sex o un intervento chirurgico di riassegnazione del genere che conferma il genere desiderato (ad esempio, penectomina, vaginoplastica in un individuo nato maschio; mastectomia o falloplastica in un individuo nato femmina).

La presenza di interessi tipici del sesso opposto è un fenomeno che si manifesta sia nel corso del normale sviluppo (Sandberg et al., 1993; Linday, 1994) sia quando i normali processi evolutivi vengono perturbati. Non di rado accade che interessi o comportamenti tipici del sesso opposto, rappresentano solo una breve fase di transizione (soprattutto nel bambino intorno ai due anni.) In altri casi indicano una “flessibilità di genere” e, in altri casi ancora, rappresentano un segnale di sofferenza intensa e possono dare l’avvio a serie difficoltà emotive che porteranno a disturbi duraturi (Coates e Cook, 2001).

La diagnosi si basa sul grado in cui si manifestano i comportamenti e i desideri cross-gender e sul ruolo che essi hanno nel funzionamento adattivo del bambino. In tal senso, la DG è distinta dall’anticonformismo rispetto ai comportamenti stereotipati del ruolo sessuale. Singoli comportamenti dell’altro sesso non si manifestano mai isolati nella DG e non sono mai passeggeri. Una volta stabilizzati, i sintomi evolvono di pari passo con lo sviluppo del bambino. Tale condizione può persistere o meno anche in età adolescenziale e adulta. Lo sviluppo dell’identità di genere è molto plastico e malleabile nei bambini mentre in adolescenza il senso di sé relativo al genere si consolida, irrigidendosi, e negli studi di follow-up effettuati su adulti con diagnosi di DG in adolescenza si riscontra infatti un alto tasso di persistenza del disturbo (Zucker, 2005).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Disturbo schizoide di personalità: infanzia. PODCAST.

Il disturbo schizoide di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di distacco e disinteresse generale nelle relazioni sociali e da una gamma limitata di emozioni nei rapporti interpersonali.
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta del disturbo schizoide di personalità, con particolare attenzione all’infanzia di quei bambini che potrebbero sviluppare un disturbo schizoide di personalità.
Mettiti comodo, buon viaggio e buon ascolto

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Respira.

Mi piacciono da sempre le isole.

Mi piacciono, tra le tante cose, per la loro indiscussa capacità di saper accogliere.

L’uomo d’isola porta impastato dentro di sé l’essere molo, pezzo di congiunzione tra la terra e il mare essendo egli stesso movimento perpetuo, costantemente aperto all’orizzonte.

I popoli di mare accolgono, facendo pochissime parole e molti fatti, nei limiti di quel che l’aria di sale, concede loro.

Granello dopo granello.

Mano a mano.

Prendere posizione su ciò in cui si crede -fortemente- è fondamentale poiché “fondante” dell’essere umano..

Certi esseri -però- possono non essere “umani”.

(Anche questo è un dato di fatto).

Respira.

Ciascuno, con la propria verità, si rende libero.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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5 CONSIGLI per gestire lo stress di fine giornata – Benessere Psicologico

Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero

Antoine de Saint-Exupery

5 regole e consigli molto utili a gestire lo stress e i pensieri negativi che appesantiscono la fine delle nostre giornate.

Un modo per approcciarci al meglio al sonno e al meritato riposo e per prepararci al meglio alla giornata successiva.

Prendiamoci cura di noi stessi quotidianamente a partire dalla nostra Psiche.

Buona visione!

@ilpensierononlineare

5 CONSIGLI per gestire lo stress di fine giornata – Benessere Psicologico – @ilpensierononlineare

Guarda anche il video: https://www.youtube.com/watch?v=fm_As… “5 regole per iniziare al meglio la giornata – Benessere Psicologico”

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Pensando.

“Anche più dell’affinità delle loro anime, li univa l’abisso che li divideva dal resto del mondo”.
Boris Pasternak

Dedicar(si) del tempo per pensare, ricordare, immaginare: creare.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Il sintomo psicosomatico.

Nausea ricorrente, mal di pancia che sembra non avere una spiegazione..

Prurito..

Che cos’è il sintomo psicosomatico? Cos’è la #psicosomatica?

Il nostro approfondimento di oggi, ci porta alla scoperta della psicosomatica. Come si potrebbe interpretare il sintomo psicosomatico? Quale il suo possibile significato?

Buona visione.

(Grazie).

Dott.ssa Giusy Di Maio

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“Carichi residuali”

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.”

Primo Levi

Il Ministro dell’Interno Italiano del nuovissimo governo ha utilizzato un termine poco umano “carico residuale“, per definire gli Esseri Umani presenti sulle navi delle Ong che in questi giorni attendevano di sbarcare nei porti italiani per essere messi definitivamente in salvo, in un luogo sicuro e accogliente. Ha poi fatto riferimento ad uno “sbarco selettivo” per definire la sua “strategia”.

Le parole hanno un peso specifico e definiscono spesso l’interlocutore e le sue intenzioni. In questo caso si è cercato di deumanizzare il migrante, rendere l’umano oggetto, per slegarlo dall’aspetto emotivo che lo lega a quella vicenda tragica.

“..deumanizzare serve a pensare l’altro come un essere umano incompleto, un animale, un oggetto. Questo “pensare” l’altro in questo modo, permette di giustificare quelle azioni inaccettabili, che in un contesto normale verrebbero sicuramente condannate.”

La morte dell’umano – ilpensierononlineare (clicca sul link per approfondire)

Ma cos’è che può determinare questo tipo di ragionamenti e comportamenti?

Il razzismo e con esso il pregiudizio, l’intolleranza..

La Psicologia Sociale negli ultimi decenni si è trovata dinnanzi ad un fenomeno particolare: l’evoluzione del concetto di razzismo.

Gli psicologi sociali hanno infatti individuato nuove forme di razzismo “moderne”. Il comune denominatore tra queste nuove forme di razzismo è che sono meno evidenti, indirette e più sottili, insomma, difficili da riconoscere.

Nel particolare sono state individuate 6 forme di razzismo moderno:

1 – Il razzismo simbolico ad esempio indica tutte quelle forme di razzismo esperite da persone che provano ad occultare le idee razziste agli occhi degli altri, giustificandolo con l’intercalare: “non sono razzista ma..”. In genere queste persone rivendicano e lamentano qualcosa nei confronti dello straniero o di una minoranza;

2 – Il razzismo ambivalente amplificato descrive quella forma di razzismo che vede la coesistenza, nella stessa persona, di un sentimento prima negativo e poi positivo e viceversa, in base al contesto di riferimento. Ad esempio, mostrarsi estremamente aggressivo e razzista durante una competizione sportiva contro la tifoseria avversaria di un’altra città e poi frequentare, con diletto e piacere per le proprie vacanze, proprio i luoghi da dove provenivano i tifosi avversari;

3 – Il razzismo avversivo consiste essenzialmente nel nascondere il razzismo a se stessi. In questo caso è come se il razzismo si palesasse in forma inconscia. Ossia la persona ostenterà i propri sentimenti negativi solo se possono essere attribuiti ad un altro fattore. Ad esempio, in un contesto lavorativo, per giustificare una mancata assunzione di una persona (straniera), il datore di lavoro, giustifica il suo retro pensiero razzista con il fatto che non sia abbastanza competente per il lavoro;

4 – Il razzismo regressivo si palesa quando ci sono particolari condizioni di stress, difficoltà, crisi.. sia a livello personale che sociale. In questo caso queste condizioni portano le persone ad avere atteggiamenti fortemente discriminatori. Ad esempio, il periodo storico attuale (fine pandemia, crisi economica, crisi energetica, guerra) è terreno fertile per l’aumento di un’aggressività latente e la nascita e l’amplificazione di idee discriminatorie tra la popolazione;

5 – Il razzismo sottile invece è una esagerazione di quelle che sono le differenze tra il proprio gruppo di appartenenza e la minoranza etnica discriminata. Questa forma di razzismo si perpetua anche con l’esasperata difesa dei valori tradizionali del proprio Paese a discapito delle minoranze e degli stranieri e anche con l’attribuzione delle emozioni positive solo al proprio gruppo di appartenenza;

6 – Il razzismo mascherato infine è riscontrato in quelle persone che, nei sondaggi, ad esempio, negano l’esistenza del razzismo nel proprio Paese.

Purtroppo pare che le basi sociali e psicologiche del razzismo siano profondamente radicate nel modo di pensare della maggior parte dei popoli. Anche perché il razzismo è un fenomeno molto più antico del razzismo moderno di cui vi ho parlato.

I meccanismi di categorizzazione sociale, gli stereotipi, i pregiudizi sono funzionamenti “antichi”, appresi culturalmente che sono serviti nelle diverse fasi della storia dell’uomo, per sopravvivere ad un mondo ritenuto ostile e potenzialmente pericoloso.

La “solidarietà endogruppo” e “l’odio esogruppo” sono comportamenti tipici degli “animali sociali”, esistono infatti anche fenomeni simili in natura. Sono quindi comportamenti “primitivi” e legati a quell’istinto di conservazione che ci portiamo dalla nostra preistoria e caratterizza gruppi “conservatori”, poco abituati alla diversità e generalmente non troppo aperti allo scambio.

Infatti i popoli e i luoghi crocevia di scambi commerciali e culturali intensi e millenari sono in genere quelli più tolleranti alla diversità.

Non è facile “combattere” il razzismo e quei processi mentali ad esso connessi, ma secondo la ricerca scientifica applicata al sociale, una via d’uscita c’è.

Attraverso l’educazione alla conoscenza delle diversità e alla riflessione consapevole è possibile incoraggiare le persone a ri-pensare e ri-categorizzare il proprio gruppo d’appartenenza come parte di un sistema più ampio. Ripensarsi non più come cittadini del proprio Paese, ma cittadini del Mondo. Esseri umani unici nelle loro diversità e simili nelle loro differenze.

La conoscenza è quindi l’unico antidoto ai razzismi.

Terroni Uniti – Gente do Sud – (Canzone contro il razzismo)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sessuologia: lo sviluppo psicosessuale – conosciamo la terminologia di base.

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Quando riferiamo a temi legati alla sfera della sessualità, dobbiamo tener sempre d’occhio un punto fondamentale della questione ovvero che lo sviluppo sessuale e affettivo (che accompagna tutto lo sviluppo dell’individuo stesso), comprende una complessa interazione tra corpo, mente e contesti culturali. Partendo da questa considerazione, va tenuto pertanto in mente che la lettura del fenomeno deve essere multidimensionale e libera dalla considerazione del corpo come un elemento oggettivo, statico guidato da leggi immutabili nello spazio e nel tempo.

Costrutti dell’identità sessuale.

Il termine identità deriva dal latino identitas (trad. “identico”, “uguale”) e sta ad indicare l’immagine mentale che un soggetto costruisce di sé. Ogni individuo sviluppa diverse tipologie di identità (es. identità etnica, religiosa, lavorativa, etc) nel corso della sua vita (Kroger, 2007). Nel 1968 Erik Erikson, nel suo libro “Gioventù e Crisi d’Identità”, introduce il concetto di identità come componente fondamentale della persona e frutto della complessa integrazione di fattori biologici, psicologici e sociali.

L’identità legata alla sessualità, assume un ruolo fondamentale per l’individuo e risulta dall’incontro di 4 componenti:

  1. Sesso biologico
  2. Identità di genere
  3. Orientamento sessuale
  4. Ruolo di genere

Il sesso biologico descrive la dimensione oggettiva del proprio essere sessuati e si riferisce alle caratteristiche biologiche che descrivono gli esseri umani come uomini o donne. Tale dimensione è determinata da 5 fattori (cromosomi sessuali XX o XY; presenza di gonadi maschili o femminili; componente ormonale; strutture riproduttive accessorie interne; organi sessuali interni). Negli organismi pluricellulari, la riproduzione sessuata necessita -al momento della fecondazione- dell’unione di due cellule germinali specializzate dette gameti (l’uovo femminile e lo spermatozoo maschile). Questa determinazione del sesso genotipico stabilisce il punto di partenza per tutti i futuri cambiamenti, benché inizialmente i due sessi siano indistinguibili. Da questa iniziale fase di indifferenziazione o di pre-differenziazione, a partire dalla settima settimana gli embrioni evolveranno naturalmente verso la femminilità o la mascolinità, ma in quest’ultimo caso solo qualora si verifichino alcune condizioni che deviano dal programma di base che prevede in primis uno sviluppo in senso femminile (proto-femminilità – Crèpault, 1998).

L’identità di genere rappresenta, invece, la percezione unitaria e persistente di stessi come appartenenti al genere maschile o femminile. La capacità di conformarsi a queste caratteristiche, attribuite a partire dagli elementi biologici, rende gli individui “mascolini o femminili” ( il termine, coniato da Money e Ehrhardt, 1972, si riferisce al vissuto di appartenenza ad un genere o all’altro). Tale appartenenza può esprimersi quindi con vissuti e comportamenti corrispondenti o non corrispondenti al sesso biologico. Il soggetto può vivere la non corrispondenza in modo ambiguo, ambivalente o lineare al punto da non riconoscersi appartenente al proprio sesso biologico e desiderare di appartenere all’altro sesso e/o riconoscersi identificandosi in tal modo con il proprio sesso biologico. Dall’antica “certezza” secondo cui si riteneva che l’umanità fosse divisa in due sole categorie specifiche, maschile e femminile, si è giunti oggi a concettualizzare un’idea di identità di genere fluida che sia quindi formata da individui con infinite variabili soggettive che hanno diritto di vivere scelte e decisioni personalmente (Nagoshi, Brzuzy & Terrell, 2012).

L’orientamento sessuale è definito come l’attrazione fisica ed affettiva provata nei confronti di un’altra persona che può essere di sesso diverso, dello stesso sesso o entrambi. Numerosi studi hanno evidenziato la molteplicità degli aspetti che vanno a costituire l’orientamento sessuale. In una prospettiva multidimensionale, tale costrutto è costituito da una molteplicità di componenti: l’identificazione di sé, il comportamento, le fantasie, il coinvolgimento affettivo, l’attuale stato relazionale. Se fino a poco tempo fa si considerava, dal punto di vista scientifico, che l’orientamento sessuale fosse un tratto stabile precocemente determinato e altamente resistente al cambiamento, ora si parla di fluidità sessuale (Diamond, 2008) o plasticità erotica (Baumeister, 2004). L’orientamento sessuale risulta, in tal modo, flessibile e in costante evoluzione; gli individui in tal modo possono esperire transizioni di orientamento sessuale durante la propria vita, riferibili alle proprie esperienze sessuali ed emotive, alle proprie interazioni sociali e all’influenza del contesto culturale (Dèttore, Lambiase, 2011).

Il ruolo di genere riflette l’avvenuta identificazione nel maschile e nel femminile e si riferisce all’interpretazione corporea, relazionale e sociale della percezione sessuata del proprio genere di appartenenza. A tal proposito risultano fondamentali i riferimenti culturali e sociali (un contesto tutto femminile o tutto maschile, è ben diverso da un contesto misto). Tale ruolo è in gran parte frutto di consuetudini sociali apprese, cui l’individuo si conforma o meno, per segnalare agli altri la propria maggiore o minore aderenza al modo in cui un determinato sesso dovrebbe essere “interpretato”, in base alle regole culturali di appartenenza (Simonelli, Tripodi, 2012). Il ruolo di genere è una rielaborazione personale di condizionamenti esterni, che deriva dal particolare modo in cui si è venuta a costruire l’identità di genere (Dèttore, Lambiase, 2011).

Possiamo quindi immaginare e pensare al sesso biologico come al punto di partenza necessario per giungere alla costruzione dell’identità di genere, che avrà come sua espressione relazionale il ruolo di genere già dall’infanzia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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“It doesn’t even matter…”

“Cosa dovrei fare di quel che sono e di quel che mi accade? Continuo a dirmi che Hey non importa! Segui un po’ quello che succede, vedi un po’ come va eppure -alla fine- torno sempre allo stesso punto: crollo! Sa Dottoressa, a 35 anni mi sembra di stare seduto davanti la tv come nelle case di riposo, ha presente il nonno dei Simpson? Esatto.. Non so dove cominci la fine dello spettacolo e dove inizi la vita vera oppure non so, l’inverso..

Certe volte mi stupisco dei miei stessi pensieri tanto da non riuscire più a capire se siano miei oppure no. Ultimamente non so nemmeno se mi interessi sapere la realtà delle cose; 2 anni di pandemia sono stati troppo, per me.

Una convivenza appena iniziata e finita ancor prima di potersi chiamare tale “vivere con”… poi scopri che quella era solo una sconosciuta e quindi con chi vivevi? Sempre e solo con te stesso. Un lavoro osceno fuori regione, al freddo degli affetti e del clima e ti trovi a rimpiangere lo stronzo che sei stato che è voluto andare via solo per fare il figo e dire -Io sono qui, e voi? Guardate come sono realizzato!- Ho scoperto però che lo sfigato ero io che sono soltanto scappato perché di certi bias culturali mica ci si libera facilmente.

Allora?

Cosa importa/Non importa..

Ci ho provato e sono caduto ma non ero pronto ad una caduta che fosse uno schianto in totale assenza di terreno, in effetti è di questo che si tratta: mi sento in costante caduta libera.

Me lo offre un paracadute di emergenza?

Ma devo tirarla io la leva di attivazione?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Ogni informazione personale è stata pertanto opportunamente camuffata.

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Delirio e idee deliranti

“C’è un granello di verità che si nasconde in ogni delirio“

S. Freud

Possiamo definire il Delirio come un’idea errata, ma alla quale una persona aderisce in maniera piuttosto convincente. Il contenuto delle idee delirante è spesso palesemente assurdo per gli altri.

Le idee deliranti spesso sono un tentativo estremo di dare una spiegazione razionale a situazioni e fenomeni percepiti come incomprensibili

Buona visione!

Delirio e idee deliranti – ilpensierononlineare – Youtube Channel


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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La noia.

E’ davvero solo negativa?

Scopriamolo insieme.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

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(Ri)Nascere: l’adozione.

Continua il nostro viaggio alla scoperta di quella delicatissima e complessa fase del ciclo di vita: l’adolescenza. Con la tappa odierna ci addentreremo all’interno di un percorso articolato e per nulla semplice. Vedremo un po’ più da vicino cosa dice la legislazione in materia di adozione circa il diritto del bambino ad avere una famiglia e rifletteremo -studi alla mano- sulla questione che vuole che gli adolescenti adottati siano maggiormente a rischio di attuare una condotta violenta.

Non esiste una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati, tuttavia la letteratura sul tema mostra come per molti adolescenti adottivi vi sia un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e/o traumi sperimentati. Va inoltre specificato come i compiti evolutivi (fisiologiche e psicologiche tappe evolutive, che sono necessarie e che vanno raggiunte e superate al fine di avere un corretto sviluppo e inserimento del soggetto nel proprio campo bio-psico-sociale), potrebbero risultare più impegnativi per gli adolescenti che hanno alle spalle una storia frammentata o interrotta.


L’adozione, infatti, è in qualche modo una sintesi, una situazione definibile come multidimensionale poiché condizionata dalla interazione di più fattori che rappresentano variabili variamente influenti, come il vissuto del soggetto, la pregnanza dell’iter giuridico e delle norme che lo regolano, le dinamiche interfamiliari del nucleo ove il minore viene inserito, il contesto sociale inerente al nucleo familiare ed infine, ma non per importanza, la dimensione culturale che rispecchia e decide (quindi condivide) il senso ed il significato sociale di adozione.

Il contesto di riferimento: legislazione.

Chi sono i minori adottati? Come giunge, un minore, al processo adottivo?

Solo in tempi relativamente recenti vi è stato un notevole sviluppo sul tema dei diritti dei bambini; un passaggio fondamentale è stato rappresentato dall’approvazione, in sede ONU, della Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989, la quale evidenzia in modo chiaro ed esaustivo i diritti di ogni minore. Più nello specifico viene ribadito quanto già enunciato nel 1959 nella Dichiarazione dei diritti del bambino: alla fase del ciclo di vita che è l’infanzia (pertanto al bambino), viene riconosciuto il diritto ad un aiuto e a un’assistenza particolari senza distinzione di razza, colore, sesso, lingua, religione, condizione economica o altro. Vengono -inoltre- dichiarati i diritti civili alla vita ed alla salute, i diritti di personalità, di espressione e comunicazione, i diritti sociali ed economici, ma anche le necessità più specifiche di questa fascia evolutiva, che si traducono nel diritto del bambino al gioco, al riposo e allo svago.

L’ordinamento giuridico italiano del secolo scorso e dei primi anni del Novecento, più che ad individuare i reali bisogni dell’infanzia (che il diritto doveva soddisfare, garantire e promuovere), si limitava ad indicare i doveri da parte dell’adulto; restava così in secondo piano, il riconoscimento dei diritti propri del minore. È quindi solo nella seconda metà del Novecento che ci si avvia verso un pieno riconoscimento dei diritti del minore con la predisposizione di specifici strumenti per la loro attuazione.

In Italia il vero salto di qualità nei confronti dell’attenzione ai bisogni dell’infanzia viene sancito nel 1967 attraverso la legge n. 431 sulla Adozione Speciale e, in particolar modo, mediante la successiva legge n.184/1983 di Riforma dell’Adozione, le quali prediligono per la prima volta, come criterio base dell’adozione, l’interesse del minore. In questi anni quindi, grazie anche alla riforma del diritto di famiglia, la giurisprudenza si orienta verso i bisogni essenziali di crescita umana del soggetto in età evolutiva, traducendoli in diritti soggettivi da tutelare con determinazione.

Il bambino, con la legge n.184/1993 (in seguito riformata dalla legge n. 149 del 2001), viene considerato titolare di diritti propri, mutando da semplice oggetto di protezione a soggetto di diritti fondamentali: in tal modo viene ribaltato il privilegio degli interessi degli adulti su quelli del minore.

Per garantire al bambino una crescita sana ed equilibrata occorre assicurargli un adeguato ambiente di vita: è in questo momento che entra in gioco la centralità e l’importanza della famiglia (il diritto del bambino ad avere una famiglia) vista come nucleo ove è possibile garantire un adeguato sviluppo psicofisico del bambino stesso. La famiglia rappresenta il primario gruppo di appartenenza per ogni individuo; dall’appartenenza al gruppo famiglia sarà poi possibile sviluppare e intessersi come membro all’interno di diversi gruppi (diventare membro) ovvero la classe, il gruppo dei pari, il quartiere, la città, la nazione e così via. In particolar modo la suddetta legge di Riforma dell’Adozione (n. 184/1983) sancisce inequivocabilmente il diritto di ogni minore ad avere una famiglia – che sia adeguata alle sue esigenze di crescita maturazione – come diritto fondamentale.

L’articolo 30 della Costituzione afferma il dovere da parte dei genitori di mantenere, educare ed istruire i figli e, attraverso l’articolo 31, lo Stato si impegna ad agevolare, con misure economiche e altre provvidenze, la famiglia. Quindi l’intervento a favore dei minori si inserisce in un più ampio intervento anche nei confronti del suo nucleo familiare (allo Stato spetta il compito di fornire una adeguata assistenza ai genitori affinché siano messi nelle condizioni di poter adempiere al proprio ruolo affettivo ed educativo). L’articolo 30 afferma inoltre che “in caso di incapacità dei genitori la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”, non solo attraverso operazioni integrative e sussidiarie ma anche, laddove sia necessario, attraverso interventi più radicali quali l’istituto dell’affido e dell’adozione, sanciti dalla precedente citata legge del 1967 e successivamente dalla legge n. 184 del 4 maggio del 1983. In essa si statuisce che per essere dichiarato lo stato di adottabilità di un minore egli deve trovarsi: “in situazione di abbandono perché privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, purché la mancanza di assistenza non sia dovuta a forza maggiore di carattere transitorio” (art. 8)

Cosa accadeva in passato?

Il codice civile del 1942 prevedeva una sola accezione di adozione, ossia diretta a consentire ad un soggetto privo di figli di assumere come figlio una persona cui trasmettere il proprio nome ed i propri beni. Solo successivamente si è diffuso in modo sempre più ampio il concetto di utilizzare l’adozione non per procurare una discendenza a chi ne fosse privo, bensì per fornire una famiglia ai minori privi dei genitori. La prospettiva tradizionale veniva quindi totalmente capovolta: anziché operare in funzione dell’interesse del genitore adottivo, l’adozione veniva vista in funzione esclusivamente degli interessi del minore (Hassan, 1999).

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio







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L’Angoscia secondo Freud – PODCAST

“L’«angoscia» si può definire come una specie di stato di attesa o di preparazione al pericolo, anche se ignoto.”

S. Freud

Questa tappa del nostro viaggio sarà probabilmente faticosa, ma allo stesso tempo fondamentale.
Proveremo a comprendere la natura psichica dell’angoscia (con uno sguardo al punto di vista psicoanalitico). Inoltre vedremo qual è la differenza con la paura e l’ansia.

Buon Ascolto!

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https://www.spreaker.com/user/14965187/langoscia-secondo-freud

L’Angoscia (secondo Freud) – In Viaggio con la Psicologia – Podcast Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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“How to Save a Life”

Me lo chiedo spesso.

Quando qualcuno muore in mare con i polmoni rigonfi di acqua salata: “torna a casa tua!” -Gli dicono-

Quando qualcuno muore per ipossia tra la folla, calpestato e fracassato: “la prossima volta restavi a casa tua, invece di uscire!” -gli dicono-

Quando una bomba sminuzza in mille pezzi un corpo: “questa è casa mia!” -gli dicono-

Quando in un centro commerciale, una lama improvvisa recide e lacera l’epidermide: “casa tua è più bella della mia” -gli dicono”

Me lo chiedo spesso.

Quando una lumachina perde la strada ma reca con sé, ovunque nel mondo, la propria casa e allora basta rimetterla su una data via: saprà da sola, cosa fare.

Troveremo mai una casa che sia tale, per tutti?..

Né migliore, né peggiore.

Una casa, unica e sola dove:

Nuotare

Respirare

Ballare

Uscire

Senza rischiare: la vita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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5 regole per iniziare al meglio la giornata – Benessere Psicologico e Psicologia Positiva

Secondo la Psicologia Positiva approcciarsi al mondo e alle nostre difficoltà con spirito positivo e ottimista, può aiutarci a superare le difficoltà e a diminuire il peso dei pensieri negativi e dello stress che ne consegue.

Prendersi cura di se stessi quotidianamente a partire dalla nostra Psiche è un buon modo per cominciare a stare meglio, quando le difficoltà ci sorprendono e ci assalgono.

Ecco 5 semplici regole per iniziare la giornata e per predisporsi positivamente al quotidiano. Un modo per affrontare lo stress e le difficoltà quotidiane.

5 regole per iniziare al meglio la giornata – Benessere Psicologico

Consultare uno Psicologo apre a nuove possibilità e prospettive spesso inaspettate.

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“Finisce bene quel ce comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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“Il cuore l’ho lasciato ad una stronza”

“Mi chiamo Antonio e ho 34 anni. Mi muovo in maniera convulsa, nello spazio. Mi gratto continuamente la piccola porzione di pelle tra l’orecchio e la tempia; lo faccio così tanto che la pelle è completamente lacerata; spesso escono piccole gocce di sangue e il processo di rimarginazione dell’epidermide non riesce mai a cominciare perché inevitabilmente penso troppo e mi gratto.

Sullo stesso punto che prude insistentemente e brucia, appoggio i miei occhiali perennemente appannati: dovrei comprarne un paio nuovo ma trovarmi davanti a mille mila modelli tra cui scegliere mi crea agitazione così continuo ad indossare gli stessi occhiali da circa 20 anni (beh.. in effetti dovrei anche fare una visita oculistica).

Una volta avevo dei bei capelli ricci ma la stempiatura si è impossessata di me così tanto che la forfora è palese ed evidente a tutti, ormai.. nemmeno ci faccio più caso se le mie spalle sembrano una pista da sci.

Tremo.

Qualcosa mi impedisce di stare fermo, nello spazio, è come se non riuscissi a trovare il mio fottuto posto qui.

In realtà il mio posto è con lei, quella stronza a cui ho lasciato il mio cuore. L’ha portato via con sé e nel mio petto ha lasciato mezza duna del deserto: aridità, secchezza, pozzi vuoti di emozioni che non ricordo nemmeno come siano fatte.

Dolore sì.. Quella è l’unica cosa che qualche volta riesco a sentire.

Certi mi dicono che sono stato io stronzo perché ho diffuso* sue foto intime e video in cui io mi sono camuffato; sinceramente -dottoressa?- A me non me me ne frega un cazzo se lei ora sta male. Penso che le azioni vadano ripagate con la stessa moneta quindi se lei ha messo fine alla nostra relazione ora deve pagare per quel che ha fatto.

La nostra relazione era intensa e piena; i miei problemi erano irrilevanti perché quando c’è l’amore tu stai vicino al tuo partner “nonostante tutto”.**

Sbaglio?

Mi ricordo quando l’ho vista la prima volta, aveva una gonna rossa con dei fiori blu e una maglietta bianca; mi ricordo che aveva una macchia di caffè sulla maglietta perché era stata al bar con un’amica e si era versata il caffè sui vestiti. Pensai che fosse sbadata e molto diversa da me; la sensazione di sporco lasciò -però- spazio al desiderio di capire di più di quella bionda svampita che prendeva il treno indossando degli improponibili tacchi a spillo.

Stronza.. comunque.. lo è sempre stata”

*Revenge Porn, ovvero la pratica di diffusione nella rete di materiale sessualmente esplicito con il fine di prendersi gioco, deridere o vendicarsi dopo la fine di una relazione, talvolta descritta anche come forma di violenza, abuso psicologico e sessuale. La legge sul revenge porn, in Italia, punisce il reato molto severamente. Il reato è, infatti, punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 5.000 a 15.000 euro. Il reato non è nel mandare proprie foto o video intime (oppure nel farle con il proprio partner), ma nella condivisione fatta da parte di terzi.

** La fine di una relazione è un evento altamente significativo e doloroso. Si tratta di una situazione in cui l’evitamento del dolore è impossibile e -paradossalmente- la via che più facilmente si cerca di percorrere. La mente tende a svolgere un duplice lavoro; nel primo caso tende ad utilizzare una forma di pensiero ricorsivo volto a ridurre la sofferenza (che, come precedentemente detto, è praticamente impossibile da fare) nel secondo caso, si cerca di evitare di ricordare o coinvolgersi in situazioni legate all’ex-partner. Nel fare ciò, la persona tende a mettere in atto comportamenti altamente disfunzionali come: l’assunzione di cibo e alcol, l’attività fisica o l’uso di sostanze con lo scopo di ridurre le sensazioni fisiche di sofferenza oppure si ricorre alla vendetta (Cfr, supra). Ciò di cui la persona non è consapevole, tuttavia, è che perpetuare l’evitamento (esperienziale) non solo non risolve il problema, ma espone a ondate di dolore qualora queste attività vengano a mancare. In tal senso, è utile che al termine di una relazione la persona riesca ad assumere un atteggiamento di compassione verso se stessa. I primi mesi sono i più difficili a causa degli inevitabili momenti di scoraggiamento, paura e confusione; tale presa di coscienza e riconoscimento, si situa come la base per l’elaborazione dell’evento: la rinascita.

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La malinconia.

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“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Indicatori di Psicopatologia e Devianza (Juvenile Sex Offender).

Devianza in adolescenza.

La devianza in adolescenza è -all’interno della letteratura più recente- compresa lungo un continuum che partendo dall’agito trasgressivo adolescenziale culmina con il reato.

In tale quadro di riferimento, il reato può essere interpretato come un comportamento a forte valenza simbolica e comunicativa, attraverso cui l’adolescente manifesta un disagio evolutivo o una frattura del percorso evolutivo, e la devianza come una categoria socio-psicologica che fa riferimento alla trasgressione delle norme caratterizzanti uno specifico contesto sociale, relazionale e culturale.

Queste condotte costituiscono (a diversi livelli), segnali di un disagio rispetto al quale è necessario intervenire in maniera tempestiva per evitare che questi, si cristallizzino diventando percorsi evolutivi disadattivi.

Cosa dice la letteratura sulla devianza?

  1. le differenze di genere variano a seconda del tipo di condotta considerata (ad esempio, si registra una maggiore diffusione tra i maschi dei reati violenti contro le persone, mentre le differenze sono meno marcate per il vandalismo e la pirateria informatica o addirittura assenti per i furti nei negozi/centri commerciali).
  2. la totalità dei comportamenti devianti rilevati cresce proporzionalmente all’aumento dell’età.
  3. le manifestazioni di aggressività durante l’infanzia e l’adolescenza risultano essere strettamente collegate a forme di violenza futura.
  4. la maggior parte degli autori di reati violenti presenta antecedenti di aggressività, fra cui il bullismo.

Queste evidenze consentono di sostenere che vi sia una correlazione significativa tra atteggiamenti di prevaricazione e devianza, non solo longitudinale (va per esempio considerato che gli atti di bullismo sono possibili precursori della devianza, intesa anche in senso delinquenziale) ma anche concomitante.

Il “bullo” rischia di acquisire modalità relazionali contrastanti con le regole sociali, caratterizzate da forte aggressività e dal bisogno di dominare sugli altri; tale atteggiamento può diventare trasversale ai vari contesti di vita poiché il soggetto tenderà a riproporre in tutte le situazioni lo stesso stile comportamentale.

Quali i possibili risvolti sul lungo termine?

Può accadere che la prevaricazione (ad esempio) nel contesto scolastico, possa evolversi -in età adolescenziale e adulta- fino a trasformarsi in condotte antisociali, con implicazioni molto serie rispetto alle conseguenze giudiziarie/trattamentali.

Alcune variabili psicologiche devianti individuate nel tempo e proposte come cause efficienti della devianza minorile si sono dimostrate convincenti nello spiegare degli specifici crimini giovanili:

  1. La devianza da pulsione non arginata: le indagini cliniche sottolineano spesso nel profilo dei ragazzi devianti la presenza di un pensiero concreto che prevale su quello astratto, l’inadeguata capacità di programmazione e di decisione, un ritardo mentale correlato a comportamenti impulsivi, accompagnati invariabilmente da situazioni familiari complesse e multiproblematiche.
  2. Il condizionamento da modelli antisociali: alcune forme di devianza possono essere anche condizionate da modelli antisociali. Le identificazioni con modelli devianti e oppositivi, una diversa percezione sociale delle leggi e delle regole, l’assimilazione di principi etici “altri” per pressione della subcultura di appartenenza.
  3. La violenza difensiva: in questi casi l’adolescente vuole proteggere con la condotta deviante violenta la sua stessa autostima. Ciò è particolarmente evidente nella scarsa inclinazione dei giovani a riconoscere la propria responsabilità e nella loro incapacità a tollerare le frustrazioni.

Il minore autore di reati sessuali: Juvenile Sex Offender.

Con Juvenile Sex Offender si fa riferimento ad una categoria di individui che ha agito reati a sfondo sessuale prima di raggiungere la maggiore età (Andrade, Vincent, & Saleh, 2006; Hunter, Figueredo, Malamuth, & Becker, 2003) e che, secondo una meta-analisi internazionale, rappresenterebbe circa il 23% della più ampia categoria dei Sex Offender.

Questa popolazione è generalmente vista come la versione più giovane degli abusanti adulti; si tratta di una popolazione eterogenea da molti punti di vista come ad esempio l’età in cui attuano la violenza, età e genere delle vittime, etc.

Classificazione del Juvenile Sex Offender (un breve accenno).

Burton (2000) ha provato ad attuare una distinzione di questa popolazione in tre gruppi sulla base dell’età della prima violenza sessuale attuata e sulla cronicità o meno di tale atto. Il primo gruppo sono gli “early offenders” in quanto hanno compiuto una violenza sessuale prima dei 12 anni. Il secondo sono i “teen offenders” che invece l’hanno compiuta dopo i 12 anni e l’ultimo sono i “continuous offenders” che invece riportano una violenza sessuale sia prima che dopo i 12 anni.

Una classificazione basata sul tipo di reato commesso e sull’età della vittima è stata proposta da Graves, Openshaw, Ascione e Ericksen (1996), i quali hanno rintracciato i seguenti sottogruppi: giovani pedofili, con scarse abilità sociali e isolamento sociale, che tendono a molestare bambini (solitamente femmine) di almeno 3 anni più giovani; giovani aggressori sessuali, che agiscono contro coetanee o donne adulte, usando violenza; giovani indifferenziati, non specializzati in un tipo di crimine e/o di vittima specifici.

Fattori di rischio.

Beckett ha individuato alcuni fattori di rischio che risultano fondamentali non soltanto per prevenire eventuali recidive ma anche per identificare l’insorgenza di possibili quadri psicopatologici più gravi.

  1. per gli autori che scelgono vittime coetanee o più grandi si rileva più facilmente: commissione di altri reati; comparsa precoce durante l’infanzia di problematiche comportamentali; comparsa di comportamenti antisociali come ad esempio assenze scolastiche, aver subito durante l’infanzia o adolescenza abuso psicologico.
  2. per gli autori che scelgono vittime più piccole si rileva più facilmente: un interesse manifesto verso i bambini; un alto livello di distorsioni cognitive; basse abilità sociali; aver subito in infanzia e/o adolescenza un abuso di tipo sessuale o fisico.

Seguendo la letteratura internazionale, i principali fattori che influenzano l’insorgenza di un comportamento abusante sono:

  1. Individuali: isolamento sociale, condotta impulsiva, ridotte abilità cognitive, storia di abuso pregressa.
  2. Familiari: genitore/i abusante/i, stile di funzionamento familiare promiscuo, genitori con personalità povera e rifiutante.
  3. Sociali: ambienti degradati che rafforzano condotte e valori violenti e di coercizione sessuale, gruppi dei pari antisociali.

Sempre seguendo i dati forniti dalla letteratura, vi sono fattori di rischio riconducibili agli autori di reati sessuali e utili ai fini della costruzione di percorsi integrati di prevenzione:

  1. storia di abuso fisico e/o sessuale subito;
  2. depressione;
  3. basso livello di prestazioni scolastiche o accademiche;
  4. una storia di comportamenti antisociali (non necessariamente sessuali);
  5. rapporti familiari difficili;
  6. isolamento sociale inteso come difficoltà o incapacità di costruire relazioni tra pari;
  7. basso livello o assenza di abilità sociali e di capacità assertive;
  8. basso livello o assenza di capacità di controllare la rabbia e gli impulsi;
  9. inadeguata educazione sessuale;
  10. presenza di comportamenti violenti nell’ambito familiare.

(Cominciamo ad occuparci -e preoccuparci- seriamente, dei nostri giovani.)

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Trauma nell’età evolutiva: psicologia giuridica.

L’abuso sui minori è il settore in cui -in epoca recente- sono stati effettuati i maggiori cambiamenti e passi in avanti. Si è, in tal senso, attuato un enorme cambiamento sia nella società, nelle leggi ma anche nelle menti e negli atteggiamenti dei vari attori sociali.

In particolare, i cambiamenti in ambito giuridico, si sono giovati della contaminazione del sapere psicologico e psichiatrico; tale contaminazione ha sconvolto antiche certezze comportando un’apertura su fronti che fino a pochi anni fa erano impensabili.

Questi cambiamenti hanno fatto sì che emergesse, con sempre maggior forza, un tipo di violenza molto silente ovvero quella intrafamiliare oltre a quella più conosciuta, quella eterofamiliare.

Le denunce per maltrattamenti e abusi sessuali ai danni di minori sono fortemente aumentate e questo, oltre che il frutto di una accresciuta sensibilità al problema, è dovuto anche alle modifiche culturali e legislative, tutte ispirate da una maggiore attenzione alle vittime in generale e alle vittime minorenni in particolare.

Vi è -tuttavia- ancora un forte legame con un’idea vecchia di famiglia vista come luogo rifugio, un luogo sicuro in cui certe violenze sono impossibili; questo “mito” va tenuto in conto in quanto gli operatori che operano a stretto contatto con i minori, sono i primi che potrebbero cogliere segnali di malessere (e violenza). D’altra parte, però, è anche molto difficile combattere con quella ambiguità di fondo che permea i rapporti familiari “disturbati” nel senso che è notorio che i bambini meno sono amati e più si legano alle loro famiglie (forse nella speranza intima di poter finalmente ottenere l’amore negato) e che anche gli “adolescenti desiderano tornare o restare nell’ambiente naturale, anche se vi sono severamente maltrattati o aggrediti” H. Gijseghem.

Il valore del contributo del sapere psicologico e psichiatrico (e in generale extrapenale), è stato centrale al fine di attuare una modifica legislativa ma non solo; questo contributo è fondamentale e centrale nel momento dell’intervento giudiziario. In particolare:

  1. Al sorgere dell’intervento (la rivelazione dell’abuso)
  2. Al suo trattamento (il processo per abuso ed in particolare le prove dell’abuso)

E’ grazie al lavoro di psicologi, psichiatri e sanitari che ormai è divenuta acquisizione comune, nell’ambito del processo, che di fronte ad una situazione di abuso, maltrattamento o abuso sessuale che sia, bisogna affrontare tre fasi:

Rivelazione

Diagnosi

Intervento

E’ esperienza comune che prima di effettuare racconti diretti dell’abuso (o abusi subiti), il minore (specie se molto piccolo), effettui quella che viene chiamata rivelazione mascherata in particolare attraverso:

  1. la rivelazione di maltrattamento fisico o di grave trascuratezza in quanto fatti meno carichi di connotazioni confusive e per questo più facili da narrarsi
  2. accenni a comportamenti ambigui dell’adulto (forme di accudimento improprio, interazioni erotizzanti, etc.);
  3. comportamenti che costituiscono i così detti indicatori di abuso (conoscenze sessuali non adeguate all’età, comportamento ipersessualizzato non adeguato all’età, disturbi del sonno, dell’alimentazione, cambiamenti del comportamento in ambito scolastico e sociale, cambiamenti dell’umore etc.).

E’ questo un momento molto delicato e complesso allo stesso tempo. Sta alla sensibilità e professionalità di chi è in contatto con il minore (pediatra, insegnanti, assistenti dell’infanzia o neuropsichiatra infantile, etc), saper cogliere segnali di sofferenza nel minore e attivare (se non vi sono gli estremi della notizia criminis ) almeno l’intervento del Tribunale per i Minorenni per cominciare un percorso di tutela del minore.

Di frequente capita che il minore, sentendosi protetto e riacquistando fiducia, ma -soprattutto- instaurando un rapporto empatico con l’esperto, arrivi alla rivelazione diretta e completa che farà scattare il procedimento penale con l’iniziale comunicazione al Pubblico Ministero (P.M.), il quale riceve la denuncia o la querela e poi raccoglie tutti gli elementi che ritiene utili per verificare sia l’effettiva esistenza del reato, sia chi lo ha commesso.

In questa fase chiamata “delle indagini preliminari”, si sentono testimoni, si acquisiscono documenti, si effettuano operazioni tecniche (intercettazioni telefoniche o ambientali, CTU, etc.), si acquisiscono atti di altri procedimenti rilevanti, etc.

Di fondamentale importanza è per il minore spezzare il prima possibile la catena di angoscia e maltrattamenti in cui si trova a vivere, interrompendo la dinamica connotata dall’abuso.

Questo risultato spesso può essere conseguito solo dall’entrata in campo di un potere che si pone al di fuori e al di sopra delle parti, in modo da incidere sui rapporti interni al circuito relazionale in cui l’abuso è maturato così da minare le basi del consenso che lo rendevano possibile.

Nel descrivere gli abusi, dobbiamo tener conto della situazione di relazione e delle dinamiche al cui interno si trova il bambino abusato. Dobbiamo pertanto considerare le diverse “forme” che gli abusi stessi possono assumere:

  1. patologie delle cure
  2. casi di abbandono
  3. incuria, discuria e ipercura
  4. abuso sessuale (distinto in intrafamiliare ed extrafamiliare)
  5. violenza assistita

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Gelosia: normale o patologica? 

Nelle richieste di consultazione che ricevo sono aumentate esponenzialmente (complice il periodo -prima- pandemico e -ora- post pandemico), che ha esposto le coppie alla condivisione di molto tempo, richieste inerenti atteggiamenti gelosi da parte del partener.

Nell’approfondimento di oggi, indagheremo questo sentire così complesso che è la gelosia.

Quando la gelosia può essere considerata normale e quando patologica?

La gelosia ha o meno una entità nosologica sua? Quando la gelosia è ossessiva e quando può essere considerata come un disturbo delirante?

Buona visione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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L’uomo dietro il Supereroe

“Non me la sentivo più di essere un simbolo, di rappresentare qualcosa, di reggere tutto lo stress che procura questa macchina, questo calcio. Confesso la mia incapacità, la mia fragilità, anche se la mia presunzione, il mio orgoglio mi facevano apparire diverso.”

Diego Armando Maradona

Il supereroe è una persone eccezionale, dotata di poteri e capacità fantastiche e fuori dal comune. Utilizza le sue capacità per aiutare gli altri, in maniera disinteressata, spinto da una motivazione intrinseca di valore molto alta.

Il supereroe ha però quasi l’obbligo di offrire sempre prestazioni eccezionali. Chi guarda e spera nelle sue gesta “eroiche”, si aspetta sempre molto da lui.

Deve quindi essere sempre al top per aiutare gli altri e per essere da riferimento per tutti.

Ma a volte può capitare che anche Batman cade e credetemi “non succede nulla” (cit.).

Riconoscere, comprendere ed accettare le proprie difficoltà, i propri limiti, le proprie debolezze e fragilità, permette a se stessi di accedere ad una nuova consapevolezza su ciò che ci sta accadendo e rende decisamente più “forti” e pronti ad affrontare le difficoltà che arriveranno ancora.

Mostrarsi agli altri anche attraverso le proprie fragilità, ci rende decisamente più liberi e meno “appesantiti” dal fardello del giudizio altrui.

Anche un “Supereroe” deve potersi sentire libero di mostrarsi umano.

In una intervista di alcuni giorni fa su Relevo il calciatore Edison Cavani fa un bilancio della sua vita calcistica e personale e mette a nudo, senza alcun timore, le sue fragilità.

“La primera vez que fui a terapia fue tras la remontada del Barça al PSG”

E. Cavani
E. Cavani – Uruguay

Cavani rivela di essere in psicoterapia da diverso tempo, da quel giorno in cui, giocatore del Psg, subì con la sua squadra una “remuntada” incredibile. Il Psg perse 1 a 6 contro il Barcellona.

Alcuni possono pensare che sia solo calcio; cosa c’entra questo con la salute psicologica?

C’entra molto, anche perché attraverso la testimonianza di questi campioni può crescere l’attenzione verso la salute psichica.

Bisogna che ci sia una “normalizzazione” e una diversa attenzione al tema della sofferenza psicologica affinché si possa abbattere in maniera definitiva il pregiudizio e la disinformazione verso questo aspetto della salute individuale delle persone.

Gli atleti, sono esseri umani e come tutti hanno fragilità e soffrono pressioni esterne ed interne. Cavani lo descrive benissimo centrando e soffermandosi su alcuni temi molto interessanti. Alla domanda “Vai dallo psicologo?”, risponde così:

“Sono in terapia da molti anni. Siamo cresciuti in una generazione con genitori che ti dicono di non piangere, che non puoi rilassarti o esprimere le tue emozioni. Come se non potessi mostrare debolezza, quindi sei cresciuto con un guscio che ti fa pensare di essere più forte di tutti.

Ci sono persone molto capaci, ma alla fine finiscono per cadere.

Non sei un supereroe, quello che sa gestire tutto, aiutare la famiglia, segnare ogni domenica…

Ma a volte non ci ascoltiamo. Perché sta succedendo proprio a me? Per questo ci sono professionisti. La mia teoria è che tutti abbiamo bisogno di tutti, la vita è una ruota. Combattere per essere sempre il migliore è una bugia. Ci sarà sempre qualcuno sopra di te, che ha o sa più di te, è più carino di te, ecc.”

E. Cavani (dall’intervista su Relevo)

La relazione terapeutica è un fondamento essenziale nella psicoterapia e si basa sulla fiducia reciproca. Fiducia è anche riconoscere l’altro nei panni del ruolo importantissimo che riveste. In questo caso Cavani è chiaro e sicuro quando ha riconosciuto e compreso l’opportunità di affidarsi ad un professionista psicologo, che avrebbe potuto aiutarlo ad uscire da quel momento buio della propria vita.

Alla domanda “Quando iniziò la terapia?”, la risposta di Cavani è molto significativa perché fa comprendere quanto sia stato inaspettato, debilitante ed improvviso il “sintomo”:

La prima volta che sono andato in terapia è stato dopo il ritorno del Psg in casa del Barcellona (la remuntada: 6-1). Mi  colpì molto. In cinque minuti cambiò tutto quello che avevamo fatto. È un colpo così grande, che non puoi controllare e che, sebbene sia il calcio, tocca altre parti della tua persona, con sintomi di ansia, sudorazione fredda, avevo le vertigini ad addormentarmi e già prima avevo paura di addormentarmi. Mi chiedevo: “Ho un problema nella mia testa?”. Sono andato dal medico PSG, di cui mi fido molto, e mi ha detto: “Quello che sta succedendo a te, sta accadendo a molte persone in diversi settori”. E ho capito che non ero un supereroe.

E. Cavani (dall’intervista su Relevo)
E. Cavani con la maglia del Napoli

L’aspetto psicologico diventa fondamentale e centrale per il benessere della persona e in questo caso di un atleta. Se la mente funziona bene, allora anche il corpo si muoverà meglio; se la mente funziona bene, il corpo sarà in grado di spingersi persino oltre i propri limiti. Quando la mente cede, anche un “supereroe” difficilmente sarà in grado di utilizzare le sue capacità e i suoi super poteri al meglio.

“..Perdimos mucho tiempo por cosas que no importan. El fútbol cada vez es más mediático e influyente en la vida de los otros. Pero la salud mental es fundamental y en el fútbol falta.”

E. Cavani

La salute mentale è fondamentale e non va sottovalutata né nel calcio né nella vita di tutti noi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La rabbia #psicologia #ilpensierononlineare #benesserepsicologico

Anche a te capita di voler distruggere tutto?

Scopriamo qualcosa su questa emozione di base: la rabbia.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Tra limiti e libertà – la relazione tra genitori e figli – PODCAST

“La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.”

FRANK A. CLARK

Questa tappa del nostro viaggio ci riporterà sulle strade della relazioni, quelle delle origini, quelle forse più intense.. quelle tra genitori e figli.
Percorreremo quindi terreni complessi ma emozionanti.
Un viaggio tra limiti e libertà..


Buon Ascolto..

Tra limiti e libertà – la relazione tra genitori e figli – In Viaggio con la Psicologia – Podcast Spreaker

Tra limiti e libertà – la relazione tra genitori e figli – In Viaggio con la Psicologia – Podcast Video

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Disonestà e gruppo: “the dark side” del lavoro di gruppo.

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Tra il 2008 e il 2015, alcuni ingegneri della Volkswagen hanno falsificato i livelli di emissioni dei motori delle auto durante i test di laboratorio.

Gli ingegneri, infatti, manipolavano i veicoli al fine di avere, in laboratorio, l’emissione di bassi livelli di inquinanti in modo da essere in linea con quanto richiesto circa gli standard di emissioni, dagli Stati Uniti e l’Europa.

Una volta immesse sul mercato, tuttavia, le auto producevano emissioni molto più alte dei massimi consentiti (circa 40 volte superiori, negli USA).

Quella che fu ribattezzata dalla stampa come “Dieselgate”, ha avuto delle ripercussioni notevoli sulla salute dei cittadini, in quanto è possibile che l’aumento degli inquinanti abbia contribuito a decine di morti premature.

Questa triste vicenda, ben si presta a poter spiegare un fenomeno che i ricercatori definiscono “disonestà collaborativa”.

Siamo abituati a considerare i benefici del lavoro di gruppo: aumento delle abilità sociali, risoluzione in team dei problemi complessi, aumento del senso di efficacia e l’autostima ma in altri casi (come nell’esempio proposto), il lavoro di gruppo può diventare locus per l’esercizio di comportamenti disonesti.

In uno studio condotto da Margarita Leib, è emerso che il comportamento non etico è comune nelle collaborazioni, ma ci sono limiti alla quantità di bugie che si è disposti a dire.

Analizzando 34 articoli di psicologi, economisti e studiosi di management (con un totale di 10.000 soggetti coinvolti), la Leib e collaboratori sono giunti ad interessanti considerazioni.

In questi esperimenti (in quelli visionati dal team precedentemente menzionato), gli scienziati chiedevano ai partecipanti di prendere parte a giochi economici oppure di svolgere compiti decisionali mentre erano parte di un team. Quello che accomunava tutti questi studi era che i partecipanti avevano la possibilità di guadagnare denaro grazie all’onestà del lavoro di squadra ma, avevano la possibilità di guadagnare somme aggiuntive, mentendo.

In tutti gli studi analizzati è emerso che i partecipanti tendevano a mentire. Un dato interessante però concerne il numero di menzogne.

I gruppi non hanno guadagnato il 100% dei profitti che avrebbero potuto guadagnare mentendo (il che fa pensare che le persone non siano del tutto immuni alle implicazioni/considerazioni morali delle proprie azioni).

Quando -inoltre- i partecipanti sono stati informati che la loro disonestà avrebbe avuto dei costi etici (ad esempio danneggiamento degli avversari oppure calo delle donazioni di beneficenza), i gruppi hanno mentito meno.

Altro dato interessante emerso riguarda il fatto che, nella disonestà collaborativa il sesso e l’età dei membri contano: quanto più un gruppo era costituito da donne e membri anziani, meno mentiva.

Ricerche precedenti evidenziano che le donne, sono penalizzate più degli uomini per i comportamenti assertivi volti a massimizzare il profitto.

Successivamente, la Leib e collaboratori, hanno condotto una ulteriore ricerca per indagare come la disonestà collaborativa aumenti e si diffonda nel tempo. In uno studio si chiedeva ad una coppia di lanciare dei dadi in più turni. Un membro della coppia tirava il dado in privato poi riferiva il risultato al compagno, successivamente (dopo aver saputo il primo risultato), il secondo membro tirava il proprio dado e riferiva il risultato. Se entrambi riferivano lo stesso numero, la coppia vinceva il corrispettivo in termini di denaro (es 3 dollari). Le coppie potevano scegliere se essere oneste e quindi essere pagate solo quando ottenevano davvero lo stesso risultato, oppure no.

Nel corso dei diversi round, alcune coppie sceglievano infatti di dichiarare il falso per ottenere premi più ricchi e più frequentemente.

La disonestà collaborativa è un rischio del lavoro di gruppo ma è possibile incoraggiare l’onesta.

Gli esperimenti mostrano che la disonestà è contagiosa e si intensifica nel tempo pertanto sarebbe opportuno individuare precocemente i primi segnali di disonestà e agire subito. I manager potrebbero adottare politiche di tolleranza zero verso gli atti di disonestà (anche se piccoli) al fine di scoraggiarne diffusione ed escalation.

Un altro modo proposto, per contenere la disonestà di gruppo, consiste nell’istituzione di politiche che perdonino gli informatori per la loro parte negli atti illeciti che denunciano.

Sapere che i gruppi si comportano in maniera più onesta quando sanno che le bugie possono arrecare danni a terzi, fa pensare che andrebbero evidenziate le conseguenze negative maggiormente. Ritornando al Dieselgate probabilmente, ricordare agli ingegneri che l’eccesso di inquinamento avrebbe comportato un aumento di morti premature, avrebbe potuto frenare sul nascere l’idea degli esperi di falsificare i dati e mentire.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La tenerezza #shorts #ilpensierononlineare #youtubeshorts

Che cos’è la tenerezza?

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Dott.ssa Giusy Di Maio

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Pillole di Psicologia: La rigidità delle convinzioni e delle opinioni.

Cosa “costringe” le persone a non “mollare” mai le proprie idee e opinioni?

Perché è così difficile provare a convincerle ?

Spesso alcune specifiche caratteristiche caratteriali e di personalità possono rendere le persone più tenaci nel mantenere le proprie opinioni e convinzioni nonostante l’evidenza dei fatti dimostri il contrario.

Perché non riesco a convincerti? – ilpensierononlineare – YouTube channel

#psicologia #psicologiaesocietà #psicologiaclínica #capatosta #crescitapersonale #comunicazione #relazioni #salutementale #mentalhealt #benesserepsicologico #complottisti #bulli #ilpensierononlineare #inviaggioconlapsicologia

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dott. Gennaro Rinaldi
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La forma di..

..un Cuore.

Abbracciamo di più.

Accarezziamo di più.

(La dolcezza salverà il mondo.)

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Tricotillomania Pt.2. PODCAST

Il viaggio di oggi è il prosieguo dell’ultima tappa che insieme, abbiamo condiviso. Continueremo -infatti- a conoscere la tricotillomania: “Il contenuto manifesto è pertanto lo strapparsi i capelli; andando più a fondo, questo strappo può essere interpretato come una versione più violenta della lotta adolescenziale per la separazione/individuazione.”
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Salute Mentale.

Photo by Mariana Montrazi on Pexels.com

Parlare di salute mentale è sempre più complesso di quanto possa sembrare.

In Italia (perché sì, siamo molto indietro nel riconoscimento della cura di questo diritto fondamentale), quando sei una giovane professionista, scardinare e farsi strada tra la sovrapposizione degli strati difensivi che le persone alzano, quando si prova a dire “psicologia”, diventa opera da fare invidia alle note fatiche di Ercole.

Ho a lungo pensato su come apportare il mio contributo all’odierna Giornata Mondiale della Salute Mentale; volevo parlarvi prima di Marco* il quarantenne ossessivo che non esce più di casa, poi di Giovanni il venticinquenne ansioso che riesce solo a buttarsi per terra e piangere quando diventa preda dello sconforto, poi di Matilde 16 anni e due tentativi di suicidio alle spalle; c’era poi la possibilità di parlarvi di Omar o Nadia e degli abusi subiti, Lucio 50 in depressione maggiore, della bipolarità di Lucrezia o di tutti quei bambini che, in un post pandemia non ancora completamente post, hanno paura della pioggia, delle macchine o delle persone a tal punto che -durante una partita di pallone- si isolano per entrare in una dimensione parallela in cui diviene quasi impossibile entrare.

Ho poi riflettuto su diverse questioni.

Come ogni “Giornata Mondiale”, l’augurio è sempre quello che non ve ne siano più, negli anni a seguire e in effetti, il lavoro che portiamo avanti su questo blog, mira proprio a fare ciò: sensibilizzare, offrire un contributo senza che vi sia qualcosa in cambio, se non una reciprocità in termini di benessere psicologico sociale.

Ho riflettuto a lungo poi, su un’altra importante questione.

Nel mio incipit ho menzionato due informazioni fondamentali: la paura della parola psicologia e il mio sesso biologico**.

Ho letto qualche giorno fa, di una persona che diceva che “con mezzo mondo in terapia, dovremmo stare tutti benissimo e invece le condizioni della nostra società attuale la dicono lunga sull’inutilità della psicologia che – tra l’altro- nemmeno è una scienza!”

Il termine persona è stato volutamente usato da chi scrive: persona vuol dire, etimologicamente, maschera. Senza scendere in futili dettagli, con la maschera dell’anonimato siamo capaci di dire ciò che meglio crediamo ma la dolcezza, la cura per l’altro e la realtà, diranno sempre altre cose.

Mi dispiace sempre quando leggo cose del genere, o quando le ascolto, perché in questo modo falliamo miseramente come società poiché ancora una volta, si disconosce l’esistenza del disagio psichico e si offende non la mia categoria (o il caro Freud), ma chi, di sofferenza psichica si ammala (e ci muore pure).

Un recente esempio è il suicidio di un ragazzino***.

Per natura non so giocare a carte, la trovo un’attività di una noia mortale, essendo completamente incapace di bluffare..

Mezzo mondo in terapia o analisi, ovviamente, non c’è.

Chi fa questo lavoro sa, inoltre, che le difese dei pazienti sono così alte (anche di quelli che sembrano più predisposti alla cura), che spesso o abbandonano il setting oppure, erano “messi talmente male” (mi si passi questo osceno uso della lingua italiana), che quando terminano il percorso sono guariti al meglio delle loro possibilità.

Ritornare ad uscire di casa quando hai sofferto per anni di agorafobia o fobia sociale; smettere di tagliarsi con oggetti di fortuna; dormire serenamente senza incubi che creano immagini indicibili nella propria mente; ridere di gusto, dopo anni di depressione; mangiare un gelato dopo anni di restrizione alimentare o perdere 3 kg in un mese cominciando a scalfire la propria coperta di grasso, sono traguardi incredibili e sensazionali che consentono, all’umano che di noi psy si fida (e che a noi si affida), di tornare a vivere e non più solo a sopravvivere come invece spesso fa, chi si ostina a barricarsi dietro le proprie personalissime difese.

La psicologia non è magia.

La psicologia non è religione.

Lo psicologo non è un consulente dall’amichevole presenza.

Il post pandemia è un problema serio che riguarda noi esperti di salute mentale (psicologi, psicoterapeuti, psicoanalisi, psichiatri, e via dicendo).

Siamo quelli più colpiti dal contraccolpo del disagio psicologico, avendo scelto di lavorare per la comunità.

Certamente con il covid stiamo sentendo parlare di più di bonus psicologico, psicologo di base, terapia, ma siamo ancora tra i fanalini di coda, in Italia, rispetto ad altre realtà europee dove il consulto con lo psicologo fa parte delle normali procedure che riguardano la presa in carico globale della salute del paziente.

Secondo una indagine IPSOS, per la prima volta la salute mentale supera il cancro e diventa il secondo problema di salute percepito a livello internazionale, subito dopo il Covid-19; il 55% degli italiani ha dichiarato di aver pensato almeno una volta alla propria salute mentale (il dato segna un aumento di 4 punti rispetto al 2021); Il 41% degli italiani sostiene che il sistema sanitario si concentri maggiormente sulla salute fisica, anche se soltanto per il 6% quest’ultima ha un’importanza superiore rispetto alla salute mentale.

Un dato facilmente riscontrabile nei nostri studi, concerne l’età media del cliente che chiede il nostro aiuto; sempre l’Ipsos evidenzia come a pensare al proprio benessere mentale siano maggiormente gli under 35 (65%) rispetto agli over 50 (48%).

Altro dato facilmente riscontrabile “in studio”, è l’estrazione sociale del richiedente:  i problemi di salute mentale sono avvertiti maggiormente dai più giovani, dalle donne e dalle famiglie a basso reddito.

La salute mentale è un diritto.

Chiedi aiuto, evita il fai da te, e -soprattutto- che sia un esperto certificato ad occuparsi della tua salute mentale.

Farò sempre il tifo per chi con coraggio, varca la porta dei nostri studi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutti i dati sensibili sono coperti dal segreto professionale; ogni informazione è stata, pertanto, opportunamente camuffata.

**Cito spesso la questione legata all’essere una dottoressa, donna, in un contesto sociale dove, che si voglia crederlo o meno, la donna professionista è ancora tenuta al di sotto del professionista uomo. Chi scrive non si dilunga in dettagli ma evidenzia ancora il forte bias culturale ancora presente.

***Alessandro, 13 anni, si è suicidato lanciandosi dal quarto piano di casa sua, dopo sei mesi in cui è stato vittima di bullismo e cyberbullismo. Nessuno si era accorto di niente; nemmeno di un tema che Alessandro aveva scritto su un quaderno. La preside della scuola ancora insiste con il “non voler sentire parlare di bullismo”.

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Il doomscrolling – l’ossessiva ricerca delle brutte notizie

“Dottore mi hanno detto che ho un problema. A me sembra una cosa strana, non credo sia un problema. “

“Mi ha incuriosito.. quale sarebbe questo problema?”

“Mah.. adesso le spiego cosa è successo e come sono arrivato da lei.. è da diverse settimane che soffrivo di dolori all’avambraccio e alla mano destra. Mi facevano male anche le dita. Avevo anche forti dolori alla cervicale e mal di testa. Ho consultato il mio medico curante che mi ha consigliato di fare alcuni accertamenti e di farmi visitare da un fisiatra e eventualmente consultare anche un fisioterapista.”

“Cosa ha riscontrato in queste visite?”

“Ho fatto tutti gli accertamenti del caso, ho fatto la visita dal fisiatra e ho riscontrato forti infiammazioni ai tendini e ai muscoli. Ho quindi cominciato a fare dei trattamenti dal fisioterapista. Io non ci ho capito molto, ma entrambi mi hanno fatto notare una cosa.. forse la causa del problema muscolare..”

“Cosa le hanno fatto notare?”

“Mi hanno fatto diverse domande, sul mio lavoro, sui miei impegni quotidiani, sui miei comportamenti e le abitudini, hanno osservato la mia postura. E alla fine hanno notato che probabilmente alcuni miei comportamenti non sono molto “sani”. Insomma dottò passo troppo tempo al computer e al telefono, ma non me ne rendo conto. E non è per lavoro, fortunatamente ho un lavoro che mi fa camminare molto durante la giornata. Il problema è a casa, rientro, e comincio la mia lunghissima e appassionata lettura delle notizie, specialmente quelle brutte, lo ammetto, sul computer e sul cellulare. Loro mi hanno fatto notare che passo troppe ore a scorrere le notizie. E pensano che non sia una cosa che mi possa far star bene psicologicamente. Quindi mi hanno consigliato di provare a risolvere questa cosa e di capirci qualcosa anche di quest’ansia e questo stress che mi attanagliano tutti i giorni oramai da mesi. Ed eccomi qui da lei. Non sapevo che poteva essere un problema, ma pensandoci bene non sono sereno da almeno due anni.. la pandemia, la separazione, il covid, la solitudine.. si dottò, mi sento solo.”

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La lettura infinita, continuata e quasi “ossessiva” di notizie brutte legate agli avvenimenti che viviamo tutti i giorni attraverso i media, i social media, la televisione e i giornali ha un nome, si chiama doomscrolling.

Questa sorta di “dipendenza” dalla lettura delle notizie e dallo scorrere infinito delle bacheche social, era già conosciuta in realtà, ma la situazione globale ha decisamente amplificato il problema e lo ha reso più comune. La guerra, la pandemia, la crisi climatica, le notizie legate alle stragi nelle scuole, le violenze, l’aumento dei prezzi, la crisi energetica, hanno fatto quasi da collante virtuale per le dita e per gli occhi delle persone.

Il doomscrolling, come rivelato da uno studio pubblicato sulla rivista “Health Comunication”, nuoce gravemente alla salute mentale delle persone, inducendo stati d’ansia, tensione, paura, incertezza, preoccupazione, insonnia, angoscia, anedonia.

Questo studio ha infatti evidenziato che il 16,5% delle 1100 persone che hanno partecipato all’intervista, hanno sofferto di livelli crescenti di ansia, stress e patologie di varia natura. Una tendenza che aumenta con l’aumentare dell'”abuso” di cattive notizie.

L’autore dello studio Bryan McLaughlin, professore e ricercatore presso la Texas Tech University, ha affermato che lo scorrere ininterrotto di cattive notizie causa nelle persone un “costante stato di allerta” e aumenta la percezione del mondo e dell’ambiente circostante come un luogo pericoloso e oscuro.

Le persone che praticano il doomscrolling hanno anche l’esigenza di controllare molto spesso il feed, per allentare il loro stato di tensione e stress. Ma l’effetto spesso è il contrario e il loro stato di tensione aumenterà sempre di più, arrivando, nei casi più gravi, ad interferire con la propria vita.

Dei partecipanti allo studio il 27,5% è stato colpito in maniera decisiva, ma non allarmante dalle cattive notizie; il 16,5% ha invece subito in modo molto significativo gli effetti del doomscrolling. Il restante dei partecipanti ha invece affermato di aver riscontrato problemi di natura moderata o lieve.

Tra quelli che hanno subito in modo significativo i problemi del doomscrolling il 74% ha riferito di avere problemi legati alla salute mentale e il 61% ha avuto anche problemi fisici.

“Il problema sembra essere più diffuso di quanto ci aspettassimo. Molte persone provano livelli altissimi di ansia e di stress a causa della loro dieta mediatica” dice McLaughlin

Purtroppo il problema, come evidenziato dalla ricerca, si è esteso, anche grazie agli ultimi eventi globali e a seguito della pandemia, in maniera massiccia a tutta la popolazione. I livelli più gravi possono veramente portare, sul lungo termine, a gravi conseguenze per il benessere psicologico e fisico delle persone.

In tal senso è molto importante intervenire più tempestivamente possibile con interventi di supporto psicologico e se necessario di psicoterapia, al fine di creare consapevolezza e comprensione del problema e quindi offrire la possibilità di una via d’uscita che spesso da soli non si riesce a scovare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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“Tu sei?”

Il ragazzo ha un appuntamento per le 18:00.

Nel centro dove svolgo la mia attività di volontariato come psicologa, siamo abbastanza attenti agli orari; gli utenti che chiedono supporto psicologico sono sempre quelli in numero maggiore rispetto a quelli che effettuano richieste per altri specialisti, pertanto quando c’è un ritardo, le volontarie che stanno in segreteria, provvedono a chiamare l’interessato/a.

Il ragazzo ha avuto un contrattempo con il datore di lavoro.

Giunge quindi in associazione con una mezz’ora di ritardo.

Accolgo il ragazzo: “buonasera … (buonasera), prego accomodati”

“Ah.. tu sei la mia assistente? Sei l’assistente del dottore?”

“NO. Io sono la Dottoressa”

“AH… Sei la Dottoressa?”

Pochissimi scambi verbali e il giovane trentenne assume un colorito trasparente velato, simile a quello dei vetri non del tutto puliti ma nemmeno completamente sporchi.

Il tempo di guardarsi negli occhi e di cominciare la nostra conversazione che

“Mi hai fatto una domanda bellissima, nessuno me l’aveva fatta prima. Non ci avevo pensato a questa cosa!”

Cinque minuti dopo il tentativo (conscio o inconscio che sia, questo andrà dall’esperto analizzato e considerato), di squalifica, il giovane uomo piange.

Tentare di sedurre* o squalificare il proprio terapeuta, o psicologo, è un’azione che di frequente è agita dal paziente.

E’ fondamentale chiarire precocemente i confini del tipo di relazione che si va a stabilire, creare e agire, nella stanza dei colloqui.

L’isola del tempo senza tempo è spazio per accogliere il vissuto emotivo del paziente e il paziente stesso, fatto certamente di carne e ossa che per noi psy, resta pur sempre carne lacerata da un apparato psichico sofferente che spesso emerge, sotto forma di battutine, ricerca di blando contatto fisico, sorrisini, pianti o tremori vari.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Il termine seduzione, in psicologia ma -soprattutto- in psicoanalisi, assume dei caratteri fondamentali e ben precisi, che non possono essere travisati o essere oggetto di scherno. Il temine sarà successivamente, in altro approfondimento, chiarito.

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Guardare.

Se guardi in cielo e fissi una stella, se senti dei brividi sotto la pelle, non coprirti, non cercare calore, non è freddo ma è solo amore

Khalil Gibran

Ricordare, ripetere, rielaborare, diceva Freud.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Pillole di Psicopatologia – Disturbo Paranoide di Personalità

“Nel paranoico abbiamo esattamente la stessa condizione: egli si sente costretto a difendersi contro ogni critica esterna perché il suo sistema delirante è fortemente attaccato all’interno.”

Carl Gustav Jung

Il Disturbo Paranoide di Personalità è caratterizzato da uno stile pervasivo di pensare, sentire e mettersi in relazione molto rigido.

Le idee sospettose non si presentano però come deliranti. La realtà in sé non è distorta, lo è invece il significato della realtà come essa appare

Disturbo Paranoide i Personalità – ilpensierononlineare – YouTube shorts

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Psicopatologia: Tricotillomania. PODCAST.

Con il termine tricotillomania si indica il comportamento volto a strapparsi i peli del corpo (come vedremo, infatti, non si tratta del solo strappare e tirare via con forza e decisione i capelli).
Si tratta di un disturbo legato all’automutilazione che interessa adolescenti e donne di tutte le età.
Buon viaggio e buon ascolto.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La raccolta differenziata del corpo 2.0

La ragione del titolo dell’approfondimento odierno, non sarà sfuggita al lettore più fedele.

Nel corso degli anni in cui mi sono abbandonata alla condivisione di questo spazio, con il mio stimato collega, ho spesso portato all’attenzione di chi legge, le tematiche legate al corpo.

Uso e abuso del corpo sono, infatti, frequentemente presenti nelle psicopatologie contemporanee siano esse state esercitate dalla persona in prima persona, che da secondi, che infliggono dolore (fisico o psicologico, poco cambia).

Il caso (che notoriamente non esiste), mi porta ad esporre una ulteriore riflessione. Non tratterò -infatti- oggi una qualche psicopatologia specifica.

L’altro giorno sono stata contattata su WhatsApp da una mia paziente.

La ragazza ha circa 20 anni.

Lì per lì mi sono preoccupata, ovviamente, di contenere il suo disagio, di offrirle una luce di emergenza nel profondo della confusa oscurità.

Rientrata l’emergenza, la mia attenzione si è spostata su un punto: la foto.

Ho visionato la foto profilo della ragazza poiché attratta da qualcosa di stranamente disturbante (termine leggermente improprio ma legato alla percezione di qualcosa di strano).

La ragazza nella foto non è quella con cui parlo nel mio studio, su whatsapp o su skype.

Ma di cosa sto parlando?

Dell’uso atroce dei filtri.

Devo ammettere, lettore, che ho appreso del reale uso e funzione dei filtri, pochissimo tempo fa. Per intenderci…

Per me i filtri erano “seppia, bianco e nero, anticato…”

Di antico forse c’ero solo io che, lontano dalle logiche social, ho (grazie ai miei pazientini) preso visione di cosa siano realmente i filtri cancella connotati.

L’ennesimo inesistente caso, ha voluto che quel giorno, notassi che anche altre 3 pazienti che si presentavano subito sotto, nell’elenco rubrica, avessero foto dai connotati completamente diversi.

La cosa interessante è che queste 4 foto (di 4 ragazze diverse), presentano le stesse caratteristiche: viso leggermente di profilo, sguardo ipnotico semi chiuso con occhio allungato, espressione imbronciata -se non francamente arrabbiata- naso ipersottile all’insù assolutamente non presente in natura, labbra canotto ipergonfie con strane proporzioni; queste labbra mi perplimono molto poiché sono strabordanti e per nulla armoniche. Molte ragazza disegnano l’arco di cupido così tondo e gonfio da farlo esageratamente toccare con la base del naso che fa invidia a Michael Jackson.

Il lettore comprenda: non sto assolutamente deridendo queste ragazze.

Provo a riflettere.

Come dicevo non voglio entrare nella lettura scientifica della cosa.

Voglio portare la mia esperienza.

Conosco il viso di queste ragazze (la loro età va dai 17 ai 23 anni); conosco i segni della loro sofferenza psichica e conosco la bellezza della loro mimica facciale.

Una mimica che è loro, personale, completamente differente per ognuno dei casi specifici.

Conosco la rotondità di alcuni dei loro visi, l’ovale profondamente allungato di altri.

Conosco i loro zigomi scavati dalla carenza di alimentazione, l’acne da scompenso ormonale.

Riconosco nei visi di queste giovani piccole donne, la voglia di resistere senza insistere, alle intemperie della vita.

La capacità di mettersi in gioco, di lamentarsi ogni tanto, ma di darsi -sempre- una possibilità.

Conosco la dolcezza dei loro visi ancora infantili, i kg di make-up con cui cercano di camuffare quel che pensano gli altri non vogliano vedere.

Ed eccoci qui.

Siamo realmente sicuri che questi canoni estetici proposti con un’aggressività crescente, dai nostri social, siano la realtà di cui abbiamo bisogno?

Un corpo segnato, lacerato; un corpo sofferente (lo ripeto, senza entrare in questioni che siano prettamente psicopatologiche), è tuo.

Sminuzzare e smembrare il proprio sé per renderlo aderente ad una moda momentanea, ad un piacere labile di chi vuole consumarti come una bibita rubata al supermercato, è un processo da fermare nel suo stesso nascere.

Esiste pelle e sguardo compatibile, dell’altro, che può essere (ri)conosciuto solo quando avrai accettato che l’unica pelle e l’unico sguardo davvero compatibile, è quello che puoi avere verso te stesso.

Il corpo non è un rifiuto da differenziare, così come non lo è la tua psiche.

#PromozioneDelBenesserePsicologico

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La fiducia è nel volto di chi incontriamo – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio scopriremo un aspetto della nostra psiche legato intimamente alle interazioni umane.

Quello che visiteremo è un luogo spesso sottovalutato, perché probabilmente poco visitato. Fa parte di quei luoghi della psiche che tante volte pensiamo di conoscere bene, ma sono tante le sfumature che per pigrizia non riusciamo a cogliere.

Parleremo di fiducia e del suo legame stretto con la nostra percezione delle emozioni nel volto dell’altro.


Buon Ascolto..

La fiducia è nel volto di chi incontriamo – In viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast

https://open.spotify.com/episode/7A7BsprK3ayup7mBg4QZRw?si=Hsr_I85XQFamoU-96mR2xg

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’infanzia del passivo-aggressivo.

L’approfondimento di oggi ci porta alla scoperta di quella delicatissima fase del ciclo di vita che è l’infanzia. E’ possibile riscontrare delle caratteristiche comuni nell’infanzia di quei bambini che da adulti potrebbero sviluppare un disturbo passivo-aggressivo? Seguendo l’opera di Luigi Cancrini, andiamo alla scoperta delle infanzie infelici (L. Cancrini, 2012).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio