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Psicologia della Noia. I volti della Noia – Podcast

Quando è stata l’ultima volta che ti sei davvero, totalmente annoiato?

La noia viene comunemente percepita come un mero stato di inoperosità o un fastidio passeggero. In ambito clinico e psicodinamico, tuttavia, rappresenta un fenomeno complesso: un’esperienza emotiva e cognitiva sintomatica di una profonda disconnessione tra motivazione, desiderio e azione.
In questo episodio di In Viaggio con la Psicologia, faremo una breve un’analisi strutturata del concetto di noia, tracciandone la genesi psicopatologica e l’evoluzione nella società contemporanea.

I volti della noia e la distinzione tra noia evolutiva/creativa e noia patologica (correlata a quadri depressivi o dissociativi) e l’efficacia dell’intervento psicoterapeutico.

Buon Ascolto!

Psicologia della Noia. I volti della Noia – In Viaggio con la Psicologia – Spreaker

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dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Perché soffriamo più per ciò che immaginiamo che per ciò che è reale?

«Soffriamo più spesso per ciò che immaginiamo che per ciò che è reale.»

Seneca (Lettere a Lucilio)

L’altro giorno mi è capitato di leggere questa affermazione di Seneca e ho pensato a quanto, quelli che oggi definiamo e riconosciamo come sintomi di un qualche disturbo psicologico, abbiano anche con modalità diverse, caratterizzato il funzionamento psichico dell’essere umano in epoche molto lontane dalla nostra epoca ipermoderna.

Probabilmente anche Seneca ha avuto la necessità, magari facendone esperienza o sentendo l’esperienza altrui, di riflettere sul fenomeno del rimuginio ansioso e ossessivo e della ruminazione.

Quindi molto prima che la psicologia moderna e le scienze cognitive codificassero i meccanismi dei bias cognitivi e dell’ansia anticipatoria, il filosofo stoico Seneca aveva già individuato una delle dinamiche fondamentali della sofferenza umana: la capacità della nostra mente di trasformare le possibilità in minacce reali.

Un esperienza molto comune che può caratterizzare momenti di vita difficili di ognuno di noi, ma che in alcuni casi può trasformarsi in qualcosa di molto più preoccupante e invalidante.

Pensateci.. quante volte ci siamo trovati ad anticipare uno scenario catastrofico, a rimuginare su una frase detta o a prefigurarci il peggior esito possibile per un evento futuro?

Photo by Vinicius Quaresma on Pexels.com

Dalla prospettiva della psicologia cognitiva e costruttivista, il cervello umano è una straordinaria macchina per generare previsioni. Il suo obiettivo primario non è renderti felice, ma garantirti la sopravvivenza. Per farlo, analizza costantemente il contesto e tenta di anticipare i pericoli.

Tuttavia, quando questa funzione predittiva si sovraccarica, entriamo nel terreno della catastrofizzazione.

Ciò comporta un cortocircuito mentale che ci fa commettere degli errori cognitivi evidenti agli altri, ma meno evidenti a noi stessi. Succede che, ad esempio, confondiamo il possibile con il probabile e quindi un evento ipotetico viene percepito come un fatto imminente.

Reagiamo emotivamente a ciò che immaginiamo e non al fatto vero, ciò che veramente accaduto. In questo caso il nostro sistema nervoso attiva la risposta di stress (attacco o fuga) anche se la minaccia esiste soltanto nella nostra rappresentazione mentale.

Infine restiamo intrappolati nel tempo mentale, in un continuo loop “autoprodotto”. Ciò significa che viviamo nel futuro (ansia e rimuginio) o nel passato (ruminazione), perdendo il contatto con il momento presente, che spesso è del tutto privo del pericolo immaginato.

Il pensiero rigido e “lineare” delle ossessioni legate al rimuginio e alla ruminazione tendono a costruire catene di causa-effetto basate sulla paura. Ad esempio:

«Se non risponde subito al messaggio, allora è arrabbiato con me, quindi la relazione andrà in crisi.»

Bisognerebbe decostruire l’automatismo che genera l’ansia e il malessere, partendo da un concetto fondamentale, ma difficile da digerire per molti: accettare l’incertezza.

La sofferenza immaginaria è spesso il tentativo disperato di controllare l’imprevedibile. Riconoscere i limiti del proprio controllo è il primo passo per liberare risorse emotive.

E in questo senso un buon percorso psicologico terapeutico può aiutare tantissimo, anche a riconoscere i bias del proprio funzionamento mentale rispetto a ciò che immaginiamo e ciò che realmente viviamo.

Ti capita mai di restare intrappolato in scenari ipotetici che tormentano i tuoi pensieri?

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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L’Altro all’Interno: Psicoanalisi Dello Straniero. PODCAST

Potrei presentare il podcast in mille modi; raccontarvi le teorie che cito al suo interno, quanto può essere psicotico L’IO e “cattivo” nell’attuare le sue difese.

Preferisco, tuttavia, lasciare spazio al vostro Io e al vostro Inconscio.

7 minuti per riflettere.

Fatico, ultimamente, a recepire le notizie che giungono da là fuori.

Buon ascolto!

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Il tradimento nella coppia adulta: psicologia delle relazioni.

La condivisione odierna richiede un piccolo sforzo nel lettore. In passato ho parlato del tradimento nelle diverse fasce d’età del ciclo di vita soffermandomi, sull’adolescenza. Oggi vorrei proporre un’analisi del tradimento nella coppia adulta. E’ richiesto lo sforzo di uscire dal pregiudizio e dai cliché che accompagnano questo evento. E’ molto probabile che chi legge, sia stato vittima o complice di un tradimento eppure l’approccio portato qui in essere non è né di accusa né di giustificazione.

Il tradimento “infantile” quello fatto di sola carne travestita da passione è spesso un atto di vigliaccheria; ridurre l’altro a mero oggetto oppure ricercare l’atro/a per bisogno di attenzione o sentirsi attraenti e ancora capaci di saper conquistare è solo un modo per mancare le proprie responsabilità.

Che cosa accade -pertanto- quando si tradisce?

Seguendo una ottica sistemica il tradimento nella coppia non è mai un evento a sé, qualcosa che rompe l’antica armonia (anche se molti si ostinano a dire che andava tutto bene). Si tratta, infatti, del sintomo visibile di un movimento sismico che avveniva già da tempo, dentro l’individuo o nella trama invisibile della coppia.

Per chi si ritrova dall’altra parte, la scoperta del tradimento è un terremoto identitario. In termini clinici, parliamo di una vera e propria rottura della funzione contenitiva della relazione — ciò che Wilfred Bion descriveva come la capacità dell’altro di farci da contenitore emotivo, da porto sicuro.

Quando crolla la fiducia non perdiamo l’altro ma la nostra storia ,arrivando a mettere in dubbio quanto fino a quel momento c’era stato “ma allora cosa c’era di vero?”. Viene a mancare il presupposto fondamentale, quel patto d’amore implicito; è una ferita al senso di valore personale che richiede tempo, spazio e cura in uno spazio protetto per poter essere elaborato.

Seguendo, quindi, l’approccio sistemico gli individui non agiscono mai nel vuoto.

La coppia è un sistema che vive equilibri, sbilanciamenti e taciti accordi. Il tradimento diviene quindi un dispositivo di compensazione e il terzo che entra nella coppia non necessariamente è causa della crisi ma la risposta (sbagliata e disfunzionale, certo, ma pur sempre una risposta) a un blocco del sistema.

Vi sono quindi i non detti accumulati: l’amante diviene la valvola di sfogo per le tensioni che la coppia non riesce a nominare o raccontarsi.

La perdita di differenziazione: Murray Bowen ha mostrato come, quando la fusionalità soffoca l’individualità, la persona possa cercare all’esterno uno spazio in cui esistere come individuo distinto.

Il fantasma di chi eravamo: Come osserva spesso la terapeuta Esther Perel, molte persone che tradiscono non stanno cercando un’altra persona; stanno cercando una parte di sé che hanno perso lungo la strada. Cercano di ritrovare la vitalità, la desiderabilità o la spensieratezza che la routine e i ruoli familiari hanno finito per soffocare.

L’infedeltà presenta molteplici facce, dolorose in un unico modo, ma prismatiche.

Tradimento sintomatico: Emerge da un legame svuotato, dove da anni manca intimità reale o comunicazione sincera. E’ un grido di allarme inconsapevole e porta a galla una crisi che la coppia fingeva di non vedere.

Tradimento identitario: non nasce dalla mancanza di amore ma da una crisi personale o esistenziale del singolo. E’ una ricerca di rinascita individuale, un tentativo maldestro di riattivare il proprio senso di vita-

Tradimento d’uscita: agito quando una persona non trova il coraggio di chiudere un legame finito da tempo. Funziona da catalizzatore e costringe l’altro a prendere quella decisione che non si riusciva a verbalizzare.

Spesso quando in consultazione giungono coppie che hanno o stanno affrontando un tradimento, la domanda è se sarà possibile superare quel dolore.

Nella maggior parte dei casi se si arriva in terapia, vi sono delle risorse ancora possibili; ci si mette in discussione e in gioco e forse quell’antica passione non è davvero perduta.

Sicuramente nulla torna più come prima poiché lo scossone del sistema a questo serviva: a dire che le vecchie dinamiche erano stagnanti e non più funzionali/funzionanti.

Dalle macerie sono possibili due strade:

Una separazione consapevole: Riconoscere che la storia ha esaurito la sua funzione evolutiva. Attraversare il dolore senza arroccarsi nel ruolo di martire o di carnefice permette di dirsi addio con rispetto, salvando quello che di buono c’è stato.

Il “secondo matrimonio” con lo stesso partner: Le coppie che scelgono di restare insieme dopo un tradimento e affrontano un percorso profondo non “dimenticano”. Semplicemente scelgono di sposarsi una seconda volta con la stessa persona, ma su basi completamente nuove: un contratto implicito finalmente esplicitato, una comunicazione più nuda e una maggiore maturità emotiva.

Il tradimento resta una esperienza dolorosa ma, come dicevo, ha implicazioni diverse.

Può accadere di innamorarsi -davvero- di un altro/a specie se la coppia originaria aveva smesso di esistere da tempo. In quel caso, quindi, non parlerei di un vero e proprio tradimento quanto di un trampolino di lancio per il proprio sé rinato o rigenerato.

Molto differenza la fa anche l’età della coppia (adulta). Capita non di rado che in consultazione giungano coppie di sessantenni che si sono abbandonati a qualche scappatella: il motivo? Stress della quotidianità, burnout lavorativo, lutti genitoriali troppo dolorosi o la mancata accettazione delle trasformazioni che la vita reca con sé e l’accesso in una nuova fase del ciclo di vita più vicino alla senescenza.

Lontani dai pregiudizi è importante capire che il tradimento è un evento luttuoso che come tale merita la giusta cornice di riferimento e identificazione. Tradire non è mai uguale e non è necessariamente la fine di un amore o la sua giustificazione. Non esistono errori che definiscono per sempre una storia, ma passaggi che la trasformano.

Sta a noi decidere se fare di una maceria una prigione di rancore o la prima pietra di una nuova consapevolezza.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Quando la Pelle Parla: Il Prurito Psicosomatico.

Ti è mai capitato di avvertire un prurito insistente e, dopo una visita medica, sentirti dire che va tutto bene e che clinicamente non c’è nulla di rilevante?

Quando gli accertamenti escludono cause organiche, la risposta potrebbe risiedere nella complessa relazione tra la nostra mente e corpo portando ad una valutazione del prurito nella sua componente psicosomatica o psicogena.

Il prurito psicosomatico è un disturbo a tutti gli effetti e -soprattutto- è reale. Non è una sensazione “immaginaria” ma il complesso risultato dell’incrocio di componenti neurobiologiche e psicologiche.

Risultano implicati, infatti, trigger psicologici ovvero stress, ansia e emozioni represse che innescano una serie di risposte neurochimiche nel nostro organismo.

Vi è poi l’irritazione cutanea che rappresenta la parte visibile del disagio psichico o del vissuto emotivo che non trova via di uscita tramite la parola.

In ambito psicoanalitico, la pelle, non è vista semplicemente come un rivestimento biologico, ma come l’organo relazionale e psichico per eccellenza:

Per Freud l’IO è innanzitutto entità corporea, indicando con ciò che la prima percezione di noi stessi (come IO), comincia proprio dalle prime sensazioni derivate dal tocco della nostra pelle (e corpo).

Didier Anzieu , con l’Io Pelle, ha ampliato la teoria fornendo una concettualizzazione secondo cui la pelle funziona come un involucro psichico. L’Io-pelle ha la funzione di contenere i pensieri e le emozioni (come un contenitore) e di fare da barriera o filtro protettivo rispetto al mondo esterno. Quando la barriera emotiva vacilla, il corpo “trasuda” la tensione attraverso manifestazioni cutanee.

Donald Winnicott sostiene che le prime cure materne e il contatto pelle a pelle, pongano le basi per l’integrazione mente/corpo Un problema cutaneo in età adulta può richiamare inconsciamente una vulnerabilità nei propri confini personali e nel bisogno di contatto o protezione.

Ascoltare il proprio corpo è il primo passo per comprendere il messaggio che la mente sta cercando di inviare. Se ti riconosci in questa dinamica, oltre ai controlli medici di rito, può essere utile esplorare le fonti di stress e ansia attraverso un percorso di consapevolezza o supporto psicologico.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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La sensualità della mente: l’amicizia sincera in età adulta.

Succede magari mentre siamo in libreria, in palestra o ancora a quaranta e più anni, quando siamo impegnati in una sessione di master o corso di aggiornamento professionale, una persona.. qualcosa.. sopraggiunge al nostro sguardo.

Non si tratta di attrazione fisica, non c’è di mezzo il desiderio carnale dell’eros. Eppure è presente una forte vibrazione d’anima quella che va a connotare la sensualità mentale; una fame di ascolto e una sintonia immediata.

Si tende a pensare che le grandi amicizie siano qualcosa di relegato al mondo dell’infanzia o dell’adolescenza, come se da adulti il tempo da dedicare alla sintonizzazione affettiva lontana dal desiderio sensuale non possa più esistere. Ci raccontiamo -pertanto- che gli amici veri si collezionano da bambini oppure quando in adolescenza cerchiamo rifugio tra le macerie lasciate dai vari amori non corrisposti. Tuttavia la psicologia clinica e la neurobiologia evidenziano come l’amicizia sia spesso, in età adulta, non un ripiego ma una scelta d’elezione d’anima.

Quando parliamo di sensualità al di fuori del sesso, parliamo della capacità dei nostri sensi di godere dell’altro; ciò che in psicologia interpersonale è reso con sintonizzazione affettiva (affect attunement).

E’ il preciso momento in cui due mondi interni si riconoscono. Non c’è la fretta di incontrare l’altro per colmare un vuoto (cosa che accade spesso in adolescenza dove l’amico serve come specchio per la costruzione dell’identità), né la tensione orgasmica o progettuale della coppia romantica. È il piacere puro della mente dell’altro: la fascinazione per il suo modo di pensare; la sensazione che il nostro sistema nervoso si regoli al suo (co-regolazione emotiva); la bellezza di sentirsi compresi al primo colpo, senza bisogno di note a margine o di continue spiegazioni.

L’amicizia adulta è una necessità neurobiologica.

Da un punto di vista psicofisiologico, trovare un’amicizia profonda in età adulta attiva circuiti complessi. Se nell’adolescenza l’amicizia è guidata dalla ricerca di appartenenza al gruppo, da adulti l’amicizia intima stimola il rilascio di ossitocina ed endorfine legati al social bonding, riducendo i livelli di cortisolo e segnalando al nostro cervello primordiale: “Sei al sicuro, qui puoi giù la maschera”.

Se ci pensiamo bene, in età adulta siamo tendenzialmente individui formati e spesso stanchi di dover performare specifici ruoli: il genitore perfetto, il professionista inossidabile, il partner attento, premuroso e caldo. L’amico adulto che nasce da questa sintonizzazione “animica” diviene una base sicura (come direbbe Bowlby), totalmente elettiva. Un luogo dove l’IO può semplicemente essere -esistere- senza la pressione del dovere che spesso richiede l’attrazione carnale.

Se l’amicizia giovanile nasce spesso dalla prossimità (stessa classe, quartiere o madri che si conoscono già), l’amicizia adulta nasce per risonanza di significato.

Ci si incontra quando già si sa chi si è, quando alcune ferite hanno già lasciato le loro cicatrici (lutti, qualche fallimento professionale o personale). Riconoscere la mente di un altro adulto e provarne piacere – un piacere platonico ma sensuale, fatto di parole di intesa, risate e sguardi complici- è una delle forme più elevate di cura di sé.

Non smettiamo di aver bisogno di amici intimi solo perché siamo diventati grandi. Cambia solo il modo in cui ci riconosciamo: non più per somiglianza di superficie, ma per corrispondenza d’anima.

Quando parliamo di amicizia adulta, dobbiamo far riferimento anche alla capacità “maggiormente adulta” (si spera) di saper gestire l’amicizia per affinità di genere o cross gender.

L’amicizia tra donne: Si struttura spesso attorno a una sintonizzazione narrativa ed emotiva profonda. È uno spazio di co-regolazione verbale, dove la condivisione della vulnerabilità diventa l’ingrediente principale della relazione (è una forma che amo profondamente perché lontana dalle piccole invidie e gelosie adolescenziali. E’ una salda presenza femminile al proprio fianco).

L’amicizia tra uomini: Tradizionalmente legata al “fare insieme” (side-by-side), nell’età adulta sta vivendo un’evoluzione straordinaria. Sempre più uomini cercano relazioni che vadano oltre la pura condivisione di attività, desiderando spazi di ascolto e validazione emotiva slegati dalla performance o dalla competizione (mi è spesso raccontata dai pazienti. Si tratta di un nuovo modo di concepire la mascolinità non più come spazio tossico ma come momento per lasciarsi andare anche alle proprie fragilità, sicuri di non veder minata la tanto decantata mascolinità “performante”).

L’amicizia cross gender, uomo/donna (la più discussa): È forse qui che la “sensualità mentale” raggiunge la sua forma più pura e fraintesa. La cultura dominante tende ancora a sessualizzare qualsiasi legame intimo tra persone di sesso diverso. In realtà, la psicologia delle relazioni ci mostra come un’amicizia platonica tra uomo e donna in età adulta rappresenti una risorsa preziosissima: un’occasione per esplorare l’altro da sé senza le proiezioni, le aspettative o le dinamiche di potere tipiche della coppia romantica. È la dimostrazione che ci si può “innamorare” della testa di qualcuno, desiderare la sua presenza e la sua mente, lasciando il corpo interamente al sicuro e fuori dal gioco.

Nella maggior parte dei casi, quando si è un adulto poco strutturato, ipersensibile alle critiche con un IO non ancora ben integrato si tende, all’interno della coppia, a considerare la presenza dell’altro come una minaccia al proprio spazio. Se una coppia è solida ed emotivamente salda non vi è motivo alcuno per considerare l’amico/a come una minaccia alla tenuta della propria coppia (salvo aver costruito tale coppia su fondamenta già vacillanti).

L’amicizia è sacra e quando è sincera non porta con sé la minima sfumatura di interesse carnale. Ho a cuore te e la tua anima, la tua mente, senza che mi interessi toccare il tuo corpo.

Voi cosa mi dite a riguardo?

Ditemi tutto nei commenti!

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
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Dimmi come fai le vacanze e ti dirò chi sei. Psicologia del Viaggiatore.

Aspettiamo le vacanze per quasi 11 mesi all’anno, trasformando l’attesa in un vero e proprio secondo lavoro. Sogniamo mari cristallini, vette incontaminate, libri letti all’ombra o giornate intere senza sveglia. Ma quando finalmente stacchiamo la spina… siamo davvero capaci di rallentare?

La risposta breve è: quasi mai!

Ognuno di noi, una volta chiusa la valigia, attiva meccanismi di sopravvivenza (o di autodistruzione) del tutto personali.

Recentemente, il Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Puglia ha sollevato un tema fondamentale: l‘importanza di imparare a rallentare.

Tuttavia, quando arrivano le tanto agognate ferie estive, mettere in pausa la mente si rivela spesso più complesso del previsto. Il modo in cui scegliamo di trascorrere il nostro tempo libero, la meta che prediligiamo e il tipo di compagnia con cui decidiamo di viaggiare dicono di noi molto più di quanto immaginiamo.

La vacanza diventa infatti uno specchio dei nostri bisogni emotivi, delle nostre ansie e delle nostre strategie di autoregolazione.

Nel nostro ultimo episodio di “In Viaggio con la Psicologia” e “Cazzeggiamente” analizziamo insieme i diversi pattern comportamentali tipici del periodo estivo (festivo).

Dall’ansia da prestazione trasferita sulle ferie alla de-eccitazione del sistema nervoso;

Dalle dinamiche di iper-responsabilizzazione nei gruppi alla tolleranza della solitudine.

Un’occasione per riflettere sul proprio stile di riposo e capire se la pausa estiva stia svolgendo la sua vera funzione rigenerativa.

In che “tipo psicologico” vi rivedete?

Parliamone..

Buon Ascolto!

In Viaggio con la Psicologia – Spreaker

CazzeggiaMente – Spotify
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Mi sono sottoposta ad un esperimento (e il risultato è stato agghiacciante).

Qualche settimana fa ho pubblicato un podcast che analizzava i reality show. L’obiettivo era cercare di nobilitare un contenuto che non condivido e di cui non sono fruitrice, provando a rintracciare al suo interno dei meccanismi psicologici.

Una sera ho deciso pertanto di sottopormi a questo esperimento (o autopunizione, a dir si voglia): guardare almeno 30 minuti di un reality show (sì.. proprio quello con le coppie sulla spiaggia).

Parto subito con uno spoiler: dopo 30 minuti avevo la nebbia mentale, uno stato di ansia e.. non ho dormito.

Ma procediamo con ordine.

Comunemente si pensa che visionare contenuti in cui due o più persone litigano a favore di telecamera oppure si lanciano in sfavillanti effusioni, sia intrattenimento innocuo. Ma il nostro sistema nervoso neurovegetativo, la pensa diversamente.

Attraverso l’attivazione dei neuroni specchio, il cervello processa il conflitto, la tensione drammatica e la rabbia altrui come una minaccia sociale reale. Il risultato? L’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene (HPA) entra in azione, rilasciando cortisolo e adrenalina. Ti sei coricato pensando di fare “decompressione”, ma ti sei appena iniettato un cocktail biochimico da combattimento.

Ma dove nasce il desiderio di sottopormi a tale procedura? Si tratta di qualcosa nato dalla curiosità empatica nel comprendere i miei pazienti. La maggior parte delle persone che giunge in consultazione ha seri problemi con il sonno e -nella maggioranza dei casi- è anche un fruitore di tv trash.

Ho deciso pertanto di indagare se vi potesse essere una sorta di correlazione tra la visione di tali contenuti e la deprivazione di sonno.

LA MIA ESPERIENZA CON IL REALITY SHOW.

“Love the way you lie” recita la canzone di Eminem & Rihanna. Fin dai primissimi minuti della scena il mio stato emotivo è andato in una sorta di stato di allerta. Ho faticato a comprendere l’eloquio delle persone a causa della scarsità del contenuto profondo (dovendo parlare di sentimenti, l’esplorazione intra e interpsichica delle dinamiche relazionali e di coppia era assolutamente assente).

Compreso il quadro della situazione (tradimenti ad libitum), ho trovato ironiche le motivazioni portate in essere poi.. l’illuminazione. La mia mente è andata in una sorta di autoprotezione impedendomi di riflettere e dopo qualche minuto si è annebbiata.

Ho compreso che il reality aveva come nucleo centrale l’assenza della riflessione; l’assenza di contenuto e un bias epistemologico alla fonte, notevole: ma davvero una coppia per testare la sua solidità e il suo amore deve andare su un’isola dove dopo nemmeno 24 ore, magari finisce a letto con un tizio/a mai visto?

L’appiattimento emotivo e affettivo mi ha creato agitazione così dopo mezz’ora di sofferenza ho spento la televisione.

Il problema è nato durante la notte, momento in cui il mio cervello è rimasto in una sorta di attivazione fisiologica che non sono riuscita a placare.

La letteratura scientifica sul sonno parla chiaro: per addormentarsi non serve solo essere stanchi, serve la disattivazione cognitiva (cognitive detachment). Uno studio di Excelmans & Van den Bulck (2017) ha dimostrato che i contenuti mediatici ad alta tensione non posticipano solo il sonno, ma innescano un iperarousal cognitivo pre-sonno. La trama frammentata, i cliffhanger continui e le dinamiche tossiche mantengono il cervello in uno stato di iper-vigilanza. Sei a letto, ma la tua mente è ancora bloccata al “falò di confronto”.

I reality show moderni applicano montaggi iper-veloci (stacchi di camera ogni 2 secondi, musica a frequenze ansiogene, sbalzi di volume) progettati per catturare la dopamina ed evitare che tu cambi canale. Questo bombardamento porta a una vera e propria saturazione della corteccia prefrontale. Se a questo unisci la soppressione della melatonina causata dalla luce blu dello schermo, il tuo sonno perde le sue fasi più profonde (NREM profondo e REM). Ti svegli non riposato, ma in pieno stato di Digital Fatigue e annebbiamento cognitivo.

Questo è il motivo per cui quando faccio la raccolta anamnestica e la persona mi dice di avere problemi con il sonno, chiedo sempre (oltre alla sua routine) cosa fa online e cosa guarda, questo perché non di rado, i pazienti, usano il contenuto “leggero” o “trash” come anestetico per la propria ansia serale, senza rendersi conto che stanno gettando benzina sul fuoco dell’iperarousal emotivo.

Se soffri d’ansia o di disturbi del sonno, la tua routine serale ha bisogno di “disintossicazione drammatica”. Il tuo cervello dopo una giornata faticosa non ha bisogno di assistere ai drammi di coppia di sconosciuti iper-emotivi.

Quale potrebbe essere una routine serale sana?

  1. Spegnere almeno 90 minuti prima di andare a letto, i vari falò di confronto e/o tutti quei contenuti iper-eccitanti.
  2. Sostituisci la drammaturgia iper-stimolante con contenuti a basso impatto emotivo o lettura analogica.
  3. Ricorda che il trash in TV rilassa gli occhi, ma manda in cortocircuito i tuoi neurotrasmettitori.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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Quando il caldo fa impazzire: neurobiologia e rischi delle estati estreme. PODCAST

🔥🧠 Cosa succede davvero al nostro cervello quando il termometro supera i limiti?

In estate siamo abituati ai soliti consigli: “Bevete molta acqua, non uscite nelle ore calde”. Ma quello di cui non si parla quasi mai è il reale impatto delle ondate di calore sulla nostra salute mentale.
Nel nuovo episodio del podcast andiamo oltre i cliché estivi per analizzare i dati epidemiologici e i meccanismi neurobiologici che collegano il caldo estremo agli accessi in Pronto Soccorso per psicosi, crisi maniacali e deliri.

📊 In questo episodio affrontiamo:
 • I dati dei Pronto Soccorso: perché durante le ondate di calore gli accessi per scompensi psichiatrici e disturbi dell’umore aumentano fino al 30-40%.
• La neurobiologia del caldo: come il “termostato” dell’ipotalamo va in sovraccarico alterando dopamina, serotonina e cortisolo.
• Il ruolo del sonno e degli psicofarmaci: il rischio delle notti tropicali, la disidratazione e l’interazione termica con litio, antipsicotici e antidepressivi.
• Anosognosia e isolamento: perché chi soffre di patologie gravi non percepisce il pericolo del caldo e come l’isolamento sociale ne amplifica i rischi.

La prevenzione estiva non è solo bere un bicchiere d’acqua in più, ma risiede in una parola chiave: CURA. Avere cura di se stessi e di chi ci sta vicino, imparando ad ascoltare i bisogni psicofisici e a intercettare tempestivamente i primi segnali di malessere prima che diventino patologia conclamata.

Sono curiosa! Mi fate sapere come state? Come state affrontando il caldo.. avete modificato qualcosa nel vostro comportamento? DITEMI TUTTO CON UN COMMENTO!

🎙️ Ascolta ora l’episodio completo!
#SaluteMentale #Psicologia #Psichiatria #PodcastPsicologia #Neuroscienze #CaldoEstivo #Prevenzione #DivulgazioneScientifica

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
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Mediatrice clinica scuola-famiglia
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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L’arte di abitare il dubbio. Riscoprire la complessità in un mondo di risposte veloci, comode e banali.

“The fundamental cause of the trouble is that in the modern world the stupid are cocksure while the intelligent are full of doubt.”

Bertrand Russell

Nel 1999, i ricercatori David Dunning e Justin Kruger dimostrarono che meno conosciamo un argomento, più tendiamo a sovrastimare la nostra competenza. È il cosiddetto “monte della stupidità”: all’inizio di qualsiasi percorso di apprendimento, basta afferrare un paio di concetti per avere l’illusione di padroneggiare la materia. (L’Effetto Dunning – Kruger)

Al contrario, chi approfondisce davvero ha la sensazione di non saperne abbastanza perché comprende quante variabili esistono, quanti punti di vista differiscono e quanto poco si possa dare per scontato.

Potremmo riassumere dicendo che una mente lineare e concreta cerca la certezza assoluta; il pensiero non lineare impara ad abitare il dubbio.

La tendenza oggi, per chi abita i luoghi dei social, è quella di vedere in giro tantissime persone esperte di tutto, come fossero incastrati in una sorta di “trappola della certezza”, di cui non sembrano essere del tutto consapevoli.

Inoltre basta aprire un social network o guardare un talk show serale per accorgersi di un’aspetto molto rilevante e direi.. preoccupante; nella comunicazione, nella dialettica e nell’informazione, le sfumature sono scomparse. Dalla geopolitica alla virologia, dalla politica interna ai fatti di cronaca nera, l’opinione pubblica sembra sempre divisa in tifoserie incrollabili.

Nessuno dice più “non lo so”, “devo studiare la questione” o “è complesso”.

Anni, decenni di studio e progresso scientifico, tecnologico, filosofico, psicologico, sociologico per comprendere la complessità del mondo e dell’umano e poi pochi anni per demolire tutto e tornare ad un fervente, ossessivo e preoccupante pensiero dogmatico.

Purtroppo i media moderni, la politica e i social hanno trasformato il dubbio in un “difetto”.

Quindi le persone ricorrono a distorsioni cognitive per “proteggersi da dubbio” che in psicologia conosciamo bene: l’Effetto Dunning-Kruger (come descritto in precedenza) e il bias di conferma (la tendenza a cercare solo ciò che avvalora le nostre tesi). Ma cosa succede quando questi meccanismi umani incontrano gli algoritmi e la politica moderna?

Succede che la certezza granitica diventa una moneta di scambio, molto fruttuosa e conveniente per chi sviluppa contenuti social, di cronaca, informativi, politici, perché:

  • Genera attenzione: Un titolo o un post sferzante e bianco-o-nero riceve il doppio delle interazioni rispetto a un’analisi articolata.
  • Crea identità di gruppo: La politica e la cronaca vengono usate come “curve dello stadio”. Avere dubbi significa essere “traditori” della propria fazione.
  • Premia la risposta rapida sulla risposta corretta: La fretta di esprimere un’opinione prima ancora di aver letto i dati cancella il tempo della riflessione.

Concludendo, chi analizza i problemi con rigore sa che le vicende umane — geopolitiche, sociali o psicologiche — non si prestano a risposte da slogan.

Chi studia davvero, capisce quante variabili esistono e quanto sia facile sbagliare giudizio. Ma mentre gli esperti esitano ed esaminano i fatti, i “tuttologi” invadono la scena occupando ogni spazio informativo.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Malati di profumo: viaggio nella memoria olfattiva. PODCAST

Per quale motivo il profumo della salsedine o della crema solare riesce a riportarci istantaneamente indietro nel tempo, rievocando sensazioni che credevamo dimenticate?
E perché gli odori sono legati a doppio filo alle nostre emozioni più profonde?
In questa puntata estiva facciamo un viaggio affascinante tra psicologia e neuroscienze, esplorando la cosiddetta Sindrome Proustiana e il nostro rapporto con le fragranze della vita quotidiana. Ma non ci fermiamo alla parte evocativa: esploreremo la fisiologia dell’olfatto e il suo “cablaggio” unico nel nostro cervello.
Dal bulbo olfattivo all’amigdala e all’ippocampo, scopriremo perché l’olfatto è l’unico senso ad avere un accesso diretto e preferenziale al nostro sistema limbico, senza passare dal “filtro” del talamo.
In questa puntata parliamo di:
• La memoria autobiografica e gli odori delle città
• L’iper-profumazione moderna e la desensibilizzazione olfattiva 
• Anatomia e fisiologia della via olfattiva
• Perché un profumo attiva le emozioni prima della ragione.
Bonus con un piccolo esercizio da fare insieme! Non ti resta che prendere le cuffie, metterti comodo e viaggiare con me sull’aere di In Viaggio Con La Psicologia!

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Mediatrice clinica scuola-famiglia
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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L’incertezza è la chiave della consapevolezza: i benefici dell’agire.

Quante volte ci siamo trovati bloccati di fronte a una decisione importante, in attesa di quel “momento di illuminazione” che ci dicesse con certezza assoluta quale strada intraprendere? È un’esperienza comune: crediamo che per agire serva prima di tutto capire ogni cosa, nei minimi dettagli.

Tuttavia il filosofo e cibernetico Heinz von Foerster ha ribaltato questa prospettiva

“Se desideri vedere, impara ad agire”

In un mondo che ci spinge continuamente ad analizzare, pianificare ed evitare qualsiasi margine di errore, la psicologia ci ricorda una verità fondamentale: la chiarezza non precede l’azione, la segue.

Nel linguaggio comune lo chiamiamo overthinking, ovvero la tendenza a ricanalizzare continuamente gli stessi pensieri, scenari e ipotetici fallimenti. Dal punto di vista cognitivo, quando proviamo ansia di fronte a un cambiamento, il nostro cervello cerca di proteggerci accumulando informazioni.

Siamo infatti convinti che continuando a pensare (e pensarci su), arrivi la soluzione e spesso, proprio il pensiero in attesa della soluzione, si fa sintomo più del sintomo stesso (il cosa nel e del pensiero).

In tal modo il malessere è dietro l’angolo, portando la persona a sperimentare:

  • Aumento dell’ansia: Più valutiamo opzioni astratte, più il cervello percepisce il rischio.
  • Perdita di contatto con la realtà: I pensieri diventano un circuito chiuso che si autoalimenta, staccato dai dati reali della situazione.
  • Sensazione di blocco: Più tempo passiamo nell’inattività, più l’azione futura ci sembra un ostacolo insormontabile.

Restare fermi a pensare non fa svanire la nebbia ma spesso, la alimenta.

La psicologia costruttivista evidenzia come la nostra percezione del mondo non sia una semplice ripresa passiva della realtà, ma una costruzione attiva. Noi non siamo spettatori che osservano la vita da un palco: siamo immersi nella scena.

Quando Von Foerster dice “impara ad agire per poter vedere”, sottointende due meccanismi psicologici profondi:

  • Il cambio di prospettiva geografica ed emotiva: Quando fai un passo — anche minimo — la tua posizione nel mondo cambia. Da quella nuova posizione vedi cose che prima erano letteralmente nascoste dalla tua vista originale.
  • Il feedback dell’esperienza: L’azione genera una risposta dall’ambiente. È solo ricevendo questo feedback concreto che il nostro sistema nervoso e la nostra mente possono integrare nuove informazioni reali, sostituendole alle mere supposizioni.

Come passare dalla teoria alla pratica: il micro-passo.

Accettare che l’azione debba precedere la piena comprensione può far paura. Non significa agire in modo sconsiderato, ma applicare la strategia dei micro-passi:

  • Riduci la portata dell’azione: Se devi cambiare carriera, non serve licenziarti domani. L’azione per “vedere” può essere fare una chiamata a chi svolge già quel lavoro o frequentare un corso introduttivo; documentarsi attivamente (magari recati nel posto stesso e valuta i feedback del tuo corpo in relazione a quello che forse sarà il nuovo ambiente che frequenterai).
  • Tratta l’azione come un esperimento: Togli il peso del “deve andare bene”. Considera l’azione come un test scientifico per raccogliere dati: “Faccio questa cosa per vedere cosa succede e come mi sento, non per risolvere tutta la mia vita oggi”.
  • Osserva le tue emozioni dopo aver agito: Spesso ci accorgiamo che la paura dell’azione era molto più grande dell’azione stessa.

Aspettare di avere il controllo totale prima di muoversi è un’illusione che ci tiene bloccati nella zona di comfort. La consapevolezza di sé e del mondo non si acquisisce nelle proprie stanze mentali, ma sul campo.

Se ti trovi in un momento di stallo, smetti di chiedere alla tua mente di darti risposte che può trovare solo il corpo in movimento. Fai un piccolo gesto oggi, osserva cosa succede e usa quel nuovo punto di vista per decidere il passo successivo.

Qual è quel piccolo passo che stai rimandando in attesa di “avere le idee più chiare”?

L’incertezza è lì per consentirti di evolvere!

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Mediatrice clinica scuola-famiglia
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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“L’Effetto Sperimentatore” in TV: chi sta davvero guidando il gioco? PODCAST

Tutti diciamo “io al posto loro non lo farei mai”, eppure la psicologia sociale ci dimostra il contrario.

In questa puntata analizziamo l’Effetto Sperimentatore, il sovraccarico cognitivo e l’effetto Hawthorne per capire cosa succede davvero nella mente di chi entra in un reality.

Dalla metodologia scientifica al confessionale del Grande Fratello: scopri come l’osservatore cambia per sempre l’osservato.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Mediatrice clinica scuola-famiglia
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Dietro la violenza, il vuoto: la ragazza che urlava per avere un limite (il paradosso della devianza giovanile).

ßS

Ci sono pomeriggi in cui l’aria nella stanza dei colloqui si fa molto densa; i muri laterali sembrano rimpicciolirsi fino ad implodere sulla loro stessa struttura e la scrivania che delimita le due sedie diviene un piccolo confine che traccia un campo minato dove è facile saltare in aria senza nemmeno rendersene conto.

Maya (nome di fantasia) è giunta in consultorio così: camminando sulle gambe tatuate di nascosto in maniera spavalda e al contempo titubante. Sedici anni, lo sguardo fisso e una rabbia vibrante come coda di serpente pronta ad attaccare alla prima battuta.

Precedono, l’ingresso di Maya, numerosi verbali scolastici e le parole taglienti della famiglia: violenta, deviante, ingestibile. Maya incarna la ragazza di cui sentiamo spesso parlare al telegiornale o nelle rinomate tribune televisive pomeridiane, aggressiva e violenta pronta ad agire “l’atto” su di sé o sull’altro. Nonostante i sedici anni, si mostra molto più grande di quel che è; il suo corpo parla e racconta di una bambina perduta (forse mai esistita) e di una giovanissima ragazza che fatica a muoversi in un mondo decritto come cattivo e privo di spunti per vivere.

Ragazze come Maya vivono la presenza di uno stigma molto forte. Ho visto i visi dei vari assistenti o volontari del centro al suo passaggio e nessuno ha avuto occhi gentili a riguardo.

Quando la giovane si è seduta di fronte a me ho avuto un sussulto forte e deciso, ho percepito la eco dolorosa di chi ha smesso anche di chiedere perché è stanca di non ottenere risposte e la sintonia è stata immediata, fondamentale, viscerale e necessaria.

“Non sono una che parla molto” e nel frattempo Maya mi racconta dettagliatamente tutta la sua storia.

“Io sono .. faccio questo perché.. “

La cosa interessante che emerge è il bisogno evacuativo forte, pregnante, che Maya porta. Ammette subito quelle che dovrebbero essere le sue “colpe”, si dichiara violenta, arrabbiata e aggressiva, mi descrive dettagliatamente come pratica cutting, cosa non prova (quando lo fa) e cosa vorrebbe provare (motivo per cui lo fa).

Le paure sono intense e il corpo descrive la geografia di un disagio che i genitori continuano ad eludere (tenere fuori dalla coscienza) marchiando, come una moderna lettera scarlatta la figlia cattiva (come da iniziale fase del romanzo, in attesa della trasformazione).

La violenza adolescenziale è un acting- out un agito disperato che avviene in luogo della parola. Un dolore o un disagio molto forte che non riescono ad essere mentalizzati, compresi, sminuzzati; quei dolori che sono forti -fortissimi- hanno bisogno di essere cacciati via da me (dalla mia mente) attraverso il mio corpo (che sia picchiando, agendo la violenza fuori da me) o su di me per sentire che esisto, che ci sono , che il mio corpo è reale e dotato di un senso.

Maya mi descrive la sua paura della morte e la convinzione che proprio per paura di morire precocemente, ha bisogno di vivere a mille creando -in tal modo- il paradosso di esporsi proprio a una morte precoce. Corre a mille col motorino, si ferma su strapiombi mezzo secondo prima di cadere giù, frequenta spacciatori o persone appena uscite dal carcere.

La famiglia conosce la quasi totalità dei comportamenti della figlia e questo è un altro paradosso.

Maya non è nascosta, non vive da bad girl silenziosamente ma getta in faccia ai genitori, ogni giorno, la loro inadeguatezza comportandosi in quel modo.

I genitori della ragazza tuttavia, hanno rinunciato (dichiarandolo apertamente), al proprio ruolo educativo. Non parliamo di una famiglia del popolo; parliamo di una normalissima famiglia che potrebbe tranquillamente essere la nostra.

Il temperamento della giovane è sempre stato presente. Già a 4 anni sfidava profondamente l’autorità genitoriale in risposta ai tremendi litigi cui ha sempre assistito.

Maya mi racconta infatti di un ambiente familiare altamente oppositivo-provocatorio dove le urla tra i genitori sono sempre stati la sveglia di mattina e la buonanotte della sera.

Un paio di anni fa, quando la ragazza aveva 14 anni i genitori hanno alzato bandiera bianca dicendole che visto che i divieti non servivano, lei avrebbe potuto continuare a vivere la sua vita come meglio credeva.

Maya piange e mi dice di aver disperatamente bisogno che qualcuno le dica di no ma che le spieghi il perché di quel no. La sua intelligenza è disarmante e dietro tutte quelle ciglia finte, parrucche varie e kg di make-up emerge una pelle psichica ricettiva.

“Ho bisogno che mi venga detto che quella cosa non va fatta, ma voglio sapere perché. Voglio capire cosa c’è di sbagliato in quello che faccio”

La richiesta di Maya, nella sua disarmante lucidità, smaschera il grande inganno dato dall’idea che l’assenza di divieti sia una forma di rispetto per l’autonomia dei figli. Per Maya (e per tutti gli adolescenti che le somigliano) quel “fai come vuoi”, quella bandiera bianca alzata precocemente dai genitori a quattordici anni, non è un gesto di libertà. È il trauma dell’abbandono educativo. Un “no” non spiegato, o peggio ancora un “no” mai pronunciato per paura del conflitto, è un muro di gomma che dice al ragazzo: non vali abbastanza da meritare la mia fatica.

Perché spiegare un divieto è faticoso. Richiede tempo, richiede di sostare dentro la tempesta emotiva dell’adolescente senza farsi distruggere, richiede di essere quegli adulti “solidi e integrati” di cui questi ragazzi hanno disperatamente bisogno per non sentirsi onnipotenti e, di conseguenza, terrorizzati dai propri stessi impulsi. Se il genitore abdica, se si spaventa e si ritrae, il ragazzo alzerà la posta in gioco. Correrà più veloce in motorino, cercherà lo strapiombo, taglierà la propria pelle per sentire che quel confine esiste, che quel corpo è reale.

La storia di Maya ci ricorda che la devianza e la violenza giovanile non sono quasi mai un punto d’arrivo, ma un disperato e paradossale tentativo di costringere l’adulto a fare l’adulto. Ci chiedono di non fermarci alla superficie delle ciglia finte, dei chili di make-up o dei verbali scolastici. Dietro la lettera scarlatta che la società appiccica addosso a questi ragazzi, c’è una pelle psichica sensibilissima che aspetta solo di incontrare uno sguardo che non si volti dall’altra parte. Un adulto capace di dire: “Ti fermo perché ti vedo per quello che sei. Ti fermo perché ti spiego “il perché”: perché tu per me esisti”. Un “no” alla volta, è da qui che si ricomincia a tessere il senso di una vita.

Tu esisti e io resisto.

Un passo alla volta.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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Dall’innamoramento alla formazione della coppia

“… La fusionalità è patologica laddove esprime non l’armonia comunicativa e reciprocamente fertile di due mondi interni, ma piuttosto la netta esplicitazione di una concreta necessità di uso dell’altro”

[Neri et all 1990]

La scelta del partner è un processo abbastanza logico, anche se non ce ne accorgiamo. Ha a che fare (nel senso che ha una connessione fortissima), con la nostra storia individuale e con quella familiare.

Il partner può essere scelto per somiglianza (scelta complementare) o per differenza (scelta per contrasto) con il genitore (in genere quello di sesso opposto).

Quando si fa una scelta complementare, si applica uno spostamento del primo oggetto d’amore (la madre o il padre) sul proprio partner. Verrà scelto un partner che assomiglierà a uno dei propri genitori.

Di contro, quando si fa una scelta per contrasto si assiste ad un investimento, sul proprio partner, di aspettative in apparente contrasto ai modelli genitoriali.

L‘innamoramento è il processo che genera la coppia ed è caratterizzato prevalentemente da una forte idealizzazione di sé e dell’altro. In questo processo, la sessualità, facilità il processo di intimità e la sensazione di fusionalità con il partner.

Il processo di innamoramento è fondamentalmente una fase “illusoria”, dove emergono aspetti legati al romanticismo adolescenziale. Prelude poi a quella fase più matura dell’amore dove si affrontano insieme aspetti più realistici di sé e dell’altro.

Photo by Nandhu Kumar on Pexels.com

L’innamoramento è quella fase in cui i due partner propongono inconsapevolmente all’altro, un immagine ideale di sé. Il partner sarà attratto da questa immagine nella misura in cui essa possa corrispondere alla soluzione di bisogni antichi profondi.

“Ci innamoriamo sempre dell’immagine che l’altro ci rimanda a noi, e dell’immagine che a lui rimandiamo. Da questo incrocio e scambio reciproco di immagini scaturisce quella che chiamiamo relazione.”

Cancrini e Harrison

Le differenze tra i partner (comportamentali, temperamentali, di sensibilità), non vengono percepite come tali, ma diventano desiderabili e il partner diventa l’unico capace di soddisfare le proprie esigenze e aspettative.

Ciò che accade in questa prima fase è molto simile a una sottoscrizione implicita di un “primo contratto” tra i partner. La caratteristica di questo contratto è che c’è una parte più evidente la punta esterna emersa (consideratelo come se fosse un iceberg) in cui vi sono tutta quella serie di “norme” esplicite, e accordi consapevoli, le norme sociali e gli impulsi sessuali e affettivi. L’altra parte del contratto, la parte sommersa, è quella di natura più legata alle emozioni, all’affetto, alle attese e alle aspettative nei confronti dell’altro. Una serie di intese relative ai sentimenti, all’intimità, all’appagamento dei propri bisogni e aspettative, coerenti alla propria immagine di sé e funzionali ad appagare i propri bisogni primari insoddisfatti.

Il “primo contratto“, in particolare la parte sommersa, è quindi basato su una serie di illusioni, legate alle forti aspettative sull’altro, all’iper idealizzazione di se stessi e del partner e infine del rapporto che sta nascendo.

L’idea sommersa è che “io posso colmare il suo vuoto; io posso essere il centro del suo mondo” e viceversa. “Ognuno considera l’altro come parte esternalizzata di sé così da comunicare, controllare parti rimosse e, nello stesso tempo, consentirgliene lo sviluppo”.*

Questo meccanismo permette di riconoscersi nell’altro, attribuirsi sentimenti condivisi, conoscere se stesso e se stesso nell’altro, nell’immagine che l’altro rimanda. “Questo attribuirsi a vicenda sentimenti condivisi inconsciamente costituisce l’essenza del processo simbiotico o collusivo”.*

La passione e il forte sentimento amoroso e di attaccamento reciproco diventeranno poi i collanti di una relazione stabile e matura che permetterà alla coppia di superare ed elaborare momenti e periodi difficili e complicati.

Quindi la coppia sana nel tempo rinegozierà questo contratto iniziale dal punto di vista personale, delle regole, dell’immagine di sé dei bisogni profondi della sfera emotivo affettiva.

“Perché il rapporto di coppia evolva e si consolidi nel tempo è necessario arrivare ad accettare l’altro nella sua realtà, ovvero il partner non può essere visto esclusivamente come il salvatore, ma come un individuo con delle caratteristiche e delle esigenze proprie (secondo contratto funzionale).

[Malagoli Togliatti, Angrisani e Barone 2000]

Se invece nella fase illusoria primaria diventano prevalenti i meccanismi proiettivi, quell’illusione esasperata di voler soddisfare, salvare l’altro può costituire un nucleo problematico per la coppia.

Ci sono coppie che non riescono a formalizzare e riformulare il primo contratto. Queste coppie non riescono a superare le crisi e tendono a cristallizzarsi ed a irrigidirsi rifugiandosi sulle premesse del primo contratto.

Sono coppie che rivendicheranno le premesse del primo contratto e tenderanno a voler un cambiamento del partner, rinfacciando patti non mantenuti e ignorando totalmente la parte sommersa del primo contratto. Di cui probabilmente non vi è stata mai consapevolezza.

Ed è questo il nodo principale. La mancanza di consapevolezza di quella parte sommersa del contratto e la prevalenza dell’illusione degenera in conflitti ed escalation simmetriche alimentate dalla delusione.

Le premesse del primo contratto sono la chiave del cambiamento e della rinegoziazione di quelle stesse premesse. Se possono essere modificate allora la coppia supererà la crisi e si passerà dall’illusione alla disillusione.

“La disillusione consente di riconoscere, accettare, e ascoltare l’altro anche come individua diverso da sé.“*

Questa capacità della coppia di arrivare alla fase della disillusione è direttamente collegata alle esperienze personali dei partner, dalla qualità dei loro vissuti infantili, familiari e relazionali. In particolare la modalità in cui è avvenuto o no, lo svincolo dalla famiglia d’origine.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

  • In corsivo i riferimenti al libro “Le tappe del ciclo di vita delle famiglie” [cap. La formazione della coppia] – Marisa Malagoli Togliatti, Anna Lubrano Lavadera.

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Perché smettere di spiegarsi a chi non vuole capire fa bene alla salute mentale.

L’epoca contemporanea è attraversata da sfumature più o meno marcate (se non proprio dal franco) Disturbo Narcisistico di Personalità. Si indica con ciò quel quadro clinico caratterizzato da grandiosità (senso grandioso di sé), bisogno costante di ammirazione e totale mancanza di empatia. Secondo infatti il DSM-5-TR, i principali tratti distintivi del disturbo includono proprio:

  1. senso grandioso di sé
  2. mancanza di empatia
  3. bisogno di ammirazione
  4. senso di diritto (pretesa che tutto sia dovuto)
  5. sfruttamento interpersonale (servirsi delle persone per i propri scopi)
  6. invidia e arroganza

Capire, pertanto, quando è importante tracciare un confine tra sé e l’altro senza sembrare pieni di sé, al fine di proteggere il proprio involucro psichico può risultare complesso.

L’apparato psichico funziona per quantità e non qualità nel senso che ha un funzionamento energetico secondo cui per funzionare “banalmente”, si stanca. Tenere in piedi un sintomo -stanca- interagire con e nel mondo: stanca.

Molto probabilmente sarà capitato anche a chi legge, di dover utilizzare fiumi di parole, energia e tempo per farsi capire da qualcuno ottenendo, spesso, come contro-risposta l’utilizzo malevolo di quanto si intendeva dire giungendo al noto fraintendimento.

Viviamo in un mondo in cui costantemente vorremmo essere accettati e approvati, validati: perché?

Quando il bisogno di spiegarsi diviene una trappola.

Da un punto di vista psicologico, la tendenza a giustificarsi continuamente affonda le sue radici nel bisogno di approvazione sociale. Vogliamo che gli altri abbiano una buona immagine di noi e temiamo il rifiuto o il conflitto. Di conseguenza, quando subiamo un fraintendimento, scatta un meccanismo di difesa automatico: cerchiamo di spiegare le nostre intenzioni, convinti che se solo l’altro capisse i nostri motivi, allora tutto si risolverebbe.

Tuttavia, c’è una netta differenza tra la comunicazione costruttiva e la giustificazione ansiosa:

  1. La comunicazione costruttiva avviene quando entrambe le parti sono aperte all’ascolto e pronte a comprendere il punto di vista dell’altro.
  2. La giustificazione ansiosa è un tentativo unilaterale di “correggere” la percezione dell’altro, spesso di fronte a un interlocutore che ha già deciso di vederci sotto una luce negativa o distorta.

Nelle relazioni autentiche, quelle basate sull’empatia e sulla sintonizzazione emotiva, la comprensione è fluida. Chi ti conosce sul serio conosce la tua essenza, i tuoi valori e le tue intenzioni profonde. Anche di fronte a un errore o a una parola detta male, queste persone non salteranno subito a conclusioni affrettate.

Al contrario, chi tende a fraintenderti costantemente spesso lo fa attraverso il filtro dei propri vissuti personali, delle proprie insicurezze o, talvolta, di veri e propri pregiudizi. In questi casi, nessuna spiegazione sarà mai abbastanza chiara.

Smettere di rincorrere chi non vuole capirti non è un atto di superbia (o narcisistico), ma di auto-conservazione emotiva. Quali i benefici?

  1. Risparmio energetico: Cercare di cambiare l’opinione di chi è prevenuto richiede una quantità di energia mentale enorme, che viene sottratta alle cose che ti fanno stare bene.
  2. Aumento dell’autostima: Quando smetti di cercare la validazione esterna per ogni tua azione, inizi a dare valore al tuo vissuto interno. Tu sai chi sei e quali sono le tue intenzioni, e questo deve bastarti.
  3. Miglioramento delle relazioni: Smettere di investire su chi ti fraintende ti permette di liberare spazio per coltivare relazioni sane, empatiche e reciproche.

Come iniziare a praticare l’arte del silenzio attivo.

La prossima volta che ti trovi nella situazione di dover difendere a tutti i costi te stesso, il tuo mondo interno da un fraintendimento sterile, prova a fare un respiro profondo e segui questi passaggi:

  1. Riconosci il contesto: Chiediti se l’altra persona è davvero aperta al dialogo o se vuole solo avere ragione.
  2. Accetta il limite dell’altro: Non puoi controllare ciò che le persone pensano di te. Ognuno interpreta la realtà in base al proprio livello di consapevolezza.
  3. Scegli il silenzio o una risposta neutrale: Un semplice “Mi dispiace che tu la veda così, ma la mia intenzione era diversa” seguito dalla fine della discussione è spesso la scelta più salutare.
  4. Volta pagina: sposta l’attenzione su ciò che ti fa stare bene e goditi la vita.

Il tuo tempo e la tua pace mentale sono risorse limitate. Non sprecarle, non insistere con chi insiste a leggere solo quella che pensa sia la “sua versione di te”.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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L’intolleranza all’incertezza. Sindrome della Soluzione Immediata – Podcast


Perché l’intolleranza all’incertezza ci spinge a scelte affrettate ?

Viviamo nell’era del real-time. Se abbiamo un dubbio, Google ci risponde in un secondo.

Se ordiniamo un oggetto, arriva a casa il giorno dopo.

Se inviamo un messaggio, pretendiamo una spunta blu immediata.


Questa iper-velocità, però, ha creato un effetto collaterale psicologico silenzioso ma pervasivo: l’intolleranza all’incertezza.


Quando ci troviamo di fronte a un problema complesso, a una crisi relazionale o a una scelta di vita, scatta quella che potremmo definire la “Sindrome da Soluzione Immediata”; é il bisogno compulsivo di trovare una risposta — qualsiasi risposta — pur di non tollerare il peso dell’attesa e del “non sapere”..

L’intolleranza all’incertezza. Sindrome della Soluzione Immediata – In Viaggio con la Psicologia – Podcast

A voi capita mai di prendere decisioni affrettate pur di togliervi il “pensiero” e l’ansia del dubbio? Riuscite a tollerare l’attesa quando non avete risposte certe?

#InViaggioconlaPsicologia #podcastpsicologia

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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L’impatto invisibile: chi sono e come agiscono i genitori pregiudizievoli. PODCAST

SIAMO TORNATI!!! NUOVA STAGIONE DI PODCAST!

#InViaggioConLaPsicologia

Cosa succede quando chi dovrebbe proteggerci diventa la fonte del nostro malessere?
In questo episodio esploriamo il concetto psicologico e legale di “genitore pregiudizievole”. Lungi dai cliché sui pregiudizi sociali, analizzeremo quelle condotte -dalla trascuratezza emotiva all’iper- conflittualità-  che minano nel profondo la crescita dei figli.
Un viaggio delicato ma necessario dentro le fragilità delle relazioni familiari e la tutela dei più piccoli.
Da ascoltare fino alla fine per sapere, riflettere e capire cosa fare se hai avuto questo tipo di infanzia.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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La realtà è un foglio bianco oppure qualcosa di già scritto?

La frase citata strizza l’occhio all’approccio costruttivista1. Secondo tale modello teorico, la realtà non è qualcosa di esterno che scopriamo passivamente, ma qualcosa che creiamo -costruiamo- attivamente attraverso la nostra esperienza.

Spesso si pensa che la mente sia come uno specchio che riflette passivamente la realtà esterna oppure un computer che immagazzina dati già lì, pronti e confezionati dall’ambiente.

Le neuroscienze, tuttavia, dicono altro: siamo noi gli artigiani del significato.

L’ambiente in cui siamo calati invia segnali, stimoli e spesso caos. Dove nasce allora l’informazione pura? Nasce nel momento in cui la nostra mente la organizza, interpreta e dà un senso basato sul nostro vissuto, aspettative e -soprattutto- strutture cognitive.

In terapia o nella vita di tutti i giorni, non lavoriamo su fatti reali in senso assoluto, ma sulle costruzioni di significato che le persone intessono intorno a quei fatti.

Cambiare prospettiva, quindi, non vuol dire falsificare la realtà, ma riconoscere il potere creativo (e terapeutico) della nostra mente.

Cosa ne pensate? Nella vita quotidiana, per esempio, o nel vostro modo di guardare il mondo seguite quale delle due “ottiche” o “approcci”? Date un vostro senso? Il mondo contiene informazioni o costruite l’informazione?

1Il costruttivismo ci dice che non esiste un’ unica realtà oggettiva di cui lo psicologo detiene la verità. In terapia il focus si sposta da “cosa ti è successo davvero” al “come stai interpretando ciò che ti è successo?”. Cambiando la costruzione del significato, cambia la sofferenza della persona.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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Ma mi stai ascoltando?! Il fenomeno del Fubbing.

Vi è mai capitato di essere con qualcuno, ad esempio, a cena con un amico, il partner o un collega. State raccontando qualcosa di importante e, all’improvviso, sentite quel silenzio asimmetrico. Avete per qualche attimo la sensazione di essere soli, di parlare da soli. Alzate lo sguardo e lo vedete: gli occhi del vostro interlocutore, incollati allo schermo, il pollice che scorre velocemente e un vago “Si, sì, ti ascolto” pronunciato con automatismo, senza alcuna reale presenza.

In psicologia, questo comportamento ha un nome ben preciso: Fubbing (nato dalla fusione tra phone, telefono, e snubbing, snobbare). Praticamente significa trascurare l’interlocutore per dedicarsi allo schermo del proprio smartphone.

Il fubbing non nasce quasi mai da una reale volontà di ferire l’altro. Probabilmente il vostro interlocutore ha piacere a stare in vostra compagnia, ma non riesce a fare a meno di guardare il le notifiche o scrollare le notizie sui social.

Spesso, infatti, questo comportamento è alimentato da dinamiche automatiche e modernissime, come ad esempio la FOMO Fear of Missing Out (la paura costante di perdersi un aggiornamento, una notifica o un messaggio importante).

Da una prospettiva più strettamente clinica e psicodinamica, quindi, il fubbing può essere letto come un vero e proprio meccanismo di difesa e di regolazione emotiva.

A volte lo smartphone diventa un “oggetto transizionale” per adulti, uno scudo dietro cui rifugiarsi nei momenti di pausa o di potenziale imbarazzo della conversazione. Quindi l’atto di rifugiarsi nello schermo durante una conversazione reale è un modo inconscio per difendersi dall’intensità della relazione faccia a faccia.

Il contatto visivo prolungato e l’ascolto profondo richiedono un investimento emotivo e una vulnerabilità che possono spaventare. Lo smartphone agisce così come una specie di mediatore rassicurante, un elemento di triangolazione che spezza l’intimità quando questa diventa troppo vicina o minacciosa.

Altra probabile spiegazione a questo fenomeno lo si può collegare al circuito della dopamina e il “rinforzo intermittente”. In questo caso, il fubbing è spiegato da un tipico comportamento dipendente. A livello neurobiologico, infatti, ogni notifica, like o messaggio attiva il sistema di ricompensa del cervello, rilasciando dopamina.

Il fatto che queste ricompense arrivino in modo imprevedibile (rinforzo intermittente) crea una dipendenza comportamentale simile a quella del gioco d’azzardo. Di fronte a una conversazione reale — che ha tempi fisiologici più lenti, pause e momenti di silenzio — il cervello “fubbatore” cerca compulsivamente la stimolazione rapida e senza sforzo garantita dal digitale.

Infine, questo continuo passaggio tra la realtà fisica e quella virtuale porta a quella che viene definita attenzione parziale continuativa. Clinicamente, questo stato di perenne reperibilità online si traduce in una mente frammentata, incapace di tollerare la frustrazione della noia o dell’attesa, e progressivamente meno allenata alla sintonizzazione affettiva e all’empatia profonda con l’altro.

Il Fubbing può quindi essere percepito come fastidioso dall’interlocutore e può generare problemi anche alla relazione.

Anche se sembra un gesto innocuo, il fubbing ha un impatto profondo sulla qualità delle nostre interazioni. Quando veniamo “fubbati”, il nostro cervello percepisce una mezza forma di rifiuto.

Questa sensazione di rifiuto può comportare delle conseguenze a livello comunicativo e relazionale. L’empatia si interrompe, la sintonia si spezza e, a lungo andare, diminuisce il senso di fiducia e soddisfazione all’interno della coppia o dell’amicizia. In fondo, messaggiare con qualcun altro mentre si è in compagnia significa dire implicitamente: “Chi è altrove in questo momento è più interessante di te che mi sei seduto di fronte”.

Gli smartphone ormai sono diventati degli orpelli indispensabili, ma ricordiamoci dell’importanza delle relazioni reali e delle persone con cui comunichiamo.

Come affrontare il fubbing ?

Quando siete con gli amici, in famiglia, in coppia, a cena, a pranzo, o in un luogo speciale, mettete “non disturbare” allo smartphone e vivetevi quel momento di vita reale. Quello vi lascerà sicuramente, ricordi ed emozioni; una notifica sui social sarà solo una delle tante e probabilmente la dimenticherete dopo qualche ora.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Il rito di passaggio che spaventa: cosa ricordi della tua Maturità?

Tra qualche giorno comincerà la Maturità 2026. E’ un periodo dell’anno denso di ricordi e con un portato emotivo generazionale particolare. C’è chi ha vissuto la maturità in un inizio d’estate bollente e avvolgente; chi ha avuto la fortuna di poter cercare nel labirinto della propria memoria, le nozioni più disparate, accompagnato da un clima gradevolmente fresco.

Ciò che unisce, tuttavia, gli studenti sono le corse finali interminabili per cercare di tenere a mente la più (in)utile delle nozioni spremendo le meningi nelle lunghe notti sui libri e/o dispense. Certo.. una volta al massimo ci si chiamava velocemente al telefono di casa, poi ci sono stati gli squilli ai primissimi cellulari.. gli sms fugaci..

Attualmente i ragazzi si accompagnano ai vari dispositivi AI oppure condividono l’ansia pre esame attraverso videochiamate interminabili in cui ripetono cose a caso, senza senso, nel mentre visualizzano TikTok passivamente.

Le generazioni quindi cambiano e insieme a loro, anche il modo di comunicare la propria ansia mentre questa (la suddetta ansia), persiste e resiste come il miglior revenant.

Oggi non voglio condividere un post sulle “migliori strategie per la gestione dell’ansia”, né mi interessa dire che “andrà tutto bene”.

La maturità è uno dei pochissimi riti di passaggio ancora esistenti nella nostra società occidentale.

Essere soli, per la prima volta, potendo contare solo sulla propria forza psichica e conoscenza, innanzi ad una commissione, ha un po’ la stessa funzione di quei riti in cui si lasciano da soli i ragazzi per una notte, in una foresta. Seppur meno pericoloso per il corpo (ho sentito qualcuno lamentarsi, dire che il paragone tra le due cose non è fattibile), il portato psichico è lo stesso: segnare il confine tra il prima e il dopo; tra la protezione e il mondo sicuro dell’adolescenza e quello che sarà da lì in poi, il mondo adulto.

Per chi, infatti, continuerà con gli studi si apre un mondo fatto di scelte personali su quale facoltà intraprendere; si imparerà a prendere i mezzi per raggiungere magari facoltà lontane da casa (o ci si traferirà); si lavorerà per mantenersi gli studi.

Chi invece deciderà di immettersi direttamente nel mondo del lavoro, avrà innanzi enormi difficoltà su cui, per ora, non mi dilungo.

Probabilmente per molti l’approfondimento odierno risulterà una stucchevole stasi sul nulla: ” questi ragazzi sono incapaci! quale difficoltà potrà mai essere un esame di stato! poi adesso è tutto più semplice.. ai miei tempi.. invece..

Quando, invece, siamo nel bel mezzo di una transizione evolutiva, il nostro cervello sperimenta ciò che prende il nome di ansia da separazione e prestazione. Non sono tanto le domande di inglese o matematica a spaventare (non solo quelle, almeno), ma la possibilità che diviene sempre più certezza, di perdere il proprio gruppo dei pari, la routine rassicurante della scuola, l’identità di studente per diventare qualcosa che ancora non si conosce.

E’ una crisi a tutti gli effetti che spesso si allunga sulle matricole che trovano una estrema difficoltà a fare quel passaggio evolutivo necessario, andando incontro, successivamente, a difficoltà nella comprensione e/o gestione del mondo accademico.

Questa tempesta emotiva non ha una data di scadenza. Cambiano i programmi ministeriali, le tracce o il numero delle prove. Ma la paura mista ad emozione, speranza e ingenuità resta sempre la stessa.

Dico sempre ai “miei ragazzi”, che la maturità è quasi sempre la prima grande delusione accademica e questo non per scoraggiarli o metterli in strani stati di allerta, ma per normalizzare quello che di lì a poco accadrà.

I professori (che conosco molto bene, essendo dei pazienti sempre molto presenti nella stanza dei colloqui), sono umani, quindi hanno preferenze e antipatie: commettono errori. In quanto umani ce ne sono di simpatici e antipatici; di comprensivi e di isterici.

Il voto alle prove e quello finale, quindi, essendo il risultato di freddi calcoli decisi negli anni precedenti non qualifica né quantifica l’esperienza umana.

L’essere umano è molto oltre un cut-off di riferimento.

Ora vi chiedo: che ricordi avete del vostro esame di stato? Mi piacerebbe fare un ponte di esperienze; quell’asse comunicativo che spesso manca tra le generazioni.

Raccontatemi i vostri ricordi, le sensazioni: ricordate ancora com’è andato l’esame e quanta paura/timore avevate?

Per quanto concerne il mio esame di stato.. posso dirvi che tutto cominciò con un libro di storia tirato, a mezzanotte, sotto il frigorifero.

Eppure: sono qui.

Maturandi siate voi stessi, al di là del risultato, poiché non c’è crescita migliore (e gioia) che non sia portare il proprio sé a testa alta a spasso per il mondo.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Ansia da Maturità

La Maturità è alle porte e il consiglio più comune che si sente dire in giro ai ragazzi è: “Stai calmo”.

Ma siamo sicuri che sia la strategia giusta?

L’ansia da prestazione scolastica, in particolare quella legata all’esame di Stato, viene spesso vissuta come un nemico da sconfiggere. Dal punto di vista psicologico, però, la tensione e l’attivazione fisiologica sono risorse fondamentali che il nostro cervello elabora per rispondere a una sfida importante.

Non bisogna banalizzare o demonizzare l’ansia, anzi va semplicemente “compresa” e “accettata” e infine canalizzata nella maniera giusta per affrontare nella maniera giusta e senza patemi, un esame che definisce una tappa importante nella crescita dei ragazzi.

“Stai preparando la maturità e qualcuno ti dice di stare calmo.. ma è difficile mantenere la calma in queste occasioni”

Maturandi come vi sentite? Ansiosi o carichi?


Chi invece ha affrontato la maturità, in passato, che ricordi ha?


Rispondete nei commenti!!

#ilpensierononlineare #maturità #ansia #calma #psicologia

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Psicologia del Comportamento: il Condizionamento Operante

Secondo Skinner il condizionamento operante è una forma di apprendimento in cui le conseguenze legate a rinforzi e punizioni possono determinare la probabilità che un comportamento venga o meno ripetuto.

Nell’esperimento di B.F. Skinner del 1948, un classico della psicologia, si dimostra come il cervello possa creare nessi causali totalmente inesistenti.

Nel suo famoso esperimento, Skinner mise dei piccioni affamati in una gabbia (nota come “Skinner Box“) dotata di un meccanismo che erogava cibo a intervalli di tempo regolari, indipendentemente da ciò che l’uccello faceva.

I piccioni praticamente sviluppavano un modello di risposta del tipo: “come se”. Pensavano
effettivamente che un loro comportamento avesse prodotto l’esito atteso.

Immagine creata con Gemini – SKINNER – ilpensierononlineare

Ecco cosa accadde:

Invece di aspettare passivamente, i piccioni iniziarono a ripetere in modo ossessivo dei comportamenti specifici che stavano compiendo per puro caso nel momento in cui il cibo era apparso la prima volta:

  • Uno girava in tondo in senso antiorario.
  • Un altro infilava ripetutamente la testa in un angolo della gabbia.
  • Un terzo faceva un movimento simile a un “pendolo” con la testa.

I piccioni si comportavano come se il loro movimento avesse causato l’apparizione del cibo. Skinner definì questo fenomeno “superstizione”: il rinforzo (il cibo) era talmente potente da “fissare” un’azione casuale, convincendo l’animale che esistesse un legame logico.


Quello che osservò Skinner era, quello che egli stesso definì come condizionamento operante.

L’osservazione e l’esito di quell’esperimento può essere tranquillamente osservato anche nel comportamento degli esseri umani.

Immagine creata con Gemini – ilpensierononlineare

Questo esperimento infatti ci dice che la nostra mente è una “macchina cerca-schemi”. Proprio come il piccione crede che girare su se stesso porti cibo, noi potremmo convincerci che indossare quei determinati calzini ci abbia fatto vincere una partita. È la nascita del rituale.

La persona che ottiene un risultato positivo e attribuisce il successo al rituale, anche se la relazione tra il rituale e il risultato è casuale.

Il condizionamento operante quindi può portare a un’illusione di controllo, anche quando non ce n’è.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Imprevisto e variabilità del caso: il vero motore della crescita è già dentro di te.

Ho spesso parlato di quanto il bisogno di controllo dell’essere umano sia alla base di molte (se non della quasi totalità) delle scelte che compie. Pianificare, rendere prevedibile e riconoscibile un evento, una giornata e tutta la vita sono diventate lentamente delle azioni quasi automatiche: tutto deve procedere secondo i piani.

E’ un ancestrale bisogno di controllo quello che ci porta a cercare di anticipare le reazioni altrui, per esempio, così da incasellare gli eventi in cornici rassicuranti.

Si tratta di un semplice ma spesso inefficace meccanismo di difesa.

La rigidità di questo schema comportamentale può infatti diventare una gabbia, generando un paradosso. E’ quanto mi raccontano i pazienti durante le nostre sedute: “è tutto uguale/la vita scorre sempre nello stesso modo/ non riesco più a scegliere”.

Aprirsi alla variabilità del caso, per quanto spaventoso possa sembrare, è l’unica via d’accesso a quello scatto maturativo interiore capace di trasformare quel chi vorrei essere, in chi sono: ora.

L’incertezza è infatti codificata, quasi sempre dal cervello, come un segnale di pericolo. E’ una sorta di vigilanza costante che rischia di portare a un cortocircuito in cui più cerchiamo di controllare il futuro, più l’ansia aumenta poiché l’imprevisto è per sua definizione inevitabile.

In psicologia il tentativo disfunzionale di controllare tutto si traduce, spesso, in rimuginio o condotte di evitamento. Ci si preclude il cambiamento per paura di fallire o soffrire. Ma cosa succede quando decidiamo intenzionalmente, di mollare la presa?

L’abbandono agli eventi non ha nulla a che fare con la passività o rassegnazione. Al contrario è un atto di coraggio psicologico: significa sviluppare una sana tolleranza all’incertezza, accettando che la vita si muova su binari non sempre tracciati da noi.

Chi siamo nell’ignoto?

Cosa scopriamo quando smettiamo di opporre resistenza al caso? Scopriamo nuove parti di noi che ci erano sconosciute.

Dobbiamo imparare a guardare l’ignoto non come vuoto spaventoso, ma come uno spazio denso di possibilità. Senza paura e timore, permettiamo noi stessi di non sapere necessariamente cosa accadrà domani poiché è in quella fessura piccola e sottile che si insinua tra ciò che avevamo previsto e ciò che accade realmente, che si colloca il nostro scatto maturativo.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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“DAI..DAI”- OFF TOPIC (MA NON TROPPO)- PSICOLOGIA DELLO SPORT.

Qualche sera fa, durante una cena, mi è capitato di vedere una pubblicità. Volti sorridenti e occhi sgranati di chi è nel pieno dell’estasi; bandiere di ogni colore, maglie ancor più diverse e sgargianti, persone unite in maniera calda, accomunate da uno stesso obiettivo: tifare per la propria squadra.

So che per molti, parlare di calcio, equivale a prendere in considerazione la peggiore cosa che possa esistere al mondo..

Eppure c’è qualcosa che va oltre l’ingaggio dei calciatori..

Durante la visione dello spot mi è partita subito una considerazione, qualche parolina appena sussurrata sostenuta tuttavia da qualche brividino disseminato qua e là sul corpo: “Eppure è così bello il mondo tutto unito, che festeggia e gioca insieme. Non potrebbe essere sempre così?”

Le parole pronunciate, sostenute da una viscerale emozione hanno però lasciato spazio al disgusto e al disagio quando, nel successivo telegiornale, ho ascoltato le notizie del giorno.

Ho sempre sostenuto l’importanza della palla; se ci pensiamo il primo gioco e quello che resta sempre più entusiasmante per i bambini (provate a togliere dalle loro manine lo smartphone e fatemi sapere), resta la palla.

Anche nei paesi più poveri, dove non c’è cibo o acqua l’intrattenimento che i bambini offrono loro stessi è il gioco con palle fatte con materiali di fortuna.

La palla diviene, seguendo la teoria di Donald Winnicott, oggetto transizionale e di esplorazione, qualcosa che rassicura e traghetta tra sé e lo spazio esterno: la palla proietta nel mondo. E’ un oggetto democratico poiché non ha bisogno di istruzioni complesse e, tecnicamente, è anche economico. Rotola, ha bisogno dell’imprinting del corpo per muoversi e risponde, grazie alle leggi della fisica, al proprio movimento di incipit. La palla è inoltre una fidata compagna che tiene compagnia anche in solitudine, riuscendo tuttavia a rendere corpo e gruppo facendosi collante anche con persone che non conosci, portando a condivide il proprio tempo e spazio con gli altri.

Quanti di noi hanno giocato a pallone con degli sconosciuti trovando così dei veri amici?

Strizzando l’occhio a Jung, la sfera è il Mandala, il simbolo del Sé, della completezza e dell’unità. Quando un bambino insegue un pallone, sta inconsciamente sperimentando la padronanza dello spazio e l’incontro con l’Altro attraverso una grammatica universale: il gioco.

Ancestralmente la palla è un simbolo di purezza, quel tondo che rimanda all’infanzia durante l’età adulta, e che -invece- ci fa sognare e immaginare adulti, quando siamo bambini.

Durante il periodo dei Mondiali, assistiamo a un fenomeno affascinante: l’allargamento del nostro cerchio di empatia. Lo stadio diventa uno spazio transculturale in cui il conflitto viene sublimato e trasformato in rito. La competizione non è distruzione dell’altro, ma riconoscimento dell’altro attraverso la sfida.

In psicologia parliamo spesso di “umanizzazione dell’out-group”: è impossibile odiare un popolo quando vedi un padre e un figlio con i volti dipinti, dall’altra parte del globo, che piangono o gioiscono per la stessa identica emozione che provi tu. I Mondiali ci costringono a guardare in faccia l’alterità e a scoprirla terribilmente simile a noi.

Ripenso allora a quella pubblicità.

La mia mente torna a quando vidi le UNIVERSIADI del 2019 a Napoli, a quando sento l’odore del campo, di un campetto o quando ho un atleta vicino, magari per una consulenza psicologica.

Ripenso a tutte quelle sensazioni psicofisiche che le sport sa darmi. Odori specifici, ricordi di partite o allenamenti personali, il corpo d’atleta potente e rigoglioso spesso contenitore di una mente fragile ma al contempo vincente.

Ancora la mente va..

Pensa alle differenze e ai traumi collettivi che come esseri umani stiamo vivendo, osservando o fingendo di non vedere.

Ripenso ancora e ancora alla nazionale Senegalese, umiliata per dei controlli fuori luogo perché ancora qualcuno, nel 2026, ha il coraggio di fare differenze per il colore della pelle o per la provenienza geografica.

Svirgolo di fantasia e penso che la palla è un cerchio perfetto (sì tecnicamente non lo è ma lasciatemi fantasticare) e in questi grandi eventi, polemiche da parte, il pathos rende possibile quello che la razionalità spesso impedisce: ci rende tutti uguali.

Dimentico allora le teorie sulle dinamiche di gruppo, sulla psicologia dello sviluppo e sulle dinamiche intra ed inter-psichiche.

Mi godo, per qualche giorno, la dolcezza della possibilità.

Non è la bellezza che salverà il mondo ma la possibilità di esistere al di là dei limiti di bandiera, geografici o culturali; nell’accettazione che le differenze uniscono e che il mondo del domani, che comincia oggi, non può nascere sulle macerie di una guerra che elimina ma di un seme che germina (e germoglierà, domani).

Buon Mondiale a tutti, con il cuore aperto.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Mondiali di Calcio 2026: Psico – Riflessioni.

“Io sono il portavoce dei ragazzi di strada, di quelli che non hanno voce, perché io sono cresciuto come loro. So cosa significa non avere niente.”

“Dicono che lo sport unisca, ma se un bambino povero non ha le scarpe per giocare, lo sport lo sta escludendo. La vera giustizia sociale parte da dare a tutti le stesse opportunità, non solo le stesse regole”.

“A me non importa del giudizio dei potenti. Io gioco per la gente, per i bambini poveri, per chi fa fatica ad arrivare a fine mese. Se loro sono felici, io ho vinto la mia battaglia”

Diego Armando Maradona

Maradona era molto più del fantastico calciatore che è stato, lui ha incarnato probabilmente il vero valore dello sport e nel particolare del calcio.

Perché?

Perché lui è stato (ed è) il rappresentante degli ultimi, dei poveri e del sud del mondo.

Un idolo, punto di riferimento per la sua Argentina, per Napoli e non solo.

Sempre contro il sistema politico/calcistico dei potenti, contro i giudizi e i pregiudizi.

Lottava per quell’ideale bellissimo del Calcio inteso come gioco di tutti e per tutti. Fatto di persone e umori, suoni e rumori, gioia e dolore, riscatto e resilienza.

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Perché il Calcio è lo sport della gente, dei ragazzi, dei bambini.

Dovrebbe essere così. Così è sempre stato.

Il Calcio unisce le persone e regala attimi di gioia a chi soffre, a chi non può, a chi non ha.

Il Calcio come luogo di incontro. Il Calcio è lo stadio; è un divano con una tv con la sciarpa e un gruppo di amici; è una piazza con tanti cuori che battono all’unisono; è una città in attesa di un gol.

Il Calcio come emozione è la gioia di una vittoria; la delusione per una sconfitta; la tristezza per una finale persa; è rabbia per un gol mancato; è paura e ansia per un finale in bilico.

Il Calcio è sentimento, quello più bello, è amore per la propria squadra; è passione per i colori di una maglia.

Il Calcio è un legante sociale, è un collante che unisce persone, tifosi. Il calcio unisce i popoli.

Photo by El gringo photo on Pexels.com

Il Calcio come riscatto sociale, perché è rappresentativo e proiettivo di un’identità sociale che si rivede in undici ragazzi che corrono in un campo verde e che possono vincere contro i più forti. Il Calcio, come per tutti i sport di squadra, è per definizione democratico. Tutti hanno una possibilità di vincere.

Infine il Calcio spesso è un approdo psichico sicuro per tante persone. Un’isola felice in mezzo ad un mare turbolento fatto di sofferenze e dolore. Il calcio può regalare una gioia, uno spiraglio di luce a chi vive nel buio della sofferenza, della solitudine e del caos.

Chi utilizza il calcio per dividere, per fare politica, per esprimere odio e per autodeterminarsi come il più forte; non ama lo sport, non ha compreso il valore di questo sport e non lo rappresenta.

“La pelota non se mancha” (Cit.)

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Navigare l’incertezza: la mente umana tra bisogno di controllo e cambiamento.

Nel nostro percorso di crescita personale che include anche l’aspetto prettamente psichico, spesso cerchiamo disperatamente dei punti fermi. Desideriamo risposte assolute, ricercate con minuziosa solerzia, etichette chiare e certezze incrollabili. Tuttavia la realtà, come Edgar Morin ci mostra, è ben diversa.

In psicologia, l’incertezza è spesso vissuta come minaccia o una fonte di ansia. Eppure è proprio nell’oceano dell’ignoto che risiede il potenziale per la nostra evoluzione. Le nostre certezze sono piccoli arcipelaghi, isole in cui ritemprare la mente stanca, ricaricare le forze e fare il punto della situazione. Ma fermarsi per sempre su un’isola espone a un problema: smettere di esplorare e di conoscersi.

Accettare che la vita e la nostra stessa mente siano in continuo mutamento ci permette di sviluppare resilienza e flessibilità cognitiva, due strutture fondamentali per il benessere psicologico.

Tu?

Ti senti al sicuro sulle tue isole di certezze o ti senti pronto a navigare nel mare aperto del cambiamento?

Dimmi la tua!

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
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Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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La paura di sbagliare

“Il problema non è eliminare l’errore, ma utilizzarlo come fonte di verità.”

Edgar Morin

In queste ultime settimane di colloqui e terapie con i miei giovani e giovanissimi pazienti mi è capitato di parlare in maniera ricorrente di “errori“.

Ciò che confonde, rende insicuri e genera ansia più di ogni cosa è la paura di fare scelte sbagliate e commettere errori.

Insomma, quasi si fossero messi d’accordo, il light motive delle terapie con i giovanissimi e con i giovani adulti girava sempre intorno a questa paura ricorrente e temuta.. la paura di sbagliare.

Edgar Morin (1921 – 29 maggio 2026 ) cartoon portrait illustration

Ovviamente, per antonomasia, l’adolescenza e la giovane età adulta sono periodi del ciclo di vita che in un modo o nell’altro rendono più difficile e concitato il rapporto con la realtà circostante, con il mondo degli adulti e con quello dei coetanei. Tutto ciò che si percepisce e si “sente”, si amplifica in maniera incontenibile e la paura (spesso associata all’ansia) diventa in questo senso, emozione ricorrente, tanto da assumere varie sfaccettature.

Ecco alcuni piccoli stralci dei loro timori:

“Dottore non vorrei che poi la scelta dei questo lavoro sia sbagliata.. era quello che desideravo, ma per qualche motivo adesso ho dei dubbi, ho scelto bene?” ;

” Si ricorda di quel tipo? Stavo male con lui e mi ha lasciata per un’altra, ma ora è tornato a contattarmi dopo 5 mesi. Non ho risposto. Non so se ho sbagliato a non risponderlo, dovevo risponderlo? Non lo so, sono confusa, spero di non aver sbagliato ancora” ;

” Dottore io ho sempre avuto paura di fare delle scelte, praticamente da sempre, da che ho ricordi, cerco sempre di far scegliere agli altri, perché, in fondo, ho sempre avuto paura di sbagliare” ;

” E se stessi sbagliando tutto? Ho paura di deludere tutti e di deludere me stesso. Non si dovrebbe mai sbagliare, bisognerebbe essere più sicuri e convinti, ed io non lo sono mai..”

L’errore diventa lo spauracchio da cui fuggire; quello che non bisogna fare; quello che ti identifica come un perdente, come uno che non è stato in grado di performare.

Spesso capita anche che la paura di sbagliare diventa punto di fissazione nella comunicazione genitori – figli. Dove, in una comunicazione poco funzionale al contenimento dell’ansia, l’errore diventa centrale per definire e qualificare il ragazzo/a, la comunicazione e la relazione.

In questo caso succede (in una relazione genitore – figlio) che allo “sbaglio” non segue un contenimento, la metabolizzazione (dell’errore) e poi il conseguente apprendimento, ma un‘incomprensione e un giudizio derivante dal pregiudizio (del genitore nei confronti del figlio).

Inoltre, nella cultura della velocità, del confronto con i pari e della performance, i ragazzi sono abituati a considerare l’errore come un fallimento personale, un passo falso da nascondere o di cui vergognarsi. Ma la verità è che l’errore non è il contrario del successo: è un pezzo fondamentale del puzzle della nostra crescita.

Ogni volta che cadiamo, che sbagliamo valutazione o che una strategia non funziona, non stiamo fallendo. Stiamo ricevendo un dato prezioso su noi stessi, sulle nostre dinamiche e sul mondo circostante.

L’errore non è il contrario del successo, ma un pezzo fondamentale del puzzle della nostra crescita. Ogni volta che cadiamo o sbagliamo valutazione, stiamo ricevendo un dato prezioso su noi stessi e sul mondo.

Bisogna cambiare prospettiva: l’errore è un maestro, non un giudice.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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L’ALTRO/SPECCHIO CHE FRANTUMA:LA DELUSIONE D’AMORE COME FRATTURA DELL’IO.

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C’è un rumore unico sordo ma deciso che marchia a vivo come la lama bollente di un arnese riscaldato a tradimento. E’ un dolore lacerante e bruciante, disgregante.

La stanza dei colloqui si riempie spesso con questo rumore, si tratta della eco portata dalla prima delusione d’amore. Non si tratta, infatti, di nostalgia o solitudine. Nei racconti dei giovani che subiscono la prima rottura d’amore è un’altra la parola che si ripropone con forza: “non esisto più”.

Non esistere, la perdita della propria massa corporea ma soprattutto psichica, sentirsi evanescenti e inesistenti senza un peso specifico che attesti la propria persistenza nel mondo.

Cosa accade quando termina la prima storia d’amore?

Per comprendere cosa accade quando finisce l’illusione della fusione dobbiamo un attimo fare un piccolo passo indietro. Il primo amore porta con sé un carico di investimento libidico massivo; questo comporta che la posta in gioco qui non è amare solo l’altro, ma amare l’immagine di sé nell’altro quello cioè che gli occhi dell’altro rimandano di me che tendenzialmente è qualcosa di iper positivo (d’altronde se lei o lui sta con me, vuol dire che io ho qualcosa che un altro/a non ha).

Si tratta di una idealizzazione piena, ciò che è già accaduto nella vita dell’infante quando l’altro -durante lo stadio allo specchio descritto da Lacan (6/18 mesi)- restituiva in termini di immagine e identità: “questo sei tu!”.

Come al tempo ci fidammo di ciò che l’altro disse di noi, offrendoci una illusoria identità unitaria, presentandoci cioè una forma già lì di cosa potevamo (in termini identitari) essere, anche ora ci fidiamo dell’amato. Accade allora che il confine tra l’IO e il NON IO diviene poroso, l’altro ne è ospite fisso tanto da diventare improvvisamente reggente di tutta quella fragile impalcatura psichica ancora in via di definizione (ricordiamo che l’adolescenza ha questo ingrato e straordinario compito: terminare con una strutturazione identitaria).

Quando pertanto quel legame si spezza, non avviene un semplice trasloco fatto di “arrivederci, è stato bello!” ma si assiste a una demolizione spasmodica, senza nessun piano regolatore predeterminato: tutto salta d’improvviso.

Dalla ferita narcisistica alla frammentazione.

Spesso mi si chiede perché questo dolore psichico porti anche un dolore fisico. La risposta risiede nella tipologia di attacco che l’IO subisce.

Il Crollo del Senso di Valore (Trauma Narcisistico): Il rifiuto o la fine della storia viene vissuto dall’Io come una smentita radicale del proprio diritto di esistere e di essere desiderato. L’IO si sente improvvisamente “difettoso”, incapace, nudo.

L’Invasione del Mondo Interno: Gli oggetti interni, che prima garantivano stabilità e sicurezza, si frammentano. Il mondo interiore, da luogo di rifugio, si trasforma in un territorio ostile popolato da fantasmi di abbandono e frammenti di ricordi che feriscono al minimo contatto.

La Perdita di Senso: Se l’altro era il sismografo su cui misuravamo il nostro valore nel mondo, la sua assenza azzera le coordinate. È il vuoto totale.

Si assiste ad una temporanea de-strutturazione dell’IO ovvero a quella fase dove i meccanismi di difesa crollano, falliscono, lasciando il soggetto preda e vittima di un’angoscia di frammentazione quasi primitiva ed ecco la sensazione di star scomparendo.

L’adolescente che soffre per amore non può essere accolto da un semplice “passerà”. Nonostante il tempo sia sempre il miglior alleato, qui il senso del dolore è ben diverso. E’ un solco che si crea, un buco che mangia lentamente ogni cosa intorno a sé. Normalizzare la sensazione e il dolore è un primo passo ma bisogna imparare a stare in questo buco, a vivere nel crollo e nel dolore dell’assenza di quello sguardo che di noi, tante cose belle, rimandava.

Bisogna diventare a nostra volta holding winnicottiano; bisogna esser capaci di tollerare l’angoscia del vuoto senza l’ansia di doverlo riempire subito. Smettete di dire a figli, amici o conoscenti “morto un papa se ne fa un altro”. Cominciamo a capire che possiamo stare anche senza qualcuno che rimandi un’ideale di noi perché noi stessi siamo il nostro ideale (c’è narcisismo e narcisismo. Quella piccola quota funzionale va riattivata quando è necessario).

Il paziente, nel caso della stanza dei colloqui, va aiutato e scortato verso la risalita consapevole comprendendo che la fine di quell’amore non è un fallimento da cui è impossibile ripartire. L’IO non dimentica ma ricorda, ripete e rielabora.

La ristrutturazione avviene quando il paziente, lentamente, inizia a disinvestire l’altro e a ricanalizzare quell’energia psichica verso se stesso. È un processo doloroso di lutto e differenziazione. Si impara, spesso per la prima volta, che l’Io può sopravvivere alla perdita; che le pareti del proprio mondo interno possono essere ricostruite con materiali più elastici, capaci di reggere l’urto della vulnerabilità.

La prima delusione d’amore è il primo grande incontro con la nostra complessità emotiva. Ci insegna che siamo separati, che siamo interi anche quando ci sentiamo spezzati. Che un IO ferito sopravvive e che è capace di guarire, di stare solo e di stare al e nel mondo. Il primo amore che termina ci mostra che nonostante tutto, c’è qualcosa di più grande e più forte: chi sono IO.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Incesto Emotivo – Quando i figli diventano genitori

I tuoi genitori ti hanno mai trattato come se fossi il loro partner, il loro migliore amico o, peggio, il loro terapista?

Se la risposta è sì, potresti aver vissuto quello che in psicologia chiamiamo Incesto Emotivo.

L’incesto emotivo (o emotional incest), spesso definito anche come abuso emotivo covert o invisibile, è una dinamica relazionale malsana in cui un genitore (o un’altra figura di accudimento) utilizza un bambino/figlio per soddisfare i propri bisogni emotivi e psicologici, trattandolo di fatto come un partner o un confidente.

I ruoli figlio/genitore (bambino/adulto) si invertono.

Quali sono le Caratteristiche ?

  • Inversione dei ruoli: Il figlio diventa il confidente, il supporto emotivo o il “partner” del genitore, invertendo il naturale rapporto di cura genitore-figlio.
  • Simbiosi patologica: Si crea un legame totalizzante, soffocante e privo di margini di autonomia, spesso camuffato da “amore speciale” o legame profondo.
  • Confidenze inadeguate: Il genitore condivide problemi matrimoniali, economici o intimi che il bambino non è in grado di gestire emotivamente.
Incesto Emotivo – ilpensierononlineare YouTube channel

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“La mia vita è la Psicoanalisi”

Il 6 maggio di 170 anni fa (6 maggio 1856) nasceva Sigmund Freud a Freiberg, in Moravia (Repubblica Ceca).

Padre della Psicoanalisi, costruì le fondamenta del pensiero psicologico moderno e ridefinì i confini dell’esplorazione del “mondo interno” dell’essere umano e delle sue implicazioni (sintomi) nella vita delle persone.

Nella sua Autobiografia del 1924 scrisse:

“Così, dunque, se mi volto indietro e guardo al lavoro che ho svolto fin qui, posso dire di aver iniziato molte cose e di aver fornito lo spunto per molte altre che certo in futuro verranno elaborate e sviluppate. Non posso sapere fin d’ora se i frutti di questo mio lavoro saranno copiosi o meno. Mi sia consentito però esprimere la speranza di aver aperto la strada a un importante progresso delle nostre conoscenze” (S. Freud, 1924).

Immagine Google – S. Freud Disegno

Nel 1896 interrompe i suoi rapporti e la ventennale amicizia con Breuer, un anno dopo la pubblicazione degli Studi sull’isteria.

Questa rottura legata a dissidi teorici ed eziologici sull’origine del sintomo isterico, porta Freud ad intraprendere un rapporto epistolario, intenso e significativo con Fliess, tra il 1897 e il 1902.

Ed è proprio in quegli anni che matura e si forma la teoria psicoanalitica di Freud.

Freud abbandona la tecnica dell’ipnosi, sveste i panni del medico e comincia ad indagare nelle pazienti isteriche, il ricordo, il suo fallimento e la cancellazione.

Il sintomo attuale può avere radici nel passato.

La Teoria del Trauma, sviluppata in quegli anni, può spiegare molto, ma viene ben presto abbandonata.

Nel settembre del 1897 Freud scrive a Fliess e afferma “Non credo più ai miei neurotica..”

Freud si rende conto che esiste una realtà psichica non meno reale della realtà vissuta.

Ciò che raccontano le pazienti isteriche non è necessariamente avvenuto. I fatti psichici prendono il sopravvento sui fatti reali. Ciò che viene raccontato, è immaginato, pensato e vissuto nella mente, nella sfera dello psichico e comporta effetti analoghi al trauma reale.

Il ricordo e la verità psichica diventano traumatizzanti e non l’evento stesso.

La realtà psichica ha la stessa capacità di determinare il sintomo. Quindi non si insegue più la verità. Il ricordo e il racconto del paziente, vengono riconosciuti e indagati per comprendere il significato del vissuto psichico per il paziente.

Da questo momento in poi Freud sposta l’attenzione sull’inconscio e sul mondo interno.

Le libere associazioni saranno la strada da percorrere per indagare a fondo.

Ricordare, ripetere, elaborare è il compito della Psicoanalisi. (Storia della Psicoanalisi – S. Veggetti Finzi)

Questo passaggio storico probabilmente determina il cambio di paradigma che scuoterà in positivo una scienza nuova come la Psicologia e ne determinerà da questo momento in poi, lo sviluppo, lo studio e la comprensione della mente umana ed in particolare fonderà i presupposti della relazione terapeutica e della comprensione e ascolto del paziente all’interno del setting.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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L’Inconscio non ha Orologio: Perché il Passato Sembra non Passare Mai

Ti è mai capitato di provare una forte emozione, travolgente e persistente, legata a un ricordo d’infanzia come se quel momento stesse accadendo proprio ora? Hai mai provato, nello stesso istante, una profonda rabbia e contemporaneamente un altrettanto profondo amore verso la stessa persona?

Se la tua risposta è si, hai sperimentato in prima persona le due leggi fondamentali della pelle psichica: il nostro inconscio.

Il tempo dell’umano, quello fatto dai minuti e secondi scanditi dalla lancetta dell’orologio, con la sua presunta linearità non appartiene, infatti, all’inconscio.

L’inconscio, infatti, non segue le leggi del tempo e dello spazio umani ma -come ci ricorda Freud- è alogico e atemporale.

Cosa significa?

Atemporalità: il passato è un eterno presente.

Se quindi nel mondo fisico, il tempo segue questo schema che vuole incanalarlo in una linearità fatta di passato (scritto), presente (da vivere) e futuro (incerto), nel mondo inconscio tutto questo non accade

“L’inconscio torna sempre prepotentemente alla ribalta”

Spesso ci si “nasconde” in un evento o un trauma accaduto durante l’infanzia. Quanto detto non è un giudizio ma un riportare quello che spesso i pazienti riferiscono. Traumi, eventi accaduti nell’infanzia non sono uno scudo o una scusante ma eventi ancora vivi. Per l’inconscio, infatti, quel bambino non è “andato via”; è ancora lì, e le sue esperienze sono vive e vibranti come se fossero accadute stamattina. Il tempo psichico non quantifica, ma conserva.

Alogicità: oltre il vero o falso.

Siamo abituati a pensare secondo il principio di non-contraddizione: se una cosa è bianca, non può essere nera. Se amo una persona, non dovrei odiarla.

L’inconscio, invece, è alogico. Al suo interno:

  • Non esiste la negazione.
  • Gli opposti possono coesistere senza annullarsi.
  • Odio e amore convivono nella stessa stanza psichica.

Questa caratteristica ci libera dal senso di colpa di provare sentimenti contrastanti. Accettare l’alogicità del nostro profondo significa capire che la psiche umana è complessa, sfaccettata e non sempre “coerente” secondo i canoni della logica formale.

Che rapporto hai con il tuo tempo?

Capire che la nostra mente profonda è atemporale ci aiuta a essere più compassionevoli con noi stessi. Non possiamo semplicemente “dimenticare” il passato perché, tecnicamente, per il nostro inconscio il passato non è ancora finito.

Il segreto non è cercare di forzare la logica o la cronologia dentro l’inconscio, ma imparare ad ascoltare questi messaggi senza tempo per capire come influenzano il nostro presente.

E tu, che rapporto hai con il tuo tempo interiore? Senti che il tuo passato è davvero “passato”, o bussa ancora alla porta del tuo presente?

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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La valutazione delle competenze genitoriali.

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Negli ultimi mesi un tema particolare e ostico nella sua comprensione e trattazione è tornato alla ribalta. Come spesso evidenziato in questo spazio, la possibilità offerta dai social media -quella di eleggere se stessi padroni e conoscitori di ogni ambito professionale, pur senza la minima formazione- è uno degli scenari peggiori cui la comunicazione telematica ha esposto l’umano.

Quella importante possibilità data dal poter comunicare, dal potersi sintonizzare, dal farsi orecchio attento e accorto, diviene attacco e certezza “IO SO”.

Cosa sappiamo, allora, della valutazione delle competenze genitoriali? Perché -quando- un genitore è inserito in questo iter? Davvero qualcuno giudica un genitore con la sola finalità di togliere i figli?

La valutazione delle competenze genitoriali (spesso definita Parental Assessment) è un’indagine psicologica complessa che mira a comprendere se, e in che modo, un genitore sia in grado di rispondere ai bisogni evolutivi, fisici e psicologici del proprio figlio.

Non si tratta di dare un “voto” alla persona, ma di analizzare la relazione tra quel genitore e quel bambino specifico in un determinato contesto.

Quali sono le finalità?

Seppur non si entri a caso in casa di qualcuno, a dispetto di quanti molti condividono online o in televisione, la valutazione delle competenze genitoriali non è qualcosa di scabroso, di “cattivo” o l’ultima spiaggia per i genitori. Questo iter è attivato in molti casi e molto di più di quanto la morale sia disposta a credere. In particolare:

Contesto Giuridico: Separazioni conflittuali, decisioni sull’affido dei figli o situazioni di sospetto maltrattamento/trascuratezza (su mandato del Tribunale).

Contesto Clinico/Sostegno: Quando una famiglia attraversa un momento di crisi e i genitori chiedono aiuto per capire come migliorare il loro ruolo.

Tutela del Minore: Per valutare se un bambino è al sicuro o se sono necessari interventi dei Servizi Sociali.

L’obiettivo ultimo è sempre il Superiore Interesse del Minore: garantire al bambino l’ambiente più sano possibile per la sua crescita.

Cosa fa lo psicologo? Cosa valuta?

Seppur sia importante dar da mangiare al proprio bambino oppure dargli abiti puliti, questo non qualifica la buona competenza genitoriale (così come non basta offrire un tetto X). Lo psicologo osserva, infatti, dimensioni più profonde:

  • Capacità di Protezione: Saper prevedere e prevenire i pericoli per il figlio.
  • Sensibilità e Responsività: Capacità di leggere i segnali del bambino (pianto, paura, gioia) e rispondere in modo coerente e tempestivo.
  • Funzione Riflessiva: La capacità del genitore di pensare al figlio come a un individuo con i propri pensieri e desideri, distinti dai propri.
  • Storia Personale: Come il genitore è stato cresciuto a sua volta (modelli di attaccamento).
  • Flessibilità: Capacità di adattare il proprio stile educativo man mano che il bambino cresce (un neonato ha bisogni diversi da un adolescente).

Tale valutazione non si basa su una sensazione epidermica o su l’osservazione clinica “semplice”; ci si avvale invece di strumenti, come:

Colloqui clinici.

Incontri individuali con i genitori per raccogliere la loro storia di vita, e incontri congiunti per osservare la dinamica di coppia.

Test Psicologici

Vengono usati test standardizzati per mappare la personalità dei genitori e il loro livello di stress. Tra i più comuni:

  • MMPI-2: Per il profilo di personalità.
  • PSI (Parenting Stress Index): Per misurare quanto il ruolo di genitore venga percepito come stressante.

Osservazione Diretta (LTP – Losanna Trilogue Play)

È una tecnica dove si osserva la famiglia “in azione” mentre gioca o svolge un compito. Lo psicologo nota come comunicano, chi guida il gioco, come vengono gestiti i conflitti e se c’è cooperazione tra i genitori.

Raccolta di informazioni esterne

Lo psicologo contatta spesso la scuola, il pediatra o altre figure di riferimento per avere un quadro completo della vita del bambino.

Le dolenti note: cerchiamo il genitore perfetto? “NO, NON ESISTE”. Cerchiamo il genitore sufficientemente buono.

Sull’impeto dell’emotività generale, si tende a pensare che la valutazione delle competenze genitoriali sia un freddo giudizio di qualcuno che pretende di dire come si fa il genitore con la finalità di togliere i bambini. Il pensiero comune, veicolato dal contagio emotivo social e l’appiattimento affettivo che porta ad aderire al pensiero di massa (sicuro e protettivo) reca in sé pericolosi bias cognitivi.

La valutazione non cerca la perfezione (che non esiste), ma cerca di capire se il genitore ha le risorse per correggere i propri errori e se è disposto a mettersi in discussione per il bene del figlio.

Nota bene: La valutazione non è un atto punitivo, ma uno strumento diagnostico. Spesso, l’esito di una valutazione non è “togliere il figlio”, ma consigliare un percorso di sostegno alla genitorialità per aiutare la famiglia a recuperare un equilibrio sano.

Colloquio e osservazione del bambino.

Lo psicologo non interroga il bambino come se fosse in un tribunale. Con i minori si usano tecniche indirette perché il bambino possa esprimersi senza sentirsi sotto pressione o in colpa verso i genitori.

  • L’Osservazione del Gioco: Per i più piccoli, il gioco è il linguaggio principale. Lo psicologo osserva come il bambino usa i pupazzi: c’è una figura che aggredisce? C’è qualcuno che protegge? Il gioco è caotico o strutturato?
  • Il Disegno della Famiglia: Si chiede al bambino di disegnare una famiglia. La posizione dei personaggi, chi viene disegnato per primo, chi è più grande o chi manca del tutto, offre indizi preziosi sulla percezione che il bambino ha dei legami affettivi.
  • Le Storie da Completare: Si iniziano delle brevi storie (es. “Un uccellino cade dal nido, cosa fanno i genitori?”) e si chiede al bambino di finirle. Questo rivela le sue aspettative profonde verso la cura dei genitori.

I campanelli d’allarme (Red Flags).

Durante la valutazione, lo psicologo presta attenzione ad alcuni segnali critici che indicano una compromissione delle competenze genitoriali:

Lato Genitore:

  • Inversione di Ruolo (Parentificazione): Il genitore si confida con il figlio come se fosse un adulto, chiedendogli conforto emotivo o scaricandogli addosso responsabilità eccessive.
  • Disprezzo o Ostilità: Parlare male dell’altro genitore davanti al bambino o mostrare insofferenza verso i bisogni fisici/emotivi del figlio.
  • Assenza di Empatia: L’incapacità di capire che il bambino sta soffrendo, minimizzando i suoi sentimenti (es. “Piange per niente, vuole solo manipolarmi”).
  • Mancanza di Monitoraggio: Non sapere dove sia il figlio, cosa faccia o chi frequenti (trascuratezza).

Lato Bambino (Indicatori di disagio):

  • Ipervigilanza: Un bambino che scruta continuamente il volto del genitore per capire se sta per arrabbiarsi.
  • Adultizzazione: Un bambino che si comporta “da piccolo soldato”, che non gioca mai e cerca di compiacere sempre gli adulti.
  • Regressioni: Perdita di autonomie già acquisite (es. ricominciare a fare la pipì a letto o parlare come un bambino molto più piccolo) in coincidenza con i conflitti familiari.

La relazione al Giudice o ai Servizi.

Alla fine di tutto questo processo, lo psicologo scrive una Relazione Peritale o Clinica. Questa relazione non è mai un giudizio morale, ma una fotografia tecnica che risponde a tre domande chiave:

  1. Qual è il danno (o il rischio di danno) per il minore?
  2. Quali sono le risorse della famiglia? (C’è spazio per migliorare?)
  3. Quali interventi sono necessari? (Es. psicoterapia per il genitore, spazio neutro per gli incontri, o monitoraggio dei servizi).

Una distinzione importante

È fondamentale capire che la valutazione cerca di distinguere tra un genitore in difficoltà (che ha bisogno di aiuto per imparare a gestire il figlio) e un genitore pregiudizievole1(che, per tratti di personalità o patologie, danneggia attivamente lo sviluppo del bambino).

Cosa resta di quanto appena detto.

Molti si stanno scagliando contro certe situazioni lasciandosi portare dall’enfasi di alcuni politici che approfittando di qualcosa, rendono opaco qualcos’altro. Sono parecchi anni che svolgo la mia attività di psicologa clinica presso un consultorio che si trova in una difficile zona di frontiera della provincia. Per tutti coloro che si preoccupano di famiglie, vorrei porre una domanda. Nel mio lavoro vedo ragazzi che vanno a scuola, con ottimo profitto, che sono intorno a noi, sono amici dei nostri figli, costeggiano i nostri corpi in strada e “sono normali”. Questi ragazzi non hanno cibo in tavola e hanno sete, sapete.. non ero pronta a vedere ragazzi nel 2026 che hanno sete.

Mi chiedo allora perché non ci preoccupiamo e non ci indigniamo anche per questi giovani; perché non ci battiamo con la stessa veemenza, arroganza e presunzione anche per questi ragazzi e bambini.

Come mai la politica non si interessa allo stesso modo anche di queste famiglie? Non attirano voti, mi chiedo?

NOI POSSIAMO FARE LA DIFFERENZA.

SEMPRE.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

1Seguirà approfondimento in merito

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La mamma cattiva: la solitudine delle donne opache.

L’approfondimento odierno si presenta come profondamente complesso e questo a causa delle sue multiformi implicazioni sociali, culturali e professionali.

La recente cronaca ci espone ancora una volta, in maniera piuttosto brusca e violenta , innanzi al fallimento socioculturale cui da anni guardiamo impassibili, con l’unica eccezione di quella indignazione che tanto ci piace esporre sui social media.

In questo spazio abbiamo affrontato spesso il tema della maternità, momento del ciclo di vita che particolarmente mi sta a cuore, così come in maniera particolare e viscerale ho a cuore la salute mentale del femminile.

Chi sono, allora, quelle che definisco donne opache e cosa accade nella mente di quella donna che si squarcia, lacera e che vede la frantumazione del proprio IO?

Siamo abituati a temi come baby-blues o depressione post-partum, ci fermiamo invece quando si parla di psicosi puerperale; cerchiamo di comprendere, allora, cosa sono i disturbi psichiatrici perinatali.

Che cos’è la psicosi puerperale?

Rifermiamo a una condizione clinica definibile come caleidoscopica poiché particolarmente complessa; si va, infatti, da sintomi maniacali, depressione severa, quadri misti; si possono riscontare deliri, allucinazioni, insonnia, comportamenti bizzarri, fluttuazioni del tono dell’umore (depressione, mania, fasi miste), preoccupazioni ossessive per la salute del neonato, labilità emotiva, suicidio e infanticidio.

Quando parliamo, pertanto, di psicosi puerperale, indichiamo una condizioni di complessità tale da rendere necessaria l’ospedalizzazione.

Si evince, pertanto, che la psicosi puerperale non è depressione post- partum e non deve e non va confusa con questa (mi rammarica molto di come la cronaca utilizzi impropriamente il termine depressione post partum per qualsivoglia forma di disagio psichico colpisca la puerpera. Oltre ad essere un errore epistemologico è anche un profondo bias culturale pericoloso).

Differenze depressione post-partum e psicosi puerperale.

  • DEPRESSIONE POST- PARTUM (DPP): ESORDIO (Entro il primo anno, spesso 4/6 settimane) CONTATTO CON LA REALTA’ (Preservato, la madre soffre ma sa cosa accade) RISCHIO (Disperazione, ritiro, pensieri di inadeguatezza)
  • PSICOSI PUERPERALE: ESORDIO (Rapidissimo, di solito 2/3 settimane) CONTATTO CON LA REALTA’ (Compromesso, deliri, allucinazioni, confusione) RISCHIO (Alto rischio di suicidio e infanticidio. Emergenza medica).

Se quindi con la depressione post-partum la donna vive come esposta in una nebbia di cui tuttavia riesce in qualche modo a scorgere i confini di un approdo possibile e necessario, con la psicosi puerperale si assiste a un naufragio brusco e improvviso; la realtà si rompe (così come l’IO), la bussola gira impazzita e senza una scialuppa di salvataggio (farmacoterapia e psicoterapia) diviene impossibile rimettersi in rotta di navigazione.

Altra sostanziale differenza tra depressione post partum e psicosi puerperale risiede nell’insight (consapevolezza), nei pensieri sul bambino e l’evoluzione.

Nella depressione post-partum la madre sa di stare male e per questo si colpevolizza ne deriva che i pensieri siano del tipo: “non sono capace di accudire il mio bambino/lui starebbe meglio senza di me”. Il tutto avviene con una evoluzione graduale che si insinua nelle settimane.

Nella psicosi puerperale invece la donna ha una consapevolezza inesistente quindi non sa di essere malata poiché la sua realtà è vera; i pensieri sul bambino hanno una tonalità scura e oscura infatti i deliri presenti sono spesso a contenuto religioso: “il bambino è impossessato/ lui è il demonio” il tutto con una evoluzione così rapida da poter insorgere anche in poche ore.

Con la psicosi puerperale non c’è scampo, non abbiamo spazio di attesa poiché la velocità diviene l’unico margine tra integrazione e disintegrazione; osservare, comprendere e attivarsi non appena la donna ha dato alla luce il proprio bambino, diviene l’unico modo per preservare un IO già reso fragile dalla gravidanza, il parto, la fatica fisica, quella mentale per riassestare le personali (e di coppia) reviviscenze traumatiche.

Osservazione socio-antropologica: il ruolo dei social.

Negli ultimi anni una strana moda ha colpito i social media: quella delle mamme a tutti i costi con tanto di esibizione del momento “pipì sullo stick” più rivelazione “incita da 2-3 settimane!”. Quanto scritto, se di primo acchito può far sorridere reca in sé una cisti pronta a far infezione: la celebrazione dell’inesistente perfezione materna (ovviamente i padri diventano un inesistente sfondo poiché in quella società che tanto mira alla parità di genere, sono spesso proprio le donne a fare delle questioni femminili un fatto da solo donne escludendo l’altro genere).

Accade allora che dal momento del test, queste ragazze raccontano ogni trimestre della gravidanza, ogni settimana, ogni minimo cambiamento estetico ed emotivo presentandosi sempre curate e impeccabili (nessuna creator smette mai di lavorare o di prendersi cura di se stessa, dove la cura appare come un mero miraggio estetico: le mi unghie e i capelli sono sempre ben pronti).

Dopo il parto, di cui sarà narrato ogni dettaglio (e con ogni intendiamo persino se durante il travaglio sono fuoriuscite feci), queste donne mirano a una sola cosa: eliminare ogni rimando alla maternità.

L’obiettivo resta uno: il corpo deve tornare il più velocemente possibile in forma, magari anche meglio di prima, cancellando di fatto ogni passaggio della maternità appena avvenuta.

Il primo passaggio è il ritorno al filler di cui si sentiva una mancanza lancinante (così come il primo pasto a base di sushi), poi si parte con il pilates reformer (il pavimento pelvico tendenzialmente pare essersela cavata bene), poi i trattamenti con rulli, acidi e via andare. Insomma queste donne paiono cariatidi sempre sorridenti, piallate, boccolose ai limiti del ridicolo, con questi batuffolini sbattuti un po’ qui.. un po’ lì sempre a favore di telecamera. Il tutto sempre sostenendo quanto sia faticosa la maternità nel mentre hanno donna delle pulizie, madre, suocera e baby sitter a comando.

Qualcosa non torna.

Quanto esposto non va preso come un giudizio personale né va interpretato come un inneggiare alle madri sacrificali che devono abbandonare il proprio corpo: è proprio l’inverso.

Queste ragazze e questo modello di femminilità è quanto di più artificiale e maschilista possibile e sono proprio le donne a rincorrere questo ideale.

La madre non è mai perfetta, non lo sarà (per nostra fortuna) mai nel corpo né nella mente: sbaglierà, ridefinirà migliaia di volte la sua identità, vacillerà e dubiterà il tutto a patto che mantenga la sua integrazione interna. Vacillare e dubitare non pongono l’IO in pericolo ma lo esaltano poiché lo modellano. Quelle donne che ho sopra descritto sono invece quelle maggiormente in pericolo di frantumazione poiché inseguono una perfezione che non è umana.

Auspico, come sempre, che vi sia un maggior dialogo e una maggiore azione tra i saperi e tra i membri della società. Casi come quello di Catanzaro oppure casi come quello della Petrolini non possono diventare solo mezzi di evacuazione social del nostro disappunto ma devono essere memento affinché diventiamo capaci come società intera di comprendere, contenere, e preservare la salute dei nostri membri sociali.

Cominciando dai più fragili: i più piccoli -i nuovi nati- che in questo mai avranno colpe.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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La percezione dell’ostacolo #ilpensierononlineare

Quante volte avrai pensato o ti sarai detto “questa cosa non la faccio perché è troppo difficile!” Aprendo così a quel momento di incertezza, quella sensazione che può protrarsi nel tempo fino a diventare fissità totale.

Lucio Anneo Seneca nelle sue Lettere a Lucilio, enuncia qualcosa che può suonare come un mantra.

La “difficoltà” non diviene una proprietà intrinseca dell’azione, ma un sottoprodotto della nostra paura. Accade pertanto che se:

  • Evitiamo qualcosa, la nostra mente ingigantisce le barriere.
  • L’immobilità alimenta l’ansia, rendendo l’obiettivo sempre più lontano e insormontabile.

Osare.. la semplice difficoltà di essere se stessi, ad esempio; portare avanti la propria idea, osare con e sulla base del proprio bagaglio culturale, credere nella propria “verità”. Non è incoscienza ma essere attivi in un mondo di passivi.

L’azione semplifica: nel momento in cui iniziamo a fare, passiamo dal “fantasma” del problema alla gestione reale dei dettagli tecnici.

Competenza acquisita: Spesso le cose ci sembrano difficili solo perché non abbiamo ancora sviluppato le abilità necessarie. Tali abilità si ottengono solo facendo e -in particolare- provando.

La profezia che si autoavvera

Se decidiamo che una cosa è troppo difficile e non proviamo nemmeno, avremo sempre ragione. La nostra inazione conferma la nostra paura.

“Il non osare cristallizza la difficoltà; l’agire la scioglie.”

Cosa ci invita a considerare Seneca? E’ un coraggio pragmatico. La barriera più alta non è quasi mai fuori di noi, ma è la soglia della nostra stessa esitazione.

Una volta varcata quella soglia, ci accorgiamo quasi sempre che la realtà è molto più gestibile di quanto la nostra immaginazione -paralizzata dal timore- ci volesse far credere.

COSA DICE SENECA?

Tu? Hai qualcosa di particolare che ti frena e che esiti a cominciare per timore?

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
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Dal Narcisismo al Narcisismo Maligno

Siamo abituati a pensare al narcisista come a qualcuno di vanitoso, qualcuno che cerca costantemente uno specchio per confermare la propria bellezza o il proprio valore.

Cosa succede quando la ricerca di ammirazione si trasforma in bisogno di dominio e il desiderio di successo diventa piacere nel vedere l’altro fallire?

Secondo Otto Kernberg  il narcisista a uno sguardo superficiale appare poco disturbato e in effetti apparentemente sembra funzionare bene, ma in realtà se volessimo fare un’indagine approfondita scopriamo che il suo Io (composto solo da aspetti idealizzati del Sé e dell’Oggetto), è diventato “grandioso”.

La realtà in cui il narcisista si muove è, in effetti, dal suo punto di vista, potenzialmente pericolosa, per la sua immagine grandiosa, perché in ogni momento questa può essere invalidata da chiunque.

Quindi, probabilmente l’unico modo per tentare di difendersi da questo rischio porta il narcisista ad “allontanarsi” dagli altri (potenzialmente pericolosi) che sono continuamente oggetto di rabbia e svalutazione, da parte sua.

Questa forte svalutazione dell’altro però non basta a metterlo al riparo dalle proprie emozioni negative infatti il narcisista deve fare i conti anche con i sentimenti di estrema inferiorità, generati dal suo Super Io sadico che alimenta sia un eccessivo bisogno di essere rassicurato che un profondo sentimento di invidia verso gli altri.

Per il narcisista generalmente il rapporto o la relazione con gli altri diventa spesso di tipo parassitario. Tende a sfruttare gli altri per alimentare la propria autostima, ma vive, paradossalmente in un costante e profondo senso di solitudine, che caratterizza il suo stato d’animo.

Identikit del Narcisista Maligno

Nel momento in cui la grandiosità del paziente narcisista si combina con una forte quota di aggressività il tratto narcisistico del più noto disturbo di personalità diventa “narcisismo maligno.

In tal caso al sé grandioso del narcisista si aggiunge un aspetto legato all’onnipotenza che si traduce in atteggiamenti o convenzioni del tipo:

“Per me le regole non valgono”;

“Posso fare quello che voglio”

“Le regole morali non valgono per me perchè sono io che decido cosa è morale e cosa non lo è”.

In genere il narcisista maligno tende ad avere comportamenti e intenzioni, come ad esempio:

  • mentire;
  • trarre piacere dal fatto che glia altri soffrono;
  • è particolarmente intollerante verso le differenze;
  • non tollera chiunque non la pensi come lui;
  • esprime giudizi molto negativi sugli altri.

Inoltre abbiamo 4 caratteristiche principali che descrivono il quadro patologico del narcisista maligno:

  • Narcisismo Grandioso: Senso di superiorità assoluta.
  • Antisocialità: Totale mancanza di rimorso e disprezzo per le regole.
  • Paranoia: Tendenza a vedere nemici ovunque, giustificando così la propria aggressività.
  • Sadismo: Trarre piacere (o un senso di potere) dal veder soffrire o umiliare gli altri.

Ma cosa porta il narcisista maligno a sviluppare tratti così patologici?

Pare che un ruolo fondamentale nello sviluppo del narcisismo sarebbe giocato da un sentimento provato durante le prime fasi di vita: il risentimento. Che potremmo tradurre nella sensazione di avere subito diverse ingiustizie nel corso del tempo e di non aver mai potuto ribellarsi e quindi dimostrarsi in grado di poter reagire nella “maniera giusta”.

Il sentimento di ingiustizia, nel bambino, cova dentro e diventa sempre più grande e incontrollabile. Il risentimento quindi diventa un sistema difensivo che lo accompagnerà fino all’età adulta. Da adulto il narcisista maligno, avrà dento di sé sempre la sensazione dover essere risarcito di qualcosa e muoverà le sua azioni e le sue scelte motivato da un desiderio di vendetta.

«In parole semplici, gli individui che quando esprimono i loro tratti narcisistici sono disposti a danneggiare il prossimo vengono definiti maligni e il loro comportamento antisociale è evidente sia dal lato attivo che da quello passivo; esprimono tratti paranoidi; aggressività egosintonica e sadismo diretti sia verso gli altri che verso se stessi

(Elsa Ronningstam, 2005)

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L’Impatto sulla Società

Erich Fromm  nel 1964, ha parlato di narcisismo maligno descrivendolo come una «malattia mentale grave» che rappresenta «la quintessenza del male». Ha qualificato la condizione del narcisista maligno come la «patologia più grave e alla radice della distruttività viziosa e disumana» (Fonte Wikipedia).

Il narcisista maligno non distrugge solo le relazioni private, ma avvelena gli ambienti in cui si muove. Sono persone potenzialmente intelligenti e furbe. Il loro modo di agire dentro le relazioni in maniera parassitaria e profittatrice, li mette spesso in condizione di assumere posizioni molto importanti nei contesti sociali, politici, governativi e aziendali.

Si insinuano, manipolano e si appropriano del potere. Si circondano di persone simili o manipolabili per affermare la loro leadership anche con abili e convincenti maschere sociali, ma inevitabilmente calano la maschera e si scoprono essere “maligni” proprio a causa della loro “illusione d’onnipotenza”.

Ci sono alcuni aspetti che delineano al meglio le caratteristiche negative nei contesti relazionali e sociali in cui sono presenti, ad esempio la loro si rivela essere una leadership tossica nei contesti aziendali o in politica. Infatti queste figure creano climi di terrore, divisione (“divide et impera”) e manipolazione della verità.

Negli ambienti che frequentano o “dirigono” promuovono una cultura dove la gentilezza è vista come debolezza e la sopraffazione come successo (erosione dell’empatia).

Hanno la capacità di manipolare grandi gruppi di persone, distorcendo la percezione della realtà comune (Gaslighting Collettivo).

Il gaslighting è una forma di manipolazione psicologica in cui una persona porta l’altra a mettere in dubbio le proprie percezioni, emozioni o ricordi. In questo caso la manipolazione diventa sistemica e intere comunità iniziano a dubitare della verità oggettiva.

La manipolazione collettiva porta il narcisista maligno alla creazione del “Nemico”. In contesti politici e/o di potere sono soliti usare la paranoia per unire un gruppo contro un “altro” (capro espiatorio).

Quali possono essere le conseguenze a lungo termine dell’influenza di personalità narcisistiche (maligne) nei diversi contesti relazionali/sociali?

  • Frammentazione Sociale: La società diventa più polarizzata e aggressiva.
  • L’effetto contagio: il comportamento aggressivo viene normalizzato e imitato da chi cerca protezione sotto l’ala del “più forte”.
  • Trauma Vicario: Anche chi non è vittima diretta può subire lo stress di vivere in un sistema governato da dinamiche narcisistiche. Inoltre è forte il senso di impotenza che pervade chi non si è fatto “affascinare” o manipolare e osserva queste dinamiche senza poter intervenire.
  • L’erosione della fiducia: Perché è difficile ricostruire una comunità dopo il passaggio di un narcisista maligno.

Il narcisista maligno è una figura complessa, il potere di queste personalità non risiede nella loro reale forza, ma nella nostra frammentazione.

Il narcisismo maligno prospera dove c’è isolamento, dove il dubbio sostituisce la fiducia e dove l’empatia viene derisa come una debolezza.

La difesa di chi non accetta la “relazione” con un narcisista maligno non passa attraverso l’imitazione della loro aggressività, ma attraverso la riappropriazione del pensiero critico.

Restare umani, restare connessi, imparare a leggere le dinamiche di manipolazione prima che diventino sistema: questa è la vera resistenza.

Non permettiamo alla tossicità di pochi di ridefinire il modo in cui tutti noi stiamo insieme.

Narcisismo Maligno – ilpensierononlineare – Video Short
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Il Paradosso dell’Orrore: Perché la Paura ci rende più Equilibrati?

The Exorcist, The Conjuring Universe, Sinister, Abigail, e molti altri. Sono tutti titoli di film che rientrano nel genere cinematografico progettato per suscitare terrore, emozioni di disgusto, paura, shock o inquietudine.

La cinematografia horror è stata per molti anni associata, nella mente di chi non ne comprende il senso, al godimento da parte di persone con personalità genericamente “disturbata”. Nell’immaginario popolare, infatti, il fruitore o l’appassionato di tale settore cinematografico è in qualche modo assimilabile a un sociopatico o ad una persona con disturbo antisociale di personalità.

Cosa dicono le ricerche?

Recenti evidenze neuropsicologiche suggeriscono l’esatto contrario: la passione per il genere scary è spesso indice di un’elevata resilienza psicologica e di una solida stabilità emotiva.

La “Palestra delle Emozioni”: Esposizione Controllata.

Chi guarda film horror non cerca il dolore ma sperimenta quella che in psicologia definiamo attivazione fisiologica (arousal) in un contesto di sicurezza totale.

  • Il Meccanismo: Mentre il sistema nervoso simpatico reagisce ai jump scare, la corteccia prefrontale rimane consapevole che lo stimolo è fittizio.
  • Il Beneficio: Questo esercizio permette di “allenare” la risposta allo stress. Chi è abituato a gestire la paura cinematografica sviluppa una maggiore capacità di disimpegno psicologico dalle emozioni negative nella vita reale, risultando paradossalmente più calmo di fronte alle avversità quotidiane.

E la sociopatia? Smentire il mito.

Contrariamente ai pregiudizi, lo spettatore horror non manca di empatia; al contrario, sperimenta una forma di empatia vicaria.

“Non è l’assenza di empatia a spingere verso l’horror, ma la capacità di elaborare l’ombra senza agirla.”

Gli studi indicano che i tratti di personalità legati alla cosiddetta “Triade Oscura” (narcisismo, machiavellismo, psicopatia) non sono più frequenti nei fan dell’horror rispetto alla media. Anzi, la fruizione di questi film richiede spesso una forte identificazione con la vittima e una comprensione profonda delle dinamiche del bene e del male.

I Vantaggi Cognitivi: Dal Post-Horror alla Resilienza.

Una ricerca interessante condotta durante la recente pandemia di COVID-19 ha evidenziato come i fan dei film horror e dei generi “distopici” mostrassero livelli di ansia inferiori rispetto agli altri.

  • Padronanza dei segnali: I fan dell’horror sono più abituati a processare informazioni minacciose.
  • Distacco critico: Hanno una marcia in più nel distinguere tra una minaccia percepita e una reale, mantenendo l’equilibrio anche sotto pressione.

I vantaggi, inoltre, non sembrano terminare qui. Sempre durante la pandemia, i fan dell’orrore distopico hanno mostrato livelli inferiori di ansia e una capacità migliore di adattamento. Il motivo? Si tratta di persone psicologicamente preparate alle catastrofi o agli scenari di crisi poiché hanno automatizzato strategie di regolazione emotiva che altri devono ancora costruire (a tal proposito alcuni pazienti ironizzano, spesso, dicendo di essere pronti ad ogni catastrofe, invasione o guerra perché hanno fatto esperienza attraverso i film e saprebbero già come rispondere a qualsivoglia catastrofe).

UNA IMPORTANTE NOTA CLINICA:

È importante distinguere tra la fruizione ricreativa e l’esposizione in soggetti con PTSD o disturbi d’ansia acuti, dove il meccanismo di “distacco critico” potrebbe fallire, portando a una ri-traumatizzazione anziché a una catarsi.

L’orrore sembra, dunque, una catarsi moderna; una possibilità di guardare in faccia il male con la possibilità di accendere e spegnere a piacimento il momento clou. Per molti diviene una sorta di strumento di auto aiuto, un self-help emotivo necessario per comprendere che la cattiveria esiste ed è possibile e che il genere umano è ancora e sempre capace di attuarla.

Scegliere di guardare un film horror non è, in definitiva, un atto di cinismo, ma un atto di coraggio emotivo. È il modo in cui la nostra mente ci dice che siamo pronti a guardare nell’abisso, sapendo di avere gli strumenti per tornare indietro. Forse, chi non ha paura del buio sullo schermo è semplicemente chi ha imparato a fare luce dentro di sé.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità.

Scrivner, C., Johnson, J. A., Kjeldgaard-Christiansen, J., & Clasen, M. (2021). Pandemic practice: Horror fans and morbidly curious individuals are more psychologically resilient during the COVID-19 pandemic. Personality and Individual Differences, 168, 110397. https://doi.org/10.1016/j.paid.2020.110397

Clasen, M. (2017). Why We Love Horror: The Aesthetics of Fear. Oxford University Press.

Scrivner, C. (2021). Scaring away anxiety: Therapeutic avenues for horror fiction to enhance treatment for anxiety symptoms. PsyArXiv.

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CONFORMISTA E/O OBBEDIENTE? #ilpensierononlineare

“La tendenza al conformismo nella nostra società è così forte che giovani ragionevolmente intelligenti e benintenzionati sono disposti a chiamare bianco il nero. Questo è motivo di preoccupazione. Solleva domande sui nostri modi di educazione e sui valori che guidano la nostra condotta”.

Solomon Asch

Probabilmente se ti chiedessi: ” ti reputi una persona conformista? Sei obbediente e assecondi le volontà del gruppo?” risponderesti di no. Forse con tono anche adirato o sospettoso renderesti risposta certa: penso con la mia testa! Non sono influenzabile né manipolabile! Non faccio ciò che la maggioranza fa.

Solomon Asch, tuttavia, nel 1951, ci ha fornito degli interessanti studi che letti con la potente lente d’ingrandimento contemporanea suonano più che mai inquietanti.

Lo psicologo polacco mostrò, infatti, come l’essere membro di un gruppo potesse gradualmente comportare la modificazione delle azioni della persona così come, in una certa misura, giudizi e percezioni visive. L’esperimento proposto si basa sulla possibilità di influire sulle percezioni della persona e sulle valutazioni di dati oggettivi, senza andare a dare false informazioni palesi sulla realtà o distorsioni eclatanti.

L’ESPERIMENTO IN BREVE.

  • 8 soggetti sperimentali
  • di cui 7 complici/collaboratori
  • 1 soggetto sperimentale

Tali soggetti dovevano incontrarsi in laboratorio per quello che veniva presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva. Lo sperimentatore presentava loro delle schede con tre linee di diversa lunghezza in ordine decrescente mentre su un’altra scheda vi era disegnata un’altra linea, di lunghezza uguale alla prima linea della prima scheda. Chiedeva a quel punto ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente nelle due schede. Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente errata.

Il vero soggetto sperimentale, che doveva rispondere per ultimo o penultimo, in un’ampia serie di casi iniziava regolarmente a rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata data dalla maggioranza di persone che aveva risposto prima di lui. In sintesi, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva, consapevolmente e pur sulla base di un dato oggettivo, di assumere la posizione esplicitata dalla maggioranza. Solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente e non ciò che sentiva di “dover” dire.

RISULTATI.

Questi studi giudicati talvolta vecchi o non tarati su alcuni campioni di popolazione continuano a mostrare una faccia dell’umano: pur di ricevere consensi si è disposi a negare l’evidenza ma, la cosa peggiore, non è chi nega quanto piuttosto chi si convince di credere.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Oltre le coordinate: il posto che cura.

“Qui mi sento a casa”.. “qua sono me stessa”

Il luogo del cuore è una realtà per molte persone; non si tratta necessariamente del posto in cui siamo nati, cresciuti o in cui viviamo nel momento presente. E’ un pezzo di mondo -quel pezzo- dove il respiro si fa più profondo e il suono assordante della mente, si placa. E’ altresì quel locus il cui ricordo cura e la cui lontananza “ammala”; un’assenza colmata dal desiderio del ritorno.

Perché accade? Semplice nostalgia? Bisogno di evasione? Si tratta in realtà id un fenomeno psicologico complesso.

L’Attaccamento al Luogo (Place Attachment)

In psicologia, parliamo di Place Attachment. Proprio come sviluppiamo un legame affettivo con le figure di accudimento, creiamo connessioni profonde con gli spazi fisici. E’ un concetto descrivibile anche come “identità di luogo” intendendo con ciò lo spazio non come un semplice contenitore ma come uno specchio del Sé.

Quando diciamo “Qui mi sento me stesso”, stiamo riconoscendo un luogo che convalida la nostra storia e i nostri valori.

La Scienza del Benessere: Rigenerazione e Neurochimica

Esiste una teoria affascinante, la Attention Restoration Theory (ART). La vita quotidiana ci prosciuga l’attenzione diretta (quella faticosa, che usiamo per lavorare). I nostri luoghi del cuore spesso offrono stimoli “morbidi” — il fruscio del vento, un panorama familiare — che permettono al cervello di riposare e rigenerarsi.

A livello biologico, trovarsi nel proprio luogo d’elezione:

  • Abbassa i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress).
  • Stimola il sistema parasimpatico, favorendo uno stato di omeostasi.
  • Attiva i circuiti della memoria autobiografica, creando un ponte tra chi eravamo e chi siamo oggi.

“Il luogo del cuore non è un dove, ma un come. È lo spazio fisico che permette allo spazio interno di espandersi.”

Alcune persone pensano che l’attaccamento a un luogo comporti una sorta di dipendenza; non ci si vuole assoggettare ad un legame. A ben vedere quanto detto non è propriamente corretto, se è vero che il primo rapporto è con il proprio Sé è pur vero che il Sé contiene la moltitudine poiché il singolare è sempre prima plurale e in questa pluralità sono incluse le mille esperienze che il proprio Sé può allacciare (compresi gli incontri con i luoghi).

Tuttavia non è facile poter raggiungere sempre il proprio luogo del cuore, come ritrovare il proprio “rifugio” mentale, allora?

Il potere della visualizzazione:

  • Chiudi gli occhi: Richiama i dettagli sensoriali (l’odore dell’aria, la temperatura, i suoni).
  • Ancoraggio: Associa a quel luogo una parola o un respiro profondo.
  • Integrazione: Chiediti cosa di quel luogo puoi portare nella tua routine quotidiana (un colore, una pianta, un momento di silenzio).

Adesso sono curiosa: qual è il tuo luogo del cuore? È un posto che ti dà energia o che ti regala pace?

Spesso, tornare in quei luoghi significa semplicemente tornare a casa… dentro di noi

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

Riferimenti Bibliografici.

Proshansky, H. M. (1983). The City and Self-Identity. Environment and Behavior.

Kaplan, S. (1995). The restorative benefits of nature: Toward an integrative framework. Journal of Environmental Psychology.

Altman, I., & Low, S. M. (1992). Place Attachment. Plenum Press. (Questo è il testo sacro sul legame affettivo con i luoghi).

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L’importanza del Padre

“La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza.”

Massimo Recalcati

Oggi il ruolo del paterno si evolve e va ben oltre il ruolo castrante di colui che determina le regole. Oggi il padre ha il difficile compito di mediare, rassicurare, ordinare e delimitare i confini dell’ignoto.

Forse è questo che manca ai giovani che attraversano momenti di disagio.

Manca qualcuno che possa concretamente diventare riferimento per “tradurre” l’incomprensibile e caotico mondo che li circonda.

Come già intuì Jacques Lacan secondo cui la funzione simbolica del padre (Nom-du-Père) è fondamentale per lo sviluppo e l’identificazione del bambino, perché permette al bambino di separarsi dalla fusionalità del legame con la madre e ordina il linguaggio, è il significante che crea un significato e ordina il caos.

Se il Nome-del-Padre è “forcluso” (assente o non efficace), si ha la struttura psicotica.

Secondo Recalcati “Ciò che resta del padre non è colui che spiega il significato della vita. Invece, è il padre che dimostra, attraverso la propria esistenza, che la vita può avere un senso”.

Ripropongo una puntata del nostro podcast “In Viaggio con la Psicologia” in cui analizzo e parlo di genitorialità e in particolare delle caratteristiche dei “genitori narcisisti”.

In Viaggio con la Psicologia – Spotify – ilpensierononlineare

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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Serendipity: hai mai scoperto qualcosa per caso mentre cercavi altro? #ilpensierononlineare

Il termine serendipità (dall’inglese serendipity) fu coniato nel 1754 dallo scrittore Horace Walpole, che rimase folgorato da un’antica fiaba persiana intitolata I tre principi di Serendippo (dove “Serendippo” è l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’attuale Sri Lanka).

La leggenda dei Tre Principi

La storia narra di un potente re di Serendippo che decise di far viaggiare i suoi tre figli affinché vedessero il mondo e completassero la loro educazione. I tre giovani non erano solo colti, ma dotati di uno spirito di osservazione fuori dal comune.

Durante il loro cammino, si imbatterono in un cammelliere disperato che aveva perso il suo animale. Pur non avendolo mai visto, i principi iniziarono a descriverlo con una precisione inquietante:

  • “È cieco dall’occhio destro?” chiesero.
  • “Gli manca un dente?”
  • “È zoppo?”
  • “Trasporta miele da un lato e burro dall’altro?”

Il cammelliere, sbalordito, confermò tutto, ma pensò subito che lo avessero rubato loro. Li fece arrestare e portare davanti a un giudice.

Il potere dell’osservazione

Quando il giudice chiese come facessero a sapere quelle cose senza aver visto il cammello, i principi spiegarono il loro ragionamento logico:

  1. L’occhio: L’erba era mangiata solo sul lato sinistro della strada, anche se quella a destra era più verde.
  2. Il dente: I ciuffi d’erba a terra presentavano piccoli buchi centrali, segno che mancava un incisivo.
  3. La zoppia: Le impronte nella sabbia mostravano una zampa trascinata.
  4. Il carico: Da un lato della strada c’erano formiche (attirate dal burro fuso) e dall’altro mosche (attirate dal miele).

Mentre stavano per essere condannati, il cammello venne ritrovato da un altro viandante, provando la loro innocenza. Il re, impressionato dal loro acume, li colmò di onori.

Il legame con la “Serendipità”

Horace Walpole usò questa storia per definire la capacità di fare scoperte fortunate e inaspettate mentre si sta cercando altro.

Tuttavia, c’è un dettaglio fondamentale che spesso dimentichiamo: la serendipità non è “solo fortuna”. Come dimostrato dai principi:

  • Non è un caso puro: I principi non hanno trovato il cammello per miracolo; hanno interpretato segni che altri avrebbero ignorato.
  • La mente preparata: Serve intuito, curiosità e una mente aperta per trasformare un imprevisto in una scoperta.

“Nel campo dell’osservazione, la fortuna favorisce solo la mente preparata.” —

Louis Pasteur

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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SONO FUSO: BURNOUT ESAURIMENTO PSICO-FISICO LAVORATIVO #ilpensierononlineare

Ti senti solo stanco o sei vicino al limite? Molti sottovalutano questi segnali finché non è troppo tardi. Scopri se quello che provi è semplice stress o Burnout.
In questo video analizziamo i 3 pilastri del burnout:

1️⃣ Esaurimento emotivo: sentirti svuotato anche dopo aver riposato.

2️⃣ Cinismo: distacco e irritabilità verso il lavoro o gli altri.

3️⃣ Inefficacia: la sensazione di non valere nulla nonostante l’impegno.

Ti è mai capitato di sentirti così?

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
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L’importanza del NO (nelle relazioni e non solo).

Spesso pensiamo che essere sempre disponibili ci renda persone “migliori” o più amabili.

In psicologia, questo schema si chiama People Pleasing (compiacimento sociale) e può diventare una prigione emotiva.

Accettare sempre di dire Si può limitarci e permette agli altri di decidere al posto nostro.

Quando non riusciamo a mettere dei confini, il nostro si frammenta e la relazione diventa una fusione tossica, non un incontro tra due identità.

Essere assertivi non significa essere aggressivi, ma avere il coraggio di dire: “Qui finisco io e inizi tu”.

Se non metti dei confini, gli altri calpesteranno il tuo spazio, non perché sono cattivi, ma perché non sanno dove si trova il limite.

Senza un no i tuoi confini psichici diventano porosi. Permetti agli altri di invadere il tuo spazio emotivo e di dirigere la tua vita.

Quindi ricorda: un NO detto con consapevolezza definisce il tuo . Un No può far emergere la tua personalità e può aumentare l’autostima.

Quindi cominciamo sin da subito a dire più spesso NO.

A cosa diresti NO in questo momento? Scrivilo qui sotto!

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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GIORNATA NAZIONALE DEL FIOCCHETTO LILLA, DCA: OLTRE 3 MILIONI DI CASI IN ITALIA, ALLARME TRA GLI UNDER 14.

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Gli ultimi dati sui DCA diffusi in occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla (15 Marzo) ci consegnano un quadro allarmante: in Italia oltre 3 milioni di persone soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare e i primi casi si registrano addirittura all’età di 6-7 anni, numeri in costante peggioramento negli ultimi anni.

Per affrontare una problematica sempre più diffusa occorre avere una rete adeguata per la cura multidisciplinare ma serve anche una strategia di prevenzione e intercettazione precoce.

La psicologia scolastica e gli psicologi di assistenza primaria hanno una funzione cruciale in questa direzione.

Quello che non viene raccontato -spesso- oppure ciò che non vuole (per evidenti difese sociali messe in atto) essere visto è che i disturbi del comportamento alimentare hanno poco in relazione con il cibo in sé.

Il cibo diviene solo un mezzo per elicitare una sofferenza molto più nascosta e radicata nella psiche umana.

Il rapporto dell’essere umano con il cibo è qualcosa di complesso e multisfaccettato. Quelle che appaiono come semplici “pietanze tra cui scegliere” celano -a livello simbolico- una potenza che va molto oltre delle differenze in termini di gusti o scelte.
In alcune persone può infatti accadere che la relazione funzionale con il cibo muti tanto da diventare una relazione disfunzionale.
Il cibo -infatti- è fin da subito (fin dai primi istanti della nostra vita), un potente mezzo “mediatore” tra il me e il non me, tra me e il mondo esterno; si tratta pertanto di un elemento che può fungere da aggregatore sociale o da esclusione sociale (come nel caso dell’anoressia). Abbuffarsi di cibo o all’opposto rinunciare completamente al cibo stesso, indicano condotte comportamentali che vanno molto oltre la sola relazione con la pietanza stessa.1

Non è la bellezza a voler essere raggiunta, né un corpo standard in quanto tale. Il corpo anoressico serve ad attestare l’avvenuto raggiungimento di una certa potenza che ora è lì e può essere vista da tutti “Non ho bisogno di niente io!”. Il corpo abbondante, obeso, serve a nascondere, celare sotto tanti strati protettivi un dolore che si vuole dimenticare. Il corpo bulimico soffre della sua condizione di perduta anoressia e senza sosta, in uno stato onirosimile (sognante) mangia kg di cibo per poi gettarli via, insieme al dolore che lacera e consuma come il vomito autoindotto.

Si collude facilmente con l’anoressia (basta vedere anche i programmi televisivi che girano) perché l’estrema magrezza e il piccolo così bisognoso di cure a cui richiama quel corpo, non lasciano indifferenti (nessuno sa, però, di quanto sia potente e manipolatorio il pensiero anoressico).

Non si collude per nulla con l’obesità (se mangi tanto è normale che sei grassa e fai schifo è facile.. mettiti a dieta!).

Poco, direi nulla, si sa dell’invisibile sofferenza bulimica.

I disturbi alimentari si muovono su un continuum in cui spesso difficilmente si resta in una unica fonte di sofferenza, è più facile invece, che si passi da periodi di abbuffate, a quelli di restrizione ad alternanze di abbuffate e condotte eliminatorie continue.

Per cominciare a vedere qualche cambiamento è necessario uscire dalle maglie del pensiero lineare, quello che fa sentire comodi come un pomeriggio d’inverno sul divano mentre sorseggiando un tè caldo, il nostro gatto fa le fusa. I disturbi del comportamento alimentare implicano tutti una sottesa estrema sofferenza psichica; non sono capricci né standard da voler raggiungere; non sono isterismi, voglia di apparire, ingordigia o poca resistenza alle tentazioni.

Possono essere reviviscenze traumatiche, lutti inelaborati, violenze fisiche nascoste, violenze psicologiche sottili e taglienti; crateri di dolore che restano impantanati tra il detto e il non detto. Buchi da tappare come nel caso dell’obesità e della bulimia oppure voragini di vuoto come nel caso dell’anoressia.

Non è semplice fame d’amore.

E’ l’opposto.

L’abolizione del desiderio.

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
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Psicologa scolastica,
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1 Giuseppina Simona Di Maio, “Mangerò per il tuo piacere: psicopatologia e disturbi del comportamento alimentare nell’epoca social”, p. 6., 2022.

CODICE LILLA: protocollo specifico del pronto soccorso adottato in molte strutture ospedaliere e introdotto dal ministero della Salute per accogliere e gestire in modo prioritario e appropriato i pazienti con sospetti DCA.

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L’amore che resta, il confine che salva: perdersi per non distruggersi.

C’è un lutto difficile da definire anche dal punto di vista teorico; una cesura dell’anima -una pausa quindi- che si situa come spazio che intercorre tra la presenza e l’assenza, tra l’esserci e il non esserci: la fine di un amore che non è ancora finito. Si tratta della decisione di lasciarsi non perché vi sia disprezzo o indifferenza quanto piuttosto una lucida e dolorosa presa di coscienza.

Ci si lascia, a volte, perché si è capito che pur amandosi non ci si fa più bene.

L’ossimoro del distacco.

Dal punto di vista clinico terapeutico, parliamo di dissonanza cognitiva riferendo con ciò a quello che in maniera più semplice può essere definito come “il cuore che spinge per restare e la mente che urla per andare”. Non è un fallimento ma un atto di grande rispetto per il proprio involucro psichico e quello altrui.

Ci si lascia per:

  • Salvare il ricordo (prima che il risentimento faccia il suo corso e crei falsi ricordi/memorie).
  • Riconoscere l’incompatibilità di progetti di vita (nonostante la chimica della anime).
  • Scegliere la salute (spesso ci si rende conto che il sentimento ha una matrice tossica che lo tiene insieme).

Possiamo parlare di disinvestimento libidico (il ritiro dell’energia psichica -libido- proiettata e investita un tempo su un oggetto esterno, idea o persona) così come possiamo immaginare la scelta dell’addio come un trapianto d’organo senza anestesia: l’anima brucia.

Molti pazienti giungono in consultazione in questo stato di dolore lacerante, di bruciore d’anima, dolore d’organo psichico; si sentono morti, assenti a se stessi eppure è proprio in questo momento che la vita scorre più che mai in vena.

Quella sofferenza d’anima attesta la propria esistenza.

Cosa accade quando ci si lascia amandosi?

Succede che non ci si lasci per carenza d’amore, per tradimento o noia. Ci si lascia pur serbando l’altro in sé: perchè?

E’ ristabilire un confine, quel contenimento che tratteggia l’anima diventando atto di pietà consapevolezza di dover ristabilire il proprio IO che pur amando si andava perdendo.

Il NO CONTACT diviene allora recinzione protettiva necessaria a ristabilire il proprio vacillante confine interno.

“Io scelgo me, anche se questo significa perdere te”. È il momento in cui l’etica del rispetto di sé supera l’istinto dell’attaccamento.

Ai pazienti che dicono “Ma se ci amiamo, perché dobbiamo stare lontani?”, la risposta professionale e umana è la stessa: perché l’amore è una condizione necessaria, ma non sempre sufficiente. Il confine serve a preservare ciò che di buono c’è stato.

L’assenza diviene pertanto presenza perché laddove ciò che può sembrare mortifero (l’addio) nasce.. è proprio in quel momento che questo diviene un nuovo punto d’inizio.

“L’amore è uno stato dell’Essere. Il tuo amore non è fuori; è profondamente dentro di te. Non potrai mai perderlo, e non potrà mai lasciarti.”

Eckhart Tolle

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Voglio fare il FILLER: medicina estetica e psicologia #ilpensierononlineare

“Siamo sempre più oggetti da guardare che soggetti da considerare”

“We are increasingly objects to be observed rather than subjects to be considered.”

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
Psicologa scolastica,
Svolge attività di prevenzione, diagnosi e cura per la persona, i gruppi, gli organismi sociali e la comunità

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Come funziona la Propaganda?

La propaganda è uno “strumento” sistematico di persuasione di massa. Viene spesso utilizzato e amplificato con il supporto e l’aiuto dei mezzi di comunicazione (tv, radio, social, internet) che in maniera sistematica e pianificata trasmettono messaggi ad alto livello di suggestione.

L’intento della propaganda, in generale, è quello di dare la sensazione di informare, ma al contempo riduce le opzioni di riflessione e ragionamento in modo da pilotare le opinioni e le scelte individuali attraverso la presentazione reiterata di modelli (fatti ad arte).

Nello specifico, invece, la propaganda di guerra è una attività comunicativa pianificata, utilizzata dai governi e dai leader politici per convincere e manipolare l’opinione pubblica sulla bontà delle proprie scelte in materia di difesa e partecipazione a scenari di guerra. Nessun popolo sceglierebbe di partecipare ad una guerra, la propaganda di guerra serve a far cambiare idea al popolo.

Negli anni del primo conflitto mondiale un politico pacifista inglese, Arthur Ponsonby, studio il fenomeno della propaganda e individuò dieci meccanismi propagandistici utilizzati spesso dai leader degli stati e dalla politica per giustificare la guerra.

Quei 10 punti indicati da Ponsonby sono decisamente attuali e ci possono aiutare a capire come vengono incredibilmente giustificate e poi accettate, taciute e dimenticate le azioni atroci che caratterizzano tutte le guerre.

(Elenco i 10 meccanismi nel video)

Come ci si difende dalla propaganda, secondo la psicologia?

Bisogna informarsi, comprendere, fare domande e non cadere nelle trappole comunicative delle fake news.

Inoltre, la psicologia suggerisce che l’unico antidoto è il decentramento cognitivo: la capacità di sforzarsi attivamente di immaginare la narrazione della parte avversa. Non per condividerla, ma per capire come entrambe le parti stiano usando gli stessi trigger emotivi per manipolare le persone.

dott. Gennaro Rinaldi – Psicologo Clinico e dello Sviluppo – Psicoterapeuta Sistemico Relazionale

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TU SEI IMPORTANTE.

Quanto è difficile -oggi- ammettere di essere importanti.

Dirsi “sono importante/ devo prendermi cura di me stesso” suonano quasi come atti rivoluzionari. La contemporaneità caotica e confusiva, di certo non crea quello spazio mentale atto alla riflessione, alla lentezza, al piacere di darsi del tempo per stare con sé, portando invece direttamente al patologico opposto del “tutto IO narcisistico”.

La cura di sé non è solo quella estetica (seppur importante, dopotutto l’IO è innanzitutto entità corporea); si parla piuttosto di qualcosa di più sottile e incisivo.

Ti sei chiesto “come sto, oggi?” : bene/ male

“Cosa posso fare per stare meglio?”

“Mi sto prendendo cura di me?”

Rallentiamo.. magari fermiamoci pure e andiamo in modalità offline per disconnetterci dal mondo circostante per riconnetterci con noi stessi.

Prenditi cura di te perché TU: sei importante!

Dott.ssa Giuseppina Simona Di Maio,
Psicologa Clinica, Albo degli Psicologi della Campania n.9767
Esperta in Disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio,
Esperta in malessere adolescenziale e adolescenza
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