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L’onda

L’onda scruta, il sale penetra e dalle mobili radici -i miei piedi- il fluido del profondo blu giunge ai miei capelli dopo aver attraversato ogni spazio interstiziale del mio corpo.

L’acqua salata riempie e rigonfia le sottili intercapedini tra i miei tessuti e diviene possibile, finalmente, lo scambio di molecole fondamentali per le funzioni di base del mio organismo.

Si raggruppano i miei pori; tanti piccoli vulcani si accarezzano e si scortano l’un l’altro…

Si avvicinano sempre di più..

Non guardo -io- il blu è lui che guarda me, che mi aspetta perché sa che lo cerco: senza sosta.

Abbandonarsi ad un ricordo, un pensiero, una riflessione..

Piccole suggestioni che fuoriescono come flussi di coscienza del tutto personali; piccoli piaceri che evocano..

Sono tutti modi possibili per far sì che la nostre psiche “prenda aria”.

Non esistono riflessioni giuste o sbagliate; non ci sono schemi stilistici corretti o meno.

La nostra psiche è il luogo più importante perché è l’unico posto che potrebbe appartenerci per davvero. Luogo attraversato da una folla che vive in solitudine o da una solitudine che sente la pressante presenza della folla.

La psiche merita il nostro rispetto.

Ascoltati.

Sempre.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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I risvolti Psicologici del Turismo Dark – PODCAST

Questa tappa del nostro viaggio ci farà viaggiare in luoghi scuri e spesso pericolosi. Luoghi che raccontano storie complesse disturbanti, storie di delitti e misteri, di traumi e patologie. Luoghi dove sono avvenuti fatti di cronaca macabri umanamente difficili da accettare.
Parleremo del fenomeno del Turismo Dark.

Buon Ascolto..

I risvolti Psicologici del Turismo Dark – In Viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Psicologia sugli spalti: che succede?

Ritorna l’entusiasmante collaborazione con “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli”, blog a cura dell’amico Giulio Ceraldi che, ancora una volta, offre la possibilità di portare una lettura psicologica nel mondo del pallone.

CHE SUCCEDE? CHE SUCCEDE? CHE SUCCEDERÀ?

Stamattina, come quasi ogni giorno della mia quotidianità ero intenta ad ascoltare il caro Pino Daniele. Da diversi giorni, aleggiava nella mia mente il testo della canzone “N’ata stagione”, un’altra stagione – per intenderci – ed ecco che con un profondo sussulto… ripenso all’altra stagione; quell’altra stagione che è diventata a tutti gli effetti, quella del nostro amatissimo Napoli.

Quello che sta accadendo nel Campionato italiano è qualcosa destinato a restare impresso nella memoria (prima di tutto) ma anche e soprattutto, nelle sensazioni, nel ricordo e nella storia della serie A.
Siamo stati sotto il predominio di una certa (o di certe, direi) società, aziende, le si chiami come si preferisce intendere in base alla centratura che si vuole loro dare, che sono state surclassate -adesso- da un’onda, uno tsusami azzurro.

Ma procediamo con calma e vediamo “che succere”

Succede che il Napoli guarda tutti dall’alto e si tratta di un Napoli costrutito -finalmente- allenato alla mentalità di gruppo; un gruppo che sa pure cazzeggiare con il pallone (l’elemento di godimento che i ragazzi provano, nel palleggio, è finalmente evidente), ma che sa soprattutto non cedere e mantenere fisso l’obiettivo.

Ora.. parlare di obiettivo è abbastanza complesso.

La parola “obiettivo” non mi è particolarmente simpatica, persino ai miei pazienti non metto mai il vincolo della suddetta parola poichè evita l’elemento del godimento e della passione sottessa all’azione che si va a compiere. L’obiettivo, il goal, è certamente ciò che un individuo vuole raggiungere attraverso la sua prestazione, si situa come quel qualcosa da tenere sempre in mente nell’affrontare l’obiettivo finale che si vuol raggiungere. Il goal deve essere specifico (circoscrivibile e non troppo generico), deve essere misurabile (più è definibile numericamente più facilmente, ad esempio, durante una stagione sportiva riusciamo a capire se è stato raggiunto o meno), deve essere accessibile (è insomma necessario che un gruppo o atleta siano realmente capaci di poter ipoteticamente raggiungere questo obiettivo), deve essere rilevante (non troppo facile insomma, per l’atleta; il goal deve essere qualcosa di pregnante così tanto da mantenere alto l’interesse e la sfida per l’atleta) e deve essere legato al tempo (va insomma chiarita la tempistica in cui vogliamo raggiungere l’obiettivo stesso: a breve o lungo termine?).

Quello che ho appena esposto in maniera molto concisa è il “Goal setting”, la definizione degli obiettivi che si fa di solito quando si prende in carico un atleta, una squadra, una società. E’ certamente una tecnica efficace e valida quando interagiamo con grandi società ma piuttosto fredda e meccanica.

Mi piace parlare, invece, di percorsi. Un percorso è un viaggio del tutto personale fatto in compagnia però dei compagni di squadra o -nel caso degli atleti- dei tifosi stessi. Il percorso allora diviene un viaggio fatto di ostacoli, vittorie, sensazioni, emozioni e -soprattutto- la cosa più importante: i ricordi.

Non sappiamo ancora bene “che succederà”… o forse sì….

Sappiamo però che i risultati di oggi sono il risvolto di un lungo percorso iniziato non ieri, non domani ma tempo fa; un percorso che ci ha fatto incazzare (e non poco), spesso disperare.

Stiamo facendo insieme (noi tifosi con la società tutta), un percorso non ordinario ma straordinario. Siamo affascinanti e avvincenti; siamo divertenti, giovani e belli. Siamo atleti e al contempo bambini che riescono a godere di quello che resta ancora, nonostante tutto, il gioco più bello del mondo: quello del pallone.

Allora: che succere… che succederà?

Questo non posso saperlo, ma al di là di ogni risultato, obiettivo o traguardo amo questo Napoli e la possibilità di potermi emozionare e vivere, sulla superficie della mia pelle e del cuore, la possibilità di vedere quella che un domani sarà -certamente- storia da raccontare.
E allora: Forza Napoli.. Sempre!

“Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Dott.ssa Giusy Di Maio, Psicologa Clinica – appassionata di sport – Tifosa del Napoli.

Leggi l’articolo anche su “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli”.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli”, a cura di Giulio Ceraldi.

E questa è cultura che condivido per chi, come al solito, ha saputo solo offendere. Anche per voi ci sarà un’altra stagione che non sarà questa.
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Nella stanza della psicologa: l’importanza della famiglia durante la presa in carico dell’adolescente.

Con l’approfondimento odierno intendo presentare al lettore due casi clinici da me seguiti. Ho scelto due adolescenti (un ragazzo e una ragazza) con situazioni familiari piuttosto equiparabili (mi riferisco, come a breve vedremo, all’atteggiamento della famiglia) che ben si prestano ad evidenziare la centrale importanza dell’intero sistema famiglia, quando un suo membro (il paziente designato) si fa portatore del sintomo che cela, in realtà, la disfunzionalità di tutto il sistema familiare stesso.

Riporterò storia e dati dei due casi clinici ma sempre in accordo con le leggi che regolano il segreto professionale1. Dividerò le due storie in “Caso A” e “Caso B”, non con l’intento di meccanicizzare la realtà, ma solo per rendere più comprensibile e fruibile la lettura.

Breve introduzione: evoluzione storico-culturale dell’adolescenza.

L’adolescenza è la fase del ciclo di vita che risente maggiormente della componente storica e socio-culturale. Cosa vuol dire quanto appena detto? Procedendo con un piccolo excursus sia storico che tra le diverse culture è possibile notare come non è sempre possibile individuare un periodo di sviluppo assimilabile a quello che oggi intendiamo noi come adolescenza, questo perché la fase di inizio e fine è soggetta a significazioni (e ri-significazioni) molto diverse nelle varie epoche.

Nell’antica Roma repubblicana la fine dell’adolescenza era segnata dallo sviluppo fisiologico2 . Presso i Masai il giovane, alla fine dell’adolescenza, si sottopone alla cerimonia del salto della siepe. Più le società hanno una organizzazione economica semplice, più il passaggio dal mondo infantile a quello adulto è breve e -soprattutto- sancito da riti di passaggio e/o iniziazione.

In Europa è con l’industrializzazione e con il sistema scolastico obbligatorio (specie con la scuola superiore) che si giunge ad allungare, per così dire, la “permanenza” nella fase adolescenziale. Si è infatti allungato il tempo per l’ingresso nel mondo del lavoro e non vi sono modelli predefiniti da seguire per sancire la definitiva uscita dalla fanciullezza e l’ingresso nel mondo adulto. Il termine stesso adolescere evidenzia ab origine la condizione di “passaggio” dell’adolescenza stessa: non più un bambino ma nemmeno un adulto; un passaggio che la nostra contemporaneità fatica a gestire ma che vede sempre più farsi lungo3.

L’adolescente vive quindi un periodo della vita particolarmente delicato, caratterizzato da indeterminatezza, sospensione e attesa in cui la famiglia gioca un ruolo fondamentale.

Caso A: la storia di Lele.

Lele è un ragazzino molto dolce di 15 anni. Giunge in consultazione scortato dalla madre che, preda delle sue mille preoccupazioni, non sa più cosa fare con questo figlio sempre più pigro, svogliato e apatico. Il giorno del nostro primo incontro, la madre di Lele mi porta una cartella piene delle più svariate analisi ospedaliere fatte fare al figlio per una serie di problemi che la donna non riesce più a gestire4… La mamma di Lele è un fiume in piena di parole, grandi sospiri e accenni di lacrime; mentre lei parla io continuo a guardare Lele, per comprendere le sue risposte emotive al racconto così tanto devastante, che la madre mi sta portando. Accolta la richiesta della signora, la invito gentilmente ad uscire così da poter parlare con il ragazzo.

La risposta lì per lì, da parte della donna, è di panico totale. La signora diventa rossa in volto ha quasi un accenno di svenimento poi capisce che deve uscire.

Lele è molto timido, ha degli enormi occhiali, un pantaloncino corto da cui emergono le lunghe gambe e il suo corpo che comincia lentamente a trasformarsi. Le mascherine coprono i volti e Lele mi dice chiaramente che se non avessimo questi dispositivi a coprirci sarebbe molto difficile, per lui, guardarmi negli occhi (in realtà, Lele è uno dei pochi ragazzi che mi ha davvero sempre guardata negli occhi; durante i nostri colloqui cominciati nel pieno della pandemia Lele spesso abbassava la mascherina e continuava a parlare senza mai abbassare lo sguardo).

Il ragazzo è da subito disposto a cominciare il percorso psicologico; mi colpisce la sua intelligenza, il porsi domande ben oltre la sua età anagrafica, la voglia di scoprire e riscoprire la vita (il lockdown avrà una grande incidenza sulla salute psichica del ragazzo che, proprio in corrispondenza dello scoppio della pandemia, era diventato vittima di atti molto violenti da parte dei bulli). Se la mamma di Lele dopo un iniziale stato di shock sarà molto disponibile e attenta, arrivando ad allacciare una buona alleanza con me, non si potrà dire lo stesso del padre.

Il papà di Lele è un uomo dalla scolarizzazione completamente assente (sarà la moglie ad evidenziare ripetutamente come il marito sia ignorante), completamente anaffettivo, aggressivo e non di rado violento, non farà altro che riferirsi al figlio con frasi del tipo “perché ti ho riconosciuto alla nascita?” “non sei mio figlio, finocchio del cazzo”. La continua svalutazione del padre aveva reso impossibile, in Lele, misurarsi e confrontarsi con aspetti di fragilità e emotività tanto da spingerlo verso modalità adesive (la dipendenza materna) nelle quali non c’era spazio per la tridimensionalità e una pseudoadultizzazione, rendendo vano lo sviluppo di meccanismi identificatori e l’espressione di vissuti dolorosi. Lele però non molla e continua, scortato dalla madre, a venire ai nostri incontri. Il ragazzo comincia lentamente a prendere coscienza dei suoi bisogni e delle sue emozioni; vuole conoscere una ragazza, sente pressante il bisogno di conoscere il sesso (la sessualità e sensualità); vuole ricominciare ad uscire e comincia lentamente a rompere quell’involucro di vetro che il padre ha costruito. Ci saranno sedute drammatiche, con eventi che pur potendo, mi sarebbe difficile restituire al lettore, tanto che un giorno il padre, capisce l’importanza del nostro lavoro, l’importanza del suo apporto al supporto che sto portando avanti e avviene la svolta. Lele il ragazzino che era stato dato per malato, fa vacillare le fondamenta fangose della famiglia e con uno scossone riposiziona i ruoli. Il padre capisce la sua funzione fondamentale, fratelli e sorelle non daranno più per scontato il ragazzino, la madre capisce che non può continuare ad “offrire il seno” ad un uomo in formazione.

Lele oggi è un ragazzo sereno e sicuro. Ha una fidanzata, ha cambiato scuola ed ha molti amici che sente come parti fondamentali della sua vita. La madre ha trovato un lavoro e il padre trascorre molto tempo con i 3 figli che non appella più con aggettivi di dubbio gusto.

Dal disagio di Lele ogni membro ha capito che era a sua volta portatore di qualche piccola ferita di cui era necessario prendersi cura.

Le cicatrici condivise, quando esposte, fanno meno male.

Caso B: la storia di Gaia

Gaia è una ragazza di 17 anni giunta in consultazione portata obbligatoriamente dalla madre. Il giorno del nostro primo incontro Gaia è annoiata non tanto perché si trova dalla psicologa (a 8 anni era già stata in cura da una collega), quanto dal fatto che la madre continua ad essere pressante e invadente. Il motivo della richiesta di supporto psicologico risiede nella presunta aggressività della ragazza mista a diversi “deficit” diagnosticati con assoluta certezza dalla madre della ragazza a sua figlia5 . Entro subito in sintonia con Gaia e riferisco in maniera piuttosto veloce, alla madre della giovane, che per le diagnosi che lei propone, non mi sembra vi siano elementi idonei ma propongo ugualmente di fare dei test per avvalorare o meno la sua tesi, di procedere con la terapia e, per eliminare qualsiasi altro dubbio, di rivolgersi al reparto specifico di (…) per avere ulteriori test.

Gaia a dispetto di quanto mi era stato riferito, ha una intelligenza notevole ed ha la capacità di fare astrazioni molto più complesse anche di tanti adulti. Certo è annoiata e svogliata; sembra non aver minimamente voglia di vivere la vita.

Per ragioni di spazio e privacy sono costretta a compattare di molto gli eventi.

Accade durante il nostro percorso che andrò ripetutamente a scuola di Gaia per parlare con i professori che nel frattempo, avevano iniziato una guerra con la famiglia. Dai test somministrati sia da me che dai colleghi, non emergeranno punteggi o deficit tali degni di essere legalmente riconosciuti; più che di freddi numeri personalmente mi baso principalmente sui colloqui (le diagnosi fatte con strumenti psicodiagnostici sono fondamentali soprattutto perché consentono un riconoscimento legale pertanto un accesso alla pensione di invalidità; va comunque specificato che non tutte le commissioni ragionano allo stesso modo e che spesso non basta la sola indagine psicologica ma l’argomento esula dal post odierno) e da questi Gaia appare come una ragazza in linea con i compiti di sviluppo richiesti per la sua età salvo che per una leggerissima alessitimia e una difficoltà molto leggera nell’area logico matematica (si parla di punteggi al limite della significatività).

Ciò che emergerà dai colloqui e dal mio conoscere sempre di più il sistema familiare di Gaia è, invece, che si tratta di una famiglia caratterizzata da estremo caos; una famiglia portatrice di una intensa e subdola conflittualità dove ogni membro cerca continuamente di far fuori l’altro con un enorme disprezzo che affonda le sue radici nell’incapacità di riuscire a contenere le proiezioni dell’altro. La terapia diviene oggetto del contendere; elemento di conflitto in cui ciascun genitore a parti alterne evidenzia l’inutilità del supporto. Gaia però resiste e diventata maggiorenne torna da me. La madre di Gaia appare altamente ambivalente a tratti severa e rigida poi estremamente amichevole tanto da instaurare un rapporto tra pari con la figlia. Questa confusione genera altra confusione con Gaia che diventa improvvisamente la babysitter della madre che tradisce il marito.

Faccio esperienza della rabbia, nel controtransfert.

Nel momento in cui Gaia sembra imboccare la strada giusta, instaurando una relazione sana, trovando un lavoro e poche ma salde amicizie, la madre crolla.

Ho la sensazione che ci sia una pesante ancora che vuole tirare giù, nel mare della confusione Gaia, una ragazza nella cui fragilità si incista un seme di forza e tolleranza estremo.

La lotta per scalfire i sensi di colpa è lunga ma Gaia è una guerriera che senza l’ausilio di armi ma con la sola costanza, con qualche lacrima e un pizzico di coraggio, sta imparando a nuotare anche -e soprattutto- in apnea.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

1Tutti i dati sensibili saranno opportunamente camuffati al fine di proteggere il cliente, secondo quanto espresso dagli articoli in merito al segreto professionale e alla tutela del cliente, ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi

2Raggiunta la pubertà, durante una cerimonia religiosa il giovane deponeva la toga praetexta e la bulla (simboli dell’infanzia)e rivestiva la toga virilis.

3Non vi è al momento una età rigida e certa che sancisce la fine dell’adolescenza ma, studi alla mano, l’età sembrerebbe aggirarsi attualmente fin ai 25 anni (post-adolescenza o famiglia lunga del giovane adulto, Scabini e Donati, 1988).

4Lele è stato sottoposto a diversi accertamenti medici da cui però non emerge nessuna componente organica nei disturbi che racconta la madre, ecco perché la donna ha deciso di ricorrere all’aiuto dello psicologo.

5La signora è fermamente convinta delle sue capacità nell’effettuare delle diagnosi sulla figlia. L’ambivalenza che la donna mi porta è da manuale: non c’è bisogno di uno specialista per fare una diagnosi di un certo disturbo ma al contempo pretendo che tu faccia la diagnosi a mia figlia rilasciandomi un certificato spendibile, ad esempio a scuola.

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Anima.

“Spesso ci sono più cose naufragate in fondo a un’anima che in fondo al mare”

Victor Hugo

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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Pallone & Psiche: 50 sfumature di emozioni

Giro di boa a cinquanta punti. Seconda a meno dodici. Impensabile, incredibile..

Nel mezzo del cammino di questo campionato e all’alba luminosissima di un nuovo anno ci stropicciamo gli occhi increduli e proviamo imperterriti ad accomodare la vista per avere la prova visiva e oggettiva di ciò che sta accadendo.

Il tifoso del Napoli sta vivendo questi giorni immerso in un mare magnum di emozioni crescenti, e pallide visioni di vecchi tormenti e paure, che ogni tanto tornano e vedono concretizzarsi in gelide e piovose sere di coppa.

Ma la realtà spesso supera l’immaginazione e i più fervidi desideri.

Eppure, se lanciamo uno sguardo alle nostre spalle, scorgiamo il ricordo dello stato d’animo del tifoso medio napoletano, nel periodo che precedeva l’inizio del campionato. Un umore altalenante e instabile.

Si galleggiava emotivamente e cognitivamente nell’ambivalenza estrema. 

Pallone & Psiche rubrica in collaborazione con il Blog di Giulio Ceraldi - "Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli"

Ma probabilmente era solo “pessimismo difensivo”, un atteggiamento adattivo che al tifoso napoletano,  permetteva di premunirlo e difenderlo da una possibile, ennesima delusione imminente. Una sorta di meccanismo di “controllo”, legato  all’anticipazione dei problemi e al controllo dell’ansia.

Forse quell’atteggiamento era il preludio ad una sorta di consapevolezza inconscia della potenzialità di un gruppo e di un progetto vincente. Allora piuttosto che inebriarsi di un pericoloso ottimismo “irrealistico” che avrebbe potuto far abbassare la guardia dinnanzi a possibili difficoltà e insidie future (già vissute, già viste) e quindi potenzialmente dannose per l’autostima, il tifoso ha deciso di far prevalere il più negativo pessimismo.  

Oggi forse ci stiamo risvegliando da quel torpore emotivo dovuto a quell’atteggiamento “preventivo” e a quella scaramanzia insita e caratteristica di buona parte di noi tifosi napoletani, che ci ha condizionato fino alla ripresa del campionato e addirittura fino alla partita delle partite.

Personalmente (e credo sia esperienza condivisa anche da altri), le emozioni che provo, in particolare post 5 a 1, vacillano tra incredulità, meraviglia, gioia e frenesia. E si sommano, ma crescendo pian piano, senza esondare (per il momento).

L’entusiasmo, che in questo momento è lo stato emotivo prevalente della squadra e dei tifosi, dovrà accompagnarci per il resto della stagione, perché permette all’autostima di crescere. L’entusiasmo garantisce anche la una maggiore e più efficace consapevolezza dei propri mezzi. Insomma l’entusiasmo è veramente come un carburante potente. Ma proprio perché l’entusiasmo ha il potere di inebriare e alterare gli stati cognitivi, c’è il rischio che diventi un’arma a doppio taglio e che alteri la percezione del pericolo e che abbassi il livello di attenzione.

Quindi meglio premunirsi con un po’ di quel pessimismo difensivo che ci ha caratterizzato nel recente passato; accogliamo l’ansia di ogni partita, anche quelle apparentemente più semplici, e utilizziamo il nostro entusiasmo bene, magari per riempire quei momenti di insicurezze e paure che ci accompagneranno fino alla fine di questo splendido viaggio.

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Leggi l’articolo anche su “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli”.

Dott. Gennaro Rinaldi – Psicoterapeuta e tifoso del Napoli

 

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli”, a cura di Giulio Ceraldi.

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Il caso di Anna O: studi sull’isteria

Anna O., è certamente l’isterica più famosa al mondo…

Queste parole, tuttavia, non rendono giustizia a  Bertha Pappenheim (vero nome della ragazza), la ventunenne a cui la psicoanalisi deve molto.

Conosciamo insieme qualcosa sulla vita della ragazza che “ad una certa ora della giornata, al tramonto, si rasserenava e andando in uno stato di sopore, trovava -attraverso l’uso della parola- ordine e senso ai suoi bizzarri sintomi”.

Guardiamo il tramonto insieme ad Anna, colei che capì l’importanza della “talking cure”.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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Sono distratto! Psicologia del comportamento. PODCAST

Ti è mai capitato di far cadere un oggetto mentre dovevi tenerlo stretto saldamente tra le mani?
Oppure di dimenticare di dire/fare qualcosa (anche e soprattutto di molto importante?)

Ti capita di essere perennemente sbadato oppure che lo sia il tuo partner o la tua amica, tua madre e così via?

Il viaggio di oggi ci porta tra le stanze della psicologia del comportamento: scopriamo insieme la distrazione più tre spunti di riflessione per conoscere e conoscerci.

Attenzione! e Buon viaggio

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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Violenza.

“Chi dice -non ce la faccio- può anche morire sul lettino”

Grande citazione di una certa ostetrica detta ad un donna nel bel mezzo del parto.

Tra solitudine.

Dolore.

Paura.

Vergogna.

Disagio.

Ricoverata tra battute schifose fatte dal personale sanitario.

Offesa e denigrata per il suo corpo.

Per il suo dolore.

Ne parlerò -poi- di violenza ostetrica.

Non oggi.

Lo stesso governo che pretende che le donne partoriscano a tutti i costi, si preoccupi di metterci in sicurezza fisicamente e psicologicamente.

Non siamo carne da macello.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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“Sei isterica!” Le origini dell’isteria

L’approfondimento odierno ci porta tra le stanze della storia della psicologia e della psicoanalisi.

“Sei troppo uterina!”

Che cos’è -e quando nasce- l’isteria?

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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Il valore del pensiero narrativo e l’importanza emozionale dei libri – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio ci soffermeremo su un aspetto della nostra vita psichica, legata allo sviluppo cognitivo, alla memoria, all’uso del pensiero narrativo e al legame che tutto ciò ha con la cultura d’appartenenza.

Concluderemo poi la tappa di oggi facendo una riflessione sull’importanza dei libri e sul legame sensoriale, narrativo ed emotivo che evocano; quindi sull’importanza di non perdere, nonostante il progresso tecnologico, l’abitudine al loro utilizzo, magari integrandolo semplicemente alle nuove abitudini tecnologiche più in voga.

Buon Ascolto!

Il valore del pensiero narrativo e l’importanza emozionale dei libri – In Viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast

l valore del pensiero narrativo e l’importanza emozionale dei libri – In Viaggio con la psicologia – Spotify

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Omicidio o benessere sociale e psicologico?

Ripropongo un post di giugno avendo da poco letto la “nuova” proposta di legge del governo italiano.
Dopo FI e Lega, anche FDI presenta una legge sull’embrione attaccando la legge 194 ma -soprattutto- le DONNE.
Sicuri di dover guardare molto lontano quando anche  i nostri diritti  sono sminuzzati e trattati come rifiuti?

LA DONNA NON E’ UN CORPO AD USO E ABUSO.

ilpensierononlineare

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I recenti eventi di cronaca -quelli che guardando all’apparenza lontano dal bel paese- mi portano in qualità di esperta di salute e benessere psicologico a compiere una riflessione/approfondimento.

La fredda sigla IGV, indica il percorso di Interruzione Volontaria di Gravidanza; attualmente una donna può, in Italia, tecnicamente chiedere di accedere a questo servizio entro i primi 90 giorni (12 settimane)della gestazione per motivi che siano di salute, economici, sociali o familiari.

Dal 1978 questo intervento è regolamentato dalla legge 194/78. All’interno della legge troviamo esplicati i diversi punti, quali ad esempio

  • la possibilità di esaminare le possibili soluzioni ai problemi proposti
  • offrire un possibile aiuto che porti alla rimozione delle cause che stanno portando alla scelta di interrompere la gravidanza
  • certificazione
  • invito a soprassedere per una settimana, in assenza di urgenza, sia entro che oltre i 90 giorni. In sostanza viene offerta alla donna una…

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Il mediatore

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Con all’approfondimento odierno presenterò al lettore la figura del mediatore. Muoviamo -ancora una volta- intorno all’ambito penale minorile (anche se la figura del mediatore può essere d’aiuto oltre all’ambito che a breve conosceremo, anche in quello scolastico e familiare).

Presenterò -pertanto- le strategie possibili per quanto concerne l’intervento delle istituzioni e la presa in carico nei servizi territoriali quando lavoriamo con minori autori e vittima di reato.

Cosa di intende per mediazione?

La mediazione penale minorile assume, oggi, un ruolo fondamentale questo secondo quanto sancito dai nuovi Principi di Legge che prevedono l’obbligatorietà dell’azione mediata in tutte le sue possibili accezioni*.

La mediazione può pertanto venirsi a trovare nei diversi contesti di vita: scolastico, familiare, penale, sanitario e sociale.

Il mediatore.

Compito del mediatore è favorire la comunicazione tra due o più soggetti che sono tra loro in conflitto: l’autore e la vittima del reato. Si tratta di un lavoro di promozione (in sinergia con altri professionisti) di progetti rieducativi finalizzati alla riabilitazione del reo in carcere nell’ottica e nell’esigenza di un suo efficace reinserimento sociale, come da principio guida del processo penale minorile italiano.

Il mediatore penale minorile applica le proprie competenze rispondendo a due fondamentali esigenze di Giustizia:

1) offrire attenzione ai protagonisti della vicenda penale: alla vittima (alla quale viene conferito un ruolo più attivo di quanto accade nel procedimento penale), e al reo (ponendo in essere la concreta opportunità di accedere a modalità riparative responsabilizzanti).

2) riguarda invece l’attenzione specifica nei confronti del minore reo una volta all’interno del contesto penitenziario, promuovendo progetti ed attività di intervento a scopo rieducativo e riabilitativo.

I mediatori mirano pertanto alla risoluzione del conflitto (da intendere in maniera ampia ovvero come un confronto tra due parti che può o meno sfociare in conflitto aperto o essere latente) attraverso l’intervento di un professionista neutrale e imparziale che miri a rendere più agevole l’incontro tra le parti portando ad una soluzione pacifica.

Mediazione penale.

Lo scopo della mediazione penale è quello di proporre un modello di risoluzione dei conflitti alternativo rispetto al tradizionale processo giudiziario, mediante la realizzazione di interventi che mirano più alla ricomposizione delle relazioni che alla ricerca della verità giudiziaria. Si caratterizza per il carattere confidenziale della discussione e per la neutralità dei luoghi in cui si svolge. Incontrare la vittima è considerato utile sotto il profilo educativo ma anche di cruciale importanza per iniziare un reale processo di reinserimento sociale. La presa di contatto (materiale e non simbolica) con la vittima e la ricerca comune di una risoluzione pacifica del conflitto sono elementi importanti.

Rendere il minore reo protagonista, insieme alla vittima, del futuro dei loro reciproci rapporti consente ad entrambi una conoscenza dinamica della rispettiva personalità col risultato di ottenere un effetto auto-responsabilizzante. Inoltre, in ambito minorile, gli effetti positivi della mediazione penale si combinano ulteriormente con l’ opportunità di evitare al minore i tradizionali traumi e stress causati dal normale esplicarsi del procedimento penale.

Chi sono i soggetti della mediazione?

Sono tre: il reo, la vittima e il mediatore ma per attivare il processo è d’uopo che vi siano almeno tre condizioni ovvero il consenso informato e volontario del minorenne autore di reato; il consenso informato e volontario della vittima; l’ammissione di responsabilità da parte del minore autore del reato (che non è una cosa così scontata da avere).

Promotore dell’iniziativa e responsabile della valutazione di fattibilità è il Centro o Servizio che, in seguito, ne dà comunicazione al magistrato competente (Servizi sociali).

Durante il percorso di mediazione penale, il processo penale è sospeso. Al termine della mediazione, viene redatta una relazione sui risultati del percorso che viene inviata all’autorità giudiziaria. In caso di esito positivo, il procedimento penale può concludersi immediatamente.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

*Il DPR 448/88 che disciplina il sistema processuale penale minorile prevede la realizzazione dell’attività di mediazione, vista la piena rispondenza di questo strumento alle finalità proprie della giustizia minorile. In particolare, gli art. 9, 28 del D.P.R. 448/88 sono considerati gli spazi normativi per eccellenza per l’introduzione delle pratiche di mediazione

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L’inconscio va in scena: l’uso delle marionette in terapia

Racconti terrorizzanti, angoscianti, spaventosi.

Racconti eccentrici, avvincenti, pericolosi…

L’approfondimento di oggi ci porta ad indagare un campo di indagine affascinante e complesso. Nel corso di un supporto psicologico può accadere che il bambino, l’adolescente o il giovane adulto, possa vivere una difficoltà nel verbalizzare un certo tipo di contenuti. In questo caso è possibile utilizzare degli strumenti che aiutino la persona ad elicitare, a cacciar fuori, il contenuto inconscio terrorizzante, spaventante, a cui non si riesce a dare un nome.

Scopriamo l’uso delle marionette in terapia.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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Radici familiari della violenza.

L’approfondimento che propongo oggi al lettore è una riflessione piuttosto piccola e centrata.

Il focus della mia proposta concerne l’evidenziare come l’adolescente violento, quello che la “normalità” * tende ad indicare come cattivo ha -in qualche modo- imparato la violenza.

Risulta importante sottolineare che nella fase adolescenziale va fatta una distinzione tra aggressività e violenza e tra violenza come forma di comunicazione e la violenza agita per espellere e disfarsi della capacità elaborativa.

La prima è un agito con caratteristiche protosimboliche (come spesso avviene in questa specifica fase di vita) , la seconda -invece- ha delle caratteristiche di crudeltà e/o di sadismo in cui il piacere (il più delle volte erotizzato), è legato al bisogno di potere sull’altro nonché al bisogno di provocare sofferenza.

A causa della natura fisiologicamente traumatica** dei processi evolutivi, l’adolescente può vivere un “doppio trauma” se entra in collusione con funzionamenti traumatici pregressi che possono aver caratterizzato il funzionamento familiare.

Pertanto l’adolescente tenta di sbarazzarsene, perché impossibilitato nell’elaborazione, attraverso la proiezione di queste parti di Sé ripudiate e repellenti. Questo processo gli permette un temporaneo sollievo, può funzionare come argine di un possibile breakdown ma soprattutto può innescare l’organizzazione di una personalità negativa perché costruita sull’onnipotenza, sulla negazione della dipendenza e sull’illusione di una totale autosufficienza.

Qual è il funzionamento familiare delle famiglie che contribuiscono alla genesi del comportamento violento?

Le caratteristiche principali di queste famiglie sono: l’acting out, la concretizzazione, l’incapacità di concepire il tempo, la difficoltà a contenere le tensioni, a tollerare le frustrazioni, a contenere gli impulsi ma, soprattutto, a pensare e ad accedere ad una capacità simbolica (Nicolò, 2009)

*chi scrive usa il termine con fare quasi provocatorio. Ci si sente spesso normali e giusti nella propria posizione ma basta davvero poco a sovvertire l’ordine costituito del tutto.

**questo è un altro punto che merita la nostra attenzione. Proprio in virtù della “normalità” cui accennavo sopra, dimentichiamo con troppa facilità la natura intrinsecamente traumatica di alcuni processi evolutivi. Non di rado mi capita di ascoltare genitori, insegnanti, adulti in generale che sottolineano come “ai miei tempi… io all’epoca.. io non ero.. io non ho…”. L’adolescenza è una fase delicatissima del ciclo di vita, complessa e traumatica per tanti vissuti simbolici (e una possibile frattura identitaria sottesa), da considerare tutte le volte che ci si approccia a un giovane. Anche gli adulti tutto “Io” hanno molto probabilmente avuto una qualche piccola lacerazione, da qualche parte. Che non lo vogliano ammettere è un’altra cosa.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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Gli stadi del sonno: Podcast.

Il viaggio di oggi sarà un viaggio rilassante che ci porterà, direttamente, tra le stanze del sonno.
E’ la psicologia fisiologica ad occuparsi, nello specifico, del sonno e delle sue innumerevoli straordinarie implicazioni, per l’essere umano.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

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La Fiducia e gli effetti positivi sulla Psiche

“Puoi rimanere deluso se ti fidi troppo, ma vivrai nel tormento se non ti fidi abbastanza”.

  Frank Crane

Oggi parleremo di fiducia. Della sua influenza sulla nostra condizione psichica personale e di quella sulla vita relazionale.

Inoltre ci faremo aiutare da due teorici importanti per comprenderne le origini.

Buona visione!

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Dal Ser.T al Ser.D: Servizi per le Dipendenze.

Photo by Kindel Media on Pexels.com

Il Ser.T (Servizio per le Tossicodipendenze) è un servizio pubblico del Sistema Sanitario Nazionale dedicato alla prevenzione, riabilitazione e cura delle persone che hanno problemi di dipendenza da sostanze psicoattive (droghe o alcool, ad esempio).

Attualmente si parla di Ser.D andando, con ciò, ad indicare i Servizi per le Dipendenze. I Ser.D ricomprendono funzioni e organizzazione dei vecchi Ser.T ma -ed è qui la grande novità- estendono il loro intervento anche alle dipendenze comportamentali e alle sostanze da abuso legali (pensiamo a tal proposito alle dipendenze da videogiochi, dipendenza dal pc, gioco d’azzardo oppure alla dipendenza da antidepressivi o antinfiammatori).

I Ser.D dipendono dalla Regione e sono attivi all’interno dell’Asl (in ogni Distretto Sanitario). All’interno della struttura operano diversi operatori, tutti specializzati nel trattamento e nella presa in carico della persona con una dipendenza (medici, infermieri professionali, educatori professionali, sociologi, assistenti sociali e psicologi).

Il Ser.D offre servizi gratuiti e garantisce, in accordo con la legge e la deontologia, l’anonimato (deve essere sempre garantito l’anonimato e il rispetto per la privacy -segreto professionale- con la possibilità di applicare l’anonimato sui dati anagrafici così come disposto dalla legge 309/90 art.120). I servizi del Ser.D hanno l’obiettivo di fornire il sostegno e l’orientamento ai tossicodipendenti e alle proprie famiglie dal punto di vista medico-infermieristico anche grazie alle campagne di informazione e di prevenzione.

Che cosa fa il Ser.D?

Le strutture accertano lo stato di salute psicofisica del soggetto arrivando alla definizione di programmi terapeutici individuali che possono essere effettuati o nel Ser.D stesso o in altre strutture convenzionate come i centri di recupero. E’ fondamentale il monitoraggio continuo del soggetto: per questo vengono effettuati molto spesso esami del sangue, delle urine e dei capelli.

I Ser.D operano nel rispetto dei criteri fissati dai livelli essenziali di assistenza (LEA) assicurando la disponibilità dei principali trattamenti relativi alla cura e riabilitazione dall’uso di sostanze, garantendo, compatibilmente con le risorse economiche a loro disposizione, la libertà di scelta del cittadino e della sua famiglia ad attuare i programmi terapeutico-riabilitativi presso qualunque struttura autorizzata in tutto il territorio nazionale. I Ser.D, in accordo con il paziente e con il proprio nucleo familiare, anche mediante l’utilizzo di altri servizi specialistici, pubblici e privati accreditati o autorizzati, si occupano della prevenzione e della cura di tutte le patologie correlate alla dipendenza da sostanze.

Nel Ser.D quindi ci si occupa di:

  1. garantire accoglienza, diagnosi e presa in carico del paziente.
  2. predisporre, per ogni singolo utente, un programma terapeutico.
  3. effettuare terapie farmacologiche specifiche, sostitutive, sintomatiche e antagonistiche, compreso il monitoraggio clinico e laboratoristico, verificando l’opportunità di tali interventi e mantenendo contemporaneamente l’obiettivo del superamento dello stato di dipendenza anche dai farmaci sostitutivi.

I SerT (ora Ser.D) sono costituiti secondo i criteri della Legge 26 giugno 1990, n. 162, e dei decreti del Ministro della Sanita’ del 12 luglio 1990, n. 186, 30 novembre 1990, n. 444, 19 dicembre 1990, n. 445, 23 dicembre 1990, n. 448, e del decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 9 ottobre 1990.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio, Psicologa Clinica, matr. 9767

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Cosa ci spinge a viaggiare? – PODCAST

“Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile.”

Ryszard Kapuscinski

All’alba di un nuovo anno, siamo come sempre preda di un’alternanza di emozioni e sentimenti contrastanti. Siamo: pensierosi, speranzosi, preoccupati, malinconici, felici, tristi, ansiosi, curiosi..

Alcuni proveranno un’irrefrenabile voglia di proiettarsi in avanti e agire; altri saranno per lo più legati al pensiero del tempo che passa, come un treno che viaggia sempre in avanti.

Credo che tutti debbano sentirsi viaggiatori/esploratori nella propria vita, perché viaggiare in qualche modo rende più liberi, più leggeri e mentalmente più accoglienti e meno rigidi.

COSA CI SPINGE A VIAGGIARE?

In questa tappa del nostro viaggio andremo lontano, in qualunque luogo, lontani dagli eccessi del quotidiano, dalla frenesia del lavoro e del traffico.

Un luogo altro, un posto del cuore.. viaggiare rende in qualche modo liberi e felici.

Sarà quindi una tappa particolare, perché approfondiremo un po’ la conoscenza di noi stessi, viaggiatori appassionati e curiosi.

Buon ascolto e buon viaggio!

Psicologia del Viaggiatore – In viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast

“Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero”

Antoine de Saint-Exupery
Psicologia del Viaggiatore – In viaggio con la Psicologia – Spotify Podcast

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Paure e Bambini – PODCAST

Questa tappa del nostro viaggio sarà faticosa e forse un po’ scomoda, ma ci permetterà di osservare da vicino aspetti molto importanti della vita emotiva dei bambini e dei ragazzi preadolescenti alle prese, negli ultimi tempi, a quanto pare, con una delle emozioni più difficili da affrontare: la paura.
E più nel particolare la paura della morte.


Perché ci sono alcuni bambini che hanno paura di morire?

Buon Ascolto..

La paura di morire nei bambini – In Viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast
La paura di morire nei bambini – In Viaggio con la Psicologia – Spotify Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Il paziente cattivo VS la dottoressa cattiva.

Quanto segue è il resoconto -per ovvie ragioni opportunamente camuffato*- del supporto psicologico portato avanti con un paziente di circa 40 anni.

Davide chiede un incontro con la psicologa, allertando il centro in cui lavoro. La richiesta dell’uomo è spiazzante per le volontarie poiché l’uomo è conosciuto per tutt’altri motivi. L’enfasi con cui la richiesta è -dal personale- accolta, desta in me profonda inquietudine tanto da aggiungere un’ora extra al mio solito orario.

Davide giunge in consultazione presentandosi con largo anticipo. E’ vestito molto alla moda e si presenta molto più giovane rispetto alla sua età. Si muove nello spazio ondeggiando in maniera fluida e appena si accomoda sulla sedia, getta via il pesante (e costoso) giubbino.

Il motivo per cui Davide ha chiesto un appuntamento “il prima possibile” è dovuto al fatto che ha avuto, recentemente, seri problemi lavorativi e personali.

La storia che l’uomo mi racconta è costellata da eventi traumatici e abusanti; ripetutamente vittima di bullismo (tanto da esser più volte ricorso alle forze dell’ordine portando in tribunale i suoi aguzzini), Davide sembra esser nato vittima.

C’è qualcosa di strano nei racconti dell’uomo; lo sguardo e la posa del corpo con cui mi parla della sua tormentata vita mi restituiscono un controtransfert che mi porta a non colludere troppo con il racconto.

In sostanza accade che Davide non fa che raccontare a tutti (per esempio mentre aspetta il suo turno) la sua tormentata vita; tutti (in particolar modo le donne) piangono insieme a lui, gli offrono frasi di sostegno piuttosto scontate ma costanti.

Davide trova improvvisamente decine di dottoresse di fortuna pronte a contenere i suoi pianti.

Noto che nel momento in cui l’uomo racconta a tutti della sua tremenda vita, ha come un ghigno sul viso. Davide diventa quasi come Joker con quel sorriso maligno accerchiato da persone che non sanno più come scusarsi per tutta la sofferenza che gli altri gli hanno causato.

I nostri incontri proseguono e l’uomo arriva sempre in orario senza mai mancare; i giorni diventano settimane e Davide racconta. Utilizzo alcuni strumenti psicodiagnostici, i reattivi grafici proiettivi possibili e altri strumenti…

Emergerà con sempre maggior forza che Davide è crudele.

Il suo passato da vittima lo ha trasformato in un “bullo” in piena regola.

Alcuni episodi circa il suo comportamento, che saranno raccontati, sono risultati -a chi scrive- piuttosto difficili da accogliere ma il nostro percorso è continuato.

I narcisisti maligni sono bugiardi, ipocriti e manipolatori affettivi. Hanno un’alta considerazione di loro stessi, esagerano le proprie capacità, appaiono spesso presuntuosi, credono di essere speciali, superiori, di dover essere soddisfatti in ogni loro bisogno e pretendono di avere diritto ad un trattamento particolare. Ma questo non basta (altrimenti avremmo a che fare con un “normale” narcisista). Il tutto risulta supportato dal comportamento maligno che porta tale soggetto ad avere anche tratti borderline, antisociali e paranoici.

I manipolatori perversi hanno come obiettivo quello di agire attraverso la manipolazione e il raggiro per far compiere al proprio interlocutore delle azioni che tornano ad esclusivo vantaggio personale, si approfittano dell’amore altrui a scopo egoistico. 

Davide ha trovato innanzi una persona (per di più donna) che per la prima volta non ha ceduto al suo (presunto) fascino né ha creduto che il mondo ce l’avesse con lui.

L’uomo è stato ovviamente aggressivo, in certi momenti, cattivo. La vittima spaesata e sola è diventata un bullo crudele travestito da piccolo uomo che non è mai potuto essere (a detta sua), bambino, adolescente e -ora- uomo al 100% perché tutti ce l’hanno con lui.

Il percorso difficile e complesso è possibile a patto che si accetti, che il terapeuta (almeno in questo caso) non è una pedina manipolabile.

“La dottoressa è cattiva!”

Forse..

Deontologicamente corretta.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutti i dati sensibili saranno opportunamente camuffati al fine di proteggere il cliente, secondo quanto espresso dagli articoli in merito al segreto professionale e alla tutela del cliente, ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi

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Il pregiudizio

Che cos’è il pregiudizio?

Sei davvero sicuro di essere una persona senza pregiudizi? E se ti dicessi che anche un atteggiamento condiscendente può essere mosso da pregiudizio, ci crederesti?

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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I servizi della giustizia minorile.

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L’approfondimento che propongo oggi al lettore concerne un difficile campo di analisi; la difficoltà non è solo in chi si trova ad operare nello specifico settore (la giustizia minorile), quanto soprattutto in chi da “osservatore esterno”, si trova a dover analizzare il difficile ambito caratterizzato dai minori che per un dato motivo si trovano ad incontrare e ad entrare nel circuito della giustizia.

Esporrò di seguito le realtà e le proposte di intervento che si sono rese possibili in conseguenza al cambiamento del quadro normativo avviato dal nuovo codice di procedura penale per i minorenni. Questo processo di cambiamento ha comportato una ridefinizione dell’assetto organizzativo e gestionale dei servizi dell’amministrazione della giustizia minorile.

Il sistema dei servizi della giustizia minorile rappresenta, infatti, l’area di supporto all’implementazione delle linee, delle strategie politiche e, più specificatamente, delle decisioni prese dall’Autorità giudiziaria nell’ambito della competenza penale. Ai preesistenti servizi (come l’Ufficio di servizio sociale e l’Istituto penale) si affiancano nuovi servizi, come il Centro di prima accoglienza, la Comunità educativa, i Centri diurni polifunzionali, titolari della nuova filosofia dell’azione penale e di tutte le misure penali in area esterna, che rappresentano l’attuale tendenza di politica preventiva in Italia (Mastropasqua, Scaratti, 1998).

Che cos’è e che funzione svolge l’Ufficio di servizio sociale?

L’Ufficio di servizio sociale costituisce il servizio che accompagna il ragazzo nel suo percorso penale (dall’inizio alla fine). Opera sulla base di un mandato istituzionale che ne prevede l’immediata attivazione dal momento in cui, a seguito di denuncia, un minore entra nel circuito penale. Il nuovo codice prescrive l’attivazione del suo intervento nei confronti del minore entro 96 ore dall’inizio del suo stato d’arresto e di fermo. L’Ufficio cura -inoltre- il progetto educativo del minore in misura cautelare non detentiva, gestisce la misura della sospensione del processo e della messa alla prova e segue complessivamente tutte le misure alternative e sostitutive. Svolge altresì compiti di assistenza in ogni stato e grado del procedimento e predispone la raccolta di informazioni utili per l’accertamento della personalità del minore su richiesta del P.M.

E l’Istituto Penale?

L’Istituto penale (spazio originariamente preposto all’esecuzione della misura cautelare detentiva e della pena), vede una sua ridefinizione organizzativa più funzionale ad un’azione educativa sempre più integrata con i servizi della giustizia minorile e del territorio.

Centro di prima accoglienza, Comunità educativa, Centri diurni polifunzionali.

Centro di prima accoglienza: (CPA) è una struttura filtro che ospita i minori arrestati e fermati (per un massimo di 96 ore) in attesa dell’udienza di convalida. Si tratta di un servizio finalizzato ad evitare l’impatto con il carcere e che si connota strutturalmente come una casa dove gli operatori minorili accolgono, informano, sostengono il minore e avviano una prima prefigurazione del progetto educativo, se il minore resterà nell’area penale.

Le altre nuove tipologie organizzative, comunità e centri diurni polifunzionali, rappresentano servizi di supporto all’intervento in area penale esterna e vedono attualmente prevalere la formula del convenzionamento o della cogestione con le forze del privato sociale.

Centro polifunzionale di servizi: indica una struttura situata nei territori di competenza dei diversi centri per la giustizia minorile. Tale centro si compone di diversi servizi: Servizio di prima accoglienza, Servizio sociale, Servizio diurno polifunzionale, Servizio comunità, Servizio controllo rafforzato. Appare ipotizzabile, per il prossimo futuro, che i primi due servizi evolveranno coerentemente con gli sviluppi dell’innovazione in corso. Il servizio diurno rappresenta, invece, l’espressione più immediata dell’obiettivo di garantire continuità con l’esterno. Tale struttura, infatti, non è riservata esclusivamente agli autori del reato, ma si rivolge ad un’utenza mista che accede alle attività proposte tramite invio del territorio (scuole, parrocchie, servizi sociali territoriali ecc.). Gli ultimi due servizi, costituiscono quelli più direttamente organizzati in forma istituzionale secondo modalità contenitive, diversamente articolate sulla base delle caratteristiche del ragazzo, della sua posizione giudiziaria o problematicità presentate.

Il servizio di controllo rafforzato sostituisce l’Istituto penale ma, sostanzialmente, ne ripropone la logica per tutti quei casi che non possono accedere ad ipotesi meno strutturate.

I servizi comunità si differenziano, al loro interno, fra comunità filtro, con funzioni di accoglienza, inserimenti comunitari a medio e lungo termine e comunità protette, rivolte a quei ragazzi per i quali risulta inadeguato o prematuro il collocamento presso strutture territoriali.

La nuova articolazione dei servizi e la complessità della proposta organizzativa (sempre più orientate ad un’apertura al territorio di appartenenza del minore a rischio e/o che delinque) richiede la valorizzazione della multidisciplinarietà e la specializzazione delle figure che si occupano del ragazzo, l’interazione con i servizi e le professionalità del territorio, ma soprattutto la fluidità sia di circolazione interno-esterno, sia di passaggio del minore fra strutture e servizi.

Si fa presto a dire “delinquenti” ma non è mai tardi per attivare una rete di prevenzione e supporto sociale dove, tramite un lavoro d’equipe multidisciplinare: si fa.

Questi sono i nostri ragazzi: figli, amici, fratelli, sorelle -piccole madri e padri talvolta- che meritano di essere accolti, contenuti e reindirizzati.

Anche quando entrano, per qualsiasi motivo, nel circuito penale.

Qualcuno da qualche parte ha fallito, cerchiamo di non fallire -ancora- noi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Obiettivi

“L’acqua di un fiume si adatta al cammino possibile, senza dimenticare il proprio obiettivo: il mare”

Paolo Coelho

La nostra vita spesso ha un carattere frenetico e nella frenesia del quotidiano, sommersi dalle innumerevoli richieste della società, e delle nostre famiglie ci affanniamo per raggiungere obiettivi, spesso lontani e apparentemente irraggiungibili.

Ma una volta raggiunti scopriamo che la felicità, la soddisfazione e la gioia attesa, per il raggiungimento dell’obiettivo, è fugace e insoddisfacente.

Quando focalizziamo tutte le nostre aspettative e le nostre risorse solo ed esclusivamente sul successo, siamo destinati quasi certamente a fallire.

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Bisogna confrontarsi sempre con i propri limiti e con le proprie reali aspettative (quelle nostre personali), non con quelle che ci vengono imposte direttamente o indirettamente dagli altri.

L’importante è riconoscere le proprie priorità e le proprie reali esigenze, per poi percorrere la strada più congeniale verso i nostri obiettivi, quelli che più desideriamo.

Il tempo, la fatica, il piacere della conquista, il brivido dell’imprevisto e la rassicurante risoluzione dei nodi, darà valore e soddisfazione agli obiettivi e ai successi raggiunti.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Gruppo minoritario: il razzismo in classe.

Il razzismo è sempre una cosa stupida.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Mi sento impotente.

Ti è mai capitato di sentirti impotente, quasi come se ci fosse una sorta di paralisi della volontà tale da impedire di portare avanti qualsiasi scelta? Oppure ti sei mai sentito così impotente da non riuscire nemmeno a sentire le emozioni?
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta dell’impotenza appresa.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Lavoro e Benessere Psicologico

Il Lavoro è un aspetto essenziale per la vita delle persone.

La presenza di un lavoro, ben retribuito e “rispettoso” della vita della persona garantisce anche un bella fetta di benessere psicologico..

Non diamo mai per scontato il lavoro..

Come diceva Freud:

“Lieben und arbeiten”, “amare e lavorare”, questa è la mia ricetta contro i mali oscuri dell’uomo. (Sigmund Freud)

Buona visione

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Educazione sessuale.

Gravidanze Indesiderate e Infezioni Sessualmente Trasmesse.

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Gli adolescenti fanno sesso, accettare che giovani e giovanissimi hanno rapporti sessuali, apre alla questione -spesso- per gli adulti più spinosa, della contraccezione per la prevenzione di gravidanze indesiderate e delle infezioni sessualmente trasmesse.

Per comprendere la questione della contraccezione è utile riportare il modello concettuale five-step process proposto da Byrne (1983) secondo cui l’uso efficace dei contraccettivi sarebbe un comportamento complesso che comprende diverse fasi:

  1. acquisire, elaborare e conservare nella memoria informazioni precise circa il concepimento e le modalità per prevenirlo;
  2. essere consapevoli che avere rapporti sessuali è una possibilità reale;
  3. riuscire ad avere la disponibilità del contraccettivo adeguato;
  4. essere capace di comunicare col partner sia a proposito dell’opportunità che della modalità contraccettiva;
  5. saper utilizzare correttamente il contraccettivo scelto.

Ciascuna di queste fasi prevede l’integrazione di processi cognitivi e affettivi che fanno riferimento sia al contesto socio culturale che al senso di sicurezza.

Gli studi e l’esperienza clinica ci confermano che, accanto ad una buona conoscenza dei rischi insiti nell’attività sessuale, si riscontra spesso una forte resistenza nell’attuare comportamenti sessuali sicuri. In particolare, la sottostima del rischio nei giovani per quanto riguarda la possibilità di contrarre Infezioni o restare incinta, è espressione del sentimento di onnipotenza degli adolescenti, della loro tendenza ad associare la malattia e la gravidanza indesiderata a persone “devianti” e socialmente distanti da sé :

“solo le prostitute o quelli facili, prendono malattie facendo sesso/ No Dottorè.. io mica sono scemo/a, sto sempre attento/a!”

ma anche del loro bisogno di ridurre o addirittura di negare l’ansia associata a questa sfera, così già tanto complessa da gestire.

L’acquisizione della maturità e competenza psicosessuale comporta la capacità di pensare e comprendere il legame esistente tra attività sessuale, procreazione e salute fisica che passa anche attraverso la capacità di “pianificare” quest’ultima. Tuttavia molti adolescenti cominciano ad avere rapporti sessuali prima di aver sviluppato tali competenze e spesso le motivazioni apportate per giustificare le resistenze all’uso dei contraccettivi appartengono proprio alle ansie tipiche di questa delicata fase di vita. Si tratta di timori che vanno assolutamente considerati e contenuti poiché, per la maggior parte dei casi, inerenti l’immagine corporea e la socialità.

Alcuni giovani sono infastiditi dall’idea che la contraccezione possa togliere la spontaneità al rapporto, con particolare riferimento ai metodi quali il profilattico e il diaframma. Le ragazze, nello specifico, temono che la pillola possa interferire con i processi naturali del corpo e portare a spiacevoli controindicazioni fisiche (queste due preoccupazioni appena citate, sembrano travalicare il susseguirsi degli anni presentandosi sempre, nonostante il tempo che passa, come le preoccupazioni maggiormente presentate all’interno dei contesti scolastici).

Altri hanno difficoltà ad accettare la programmazione del rapporto sessuale, soprattutto in concomitanza con le prime esperienze sessuali, dove l’alto contenuto emotivo rende difficile la contemporanea attenzione alla contraccezione.

Per alcuni diventa anche un problema di ordine interpersonale: molti adolescenti sono riluttanti a far conoscere al partner la propria disponibilità al rapporto sessuale: “se porto con me un preservativo, il ragazzo o la ragazza, pensa che io sia uno o una facile! Non posso permettere che questo accada! Io non sono una poco di buono/ io non sono un pervertito!”

predisponendo in anticipo un’adeguata protezione contraccettiva. Resistenze più profonde hanno a che fare, a volte, con una forte ambivalenza nei confronti della gravidanza: infatti alcune adolescenti sono spesso spinte verso la maternità per un inconscio desiderio di confermare la propria femminilità dimostrando che il loro corpo funziona ed è fertile.

L’illusione di invulnerabilità può venire incoraggiata dal fatto che, pur adottando comportamenti a rischio, i giovani non riscontrano immediate conseguenze negative e per questa ragione sono portati a negare la natura rischiosa del loro comportamento.

Diventa centrale, dunque, promuovere una capacità di negoziazione relazionale che si traduce nell’abilità di esprimere e far rispettare con coerenza le proprie scelte e preferenze sessuali, ponendo le basi per un rapporto che si articola su un piano di rispetto reciproco e di accettazione delle diverse scelte di vita.

L’Italia è ancora una volta fanalino di coda; se in alcuni paesi Europei l’educazione sessuale è materia curricolare, in tanti altri paesi è normale che vi sia un team di esperti (psicoterapeuta e ginecologo), pronti a contenere dubbi e incertezze dei bambini e adolescenti (è possibile fare progetti di educazione sessuale a partire dalla scuola primaria).

Contrariamente a quanto la maggior parte dei benpensanti immagini, inserire l’educazione sessuale a scuola non vuol dire spingere i nostri bambini o adolescenti verso comportamenti a rischio o verso ipotetiche perversioni; la validità (studi alla mano) di questi progetti è proprio l’inverso di quello che insegnanti e genitori ci portano, nella maggior parte dei casi, come problema: parlare di sesso non invoglia necessariamente a fare più sesso.

Parlare di sessualità (la sessuologia è molto lontana da quanto il pensiero comune, complice le piattaforme social, ha portato a pensare), apre ad un maggior dialogo con se stesso e l’altro. I ragazzi comprendono come sono “fatti e funzionano”, citando una ragazza che finalmente comprese l’ovulazione; li aiuta a comprendere cosa sia “una relazione sana e non abusante”, citando un ragazzo. I bambini possono comprendere che “M/F” sono due letterine che non identificano necessariamente ciò che senti di essere.

E così via.

La società non è un organismo statico e i nostri ragazzi non vanno più abbandonati ma vanno ascoltati, contenuti, educati e protetti.

La conoscenza protegge: come il preservativo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Psicologia e Alimentazione. L’Effetto rimbalzo – PODCAST

Chi non ha mai iniziato, nella sua vita, a fare una dieta per perdere peso?

In questa tappa del nostro viaggio assaporeremo il gusto delle tentazioni attraverso una breve analisi delle ricadute psicologiche e comportamentali che potrebbero avere le diete troppo restrittive e rigide.

Parleremo dell’Effetto Rimbalzo.

Buon Ascolto!

Psicologia e Cibo. L’Effetto Rimbalzo – In Viaggio con la Psicologia – Podcast Spreaker

Puoi ascoltare l’episodio del Podcast anche su nostro canale @ilpensierononlineare (su YouTube).

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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ESSERE OTTIMISTI

Secondo il dizionario Treccani l’ottimismo è “la disposizione psicologica che induce a scegliere e considerare prevalentemente i lati migliori della realtà, oppure ad attendersi uno sviluppo favorevole del corso degli eventi“.

L’ottimismo non è un’illusione psicologica, non riguarda nulla di improbabile e non deve essere confuso e circoscritto a sinonimo di “entusiasmo forzato” e quindi di un atteggiamento personale che porta alla negazione della realtà.

Le persone con un atteggiamento veramente ottimista verso la vita sono perfettamente coscienti dei problemi, ma li affrontano e provano a risolverli in maniera costruttiva.

Buona Visione!

ESSERE OTTIMISTI – ilpensierononlineare – YouTube Channel

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dott. Gennaro Rinaldi
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Piccoli delinquenti: fenomeni delinquenziali in adolescenza. Psicopatologia.

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Il titolo “piccoli delinquenti” è stato usato, da chi scrive non con l’intento (del tutto lontano dal proprio agire) di etichettare, quanto per evidenziare una componente spesso sottovalutata -che va invece considerata- quando ci approcciamo al lavoro con l’adolescente deviante.

L’approfondimento odierno mira ad evidenziare il legame (possibile), esistente tra disagio giovanile, devianza sociale e comportamenti a rischio. Come detto in un precedente approfondimento, non vi è una correlazione diretta tra disagio giovanile/devianza e minori adottati ma un rischio evolutivo maggiore a fronte di carenze e traumi subiti.

Oggi presenterò all’attenzione del lettore l’opera di Bowlby, il cui contributo si è reso fondamentale non solo per lo studio e la comprensione della teoria dell’attaccamento, ma anche per la comprensione dei fenomeni delinquenziali negli adolescenti.

L’autore evidenziava come il legame di attaccamento del bambino alla madre fosse un’esperienza primaria non solo per via della gratificazione dei bisogni fisici e psicologici apportata dalla madre al bimbo, ma anche perché costituiva una funzione biologica di protezione (Bowlby, 1979). Era in virtù di questo legame che i bambini reagivano alla perdita del referente materno – a seguito dell’instaurarsi di un attaccamento affettivo – manifestando un vero e proprio lutto.

Per quanto concerne, invece, il disagio giovanile e la devianza sociale le idee di Bowlby hanno cominciato a costruirsi nel suo studio intitolato Forty-four juvenile thieves (1944), nel quale si prefiggeva di studiare e valutare le possibili connessioni fra la delinquenza e quello che definì “il carattere anaffettivo”.

In tale contesto egli osservava che ben il 40% dei soggetti delinquenti presentava un vissuto di lunghe separazioni – sei mesi o più – dalle madri naturali o adottive nei primi cinque anni di vita, a fronte del solo 5% di incidenza a delinquere nei soggetti (del gruppo di riferimento) che non avevano vissuto quella esperienza. Partendo da questa osservazione Bowlby (1944) individuava due principali fattori di potenziale valenza eziologica:

  1. Il primo era la separazione stessa: “In tal modo il fattore essenziale che tutte queste
    separazioni hanno in comune è che, durante il primo sviluppo delle sue relazioni
    d’oggetto, il bambino viene improvvisamente spostato e sistemato con estranei.
    Egli viene strappato via dalle persone e dai luoghi che gli sono familiari e che ama
    e messo con persone ed in ambienti che sono sconosciuti ed allarmanti.”*
  2. Il secondo fattore era la “inibizione ad amare causata dalla rabbia e da fantasie
    che erano l’effetto della rabbia”**
    . La rabbia, spesso associata a distruttività,
    rappresentava l’agito del bambino all’assenza dei genitori.
    Come già osservato
    dalla Klein prima e da Bion poi, il genitore è una presenza rassicurante in grado di
    mediare fra le pulsioni negative e la realtà, ma se egli è assente, o peggio è egli
    stesso aggressivo e violento, nel bambino continuano ad albergare fantasie di odio e vendetta che possono successivamente esplodere nel comportamento delinquenziale:
    “La determinazione a tutti i costi di non rischiare ancora una volta
    la delusione e la rabbia e gli struggimenti conseguenti, che può derivare dal voler
    tanto qualcuno e non essere capace di averlo […] una politica di autoprotezione
    contro i colpi e le frecce delle proprie emozioni turbolente”.***

Bowlby trovò conferma alle proprie intuizioni, rafforzandole, nel corso della sua esperienza alla Child Guidance Clinic, presso la quale ebbe modo di effettuare vari studi retrospettivi partendo dalle esperienze vissute da bambini e adolescenti lì ricoverati. Successivamente arricchì il suo pensiero attraverso i risultati di numerose osservazioni condotte su bambini separati dai loro genitori. Egli sosteneva che i bambini -soprattutto se istituzionalizzati a partire da una età inferiore ai sette anni – privati della cura e dell’affetto materno potevano presentare una seria compromissione del loro sviluppo fisico, intellettuale, emozionale e sociale. Osservava poi come i minori con un’età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni reagissero al distacco dalla madre con una protesta, cui seguiva la disperazione che, infine, sfociava nell’apatia.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Bowlby, J (1944) Forty-four juvenile thieves: their characters and home-life. Int J Psychoanal 25:19-53, 107-128
**Ibidem ***Ibidem

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Giornata Mondiale dell’Infanzia e Adolescenza. Il Diritto dell’Infanzia e dell’Adolescenza alla Salute Mentale

“Curare in modo sistematico, intelligente e paziente le infanzie infelici potrebbe essere determinante per la prevenzione di quei disturbi che recano un contributo fondamentale alla psicopatologia più tradizionalmente psichiatrica dei disturbi di personalità, alle dipendenze gravi da sostanze, da gioco e da sesso e alla criminalità giovanile e adulta. Quello che serve è evidentemente uno scatto culturale o uno scatto di civiltà.”

Luigi Cancrini – “La cura delle infanzia infelici (2012)

Nel Mondo a causa della povertà, dei conflitti e della crisi climatica più di 400 milioni di bambini vivono in aree di conflitto. Tra i 10 ei 16 milioni non possono tornare a scuola perché costretti a lavorare o a sposarsi. A causa dei matrimoni troppo precoci 22.000 bambine e ragazze muoiono a causa di gravidanze e parti.*

A causa della carenza di condizioni sanitarie, igieniche e alimentari bambini in diverse parti del mondo rischiano di perdere la vita.*

In Italia la situazione non è assolutamente rosea. Quasi un milione e quattrocentomila bambini vivono in una condizione di povertà assoluta. Ovviamente questa condizione di precarietà inficia gravemente pure sulla condizione psicologica dei bambini e dei ragazzi.

La condizione di precarietà in cui versano i minori in Italia è anche frutto di politiche spesso disinteressate alla condizione dei minori e ai loro diritti e quindi alla loro salute mentale.

L’impatto della pandemia e delle crisi (climatica, energetica, guerra), ha solo peggiorato la situazione.

Quest’anno l’attenzione di questa giornata, grazie all’UNICEF è in particolare rivolta al benessere psicologico e la salute mentale dei minori.

“Nel mondo il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa: parliamo di quasi 46.000 adolescenti che si tolgono la vita ogni anno – più di uno ogni 11 minuti. Quasi la metà di tutte le problematiche legate alla salute mentale inizia entro i 14 anni di età e il 75% di queste si sviluppa entro i 24 anni: la maggior parte dei casi però non viene individuata nè presa in carico. “

UNICEF ITALIA

Oggi più che mai l’attenzione alla salute psicologica deve diventare un presupposto essenziale per garantire un futuro più sereno alle nuove generazioni.

Il dolore, la sofferenza psicologica, ripetuti traumi e relazioni familiari complesse, maltrattanti, malate o violente, possono avere conseguenze devastanti per i bambini e per i ragazzi a livello psicologico ed emotivo.

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Vissuti traumatici, maltrattanti e distorti possono indurre cicatrici difficili da rimarginare. Se queste ferite non vengono curate il prima possibile possono portare a patologie psicologiche e mentali spesso gravi come disturbi di personalità e antisociali.

Purtroppo le ferite psicologiche subite negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, (anni fondamentali per lo sviluppo emotivo, dell’identità, per la formazione dell’autostima, dell’immagine corporea, per la formazione dei valori, del senso di sé e del rispetto degli altri) sono spesso le più profonde e quelle più difficili da guarire.

I traumi legati alle figure di attaccamento sono quelli più gravi, perché minano un elemento fondamentale che lega le relazioni e la sicurezza dell’individuo: la fiducia verso una figura di riferimento che istintivamente deputiamo alla protezione, all’accudimento alla rassicurazione. Questa ferita mina la sicurezza interna e la fiducia verso gli altri e verso se stessi.

La speranza è che la nostra società si liberi da questo meccanismo di difesa del “diniego” (che ne condiziona quello “scatto di civiltà” di cui parlava Cancrini), per cui nega che la questione della Salute Psicologica possa essere un problema, solo perché non accetta la possibilità che la mente si possa ammalare proprio come il corpo.

I diritti dell’infanzia e dell’adolescenza passano anche dal diritto a poter avere l’accesso a servizi che garantiscono loro il Benessere Psicologico.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

*Dati e numeri diffusi da Save the Children

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Bambini e adolescenti: riflessioni (sparse) Psy.

Oggi è stata una giornata particolare.

l’UNICEF Italia ha deciso di dedicare questa giornata ad un tema complesso. All’interno della “Giornata dell’infanzia”, è stato infatti scelto di dare spazio alla salute mentale e al benessere psicosociale.

I dati che apprendiamo, dalle fredde statistiche che consultiamo non sono rassicuranti. La pandemia ha portato in luce un qualcosa che anche precedentemente esisteva, ma che per troppo tempo non abbiamo voluto vedere: il disagio psicologico nei “più piccoli”.

Nel mondo il suicidio è la quinta causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni, la seconda causa in Europa: sono quasi 46.000 gli adolescenti che si tolgono la vita ogni anno – più di uno ogni 11 minuti.

L’indice di salute mentale è in peggioramento nella fascia 14-19 anni nel 2021 (Istat), ma aumentano anche i reati ai danni di minori (+11% nel 2020), così come la pedopornografia e l’adescamento online (+77%).*

I dati condivisi (facilmente reperibili online), non sono freddi numeri da leggere ma carne con cui lavoriamo (noi esperti di salute mentale), ogni giorno.

Un bambino che si trova, per tutta una serie di motivi ad essere adescato online, è lo stesso che vediamo in fila al supermercato quando compriamo il latte.

L’adolescente che decide di gettarsi sotto un treno, è lo stesso che abbiamo visto 10 minuti prima con la nostra macchina mentre attraversava la strada.

Sono tutti sguardi che abbiamo incrociato, corpi che ci hanno sfiorato e del quale probabilmente nemmeno ci siamo resti conto.

Il disagio psicologico nei (e dei) bambini è probabilmente quello più spaventoso, quello più sottile e quello di cui abbiamo il dovere sociale di averne cura.

Un bambino accolto, contenuto, protetto e indirizzato** il più precocemente possibile, sarà un adulto meno spaventato, arrabbiato, abbandonato, frustrato.

Sarà un adulto che potrà -forse- vivere momenti di disagio anche in futuro, ma che saprà far leva sulle sue risorse interne.

Risorse che avrà rafforzato.

Risorse che avrà scoperto, opportunamente seguito in un contesto protetto.

E’ difficile parlare di bambini spaventati, abusati, lacerati, interrotti.

Di quei bambini dagli occhi spenti o di quegli adolescenti che hanno rinunciato; di quella straordinaria fascia d’età che dovrebbe essere caratterizzata dalla scoperta, dal gioco, dalla rabbia che lascia poi spazio al sereno. Dalla comprensione, dalle domande, dai dubbi, dalle incertezze, dalla bellezza della ribellione. Dal mettersi in gioco.

E’ difficile parlare di quelle che Cancrini definisce “Infanzie infelici”, 2012, e ancor più difficile tenere il conto delle mollichine di pane che, insieme, disseminiamo nel terrorizzante terreno di una psiche sofferente, quando siamo impegnati in una terapia con bambini o adolescenti sofferenti.

La sofferenza psicologica non ha nulla di affascinante: è sofferenza e come tale, merita il nostro rispetto e la nostra pronta risposta.

Senza paura e senza vergogna, chiedi aiuto.

Sempre.

La sofferenza mentale merita rispetto.

#GiornataMondialedell’Infanzia

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Dati UNICEF Italia

**il termine utilizzato va contestualizzato a quei casi in cui è, per ovvie ragioni, necessaria anche una terapia farmacologica. Un bambino seguito attuando una presa in carico globale del paziente in cui si ha un lavoro su più fronti (psicoterapeutico e farmacologico), sarà un futuro adulto maggiormente consapevole, responsabile ma, soprattutto, sereno.

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ODORI E RICORDI – PODCAST

Ecco un nuovo episodio del nostro PODCAST ” IN VIAGGIO CON LA PSICOLOGIA”

Oggi parleremo di ODORI E RICORDI

Lo sapete che l’olfatto sembrerebbe il canale sensoriale privilegiato per l’accesso ai ricordi autobiografici?

Mettetevi comodi e godetevi questa nuova tappa del nostro viaggio..

Buon Ascolto..

ODORI E RICORDI – INVIAGGIO CON LA PSICOLOGIA – SPREAKER PODCAST
ODORI E RICORDI – INVIAGGIO CON LA PSICOLOGIA – SPOTIFY PODCAST

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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La storia di un Narcisista: Disturbo Narcisistico di Personalità.

Attraverso la storia di un paziente (tutti i dati sensibili saranno opportunamente camuffati al fine di proteggere il cliente, secondo quanto espresso dagli articoli in merito al segreto professionale e alla tutela del cliente, ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi) scopriamo insieme che cos’è il Disturbo Narcisistico di Personalità.

Quali sono i tratti principali del disturbo narcisistico di personalità?

Come si comporta un narcisista o una narcisista nella sua relazione?

E’ possibile procedere con un supporto psicologico o con una psicoterapia?

Ma soprattutto il narcisista si rende conto della sua condizione clinica?

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

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La Disforia di Genere.

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Criteri diagnostici:

La Disforia di Genere (DG) in età evolutiva rappresenta una tematica di crescente interesse che elicita controversie e dibattiti sia in ambito clinico che sociale; si tratta, infatti, di una tematica che vede una commistione di problematiche legate alla censura morale, a presunte questioni etiche o culturali.

Con l’espressione Disforia di Genere si vuole sia sottolineare la componente emotiva dolorosa e angosciante legata al genere di nascita che ridurre la portata patologizzante della diagnosi (De Cuypere et al. 2010; Knudson et al. 2010; Zucker et al. 2013).

Di seguito i criteri diagnostici secondo il DSM 5 (APA, 2013):

Disforia di Genere nei Bambini

A. Marcata incongruenza tra genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno sei dei seguenti criteri (di cui uno deve essere A1):

1. un forte desiderio di appartenere al genere opposto o insistenza sul fatto di appartenervi;

2. una forte preferenza per l’abbigliamento del genere opposto e resistenza ad indossare quello del genere assegnato;

3. una forte preferenza per i ruoli tipicamente assegnati al genere opposto nei giochi del “far finta” o di fantasia;

4. una forte preferenza per giocattoli, giochi o attività tipicamente assegnati al genere opposto;

5. una forte preferenza per compagni di gioco del genere opposto;

6. un forte rifiuto per giocattoli, giochi o attività tipici del genere assegnato;

7. una forte avversione per la propria anatomia sessuale;

8. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere esperito.

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, scolastico o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Disforia di Genere negli Adolescenti e negli Adulti

A. Una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e il genere assegnato, della durata di almeno 6 mesi, che si manifesta attraverso almeno due dei seguenti criteri:

1. una marcata incongruenza tra il genere esperito/espresso da un individuo e le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie (o, nei giovani adolescenti, le caratteristiche sessuali secondarie attese);

2. un forte desiderio di liberarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie a causa di una marcata incongruenza con il genere esperito/espresso (o, nei giovani adolescenti, un desiderio di impedire lo sviluppo delle caratteristiche sessuali secondarie attese);

3. un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie del genere opposto;

4. un forte desiderio di appartenere al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

5. un forte desiderio di essere trattato come appartenente al genere opposto (o un genere alternativo diverso dal genere assegnato);

6. una forte convinzione di avere i sentimenti e le reazioni tipici del genere opposto (o di un genere alternativo diverso dal genere assegnato).

B. La condizione è associata a sofferenza clinicamente significativa o a compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Specificare se:

Con disturbo dello sviluppo sessuale (es. disturbo adrenogenitale congenito con iperplasia surrenale congenita, oppure sdr. da insensibilità agli androgeni).

Specificare se:

Post-transizione: L’individuo è passato a vivere a tempo pieno il genere desiderato (con o senza riconoscimento legale del cambiamento di genere) o si è sottoposto (oppure si sta preparando a sottoporsi) ad almeno una procedura medica cross-sex o a un regime di trattamento con ormoni cross-sex o un intervento chirurgico di riassegnazione del genere che conferma il genere desiderato (ad esempio, penectomina, vaginoplastica in un individuo nato maschio; mastectomia o falloplastica in un individuo nato femmina).

La presenza di interessi tipici del sesso opposto è un fenomeno che si manifesta sia nel corso del normale sviluppo (Sandberg et al., 1993; Linday, 1994) sia quando i normali processi evolutivi vengono perturbati. Non di rado accade che interessi o comportamenti tipici del sesso opposto, rappresentano solo una breve fase di transizione (soprattutto nel bambino intorno ai due anni.) In altri casi indicano una “flessibilità di genere” e, in altri casi ancora, rappresentano un segnale di sofferenza intensa e possono dare l’avvio a serie difficoltà emotive che porteranno a disturbi duraturi (Coates e Cook, 2001).

La diagnosi si basa sul grado in cui si manifestano i comportamenti e i desideri cross-gender e sul ruolo che essi hanno nel funzionamento adattivo del bambino. In tal senso, la DG è distinta dall’anticonformismo rispetto ai comportamenti stereotipati del ruolo sessuale. Singoli comportamenti dell’altro sesso non si manifestano mai isolati nella DG e non sono mai passeggeri. Una volta stabilizzati, i sintomi evolvono di pari passo con lo sviluppo del bambino. Tale condizione può persistere o meno anche in età adolescenziale e adulta. Lo sviluppo dell’identità di genere è molto plastico e malleabile nei bambini mentre in adolescenza il senso di sé relativo al genere si consolida, irrigidendosi, e negli studi di follow-up effettuati su adulti con diagnosi di DG in adolescenza si riscontra infatti un alto tasso di persistenza del disturbo (Zucker, 2005).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Disturbo schizoide di personalità: infanzia. PODCAST.

Il disturbo schizoide di personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di distacco e disinteresse generale nelle relazioni sociali e da una gamma limitata di emozioni nei rapporti interpersonali.
Il viaggio di oggi ci porta alla scoperta del disturbo schizoide di personalità, con particolare attenzione all’infanzia di quei bambini che potrebbero sviluppare un disturbo schizoide di personalità.
Mettiti comodo, buon viaggio e buon ascolto

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Respira.

Mi piacciono da sempre le isole.

Mi piacciono, tra le tante cose, per la loro indiscussa capacità di saper accogliere.

L’uomo d’isola porta impastato dentro di sé l’essere molo, pezzo di congiunzione tra la terra e il mare essendo egli stesso movimento perpetuo, costantemente aperto all’orizzonte.

I popoli di mare accolgono, facendo pochissime parole e molti fatti, nei limiti di quel che l’aria di sale, concede loro.

Granello dopo granello.

Mano a mano.

Prendere posizione su ciò in cui si crede -fortemente- è fondamentale poiché “fondante” dell’essere umano..

Certi esseri -però- possono non essere “umani”.

(Anche questo è un dato di fatto).

Respira.

Ciascuno, con la propria verità, si rende libero.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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5 CONSIGLI per gestire lo stress di fine giornata – Benessere Psicologico

Colui che vuole viaggiare felice deve viaggiare leggero

Antoine de Saint-Exupery

5 regole e consigli molto utili a gestire lo stress e i pensieri negativi che appesantiscono la fine delle nostre giornate.

Un modo per approcciarci al meglio al sonno e al meritato riposo e per prepararci al meglio alla giornata successiva.

Prendiamoci cura di noi stessi quotidianamente a partire dalla nostra Psiche.

Buona visione!

@ilpensierononlineare

5 CONSIGLI per gestire lo stress di fine giornata – Benessere Psicologico – @ilpensierononlineare

Guarda anche il video: https://www.youtube.com/watch?v=fm_As… “5 regole per iniziare al meglio la giornata – Benessere Psicologico”

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Pensando.

“Anche più dell’affinità delle loro anime, li univa l’abisso che li divideva dal resto del mondo”.
Boris Pasternak

Dedicar(si) del tempo per pensare, ricordare, immaginare: creare.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Il sintomo psicosomatico.

Nausea ricorrente, mal di pancia che sembra non avere una spiegazione..

Prurito..

Che cos’è il sintomo psicosomatico? Cos’è la #psicosomatica?

Il nostro approfondimento di oggi, ci porta alla scoperta della psicosomatica. Come si potrebbe interpretare il sintomo psicosomatico? Quale il suo possibile significato?

Buona visione.

(Grazie).

Dott.ssa Giusy Di Maio

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“Carichi residuali”

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.”

Primo Levi

Il Ministro dell’Interno Italiano del nuovissimo governo ha utilizzato un termine poco umano “carico residuale“, per definire gli Esseri Umani presenti sulle navi delle Ong che in questi giorni attendevano di sbarcare nei porti italiani per essere messi definitivamente in salvo, in un luogo sicuro e accogliente. Ha poi fatto riferimento ad uno “sbarco selettivo” per definire la sua “strategia”.

Le parole hanno un peso specifico e definiscono spesso l’interlocutore e le sue intenzioni. In questo caso si è cercato di deumanizzare il migrante, rendere l’umano oggetto, per slegarlo dall’aspetto emotivo che lo lega a quella vicenda tragica.

“..deumanizzare serve a pensare l’altro come un essere umano incompleto, un animale, un oggetto. Questo “pensare” l’altro in questo modo, permette di giustificare quelle azioni inaccettabili, che in un contesto normale verrebbero sicuramente condannate.”

La morte dell’umano – ilpensierononlineare (clicca sul link per approfondire)

Ma cos’è che può determinare questo tipo di ragionamenti e comportamenti?

Il razzismo e con esso il pregiudizio, l’intolleranza..

La Psicologia Sociale negli ultimi decenni si è trovata dinnanzi ad un fenomeno particolare: l’evoluzione del concetto di razzismo.

Gli psicologi sociali hanno infatti individuato nuove forme di razzismo “moderne”. Il comune denominatore tra queste nuove forme di razzismo è che sono meno evidenti, indirette e più sottili, insomma, difficili da riconoscere.

Nel particolare sono state individuate 6 forme di razzismo moderno:

1 – Il razzismo simbolico ad esempio indica tutte quelle forme di razzismo esperite da persone che provano ad occultare le idee razziste agli occhi degli altri, giustificandolo con l’intercalare: “non sono razzista ma..”. In genere queste persone rivendicano e lamentano qualcosa nei confronti dello straniero o di una minoranza;

2 – Il razzismo ambivalente amplificato descrive quella forma di razzismo che vede la coesistenza, nella stessa persona, di un sentimento prima negativo e poi positivo e viceversa, in base al contesto di riferimento. Ad esempio, mostrarsi estremamente aggressivo e razzista durante una competizione sportiva contro la tifoseria avversaria di un’altra città e poi frequentare, con diletto e piacere per le proprie vacanze, proprio i luoghi da dove provenivano i tifosi avversari;

3 – Il razzismo avversivo consiste essenzialmente nel nascondere il razzismo a se stessi. In questo caso è come se il razzismo si palesasse in forma inconscia. Ossia la persona ostenterà i propri sentimenti negativi solo se possono essere attribuiti ad un altro fattore. Ad esempio, in un contesto lavorativo, per giustificare una mancata assunzione di una persona (straniera), il datore di lavoro, giustifica il suo retro pensiero razzista con il fatto che non sia abbastanza competente per il lavoro;

4 – Il razzismo regressivo si palesa quando ci sono particolari condizioni di stress, difficoltà, crisi.. sia a livello personale che sociale. In questo caso queste condizioni portano le persone ad avere atteggiamenti fortemente discriminatori. Ad esempio, il periodo storico attuale (fine pandemia, crisi economica, crisi energetica, guerra) è terreno fertile per l’aumento di un’aggressività latente e la nascita e l’amplificazione di idee discriminatorie tra la popolazione;

5 – Il razzismo sottile invece è una esagerazione di quelle che sono le differenze tra il proprio gruppo di appartenenza e la minoranza etnica discriminata. Questa forma di razzismo si perpetua anche con l’esasperata difesa dei valori tradizionali del proprio Paese a discapito delle minoranze e degli stranieri e anche con l’attribuzione delle emozioni positive solo al proprio gruppo di appartenenza;

6 – Il razzismo mascherato infine è riscontrato in quelle persone che, nei sondaggi, ad esempio, negano l’esistenza del razzismo nel proprio Paese.

Purtroppo pare che le basi sociali e psicologiche del razzismo siano profondamente radicate nel modo di pensare della maggior parte dei popoli. Anche perché il razzismo è un fenomeno molto più antico del razzismo moderno di cui vi ho parlato.

I meccanismi di categorizzazione sociale, gli stereotipi, i pregiudizi sono funzionamenti “antichi”, appresi culturalmente che sono serviti nelle diverse fasi della storia dell’uomo, per sopravvivere ad un mondo ritenuto ostile e potenzialmente pericoloso.

La “solidarietà endogruppo” e “l’odio esogruppo” sono comportamenti tipici degli “animali sociali”, esistono infatti anche fenomeni simili in natura. Sono quindi comportamenti “primitivi” e legati a quell’istinto di conservazione che ci portiamo dalla nostra preistoria e caratterizza gruppi “conservatori”, poco abituati alla diversità e generalmente non troppo aperti allo scambio.

Infatti i popoli e i luoghi crocevia di scambi commerciali e culturali intensi e millenari sono in genere quelli più tolleranti alla diversità.

Non è facile “combattere” il razzismo e quei processi mentali ad esso connessi, ma secondo la ricerca scientifica applicata al sociale, una via d’uscita c’è.

Attraverso l’educazione alla conoscenza delle diversità e alla riflessione consapevole è possibile incoraggiare le persone a ri-pensare e ri-categorizzare il proprio gruppo d’appartenenza come parte di un sistema più ampio. Ripensarsi non più come cittadini del proprio Paese, ma cittadini del Mondo. Esseri umani unici nelle loro diversità e simili nelle loro differenze.

La conoscenza è quindi l’unico antidoto ai razzismi.

Terroni Uniti – Gente do Sud – (Canzone contro il razzismo)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Sessuologia: lo sviluppo psicosessuale – conosciamo la terminologia di base.

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Quando riferiamo a temi legati alla sfera della sessualità, dobbiamo tener sempre d’occhio un punto fondamentale della questione ovvero che lo sviluppo sessuale e affettivo (che accompagna tutto lo sviluppo dell’individuo stesso), comprende una complessa interazione tra corpo, mente e contesti culturali. Partendo da questa considerazione, va tenuto pertanto in mente che la lettura del fenomeno deve essere multidimensionale e libera dalla considerazione del corpo come un elemento oggettivo, statico guidato da leggi immutabili nello spazio e nel tempo.

Costrutti dell’identità sessuale.

Il termine identità deriva dal latino identitas (trad. “identico”, “uguale”) e sta ad indicare l’immagine mentale che un soggetto costruisce di sé. Ogni individuo sviluppa diverse tipologie di identità (es. identità etnica, religiosa, lavorativa, etc) nel corso della sua vita (Kroger, 2007). Nel 1968 Erik Erikson, nel suo libro “Gioventù e Crisi d’Identità”, introduce il concetto di identità come componente fondamentale della persona e frutto della complessa integrazione di fattori biologici, psicologici e sociali.

L’identità legata alla sessualità, assume un ruolo fondamentale per l’individuo e risulta dall’incontro di 4 componenti:

  1. Sesso biologico
  2. Identità di genere
  3. Orientamento sessuale
  4. Ruolo di genere

Il sesso biologico descrive la dimensione oggettiva del proprio essere sessuati e si riferisce alle caratteristiche biologiche che descrivono gli esseri umani come uomini o donne. Tale dimensione è determinata da 5 fattori (cromosomi sessuali XX o XY; presenza di gonadi maschili o femminili; componente ormonale; strutture riproduttive accessorie interne; organi sessuali interni). Negli organismi pluricellulari, la riproduzione sessuata necessita -al momento della fecondazione- dell’unione di due cellule germinali specializzate dette gameti (l’uovo femminile e lo spermatozoo maschile). Questa determinazione del sesso genotipico stabilisce il punto di partenza per tutti i futuri cambiamenti, benché inizialmente i due sessi siano indistinguibili. Da questa iniziale fase di indifferenziazione o di pre-differenziazione, a partire dalla settima settimana gli embrioni evolveranno naturalmente verso la femminilità o la mascolinità, ma in quest’ultimo caso solo qualora si verifichino alcune condizioni che deviano dal programma di base che prevede in primis uno sviluppo in senso femminile (proto-femminilità – Crèpault, 1998).

L’identità di genere rappresenta, invece, la percezione unitaria e persistente di stessi come appartenenti al genere maschile o femminile. La capacità di conformarsi a queste caratteristiche, attribuite a partire dagli elementi biologici, rende gli individui “mascolini o femminili” ( il termine, coniato da Money e Ehrhardt, 1972, si riferisce al vissuto di appartenenza ad un genere o all’altro). Tale appartenenza può esprimersi quindi con vissuti e comportamenti corrispondenti o non corrispondenti al sesso biologico. Il soggetto può vivere la non corrispondenza in modo ambiguo, ambivalente o lineare al punto da non riconoscersi appartenente al proprio sesso biologico e desiderare di appartenere all’altro sesso e/o riconoscersi identificandosi in tal modo con il proprio sesso biologico. Dall’antica “certezza” secondo cui si riteneva che l’umanità fosse divisa in due sole categorie specifiche, maschile e femminile, si è giunti oggi a concettualizzare un’idea di identità di genere fluida che sia quindi formata da individui con infinite variabili soggettive che hanno diritto di vivere scelte e decisioni personalmente (Nagoshi, Brzuzy & Terrell, 2012).

L’orientamento sessuale è definito come l’attrazione fisica ed affettiva provata nei confronti di un’altra persona che può essere di sesso diverso, dello stesso sesso o entrambi. Numerosi studi hanno evidenziato la molteplicità degli aspetti che vanno a costituire l’orientamento sessuale. In una prospettiva multidimensionale, tale costrutto è costituito da una molteplicità di componenti: l’identificazione di sé, il comportamento, le fantasie, il coinvolgimento affettivo, l’attuale stato relazionale. Se fino a poco tempo fa si considerava, dal punto di vista scientifico, che l’orientamento sessuale fosse un tratto stabile precocemente determinato e altamente resistente al cambiamento, ora si parla di fluidità sessuale (Diamond, 2008) o plasticità erotica (Baumeister, 2004). L’orientamento sessuale risulta, in tal modo, flessibile e in costante evoluzione; gli individui in tal modo possono esperire transizioni di orientamento sessuale durante la propria vita, riferibili alle proprie esperienze sessuali ed emotive, alle proprie interazioni sociali e all’influenza del contesto culturale (Dèttore, Lambiase, 2011).

Il ruolo di genere riflette l’avvenuta identificazione nel maschile e nel femminile e si riferisce all’interpretazione corporea, relazionale e sociale della percezione sessuata del proprio genere di appartenenza. A tal proposito risultano fondamentali i riferimenti culturali e sociali (un contesto tutto femminile o tutto maschile, è ben diverso da un contesto misto). Tale ruolo è in gran parte frutto di consuetudini sociali apprese, cui l’individuo si conforma o meno, per segnalare agli altri la propria maggiore o minore aderenza al modo in cui un determinato sesso dovrebbe essere “interpretato”, in base alle regole culturali di appartenenza (Simonelli, Tripodi, 2012). Il ruolo di genere è una rielaborazione personale di condizionamenti esterni, che deriva dal particolare modo in cui si è venuta a costruire l’identità di genere (Dèttore, Lambiase, 2011).

Possiamo quindi immaginare e pensare al sesso biologico come al punto di partenza necessario per giungere alla costruzione dell’identità di genere, che avrà come sua espressione relazionale il ruolo di genere già dall’infanzia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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“It doesn’t even matter…”

“Cosa dovrei fare di quel che sono e di quel che mi accade? Continuo a dirmi che Hey non importa! Segui un po’ quello che succede, vedi un po’ come va eppure -alla fine- torno sempre allo stesso punto: crollo! Sa Dottoressa, a 35 anni mi sembra di stare seduto davanti la tv come nelle case di riposo, ha presente il nonno dei Simpson? Esatto.. Non so dove cominci la fine dello spettacolo e dove inizi la vita vera oppure non so, l’inverso..

Certe volte mi stupisco dei miei stessi pensieri tanto da non riuscire più a capire se siano miei oppure no. Ultimamente non so nemmeno se mi interessi sapere la realtà delle cose; 2 anni di pandemia sono stati troppo, per me.

Una convivenza appena iniziata e finita ancor prima di potersi chiamare tale “vivere con”… poi scopri che quella era solo una sconosciuta e quindi con chi vivevi? Sempre e solo con te stesso. Un lavoro osceno fuori regione, al freddo degli affetti e del clima e ti trovi a rimpiangere lo stronzo che sei stato che è voluto andare via solo per fare il figo e dire -Io sono qui, e voi? Guardate come sono realizzato!- Ho scoperto però che lo sfigato ero io che sono soltanto scappato perché di certi bias culturali mica ci si libera facilmente.

Allora?

Cosa importa/Non importa..

Ci ho provato e sono caduto ma non ero pronto ad una caduta che fosse uno schianto in totale assenza di terreno, in effetti è di questo che si tratta: mi sento in costante caduta libera.

Me lo offre un paracadute di emergenza?

Ma devo tirarla io la leva di attivazione?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

*Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Ogni informazione personale è stata pertanto opportunamente camuffata.

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Delirio e idee deliranti

“C’è un granello di verità che si nasconde in ogni delirio“

S. Freud

Possiamo definire il Delirio come un’idea errata, ma alla quale una persona aderisce in maniera piuttosto convincente. Il contenuto delle idee delirante è spesso palesemente assurdo per gli altri.

Le idee deliranti spesso sono un tentativo estremo di dare una spiegazione razionale a situazioni e fenomeni percepiti come incomprensibili

Buona visione!

Delirio e idee deliranti – ilpensierononlineare – Youtube Channel


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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi
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Omicidio o benessere sociale e psicologico?

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I recenti eventi di cronaca -quelli che guardando all’apparenza lontano dal bel paese- mi portano in qualità di esperta di salute e benessere psicologico a compiere una riflessione/approfondimento.

La fredda sigla IGV, indica il percorso di Interruzione Volontaria di Gravidanza; attualmente una donna può, in Italia, tecnicamente chiedere di accedere a questo servizio entro i primi 90 giorni (12 settimane)della gestazione per motivi che siano di salute, economici, sociali o familiari.

Dal 1978 questo intervento è regolamentato dalla legge 194/78. All’interno della legge troviamo esplicati i diversi punti, quali ad esempio

  • la possibilità di esaminare le possibili soluzioni ai problemi proposti
  • offrire un possibile aiuto che porti alla rimozione delle cause che stanno portando alla scelta di interrompere la gravidanza
  • certificazione
  • invito a soprassedere per una settimana, in assenza di urgenza, sia entro che oltre i 90 giorni. In sostanza viene offerta alla donna una settimana di ulteriore sofferenza, nel caso abbia un ripensamento. Nel corso di questa settimana non di rado accade che la donna in questione diventi vittima di un atteggiamento da parte dei sanitari volti a colpevolizzare la donna stessa, a farla sentire un mostro.

Qual è l’obiettivo della legge?

L’obiettivo che la legge si prefigge è tutelare la maternità, la salute e il benessere psico fisico della donna (e ad ampio spettro della comunità tutta), attraverso la rete dei consultori familiari, al fine di prevenire “reti parallele” di aborti non sicuri: aborti clandestini.

Vi sono due tecniche attraverso cui è possibile ottenere l’interruzione della gravidanza:

  • metodo farmacologico
  • metodo chirurgico

(Non andrò nel dettaglio medico della cosa).

Per accedere all’aborto farmacologico è necessario recarsi presso un consultorio familiare, medico di famiglia, ginecologo privato o struttura che effettua l’IGV.

Cosa fa il consultorio familiare?

(La grande fortuna dell’assistenza primaria*, in Italia).

I consultori familiari (come da legge 405 del 1975) offrono un tipo di prevenzione che rientra nella “prevenzione primaria”, finalizzata alla prevenzione e il benessere psicologico, sociale e fisico della donna, dell’infanzia e della famiglia; ci si occupa, in sostanza, dei minori, della donna, della coppia (genitorialità) e della famiglia.

L’accesso all’UOMI (Unità Operativa Materno Infantile) è gratuita; non c’è bisogno di pagamento ti ticket e si accede tramite appuntamento preso, spesso, contattando direttamente il professionista richiesto.

Una donna che giunge in consultazione con lo psicoterapeuta della struttura in cui avverrà L’IGV è una donna sola; per quanto questa donna sia inserita in una rete sociale di supporto (ad esempio familiare), vivrà sempre la scelta di procedere con l’IGV come una scelta vissuta nel dolore personale.

Una donna che decide di procedere con L’IGV soffre ma soffrirà ancora di più, portando avanti una gravidanza.

Nella stragrande maggioranza dei casi, stiamo evitando che nasca un bambino (qualora siano state escluse problematiche fisiche nell’embrione) con problematiche psichiatriche/psicologiche notevoli. Un bambino non riconosciuto dalla madre potrebbe portare la donna costretta a portare avanti la gravidanza a sviluppare: psicosi puerperale, depressione, allucinazioni, psicosi, schizofrenia, disturbi del comportamento alimentare, deliri; la donna potrebbe sentire che il feto ospitato sia un alieno non di rado donne si sono aperte la pancia, con strumenti di fortuna perché sotto la spinta di deliri e allucinazioni avevano l’urgenza di rimuovere da sé l’indesiderato ospite.

Se la gravidanza procede tutto sommato bene, la donna può decidere di dare in adozione il bambino.

Pensate che la vita di un bambino istituzionalizzato, sia migliore?

Il bambino meglio cresciuto dalla famiglia adottiva, andrà incontro per forza di cose, a problemi psicologici serissimi nel corso della sua vita; per non parlare del fatto che se esposto a problemi di salute, non potrà (o difficilmente potrà), ritrovare i propri genitori biologici per un aiuto concreto.

A tal proposito penso alla piccola Elena del Pozzo uccisa poche settimane fa, a soli 4 anni, dalla sua giovanissima madre; oppure al giovane adottato che pochissime settimane fa ha ucciso la madre a coltellate.

L’elenco sarebbe fin troppo lungo.

Mi chiedo allora quando smetteremo di guardare alla maternità come un qualcosa di sacro e inviolabile; quando smetteremo di guardare alle donne come esseri atti alla riproduzione per il solo fatto di avere degli organi deputati al concepimento.

La gravidanza va ben oltre il semplice atto fisiologico della cosa e la religione o la politica ha ben poco a che vedere con la mostruosità che, il più delle volte, un pancione può assumere.

I governi si dimenticano, troppo facilmente, che il vivere sociale implica dei doveri, certo, ma implica anche -e soprattutto- dei diritti.

Diritti sempre più cancellati, spazzati via, resi traslucidi da specchietti per le allodole che portano altrove.

Allora…

E’ omicidio oppure è un mio diritto poter decidere della mia salute psicofisica?

Dott.ssa Giusy Di Maio, Ordine Degli Psicologi della Regione Campania, matr. 9767

*si intende ogni attività focalizzata sull’adozione di interventi e comportamenti in grado di evitare o ridurre l’insorgenza e lo sviluppo di una malattia, selezionando e trattando le condizioni di rischio.